Dalla tutela degli ecosistemi alla prevenzione sanitaria: istituzioni, scienza, imprese e associazionismo a confronto sul rapporto tra qualità ambientale e benessere delle persone. La relazione tra ambiente e salute non può più essere considerata come la semplice convergenza di due ambiti distinti, bensì come uno dei nodi centrali delle politiche pubbliche contemporanee.
Durante il convegno “Ambiente e salute”, promosso da Fare Ambiente e ospitato al Senato della Repubblica, si è discusso del legame tra tutela ambientale, prevenzione sanitaria, formazione e sviluppo sostenibile, partendo dalla convinzione che la transizione ecologica debba essere accompagnata da una trasformazione culturale e da politiche fondate sulla conoscenza scientifica. Al confronto hanno preso parte rappresentanti delle istituzioni, del mondo medico e scientifico, delle imprese e dell’associazionismo, mentre la giornata ha segnato anche la conclusione del percorso formativo promosso da Fare Ambiente e la presentazione del nuovo Dipartimento Ambiente e Salute. Dal concetto di One Health al ruolo dei medici di medicina generale, dalla funzione delle imprese nella transizione energetica alla tutela degli animali e del patrimonio arboreo, gli interventi hanno evidenziato quanto la salute delle persone dipenda dalla qualità degli ecosistemi nei quali vivono.
Una transizione che deve essere prima di tutto culturale
La tutela dell’ambiente, affinché produca risultati duraturi, deve tradursi in una trasformazione dei comportamenti e non limitarsi alla definizione di obiettivi tecnici o normativi. È stato questo uno dei temi che hanno attraversato l’intera giornata, durante la quale Fare Ambiente ha richiamato la propria idea di un ambientalismo pragmatico, fondato sulla conoscenza scientifica e sulla ricerca di soluzioni concretamente applicabili.
La transizione ecologica, pertanto, è stata descritta non soltanto come una trasformazione energetica, industriale o tecnologica, bensì come una transizione culturale, la quale richiede educazione, responsabilità individuale e capacità di modificare progressivamente gli stili di vita.
A ricordare questa impostazione è stato il presidente di Fare Ambiente Vincenzo Pepe, il quale ha ricondotto l’esperienza dell’associazione a un percorso avviato quasi vent’anni fa e progressivamente sviluppato attraverso attività territoriali, iniziative formative e interlocuzione con le istituzioni. La conoscenza dei problemi ambientali, secondo Pepe, deve precedere ogni intervento, poiché soltanto attraverso la scienza e l’approfondimento è possibile individuare i rischi, comprenderne le cause e proporre soluzioni che non si limitino alla denuncia.
La stessa filosofia ha orientato il percorso formativo concluso durante la giornata al Senato. Il corso, infatti, non era stato concepito semplicemente per trasmettere conoscenze, bensì per “formare i formatori”, affinché professionisti, amministratori, studenti e rappresentanti delle istituzioni potessero successivamente trasferire competenze e sensibilità nei rispettivi contesti. Una formazione che, proprio per questa ragione, ha cercato di tenere insieme contenuti accademici, applicazioni pratiche e capacità di dialogare con i territori.
Il valore dell’educazione ambientale è emerso ripetutamente anche nel rapporto con le giovani generazioni. Modificare i comportamenti richiede infatti tempi lunghi, continuità e una capacità educativa che non può essere affidata esclusivamente alle istituzioni. Scuola, associazionismo, università, imprese e amministrazioni pubbliche sono state indicate come parti di una stessa responsabilità, giacché la sostenibilità difficilmente può essere imposta attraverso singoli provvedimenti se non viene contemporaneamente costruita una consapevolezza diffusa.
Il confronto ha inoltre messo in evidenza come la questione ambientale sia ormai trasversale alle principali politiche pubbliche. Energia, salute, agricoltura, attività produttive, protezione civile, gestione delle città e tutela degli animali appartengono a sistemi differenti soltanto sul piano amministrativo, mentre nella vita delle persone interagiscono continuamente. Proprio questa interdipendenza ha rappresentato uno dei presupposti per la costituzione del nuovo Dipartimento Ambiente e Salute di Fare Ambiente.
La giornata al Senato ha segnato pertanto non soltanto la conclusione di un'attività formativa, ma anche l’avvio di una nuova fase nella quale le competenze maturate durante il corso dovranno essere trasformate in proposte, iniziative territoriali e attività di sensibilizzazione.
Sul ruolo delle istituzioni si è soffermato il senatore Manfredi Potenti, che ha ospitato l’iniziativa al Senato e ha richiamato la necessità di affrontare le trasformazioni ambientali attraverso un rapporto più stretto tra legislatori, comunità scientifica, ricercatori e associazioni. Nel suo intervento ha parlato anche del rapporto tra uomo, animali e territorio, osservando come l’urbanizzazione e l’evoluzione delle tecnologie abbiano modificato condizioni e modalità della convivenza.
Potenti ha posto l’accento sulla necessità di un ambientalismo capace di misurarsi con le conseguenze economiche, sociali e tecnologiche delle scelte pubbliche. Affrontando anche il tema energetico e il dibattito sul nucleare, il senatore ha sostenuto la necessità, dal suo punto di vista, di valutare le differenti opzioni attraverso criteri scientifici e strategici, evitando che la discussione venga ricondotta esclusivamente alla contrapposizione politica. Le decisioni, ha osservato, devono tener conto sia delle indicazioni provenienti dalla ricerca sia della capacità del sistema produttivo di sviluppare nuove tecnologie.
Anche la senatrice Maria Stella Gelmini ha insistito sulla collaborazione tra istituzioni e associazionismo, individuando nella sussidiarietà una componente importante delle politiche ambientali. Secondo Gelmini, la presenza sul territorio di organizzazioni capaci di sviluppare studi, progetti e attività formative permette di integrare l’azione pubblica, soprattutto quando i problemi ambientali richiedano competenze molto diverse tra loro.
Nel suo intervento la senatrice ha affrontato inoltre il tema del cambiamento climatico e il rapporto tra politiche ambientali, crescita economica e competitività, esprimendo proprie valutazioni sul Green Deal europeo e sulle differenti posizioni assunte dalle forze politiche negli ultimi anni. Al di là delle divergenze politiche, Gelmini ha sostenuto che il cambiamento climatico rappresenti una questione che richiede nuove risposte e che l’Italia debba contribuire alla definizione delle politiche europee evitando, a suo giudizio, una contrapposizione tra sostenibilità e sviluppo.
Particolare attenzione è stata dedicata alla scuola. L’educazione ambientale, secondo Gelmini, può infatti favorire la costruzione di un terreno comune soprattutto quando ambiente, prevenzione e salute vengano affrontati trasversalmente alle diverse discipline. Da qui l’indicazione di sviluppare progetti che coinvolgano istituzioni scolastiche e associazioni, affinché le giovani generazioni non siano soltanto destinatarie delle politiche ambientali, ma diventino progressivamente protagoniste della loro elaborazione e applicazione.
Il rapporto tra ambiente e salute è stato infine collegato dalla senatrice al principio costituzionale della tutela della salute. Se l’articolo 32 della Costituzione riconosce infatti la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, intervenire sui fattori ambientali capaci di comprometterla diviene parte integrante dell’azione preventiva.
Territorio, animali e patrimonio naturale: il lavoro delle guardie zoofile
Il passaggio dalle politiche generali all’esperienza quotidiana dei territori è stato affidato anche al comandante nazionale delle guardie volontarie di Fare Ambiente Vincenzo Berardinelli, il quale ha descritto il lavoro svolto dai volontari nella protezione degli animali e nella vigilanza ambientale. Fare Ambiente conta, secondo quanto riferito durante il convegno, circa 1.200 guardie zoofile volontarie distribuite sul territorio nazionale.
Berardinelli ha richiamato l’attenzione sulle difficoltà normative che accompagnano la loro attività, soprattutto per quanto riguarda la distinzione tra funzioni di pubblico ufficiale e funzioni di polizia giudiziaria. Interventi su maltrattamenti, animali feriti o traffici illeciti possono infatti porre gli operatori di fronte a limiti procedurali e differenze interpretative che, secondo il comandante, renderebbero necessaria una disciplina più uniforme.
Tra gli esempi ricordati vi sono gli interventi sugli animali coinvolti negli incidenti stradali, la necessità di collaborare con le forze dell’ordine nei controlli sui trasporti e le differenti interpretazioni riguardanti la nozione di animale d’affezione. Differenze che, secondo Berardinelli, possono produrre incertezza operativa anche quando i volontari intervengano con l’obiettivo di contrastare situazioni di maltrattamento.
Proprio per migliorare la capacità di intervento è stata annunciata la costituzione di nuclei operativi dedicati, mentre è stato richiamato anche il lavoro delle guardie ittiche impegnate nella protezione delle specie autoctone e nel controllo degli ecosistemi fluviali. La tutela degli animali, pertanto, è stata ricondotta alla più ampia difesa degli habitat nei quali essi vivono.
Un altro tema affrontato ha riguardato il patrimonio arboreo urbano. Berardinelli ha ricordato alcune iniziative realizzate a Roma e le preoccupazioni legate agli abbattimenti degli alberi, sostenendo la necessità di coniugare sicurezza delle persone, tutela della vegetazione e protezione della fauna durante i periodi di nidificazione. A tale scopo Fare Ambiente ha sviluppato anche iniziative educative rivolte alle scuole e ai cittadini per diffondere una maggiore conoscenza delle funzioni ecologiche degli alberi.
Gli alberi, è stato ricordato, rappresentano infatti vere e proprie sentinelle della salute degli ecosistemi. Ombreggiamento, mitigazione delle temperature, capacità di assorbire alcune sostanze inquinanti e sostegno alla biodiversità costituiscono servizi ambientali che assumono un valore ancora maggiore nei grandi centri urbani, nei quali gli effetti delle ondate di calore possono essere particolarmente intensi.
La formazione come ponte tra conoscenza e azione
La dimensione formativa dell’esperienza è stata ricostruita dalla coordinatrice del percorso Cristina Florenzano, la quale ha ricordato il lavoro necessario per definire contenuti, docenti e impostazione didattica del corso. I partecipanti hanno seguito le lezioni prevalentemente da remoto, provenendo da differenti regioni italiane, mentre la giornata romana ha rappresentato il momento conclusivo in presenza prima della consegna degli attestati.
Particolare attenzione è stata riservata agli elaborati finali, attraverso i quali agli iscritti è stato chiesto di individuare un problema ambientale nei propri territori e di elaborare non soltanto un’analisi, bensì anche possibili soluzioni, interlocutori istituzionali e strumenti di finanziamento. Il percorso ha cercato pertanto di tradurre il concetto di “fare ambiente” in un metodo che partisse dalla conoscenza e arrivasse alla capacità di progettare.
Florenzano ha richiamato inoltre la dimensione temporale delle politiche pubbliche. Numerosi interventi adottati oggi, ha osservato, produrranno risultati pienamente visibili soltanto negli anni successivi, mentre le criticità attuali dipendono spesso da decisioni che non furono assunte nel passato. È proprio per questa ragione che la sostenibilità richiede una visione intergenerazionale, capace di guardare oltre l’immediatezza.
La nascita del Dipartimento Ambiente e Salute è stata presentata come uno degli sviluppi naturali di questo lavoro. La salute, secondo Florenzano, non dovrebbe essere considerata uno dei tanti ambiti collegati alle politiche ambientali, bensì una delle ragioni fondamentali per le quali tali politiche assumono rilevanza sociale. Energia, prevenzione, sviluppo, scuola e responsabilità pubblica finiscono infatti per incidere, direttamente o indirettamente, sulle condizioni di salute.
Particolarmente importante sarà il rapporto con il sistema educativo. La scuola rappresenta il luogo nel quale la conoscenza può trasformarsi in comportamento e il comportamento può produrre cambiamento, purché le competenze mediche, scientifiche, ambientali ed educative siano capaci di dialogare.
La transizione, quindi, non può essere soltanto tecnologica. Deve essere accompagnata da conoscenza, responsabilità, fiducia nella scienza e partecipazione delle comunità, affinché la sostenibilità non venga percepita come un insieme di obblighi esterni, bensì come parte di un nuovo modello di sviluppo.
Imprese e comunità: gli investimenti della transizione
La relazione tra sostenibilità, competitività e sistema produttivo è stata approfondita da Vittorio Vai, responsabile advocacy di A2A, il quale ha portato al convegno il punto di vista di una grande multiutility impegnata nei settori dell’energia, dell’acqua, dei rifiuti, delle reti e della mobilità. Secondo Vai, proprio le imprese maggiormente strutturate hanno la responsabilità di accompagnare le comunità durante la trasformazione energetica e ambientale.
La transizione, ha osservato, deve essere non soltanto sostenibile, ma anche giusta, condivisa e competitiva, poiché una trasformazione incapace di coinvolgere le piccole imprese, i territori e le componenti socialmente più fragili rischierebbe di accentuare le disuguaglianze. Per questa ragione il ruolo delle aziende non dovrebbe limitarsi agli investimenti, bensì comprendere formazione, innovazione, trasferimento delle competenze e collaborazione con istituzioni e università.
A2A, ha ricordato Vai, ha impostato un piano industriale di lungo periodo che guarda al 2035 e prevede 23 miliardi di euro di investimenti, dei quali 16 destinati alla transizione energetica. Tra gli ambiti interessati figurano rinnovabili, reti elettriche e infrastrutture necessarie a sostenere la progressiva elettrificazione dei consumi.
Alla programmazione industriale è stato affiancato un piano di transizione climatica con obiettivi intermedi sino al 2050. Il punto centrale, secondo Vai, è che sostenibilità e strategia economica non vengano considerate due dimensioni separate, poiché gli investimenti ambientali incidono contemporaneamente sulla capacità produttiva, sull’occupazione e sull’attrattività dei territori.
Il tema delle competenze è stato illustrato anche attraverso le attività sviluppate con Svimez per valutare le opportunità occupazionali derivanti dall’attuazione degli obiettivi del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima. Secondo i dati citati durante l’intervento, il raggiungimento degli obiettivi potrebbe contribuire alla creazione di oltre 155 mila posti di lavoro tra il 2026 e il 2030, con una quota significativa nel Mezzogiorno.
Vai ha poi ricordato un progetto rivolto ai giovani NEET in diversi comuni dell’area metropolitana di Napoli, nel quale formazione professionale e inserimento lavorativo sono stati utilizzati per dimostrare come la transizione possa diventare un’opportunità concreta. L’obiettivo, ha spiegato, è rafforzare il cosiddetto “right to stay”, il diritto dei giovani a costruire il proprio futuro nei territori d’origine senza essere necessariamente costretti a trasferirsi altrove.
Con la presentazione del Dipartimento Ambiente e Salute, affidato al coordinamento di Michele De Nutis, il confronto è entrato direttamente nella dimensione sanitaria. Il principio assunto come riferimento è quello della One Health, secondo il quale salute umana, salute animale e salute degli ecosistemi devono essere considerate strettamente connesse e interdipendenti.
De Nutis ha richiamato l’Agenda ONU 2030 e la necessità di sviluppare progetti capaci di collegare monitoraggio ambientale, prevenzione, salute nei luoghi di lavoro, formazione e tecnologie innovative. Tra le esperienze illustrate vi è stata una tecnologia che combina l’impiego di cani addestrati, droni e sistemi robotici per attività di ricerca e sicurezza, con la possibilità di coinvolgere negli interventi anche operatori con disabilità.
Un secondo ambito riguarda la diffusione dei defibrillatori e delle competenze di primo soccorso. Attraverso la collaborazione con associazioni impegnate nella rianimazione cardiopolmonare, Fare Ambiente intende favorire la formazione BLSD nei propri laboratori territoriali e tra le guardie volontarie, affinché la rete associativa possa offrire un ulteriore contributo alle attività di prevenzione e risposta alle emergenze.
De Nutis si è poi soffermato sugli effetti degli spazi verdi sul benessere fisico e psicologico, richiamando studi relativi ai benefici della permanenza negli ambienti naturali. Gli alberi non svolgono soltanto funzioni ecologiche, ma possono contribuire alla riduzione delle temperature urbane, al miglioramento della qualità dell’aria e alla creazione di condizioni favorevoli al benessere psicofisico.
Ampio spazio è stato dedicato anche alla prevenzione delle patologie legate ai fattori ambientali e agli stili di vita. Alimentazione, esposizione al radon, fumo, inquinamento e radiazioni solari rappresentano fattori sui quali, pur non essendo possibile azzerare completamente il rischio, è possibile intervenire attraverso informazione, prevenzione e mitigazione.
È proprio su questo terreno che educazione sanitaria ed educazione ambientale finiscono per sovrapporsi. Conoscere i fattori di rischio, comprendere gli effetti degli stili di vita e acquisire comportamenti più consapevoli significa infatti agire contemporaneamente sulla salute individuale e sulla sostenibilità collettiva.
I medici di famiglia come sentinelle del territorio
La capacità di intercettare precocemente gli effetti dell’ambiente sulla salute è stata affrontata anche dalla rappresentante del Sindacato Medici Italiani, la quale ha sottolineato il ruolo dei medici di medicina generale come osservatori privilegiati delle comunità. Il medico di famiglia conosce infatti non soltanto la patologia del singolo paziente, ma anche il suo contesto familiare, abitativo e sociale, potendo pertanto individuare la comparsa di segnali ricorrenti all’interno di una determinata area.
È questa conoscenza capillare che consente, secondo quanto spiegato durante il convegno, di individuare piccoli cluster di patologie prima che assumano dimensioni più rilevanti. Un compito che richiede tuttavia tempo e la possibilità di passare da una medicina prevalentemente “d’attesa” a una medicina d’iniziativa, orientata maggiormente alla prevenzione.
Come esempio è stata richiamata l’esperienza campana dei registri oncologici e della raccolta dei dati sanitari territoriali, attraverso la quale le informazioni fornite dai medici possono contribuire a mettere in relazione distribuzione delle patologie e caratteristiche ambientali delle differenti aree.
Proprio per questa funzione, è stata sottolineata la necessità di preservare la presenza capillare degli studi medici. La progressiva riduzione del numero dei medici di medicina generale e l’aumento degli adempimenti amministrativi rischiano infatti, secondo la posizione espressa dal Sindacato Medici Italiani, di sottrarre tempo al rapporto con i pazienti e alla capacità di osservazione del territorio.
La prevenzione sanitaria assume dunque anche una dimensione ambientale. Se il medico è in grado di individuare variazioni nell’incidenza di determinate patologie, il dialogo con epidemiologi, amministrazioni, strutture sanitarie e organismi di controllo può consentire di approfondire l’eventuale presenza di fattori ambientali comuni.
Il modello One Health, pertanto, richiede anche sistemi informativi e reti territoriali capaci di mettere in comunicazione le conoscenze. La salute non nasce esclusivamente negli ospedali, poiché viene costruita quotidianamente nei luoghi nei quali le persone vivono, lavorano, studiano e si alimentano.
Ambiente, agricoltura e cooperazione internazionale
Un ulteriore contributo ha riguardato il ruolo dell’agricoltura nella protezione del territorio. Durante il convegno è stato evidenziato come l’agricoltore possa svolgere una funzione di presidio ambientale attraverso la manutenzione dei suoli, la gestione delle aree rurali e la tutela del paesaggio, purché politiche economiche, sociali e ambientali riescano a mantenere un equilibrio reciproco.
Il confronto si è esteso inoltre alla dimensione internazionale, grazie alla presenza di delegazioni straniere e all’intervento da remoto di David Dequaming Wong, responsabile dell’articolazione di Fare Ambiente e Salute a Pechino. Wong ha illustrato le trasformazioni ambientali avvenute negli ultimi anni in alcune aree della Cina, partendo dall’esperienza della desertificazione e delle tempeste di sabbia che in passato interessavano frequentemente Pechino.
Nel suo intervento sono stati illustrati programmi di riforestazione e recupero delle aree desertificate della Mongolia Interna, insieme all’impiego di sistemi fotovoltaici capaci di combinare produzione energetica e protezione del suolo. L’obiettivo descritto è stato quello di ridurre la mobilità delle sabbie, favorire la ricomparsa della vegetazione e contemporaneamente produrre energia da fonti rinnovabili.
Wong ha richiamato inoltre il miglioramento registrato nella qualità dell’aria di Pechino e la diffusione della mobilità elettrica, indicando tali processi come esempi della possibilità di intervenire su problemi ambientali particolarmente complessi attraverso programmazione, tecnologia e investimenti di lungo periodo.
Il messaggio conclusivo dell’intervento ha richiamato una concezione della salute nella quale l’essere umano rimane inseparabile dall’ambiente naturale. Prevenire significa, dunque, comprendere i meccanismi attraverso i quali territorio, clima, alimentazione, comportamento e condizioni sociali interagiscono con l’organismo.
Una concezione che ha ricondotto il confronto alla premessa originaria della giornata: non può esservi salute umana duratura in un ambiente degradato, così come una politica ambientale non può considerarsi completa se non misura i propri effetti sulla salute e sulla qualità della vita.
Dalla conoscenza alla responsabilità
Nelle conclusioni del convegno il presidente Pepe ha richiamato la necessità di consolidare la presenza territoriale di Fare Ambiente, valorizzando il lavoro dei volontari e rafforzando i nuovi dipartimenti dell’associazione. L’obiettivo indicato è costruire un ambientalismo che non neghi i problemi, ma che allo stesso tempo eviti interpretazioni esclusivamente catastrofistiche, assumendo come criterio la conoscenza scientifica, la valutazione del rischio e la ricerca delle soluzioni.
Il concetto di ambiente salubre è stato posto al centro di questa impostazione. Vivere in equilibrio con il territorio, secondo Pepe, significa riconoscere che l’ambiente non costituisce qualcosa di esterno all’essere umano, poiché comprende gli spazi nei quali si svolgono le attività economiche, sociali e familiari e dai quali dipendono sicurezza, benessere e qualità della vita.
La responsabilità individuale assume pertanto un ruolo decisivo. Le politiche pubbliche possono definire obiettivi e norme, tuttavia il loro risultato dipende anche dai comportamenti quotidiani, dalla capacità di custodire gli spazi comuni e dalla consapevolezza con la quale cittadini e organizzazioni interagiscono con il territorio.
Da qui il valore attribuito all’educazione. Conoscenza e cultura devono riuscire a trasformarsi in comportamenti, mentre la formazione deve produrre persone capaci di trasferire competenze e responsabilità all’interno delle proprie comunità. È questo il significato attribuito al percorso concluso al Senato e, contemporaneamente, il punto di partenza del lavoro affidato al nuovo Dipartimento Ambiente e Salute.
Il convegno ha restituito così un'immagine dell’ambiente come questione sanitaria, economica, educativa e sociale, nella quale prevenzione e sostenibilità finiscono per appartenere alla stessa responsabilità collettiva. Dalla qualità dell’aria alla tutela degli alberi, dalla salute animale alla medicina territoriale, dalle reti energetiche alla formazione dei giovani, ogni ambito contribuisce a determinare le condizioni nelle quali una comunità può svilupparsi.
La sfida, pertanto, non consiste soltanto nel individuare nuovi obiettivi ambientali, bensì nel costruire gli strumenti culturali e operativi necessari affinché tali obiettivi divengano parte della vita quotidiana. Ambiente e salute risultano così due espressioni di una medesima esigenza: custodire le condizioni che permettono alle persone e alle generazioni future di vivere, produrre e crescere in territori più sicuri, resilienti e salubri.
