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Approfondimenti

Presentazione del Rapporto ANCI: dal PNRR ai nuovi piani di partenariato

Alla Camera la presentazione del Rapporto ANCI: Garofoli, Fitto e Manfredi indicano come trasformare l’esperienza del Piano in un metodo stabile di governo, tra coesione, flessibilità e fiducia nelle città

Alla Camera dei deputati è stato presentato il Rapporto ANCI “Le leve per la crescita. Coesione, competitività e modernizzazione istituzionale oltre la stagione del PNRR”, coordinato da Roberto Garofoli. Un anno di lavoro, oltre cento contributi e diciassette capitoli per chiedersi come crescere in modo inclusivo quando il Piano nazionale di ripresa e resilienza si avvia alla conclusione. Al confronto sono intervenuti il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto e il presidente ANCI e sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Dall’incontro è emerso un concetto fondamentale: il PNRR ha lasciato ai comuni un metodo fatto di obiettivi, tempi certi e responsabilità, e ora occorre non disperderlo.

Diciassette capitoli per due debolezze comuni

Roberto Garofoli, coordinatore del Rapporto, ha ricostruito la genesi del lavoro, partito tra maggio e giugno 2025, coinvolgendo più di cento persone tra rappresentanti delle istituzioni, esperti e giovani ricercatori. L’occasione non è casuale: nel 2026 ricorrono gli ottant’anni della Repubblica e si chiude la stagione straordinaria del PNRR.

La domanda di partenza è come garantire che la crescita migliori la vita delle persone e le aspettative dei più giovani, in un contesto segnato da crisi geopolitiche, vulnerabilità energetica e crollo demografico. I diciassette capitoli toccano temi molto diversi, dai divari territoriali e di genere alla sanità, dal capitale umano alla sicurezza. Il rischio era un’analisi dispersiva. Il vantaggio, secondo Garofoli, è che l’approccio intersettoriale ha fatto emergere due fragilità che attraversano tutti i settori.

La prima è che l’Italia valorizza poco le proprie energie: giovani, donne, Mezzogiorno, aree interne e periferiche. La seconda è la difficoltà di tradurre le risorse in risultati. Non si tratta solo di burocrazia, ma di un deficit più profondo, che riguarda la capacità di definire priorità strategiche, fissare obiettivi misurabili e coordinare livelli istituzionali diversi, in un sistema amministrativo polverizzato in migliaia di enti.

Scuola, talenti e Mezzogiorno: dove investire

Sul fronte delle energie da valorizzare, il Rapporto parte dalla scuola. Il dato medio dell’abbandono scolastico è migliorato e il target europeo è stato raggiunto prima di giugno 2026. Ma se lo si scompone, un figlio su quattro di genitori senza licenza media abbandona gli studi, contro due su cento tra i figli di laureati. La scuola, osserva Garofoli, non può eliminare le differenze, ma deve contrastarle e non riprodurle.

Le proposte non richiedono sempre nuove risorse. Il Rapporto suggerisce: zone di intervento educativo prioritario nelle scuole più fragili, con docenti stabilizzati e programmi personalizzati; il tempo pieno almeno in alcune aree; e un orientamento rafforzato a partire dalle scuole medie, perché non resti un privilegio di chi ha famiglie in grado di orientare.

Sul tema dei talenti, il Rapporto propone una strategia nazionale unitaria, con obiettivi misurabili e una regia unica, per contrastare la fuga dei giovani e attrarne di nuovi. Nessuno deve impedire di partire, ma l’Italia deve diventare un Paese in cui valga la pena restare, tornare o arrivare. Da qui l’idea di rendere più selettivo il credito d’imposta della ZES unica nel Mezzogiorno, incentivando anche l’assunzione di capitale umano avanzato, a partire dai dottori di ricerca finanziati dal Piano, che altrimenti rischiamo di perdere.

Il Mezzogiorno, ha ricordato Garofoli, è cresciuto negli ultimi anni più del Centro-Nord in termini di Pil e occupazione, ed è lì che si stanno consolidando diversi poli industriali anche in settori avanzati. La ZES unica, frutto dell’unificazione voluta con Fitto, ha funzionato in larga parte perché ha semplificato le procedure autorizzative. Ora va resa più strategica.

Energia, data center e intelligenza artificiale: serve una regia

Il capitolo sulla qualità istituzionale è forse il più concreto. Sull’energia, il costo pesa su famiglie e imprese ed è uno dei principali svantaggi competitivi del Paese. Le autorizzazioni per le rinnovabili sono aumentate, ma ne pendono ancora migliaia. Per Garofoli c’è qualcosa di più profondo della semplificazione: scegliere gli investimenti più coerenti con le capacità di rete e di accumulo e con gli obiettivi del PNIEC.

Lo stesso vale per i data center, che si concentrano tutti nelle stesse aree del territorio e sono molto energivori, oltre ad assorbire grandi quantità di acqua. Il Rapporto propone una strategia nazionale di localizzazione che tenga conto dei poli di consumo e di quelli di produzione energetica.

Sulle tecnologie, il Piano ha fatto salire l’Italia nei ranking internazionali, tra 5G, cloud, supercomputer e servizi digitali. Ma se migliaia di amministrazioni sperimentano l’intelligenza artificiale ciascuna per conto proprio, aumentano i costi duplicati e la dipendenza dai fornitori. Serve una regia nazionale che diffonda le buone pratiche, perché sull’infrastruttura si è fatto molto, mentre restano indietro le competenze di base e specialistiche.

Il video dei sindaci: dalla tramvia all’ex caserma

Prima del dibattito, la sala ha visto le testimonianze di sette sindaci, da nord a sud, di piccoli e grandi centri, di centrodestra, centrosinistra e civici. Le opere raccontate sono molto concrete: il polo culturale con la biblioteca civica nell’area di Torino Esposizioni, la nuova linea tramviaria per Bagno a Ripoli, il recupero di una ex caserma a Catania, destinata a giovani, formazione e sport, e i piani urbani integrati che ricuciono i quartieri decentrati.

Dietro le opere, però, i sindaci hanno parlato soprattutto di metodo. In un piccolo comune, ha detto uno di loro, politica e tecnici sono le stesse poche persone nella stessa stanza, e il PNRR ha imposto di decidere in fretta e di lavorare per obiettivi e non per pratiche. Un altro ha insistito sul fatto che un’opera pubblica non può restare affidata alla memoria di una sola persona. Il tema ricorrente è stato l’ultimo miglio, che oggi è la rendicontazione più che il cantiere, e con esso il bisogno di risorse per gestire ciò che è stato costruito.

Fitto: dal PNRR ai piani nazionali e regionali di partenariato

Il vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto è partito dal metodo. Per la prima volta il fattore tempo e l’assunzione di responsabilità sono diventati decisivi, con una vera sfida reputazionale per chi non raggiunge gli obiettivi. Altrettanto innovativo è stato il legame tra riforme e investimenti. Ha ricordato i numeri del Piano: 78 miliardi di risorse a fondo perduto e 122 miliardi a debito, quest’ultimo con una scelta di responsabilità dell’Italia. Annuncia inoltre che si è alla vigilia della valutazione della decima e ultima rata.

La flessibilità è il secondo grande lascito. Dopo un dibattito iniziale non facile, le revisioni, arrivate all’ottava, sono diventate una regola a livello europeo. Lo stesso approccio guida la revisione di medio termine dei programmi di coesione, che in Italia valgono oltre 70 miliardi tra fondi europei e cofinanziamento. Le nuove priorità indicate sono acqua, città, casa, energia, competitività e difesa.

Sul futuro bilancio europeo, Fitto ha difeso l’impostazione della Commissione. Oggi esistono più di 500 programmi e 14 fondi; domani ci saranno 27 piani nazionali e regionali di partenariato, in una struttura con quattro grandi capitoli: i piani, il fondo per la competitività, Global Europe per la dimensione esterna e il funzionamento. Rispetto al timore di una centralizzazione, ha ricordato che restano le tre categorie di regioni e che è prevista una preallocazione di 218 miliardi per quelle meno sviluppate. La coesione, ha affermato, “non deve essere superata, ma modernizzata”.

Tra gli annunci, ha spiccato quello relativo alla strategia europea Right to Stay, il diritto di restare, che sarà presentata a gennaio: risponde allo spopolamento delle aree interne, rurali, insulari e di frontiera, ed è collegata all’Agenda europea per le città, per la prima volta portata a livello europeo.

Manfredi: dall’emergenza all’ordinarietà

Il presidente ANCI è partito da una diagnosi che riguarda tutti gli italiani: siamo bravissimi nelle emergenze e molto meno nel trasformare la straordinarietà in ordinarietà. Il PNRR doveva e poteva essere migliore, ma resta un risultato molto positivo, anche perché ha prodotto una riorganizzazione profonda dei comuni. Manfredi ha ricordato che all’avvio del Piano, quando si parlava di assegnare 40 miliardi ai comuni, molti dubitavano che sarebbero stati capaci di spenderli, e ha sottolineato l’impegno dei dipendenti comunali, spesso in strutture di due o tre persone. “I comuni di oggi non sono i comuni di prima del PNRR”, e l’obiettivo è che non tornino indietro.

Sui tempi, Manfredi ha portato il punto di vista dell’ingegnere. I tempi medi di realizzazione sono stati la metà del normale, ma la durata dei lavori è rimasta pressoché la stessa: a ridursi enormemente sono stati i tempi di autorizzazioni, gare e riprogrammazioni. Da qui la richiesta di flessibilità, che «non è anarchia», ma capacità di modificare in fretta gli strumenti. L’esempio è un fermo degli autotrasportatori che ha causato un mese di ritardo nelle forniture ai cantieri, con scadenza al 31 dicembre.

Risorse che si sommano e città che dialogano con le aree interne

La seconda richiesta del presidente ANCI ha riguardato la scalabilità delle risorse. L’intervento sulle Vele di Scampia, una piccola città demolita e ricostruita, ha richiesto quattro fonti di finanziamento con regole diverse: il vecchio piano periferie, il PNRR, fondi europei e l’FSC. Poiché le risorse sono meno, vanno messe insieme e non frammentate.

C’è infine un punto politico. Aree urbane sempre più dense e costose e aree interne che si spopolano sono, per Manfredi, le due facce della stessa medaglia, e non si possono affrontare con strategie separate. Servono più trasporti, più servizi e uno sviluppo integrato, perché la gente si sposta quando non trova i servizi a cui aspira. Parigi e Londra, ha osservato, non sono città ma regioni. Da qui la centralità dei comuni, interlocutori naturali e affidabili.

La spesa corrente, il vero nodo dopo il Piano

Nelle risposte finali è emersa la preoccupazione più concreta. Una volta costruite le opere, qualcuno deve farle funzionare. Manfredi ha portato due esempi. Per gli asili nido è stato previsto un finanziamento crescente in funzione delle aperture, e un posto costa tra i 10 e i 12 mila euro. Per il trasporto pubblico locale, invece, il fondo è rimasto sostanzialmente costante mentre crescono i costi di energia e contratti, e la bigliettazione copre solo un terzo del servizio. Senza risorse aggiuntive, le nuove linee finanziate dal PNRR rischiano di non essere utilizzabili. La proposta è una maggiore flessibilità europea sulla spesa corrente, almeno per far funzionare ciò che è stato realizzato con fondi europei.

Sull’ulteriore flessibilità richiesta dall’Italia, Fitto ha ricordato l’apertura già arrivata sull’energia e ha rimandato alla valutazione della Commissione, invitando alla prudenza sui conti pubblici. Sulla ZES ha precisato che lo strumento ha accelerato i tempi autorizzativi, “dire sì o dire no, ma entro sessanta giorni anziché cinque anni”, ma che un’eventuale estensione territoriale non potrebbe replicare gli stessi aiuti, che vanno differenziati per categoria di regione. Sul debito, ha avvertito di usare la leva con prudenza: dei 122 miliardi a debito del PNRR, 68 erano progetti già esistenti.

Tre leve da azionare insieme

La conclusione di Garofoli ha riassunto il senso della mattinata. Investimento sociale, competitività e qualità del sistema istituzionale sono tre leve che vanno azionate insieme, perché nessuna da sola basta. Il rischio, ripetuto nelle prime e nelle ultime pagine del Rapporto, è smarrire il metodo, con un danno reputazionale ma anche con la possibilità di arretrare su risultati già raggiunti, come i tempi di pagamento della pubblica amministrazione, tornati nelle medie europee, o quelli della giustizia civile.

Il messaggio che esce dalla Camera è condiviso da tutti e tre i relatori: il PNRR non va archiviato come parentesi eccezionale. Obiettivi misurabili, scadenze certe, coordinamento tra livelli di governo e fiducia nei comuni devono entrare nell’ordinarietà, sia nei futuri piani europei sia nelle politiche nazionali. Con un anno di tempo davanti per definire i nuovi piani di partenariato, la sfida è dimostrare che quello che è stato fatto una volta con risorse straordinarie si può rifare con risorse ordinarie.

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