Presentata una ricerca ISMA-Istituto Piepoli sulle dipendenze digitali tra i minori del Lazio: l’83% usa abitualmente lo smartphone. De Napoli: “Famiglie consapevoli dei rischi, ma spesso sole”
Si è celebrata il 6 maggio a Roma la prima edizione della Giornata Regionale delle Dipendenze, istituita dalla Legge regionale n. 5/2025 e promossa dall’ASP ISMA – Istituti di Santa Maria in Aquiro, su mandato della Regione Lazio. L’iniziativa nasce con l’obiettivo di rafforzare le politiche di prevenzione, educazione e inclusione sociale, costruendo una rete stabile tra istituzioni, servizi, scuole e associazioni del territorio.
L’appuntamento romano rappresenta la tappa conclusiva di un percorso che ha coinvolto le province di Viterbo, Frosinone, Rieti e Latina, dove si è progressivamente consolidato un confronto con le realtà territoriali impegnate sul fronte delle dipendenze. Un percorso che, nelle intenzioni dei promotori, non vuole esaurirsi in una giornata simbolica, ma diventare la base per un modello di intervento più coordinato e continuativo.
Ad aprire i lavori sono stati il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano, il vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera Luciano Ciocchetti, il segretario della Commissione Affari sociali della Camera Paolo Ciani, l’assessore regionale all’Inclusione sociale e Servizi alla persona Massimiliano Maselli e il presidente dell’ASP ISMA Antonio De Napoli.
Al centro della giornata anche la presentazione della ricerca “Le dipendenze digitali tra i minori”, promossa da ISMA e realizzata dall’Istituto Piepoli su un campione di 500 genitori con figli tra i 6 e i 18 anni residenti nel Lazio. L’indagine fotografa un fenomeno ormai pienamente inserito nella vita quotidiana delle famiglie: il digitale è parte integrante delle relazioni, dello studio e del tempo libero, ma cresce la difficoltà degli adulti nel governarne l’utilizzo.
Secondo la ricerca, lo smartphone è utilizzato abitualmente dall’83% dei minori tra i 6 e i 18 anni. La percentuale aumenta con l’età: si passa dal 65% nella fascia 6-10 anni fino al 96% tra i 17 e i 18 anni. Cambiano anche le attività online: i più piccoli si orientano soprattutto verso videogiochi e video, mentre tra gli adolescenti crescono chat e social network, che raggiungono rispettivamente il 71% e il 72% tra i 17-18enni.
Il rapporto tra tecnologia e vita familiare appare spesso problematico. Il 40% dei genitori dichiara di avere conflitti con i figli legati all’uso dei dispositivi digitali “a volte” o “spesso”; la fascia più critica è quella tra gli 11 e i 13 anni, dove la quota sale al 53%. Inoltre, il 56% dei genitori ammette di utilizzare dispositivi digitali in famiglia più di quanto vorrebbe, anche per ragioni lavorative.
Dall’indagine emergono anche segnali riconducibili a un uso problematico del digitale: uso eccessivo o non controllato dei dispositivi nel 36% dei casi, irritabilità in assenza di device nel 33%, riduzione del sonno nel 26%, calo del rendimento scolastico nel 23% e isolamento sociale nel 22%. Pur percependo il fenomeno come grave e diffuso, molte famiglie faticano però a riconoscere la dipendenza quando riguarda la propria esperienza diretta.
Il 93% dei genitori considera le dipendenze digitali tra i minori un problema grave e altrettanti le ritengono diffuse. Tuttavia, solo il 61% pensa che i genitori siano in grado di riconoscerne i segnali, mentre appena il 50% ritiene che sappiano a chi rivolgersi in caso di difficoltà. Il report evidenzia anche un apparente paradosso: il 75% dei genitori giudica adeguato il proprio approccio educativo al digitale, ma il 97% non ha mai chiesto supporto su questo tema. L’ostacolo principale resta il rispetto delle regole, indicato dal 47% degli intervistati.
Tra le soluzioni ritenute più urgenti, al primo posto c’è la formazione per le famiglie, indicata dal 47% dei genitori, seguita dagli interventi scolastici al 30% e dal supporto psicologico al 20%. Rimane però forte la percezione di solitudine: solo il 41% dei genitori si sente supportato dalla scuola, il 36% dagli altri genitori e il 30% dai servizi sanitari.
La Regione Lazio è al lavoro per affrontare le nuove forme di dipendenza giovanile. È in sintesi il pensiero del presidente della regione Lazio Francesco Rocca intervenuto in mattinata all'evento. "Stiamo al lavoro con le famiglie, i docenti e i ragazzi perché anticipare le trasformazioni sociali è importante" ha spiegato Rocca ricordando come alle dipendenze tradizionali oggi si assista all'emergenza di nuove dipendenze tra le nuove generazioni. "Oggi vediamo quanto gli adolescenti e i preadolescenti siano preda del digitale che, ahimè, avrebbe necessità di una regolamentazione e quanto siano preda del gioco digitale, un aspetto troppo sottovalutato sul quale bisogna intervenire ed essere al passo con i tempi inseguendo le trasformazioni". Per il presidente non bisogna avere paura dello stigma ed è bene rivolgersi alle istituzioni e ai centri di salute mentale per trovare risposte e ai tanti enti del Terzo settore.
“La Giornata Regionale delle Dipendenze rappresenta il punto di arrivo di un percorso che ha visto nascere e consolidarsi una rete territoriale ampia e partecipata”, ha dichiarato Antonio De Napoli, presidente dell’ASP ISMA. “I dati presentati oggi nella ricerca dell’Istituto Piepoli, in particolare sulle dipendenze digitali tra i minori, ci restituiscono un quadro chiaro: le famiglie sono consapevoli dei rischi, ma spesso si sentono sole e prive di strumenti adeguati”.
Per De Napoli, la risposta deve passare da un doppio investimento: “percorsi di formazione e prevenzione del disagio” e iniziative capaci di offrire ai ragazzi “alternative concrete di relazione e spazi di socialità reale”. L’obiettivo, ha aggiunto, è fare in modo che questa giornata diventi “un processo strutturato per garantire un impegno stabile sul complesso tema delle dipendenze comportamentali”.
Sulla stessa linea la vicepresidente dell’ASP ISMA, Maria Beatrice Baldini, secondo cui la sfida principale è superare la frammentazione degli interventi. “Aver messo in connessione territori, istituzioni e comunità è stato fondamentale, perché ha reso evidente che il problema non è la mancanza di interventi, ma la loro frammentazione”, ha sottolineato. “Ora la sfida è mettere a sistema ciò che già esiste, rafforzando formazione, supporto educativo e dialogo tra scuola, servizi e famiglie”.
Dai focus group collegati alla ricerca emerge infatti una richiesta condivisa: non basta informare sui rischi, serve un approccio educativo multilivello, in grado di coinvolgere famiglie, scuola, servizi sanitari e comunità. Il tema, conclude l’indagine, non riguarda soltanto il tempo trascorso online dai minori, ma la capacità degli adulti e delle istituzioni di accompagnarli verso un uso consapevole del digitale.
