Al Senato, su iniziativa di Claudio Lotito, Giuliano Amato e Fabio Bassan discutono di sovranità, intelligenza artificiale e regolazione partecipata
Le grandi piattaforme tecnologiche esercitano un potere che supera i confini degli Stati e sfugge agli strumenti tradizionali del diritto. Durante la conferenza stampa "Big tech, Europa e democrazia", ospitata presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica su iniziativa del senatore Claudio Lotito, è stata discussa la proposta del giurista Fabio Bassan, che da anni studia il rapporto tra le imprese tecnologiche e i sistemi giuridici nazionali e internazionali: riconoscere alle imprese tecnologiche una soggettività internazionale funzionale e coinvolgerle in un trattato con gli Stati. Una regolazione condivisa fin dall'origine dei prodotti, per tenere insieme innovazione e principi democratici. La conferenza stampa, alla quale hanno preso parte l’economista Giorgio La Malfa e l’ex Presidente del Consiglio dei ministri Giuliano Amato, è stata organizzata in occasione della pubblicazione del nuovo libro di Fabio Bassan, “L’era ibrida, sovranità e democrazia tra poteri pubblici e imprese tech”.
La tesi: le big tech sono qui per restare
Per secoli l'organizzazione delle comunità politiche ha avuto un perno chiaro: lo Stato nazionale. È una forma di sovranità che si è affermata a fatica contro i poteri frammentati del Medioevo e che dal Seicento in poi ha consolidato regole, diritti e democrazia. Sopra gli Stati sono poi nate le organizzazioni internazionali, dalle Nazioni Unite alla Comunità economica europea, ma oggi questo equilibrio vacilla. La premessa del libro è netta, e per certi versi spiazzante. Le big tech sono realtà destinate a restare. Nessun tentativo di regolarle unilateralmente per legge, sostiene Bassan, potrà avere successo, perché la loro dimensione supera quella dei singoli Stati e perfino quella di comunità come l'Unione europea.
Da qui la proposta: se non è possibile contenerle dall'esterno, bisogna trasformarle in interlocutori del diritto internazionale. Stati, unioni di Stati come l'Europa e imprese tecnologiche dovrebbero sedersi allo stesso tavolo e sottoscrivere trattati che vincolino tutte le parti. L'obiezione più ovvia è stata sollevata subito dal moderatore: perché le big tech dovrebbero accettare un vincolo? La risposta, ha spiegato Bassan, sta in alcuni segnali. Quando i protagonisti dell'intelligenza artificiale dichiarano che la tecnologia rischia di sfuggire di mano, ammettono implicitamente il bisogno di regole condivise.
Dalla Compagnia delle Indie ai giganti digitali
Per rendere l'idea, Giorgio La Malfa ha richiamato un precedente storico: la Compagnia delle Indie dettava leggi e amministrava giustizia su territori vastissimi, esercitando una sovranità che i governi dell'epoca dovevano tenere in conto. Oggi, ha osservato, le società tecnologiche sono una moltitudine di "compagnie delle Indie" con cui gli Stati devono fare i conti. Un'altra analogia riguarda la politica economica. Il modello keynesiano presupponeva confini nazionali chiari, ma quando il capitale è diventato mobile anche la redistribuzione dei redditi, cuore della socialdemocrazia novecentesca, ha incontrato limiti serissimi. La tecnologia ripete oggi lo stesso schema, con una scala ancora maggiore.
Il punto di vista del giurista: un potere privato
Prendendo la parola, Giuliano Amato ha dichiarato di condividere la tesi di Bassan e di essere arrivato alla stessa conclusione per una strada simile. Dal punto di vista giuridico, ha spiegato, il potere è la capacità di produrre effetti su altri senza il loro consenso, e di norma viene conferito solo in sede pubblica. Le big tech incarnano invece un potere privato non legittimato, ma capace di incidere su molti. Per decenni il diritto aveva trovato un antidoto: l'antitrust. Negli Stati Uniti la logica dello Sherman Act arriva a prevedere lo smembramento di chi conquista un monopolio incontenibile. Amato ha citato il recente caso contro Google, in cui il Dipartimento di Giustizia e numerosi procuratori statali chiedevano la cosiddetta divestiture, senza che il giudice accogliesse la richiesta. L'Europa, più incline al compromesso, preferisce sanzionare gli abusi di posizione dominante. L'antitrust, ha riconosciuto, ha rafforzato molto la propria presa nell'ultimo decennio. Ma davanti all'intelligenza artificiale mostra i suoi limiti. Gli algoritmi regolano interi ambiti, e gli Stati stessi diventano consumatori di dati e di scelte che ne derivano, finendo assoggettati a un potere che le norme concorrenziali non riescono a raggiungere. È la tesi del suo prossimo libro, dal titolo provocatorio “Democrazia, ne vale la pena?”, a cui l'autore risponde ovviamente di sì.
I cavi sottomarini e il precedente della regolazione privata
Per mostrare che l'idea non è astratta, Amato ha fatto un esempio concreto: i cavi sottomarini delle telecomunicazioni. Partono dalle acque territoriali di uno Stato, attraversano il mare aperto dove nessuno ha giurisdizione e approdano in altri Stati. In assenza di un trattato universale, controlli e manutenzione sono stati regolati dai privati che li avevano posati. Solo in un secondo momento gli Stati si sono agganciati a quel sistema. Qualcosa di analogo accade oggi "per aria", senza cavi visibili. Amato ha richiamato anche un titolo noto, “Ricchezza senza nazioni, nazioni senza ricchezza”, per ricordare come la mobilità del capitale avesse già eroso il potere fiscale degli Stati. L'ironia della storia, ha aggiunto, è che l'esplosione di questi poteri ultranazionali coincide con la stagione del sovranismo. I sovranisti vincono la partita interna proprio mentre si ritrovano in mano una "pistola ad acqua" rispetto a ciò che conta davvero.
Europa, Cina e Stati Uniti: tre modelli a confronto
Sul piano delle risposte regolatorie, Amato ha distinto tre approcci. La Cina dispone di un apparato di controllo e repressione che nessuna democrazia potrebbe replicare. L'Europa è "regolatrice per vocazione". Gli Stati Uniti sono il luogo in cui hanno sede le grandi società interessate. Quanto all'Europa, Amato ha riconosciuto di non condividere del tutto un passaggio del libro. Bassan, a suo avviso, sembra non prendere in carico il regolamento europeo del 2024 sull'intelligenza artificiale, che invece entra nel merito del potere delle big tech grazie alla classificazione dei rischi su quattro livelli e ai divieti per quello più alto. Quel testo contiene però una norma che rafforza la tesi di Bassan: l'articolo 57, che prevede spazi di sperimentazione, le sandbox, in cui pubblico e privato lavorano insieme per regolare l'innovazione mentre si sviluppa.
La sandbox: un'esperienza che ha già funzionato
Amato è tornato sul tema nella discussione finale con un esempio tratto dalla finanza. I moduli semplificati per il movimento dei capitali e per il loro regolamento sono nati proprio così: regolatori pubblici e operatori privati hanno sperimentato insieme, riducendo gli adempimenti burocratici grazie alle nuove tecnologie. Il metodo ha funzionato e si è esteso all'intera Europa. Il paradosso, ha notato con una battuta, è che con gli operatori europei era facile lavorare, perché "a Bruxelles erano in casa". Oggi i protagonisti sono americani, più facili da portare a pranzo alla Casa Bianca. Amato ha citato proprio l'incontro di pochi giorni prima tra il presidente degli Stati Uniti e le big tech, concluso con un impegno comune sulle cosiddette superintelligenze. Quel documento, ha osservato, parla di possibili leggi o regolazioni "nel tempo": una porta socchiusa che il libro di Bassan potrebbe spalancare.
La regolazione partecipata secondo Fabio Bassan
Nel suo intervento Fabio Bassan ha riconosciuto il debito verso gli scritti di Amato, citato più volte nel volume. Ha spiegato di essere partito, molti anni fa, dal rapporto tra globalizzazione e democrazia. Negli anni Duemila la narrazione dominante li considerava incompatibili. Oggi lo stesso giudizio viene riferito alla tecnologia, e il filo conduttore resta la velocità: i fenomeni corrono più in fretta del dibattito parlamentare, e per questo proliferano executive order e decreti legge. Per uscire da questa trappola, Bassan ha proposto di rendere compatibili due elementi che si ritengono inconciliabili: evoluzione tecnologica e fondamenti dello Stato democratico. Il passaggio chiave è giuridico. Il diritto internazionale non riconosce alle imprese una soggettività propria, ma una soggettività funzionale, derivata dal trattato a cui partecipano e dalle competenze che esso attribuisce, può essere loro riconosciuta.
Perché le imprese devono sedersi al tavolo
Le imprese conoscono la tecnologia, ha spiegato Bassan, e senza di loro la regolazione è impossibile. Ma una regolazione fatta solo dalle imprese sarebbe incontrollabile, mentre quella fatta solo dagli Stati soffre di una forte asimmetria informativa. Occorre dunque farla insieme. Non si tratta della co-regolazione all'europea, in cui si pubblicano atti e si attendono i commenti del mercato. Bassan parla di regolazione partecipata, che comincia quando i prodotti vengono sviluppati e li orienta verso obiettivi coerenti con quelli degli Stati, che per l'Europa significano il welfare continentale. Evita così il rituale delle imprese che, a sviluppo concluso, vanno "raminghe" dalle autorità a chiedere un certificato di conformità. A suo giudizio anche le richieste di Amodei e di Anthropic in questi giorni (standard comuni, vigilanza indipendente, accordo tra gli Stati) vanno in questa direzione. Gli standard comuni accelerano la ricerca invece di frenarla, e la vigilanza indipendente previene il contenzioso.
Il trattato: principi, tribunale, procedure
La forma individuata è quella del trattato internazionale, perché solo in esso le imprese firmatarie assumono una responsabilità diretta e possono essere sanzionate, ma prima ancora chiamate a collaborare. La proposta concreta è avviare un dialogo in una sede magari europea, con la partecipazione di Stati e imprese, attorno a quattro o cinque principi fondamentali. L'impianto prevede anche un'organizzazione di supporto, con un tribunale e procedure dedicate.
Dal dibattito: sedi, Cina, energia e un "CERN per l'intelligenza artificiale"
Nel confronto con il pubblico è stato chiesto quale possa essere la sede del lavoro. Bassan ha ricordato che nell'Unione europea esistono già luoghi di dialogo tra Stati e imprese, istituzionali e di ricerca. Vi partecipa attivamente anche la Cina, avanti su alcuni fronti come l'intelligenza artificiale antropomorfica e orientata a modelli open source, che consumano meno energia. Proprio l'energia potrebbe diventare il fattore decisivo.
Bassan ha poi segnalato un aspetto inquietante: tutte le grandi società ormai interlocutrici globali sono americane, con un legame inevitabile con l'amministrazione di Washington. Amato ha richiamato l'appello di Mario Draghi a investire cento miliardi di euro nell'alta tecnologia, ricordando che l'Europa ha già qualche strumento sovrano, come i sistemi di pagamento europei e l'idea dell'euro digitale.
Amato ha anche rilanciato l'idea di un "CERN per l'intelligenza artificiale", un centro comune finanziato da tutti i paesi europei, sostenuto da Giorgio Parisi e citato in due righe della bussola della competitività della Commissione, che nessuno ha ancora sviluppato. Secondo Amato servirebbe un centro che affianchi alla ricerca di base quella utile alle imprese. Una condizione, ha riferito, emersa anche in colloqui con operatori del settore.
