A Montecitorio il confronto promosso in occasione della nascita di Climate Med ha riunito istituzioni, ricercatori, amministratori, scuole e imprese. Al centro, la necessità di trasformare le conoscenze scientifiche in politiche concrete di mitigazione e adattamento, con particolare attenzione al Mediterraneo e ai territori più esposti.
La crisi climatica non può più essere affrontata come una questione destinata esclusivamente agli scienziati, né come un tema da rinviare alle generazioni future. Gli effetti dell’aumento delle temperature sono già visibili nelle città, nei mari, nelle risorse idriche, negli ecosistemi e nelle attività economiche, mentre la velocità del cambiamento rende sempre più necessario avvicinare conoscenza scientifica e decisione politica. È questo il messaggio emerso alla Camera dei deputati durante l’incontro “La sfida climatica in azione”, aperto dal vicepresidente della Camera Sergio Costa e organizzato in occasione della presentazione di Climate Med, nuova realtà nata per costruire un collegamento tra ricerca, istituzioni, territori, scuole e imprese. Il confronto ha messo insieme analisi scientifiche e proposte operative, partendo da un principio condiviso: conoscere la dimensione della crisi è indispensabile, ma non basta se ai dati non seguono politiche capaci di ridurre le emissioni e preparare i territori agli effetti che non possono più essere evitati.
Dalla consapevolezza scientifica alla responsabilità della politica
Il cambiamento climatico assume una dimensione politica nel momento in cui i suoi effetti coinvolgono direttamente la salute, la sicurezza delle persone, l’economia e la qualità della vita. Aprendo i lavori, Sergio Costa ha richiamato proprio questa responsabilità, osservando come la tutela del clima debba essere considerata una componente della gestione del bene collettivo e non un terreno di contrapposizione ideologica. Le conseguenze delle temperature estreme colpiscono infatti in maniera più grave le persone fragili e le fasce economicamente più esposte, rendendo evidente come la questione ambientale sia anche una questione sociale.
Le città costituiscono uno degli esempi più immediati: l’elevata cementificazione, la scarsità di aree verdi, l’assenza di rifugi climatici, la limitata diffusione dei corridoi ecologici e la difficoltà nel trattenere e riutilizzare l’acqua aumentano la vulnerabilità durante le ondate di calore e gli eventi meteorologici estremi. Per Costa, adattamento e mitigazione devono perciò uscire dalla dimensione delle dichiarazioni generali e tradursi in politiche riconoscibili, dalla rigenerazione urbana alla gestione del territorio, fino alla trasformazione del sistema energetico.
La riduzione dell’utilizzo delle fonti fossili e la crescita delle rinnovabili richiedono tuttavia un percorso che sia sostenibile anche sul piano economico, perché la transizione può essere efficace soltanto se tiene insieme obiettivi ambientali, capacità produttiva e coesione sociale. È proprio su questo equilibrio che la politica ha bisogno del contributo degli scienziati, chiamati non soltanto a descrivere i rischi, ma anche a indicare soluzioni praticabili e fondate sui dati.
Da questa esigenza nasce anche il progetto Climate Med, presentato come uno spazio nel quale la conoscenza scientifica possa essere messa a disposizione delle istituzioni e dei territori. L’obiettivo non è alimentare una comunicazione fondata esclusivamente sull’allarme, ma costruire strumenti che permettano di comprendere la portata dei fenomeni e individuare le risposte possibili. Costa ha insistito sulla necessità che le scelte climatiche superino le appartenenze politiche, poiché gli effetti dell’aumento delle temperature non distinguono tra orientamenti ideologici e riguardano l’intera collettività.
Anche lo sviluppo delle fonti rinnovabili, secondo questa impostazione, deve essere affrontato con maggiore concretezza, individuando soluzioni capaci di conciliare produzione energetica, tutela del paesaggio e interesse nazionale. Il ricorso all’eolico offshore, ad esempio, può offrire possibilità significative se accompagnato da una pianificazione che consideri distanze dalla costa, impatti ambientali e compatibilità con le altre attività. Il punto, più in generale, è passare da una discussione astratta sulla transizione a una capacità di progettare interventi che possano essere effettivamente realizzati. È su questo terreno che il dialogo tra politica e scienza può diventare uno strumento operativo anziché rimanere una semplice dichiarazione di intenti.
Una crisi che accelera più rapidamente del passato
La necessità di intervenire nasce innanzitutto dalla velocità con cui il sistema climatico sta cambiando. A ricostruirne le dinamiche è stato Antonello Pasini, primo ricercatore del CNR, che ha mostrato come l’aumento della temperatura media globale degli ultimi decenni non abbia precedenti comparabili nella storia climatica recente. Un incremento che nelle transizioni naturali tra periodi glaciali e periodi più caldi richiedeva tempi molto lunghi si sta verificando oggi nell’arco di pochi decenni, con una rapidità che rende più difficile l’adattamento degli ecosistemi e delle società.
I modelli climatici consentono di distinguere il contributo dei fattori naturali da quello delle attività umane e mostrano come il riscaldamento recente sia legato principalmente alle emissioni di gas serra prodotte dall’utilizzo dei combustibili fossili, dalla deforestazione e da pratiche agricole non sostenibili. A preoccupare è anche l’accelerazione osservata negli ultimi anni, che suggerisce la possibile attivazione di meccanismi di retroazione capaci di rafforzare ulteriormente il riscaldamento.
La complessità del clima emerge proprio da questi meccanismi. La perdita delle superfici ghiacciate, ad esempio, riduce la capacità del pianeta di riflettere la radiazione solare, mentre superfici più scure assorbono una quantità maggiore di energia e contribuiscono ad aumentare le temperature. Anche politiche positive sotto il profilo sanitario possono produrre conseguenze climatiche che devono essere considerate: la riduzione di alcune sostanze inquinanti emesse dalle navi migliora la qualità dell’aria ma diminuisce contemporaneamente la presenza di particelle con un effetto raffreddante sull’atmosfera.
Questo non significa rimettere in discussione gli interventi ambientali, bensì comprenderne le interazioni affinché le politiche siano costruite tenendo conto dell’intero sistema. È proprio la presenza di relazioni così strette tra atmosfera, oceani, ghiacci ed ecosistemi a rendere indispensabile il contributo della ricerca scientifica.
L’Italia risente di questa evoluzione in modo particolarmente intenso. Il riscaldamento registrato nel Paese è superiore alla media globale e si accompagna a una trasformazione della circolazione atmosferica che favorisce l’arrivo di masse d’aria molto calde dal Nord Africa e, successivamente, contrasti termici capaci di generare precipitazioni violente, grandinate e altri eventi estremi. Pasini ha descritto il Mediterraneo come una sorta di “pungiball climatico”, colpito alternativamente dal caldo proveniente da sud e dalle correnti più fredde che possono inserirsi quando gli anticicloni africani si ritirano.
La conseguenza è una crescente instabilità che alterna periodi di siccità e temperature elevate a fenomeni meteorologici intensi. Una condizione che rende necessario lavorare contemporaneamente su due piani: adattarsi agli effetti ormai inevitabili e ridurre le emissioni per evitare che il sistema raggiunga livelli nei quali l’adattamento non sarebbe più sufficiente.
Una delle difficoltà maggiori deriva dall’inerzia del sistema climatico. Anche interrompendo immediatamente l’aumento delle temperature, alcuni processi già avviati continuerebbero per anni o decenni, rendendo necessarie politiche di adattamento capaci di preparare territori e comunità a cambiamenti ormai difficilmente reversibili.
L’esempio dei ghiacciai alpini illustrato da Pasini rende evidente questo ritardo: la quantità di ghiaccio presente oggi riflette ancora in parte le condizioni climatiche dei decenni precedenti e non è in equilibrio con le temperature attuali. Una parte della perdita futura è quindi già incorporata nel sistema e avrà conseguenze sulla disponibilità delle risorse idriche, in particolare nelle aree che dipendono dall’acqua proveniente dall’arco alpino.
L’adattamento deve partire proprio dalla gestione di queste risorse, recuperare le acque reflue per usi agricoli, ridurre l’impiego di acqua potabile per attività che non lo richiedono e valutare la realizzazione di sistemi di accumulo diventano interventi necessari per affrontare periodi di maggiore scarsità. Lo stesso principio riguarda le città, l’agricoltura, i lavoratori esposti alle temperature estreme e la gestione degli eventi meteorologici più intensi.
Tuttavia l’adattamento incontra un limite quando il riscaldamento supera determinate soglie e attiva cambiamenti che non possono più essere controllati con interventi locali. Il possibile scioglimento del permafrost e il conseguente rilascio di grandi quantità di metano rappresentano uno degli esempi più significativi, poiché potrebbero alimentare un ulteriore incremento della temperatura attraverso meccanismi difficili da arrestare.
Da qui la distinzione proposta da Pasini tra ciò che occorre imparare a gestire e ciò che deve essere evitato. Alcune conseguenze sono ormai inevitabili e richiedono investimenti in adattamento; altre possono ancora essere impedite attraverso una riduzione decisa delle emissioni climalteranti. Affidarsi esclusivamente all’adattamento significherebbe presumere che qualsiasi incremento della temperatura possa essere gestito, mentre esistono livelli oltre i quali la capacità di risposta degli ecosistemi e delle società diventerebbe insufficiente. La mitigazione resta quindi indispensabile e deve accompagnare ogni politica di adattamento. L’obiettivo non consiste nel scegliere tra le due strategie, ma nel portarle avanti contemporaneamente, gestendo gli effetti già in corso senza rinunciare a contenere quelli futuri.
Il Mediterraneo cambia e con esso cambiano pesca, turismo e biodiversità
Se l’aumento della temperatura atmosferica rende evidente la trasformazione climatica, il Mediterraneo mostra con altrettanta chiarezza quanto il cambiamento stia interessando gli ecosistemi marini. Roberto Danovaro, professore ordinario di Ecologia, ha richiamato l’attenzione sul rapido riscaldamento del bacino e sulle conseguenze che temperature sempre più elevate producono sulla biodiversità, sulla pesca e sulle attività costiere.
Il superamento dei 30 gradi in alcune aree marine durante l’estate rappresenta un segnale particolarmente rilevante, poiché sottopone gli organismi a condizioni alle quali molti ecosistemi mediterranei non sono adattati. Non si tratta soltanto di un aumento numerico della temperatura, ma di un cambiamento che modifica la capacità del mare di produrre risorse, assorbire pressioni e mantenere gli equilibri biologici che sostengono interi comparti economici.
Le conseguenze sono già visibili nella pesca, che potrebbe subire una forte riduzione della produttività, ma anche nella crescita di fenomeni come mucillagini, proliferazioni algali e deossigenazione delle acque. Questi processi hanno effetti diretti sul turismo e sulla fruizione delle coste, oltre a indebolire progressivamente gli ecosistemi. Le ondate di calore marine possono inoltre provocare mortalità massive e compromettere organismi fondamentali per la stabilità dei fondali.
Danovaro ha richiamato il caso delle praterie di Posidonia, che svolgono un ruolo decisivo nella produzione di ossigeno, nella protezione delle coste, nella conservazione della biodiversità e nell’assorbimento del carbonio. Anche queste formazioni stanno mostrando segnali di sofferenza legati alle temperature estreme, con fenomeni che fino a pochi anni fa sarebbero stati difficili da immaginare nel Mediterraneo.
Il cambiamento climatico sta inoltre modificando la composizione delle specie presenti, favorendo l’ingresso di organismi provenienti da aree più calde e alterando progressivamente il paesaggio sottomarino. La perdita di biodiversità non rappresenta semplicemente una riduzione della ricchezza naturale, perché significa perdere funzioni che gli ecosistemi garantiscono gratuitamente alla società: produzione di ossigeno, protezione delle coste, qualità delle acque e risorse alimentari.
Per questo conservazione e restauro devono diventare componenti essenziali delle politiche climatiche. La Nature Restoration Law, la strategia marina e gli obiettivi europei di protezione degli ecosistemi offrono strumenti già disponibili, ma la loro efficacia dipende dalla disponibilità di risorse e dalla capacità di trasformare gli impegni normativi in interventi reali.
Un tema destinato ad assumere crescente importanza è quello dei rifugi climatici, aree nelle quali le condizioni ambientali consentano a specie ed ecosistemi di resistere più a lungo agli effetti dell’aumento delle temperature. Il principio può essere applicato anche alle città, dove la creazione di spazi capaci di offrire protezione durante le ondate di calore diventa particolarmente importante per anziani, persone fragili e cittadini con minori possibilità economiche. Mare e ambiente urbano finiscono così per condividere una stessa necessità: individuare luoghi nei quali sia possibile ridurre l’esposizione agli effetti estremi e aumentare la capacità di recupero.
Dalla sensibilizzazione all’azione nei territori
La trasformazione delle conoscenze scientifiche in comportamenti e politiche richiede il coinvolgimento diretto delle comunità. A sviluppare questo aspetto è stata Luciana Favaro, ambasciatrice del Patto Europeo per il Clima, che ha ricordato come le politiche climatiche non possano rimanere concentrate nelle istituzioni europee ma debbano arrivare nei territori, coinvolgendo cittadini, scuole e amministrazioni. Informare e sensibilizzare rimangono passaggi indispensabili, ma la gravità della situazione rende necessario andare oltre, offrendo alle persone strumenti che consentano di partecipare alle decisioni e di verificare gli impegni assunti dalle istituzioni locali.
Uno degli strumenti più significativi è rappresentato dal Patto dei Sindaci, attraverso il quale i Comuni possono impegnarsi nella definizione di Piani d’Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima. L’Italia presenta un numero particolarmente elevato di amministrazioni aderenti, ma la firma dell’impegno non coincide automaticamente con la realizzazione delle azioni previste. In molti casi i documenti rimangono poco conosciuti dai cittadini oppure vengono elaborati senza diventare una componente effettiva della programmazione territoriale. Rendere questi piani accessibili e comprensibili permette invece alla cittadinanza di seguirne l’attuazione e di partecipare più consapevolmente alle scelte locali.
La scuola può svolgere un ruolo centrale in questo passaggio dalla conoscenza alla partecipazione. Favaro ha richiamato iniziative nelle quali insegnanti e studenti vengono coinvolti nella lettura dei piani climatici e nella progettazione di interventi concreti all’interno degli spazi scolastici. Il valore di queste esperienze non risiede soltanto nell’educazione ambientale, ma nella possibilità di collegare ciò che viene appreso in classe alle decisioni dell’amministrazione comunale. Gli studenti possono così comprendere che il cambiamento climatico non è esclusivamente un fenomeno globale e distante, ma riguarda il modo in cui vengono progettati i cortili, utilizzata l’acqua, gestito il verde e organizzata la mobilità.
È proprio dal lavoro con le scuole che ha preso forma anche l’esperienza alla base di Climate Med. Vincenzo Chiera ha ricordato il percorso avviato a Battipaglia durante gli anni della pandemia, quando studenti, insegnanti ed esperti scientifici furono coinvolti in attività dedicate al cambiamento climatico. L’esperienza ha mostrato come i giovani possano affrontare questi temi senza cadere nell’ansia o nel fatalismo quando vengono messi a disposizione dati comprensibili e, insieme ai problemi, vengono illustrate le possibilità di intervento.
Da quella sperimentazione è nata l’idea di ampliare il progetto coinvolgendo altre scuole, enti locali, parchi e imprese e costruendo una rete che abbia nell’azione uno dei propri elementi caratterizzanti.
Imprese e transizione: quando la sostenibilità diventa parte del modello produttivo
La capacità di ridurre l’impatto ambientale dipende anche dalle scelte del sistema produttivo. Le imprese devono infatti confrontarsi con la necessità di mantenere competitività e occupazione mentre cambiano fonti energetiche, processi industriali e utilizzo delle materie prime. Il confronto alla Camera ha affrontato questo rapporto partendo dall’esperienza di Eco Plastic, illustrata dall’amministratore Antonio Foresti, che ha descritto un percorso nel quale sostenibilità ambientale ed efficienza economica sono state progressivamente integrate all’interno dello stesso modello industriale.
Il settore della plastica permette di comprendere bene questa relazione. Il problema, secondo Foresti, non risiede semplicemente nel materiale utilizzato, ma nel modo in cui esso viene prodotto, impiegato, recuperato e reimmesso nei cicli produttivi. La possibilità di riciclare la plastica e di utilizzare nuovamente il materiale all’interno dei processi permette di ridurre il consumo di materia vergine, mentre l’efficienza energetica consente di diminuire progressivamente la quantità di energia necessaria per ottenere la stessa produzione. L’impresa ha quindi lavorato parallelamente sulla riduzione dei consumi e sull’autoproduzione energetica, sviluppando impianti fotovoltaici, sistemi di accumulo e un progetto dedicato all’idrogeno.
L’esperienza mostra come la transizione possa diventare anche una scelta industriale quando gli investimenti ambientali producono nel tempo maggiore autonomia energetica, contenimento dei costi e possibilità di innovare i processi. La sostenibilità, in questo senso, non viene presentata come un elemento esterno all’attività imprenditoriale, ma come una componente della sua evoluzione. Al tempo stesso, il confronto ha evidenziato la necessità che le politiche pubbliche riducano gli svantaggi economici che possono ostacolare l’utilizzo delle materie riciclate o l’adozione di tecnologie più sostenibili.
Nelle conclusioni Costa è tornato proprio sulla necessità di creare condizioni economiche che rendano conveniente la transizione. Se una materia prima rigenerata costa sensibilmente più di quella vergine, il mercato tenderà inevitabilmente a privilegiare quest’ultima, compromettendo gli obiettivi dell’economia circolare. Strumenti capaci di compensare il differenziale di costo possono invece favorire la diffusione dei materiali recuperati e ridurre la quantità di rifiuti destinati allo smaltimento. Il tema ambientale incontra così direttamente quello industriale: non si tratta di contrapporre produzione e tutela dell’ambiente, ma di creare regole e incentivi affinché innovare in senso sostenibile diventi anche economicamente praticabile.
La scienza come base per costruire decisioni concrete
Il filo comune emerso durante l’incontro riguarda il rapporto tra conoscenza e decisione. Gli scienziati dispongono di strumenti sempre più avanzati per osservare il cambiamento climatico e valutarne gli effetti, mentre istituzioni, amministrazioni e imprese devono tradurre queste informazioni in scelte capaci di incidere concretamente sui territori. Nessuno dei due livelli può funzionare isolatamente: una ricerca che non riesca a raggiungere la società rischia di rimanere confinata alla comunità scientifica, mentre una politica priva di una base conoscitiva solida può produrre interventi insufficienti o incoerenti.
La nascita di Climate Med si colloca proprio all’interno di questo spazio di collegamento, con l’obiettivo di riunire competenze scientifiche, mondo della scuola, amministrazioni e sistema produttivo attorno alla necessità di passare dalla consapevolezza all’azione. I cambiamenti climatici richiedono risposte globali, ma molte delle misure attraverso cui si costruisce la capacità di adattamento vengono realizzate a livello locale: gestione del verde urbano, uso dell’acqua, tutela degli ecosistemi, organizzazione delle scuole, pianificazione territoriale, efficienza energetica e modalità di produzione.
Nel suo intervento conclusivo, Costa ha ribadito che la tutela ambientale non possa essere separata dalla protezione dell’economia e dalla possibilità di offrire prospettive alle nuove generazioni. La difesa degli ecosistemi, la sicurezza energetica e l’innovazione industriale sono ormai componenti dello stesso problema e richiedono politiche che sappiano guardare oltre l’immediato. Il confronto deve quindi svilupparsi sia a livello europeo sia nelle sedi internazionali, perché la dimensione del cambiamento climatico supera inevitabilmente i confini nazionali.
La funzione della politica resta quella di scegliere, assumendosi la responsabilità di trasformare le evidenze scientifiche in priorità e strumenti. La funzione della scienza è fornire dati, interpretazioni e soluzioni che permettano di comprendere quali interventi siano necessari e quali conseguenze possano derivare dall’assenza di azione. Tra queste due responsabilità si colloca la possibilità di costruire politiche climatiche capaci di durare nel tempo.
È questo, in definitiva, il significato della “sfida climatica in azione”: non limitarsi a documentare una crisi ormai evidente, ma utilizzare la conoscenza per scegliere dove intervenire, come adattare i territori e quali trasformazioni accelerare. La parte di cambiamento già prodotta richiede capacità di adattamento; quella che può ancora essere evitata richiede una riduzione delle emissioni e una diversa organizzazione dei sistemi energetici, urbani e produttivi. Il tempo disponibile si è ridotto, ma gli strumenti per intervenire esistono. La questione decisiva è trasformarli in decisioni concrete.
