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Approfondimenti

"La stagione dell'identità": alla Camera il confronto sulla crisi della sinistra occidentale

Domenico Petrolo, Matteo Orfini e Danilo Grosso discutono sul libro che spiega l'ascesa delle destre in Occidente, dall'AfD in Germania al voto Trump, approfondendo il tema della paura, la analizzando il bisogno di riconoscimento e il senso di solitudine del presente.

Si è tenuta oggi, 9 settembre 2026, presso la Camera dei Deputati la presentazione di "La stagione dell'identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare", il libro di Domenico Petrolo che, attraverso un’analisi oggettiva della realtà, alimenta il dibattito politico e culturale sul perché la sinistra e le forze progressiste, in Italia come nel resto d'Occidente, fatichino a intercettare il voto popolare. L’incontro, moderato dalla giornalista Elisa Calessi, ha visto la partecipazione di Matteo Orfini e Danilo Grosso, entrambi esponenti del Partito Democratico. A partire dal libro si è sviluppato un confronto che ha toccato temi delicati come l'immigrazione, l'Islam, il ruolo dei social network e la crisi di senso che attraversa le società occidentali.

Partire dalla realtà oggettiva per riflettere sull’attualità

Ad aprire i lavori è stata Elisa Calessi, che ha sottolineato il merito principale del volume: offrire un'analisi il più possibile distaccata dalle appartenenze politiche personali, capace di raccogliere in un unico testo studi, ricerche e interviste su un fenomeno osservato dagli studiosi ormai da vent'anni. La tesi di fondo del libro è tanto semplice quanto scomoda: gli elettori, sempre più spesso, non scelgono più i partiti sulla base di un calcolo economico, ma in difesa della propria identità, del proprio mondo e dei propri valori. La cronaca, del resto, ha offerto a questa presentazione un assist involontario ma perfetto, ha sottolineato Calessi, facendo riferimento al recente successo elettorale ottenuto in Sassonia dal partito tedesco AfD. Un risultato che, proprio come racconta il libro, si conferma l'ennesimo tassello di un percorso iniziato già nel settembre 2024 con la prima vittoria del partito di estrema destra in un Land tedesco. È stato proprio a partire da questa vicenda di attualità politica che ha avuto inizio la presentazione.

L'identità come nuova frontiera del voto

Nel suo intervento, Domenico Petrolo ha spiegato come sia nata l'idea del libro: da anni osservava che il campo del centrosinistra guarda alla realtà con un approccio quasi esclusivamente economicista, come se la spiegazione di ogni fenomeno politico si riducesse alla questione salariale o alle diseguaglianze. Il libro, ha raccontato, nasce proprio dall’urgenza di ricordare che accanto alla dimensione materiale esiste una dimensione emotiva ed esistenziale fondamentale per le persone e che oggi viene lasciata quasi per intero nelle mani delle destre e dei movimenti populisti. Secondo l'autore, in Occidente si è affermata una percezione diffusa di minaccia: verso l'Islam radicale, verso un'immigrazione percepita come non governata, verso gli eccessi della cultura woke e verso una globalizzazione che, quando porta via un'impresa da un territorio, non cancella soltanto posti di lavoro ma anche ruoli sociali e identità collettive. A questo si aggiunge un fattore demografico non secondario: società sempre più anziane faticano fisiologicamente a metabolizzare cambiamenti rapidi, un tema che nel libro viene approfondito anche grazie al confronto con lo psicologo Emanuele Carop, secondo cui abbandonare la propria identità per assumerne un'altra equivale, in un certo senso, a reimparare a camminare da adulti e difficilmente si è disposti a mettere in discussione sé stessi. La resistenza al cambiamento è un problema notevole se si considera la velocità inedita dell'innovazione digitale: se nel passato le rivoluzioni industriali si susseguivano nell'arco di decenni, oggi la trasformazione tecnologica è pressoché permanente, e non tutti hanno le stesse risorse per adeguarsi ad essa. Il risultato, secondo Petrolo, è un Occidente pervaso da insicurezza e da un bisogno primario che precede persino la richiesta di soluzioni concrete: il bisogno di essere visti e riconosciuti, un terreno su cui, ha osservato l'autore, i movimenti populisti si dimostrano sistematicamente più abili delle forze politiche tradizionali, di qualunque colore esse siano.

Il caso Germania: perché anche gay e laureati votano AfD

Uno dei passaggi più discussi dell'incontro ha riguardato proprio la Germania. Petrolo ha contestato con forza una lettura che considera semplicistica: quella secondo cui il successo di AfD sarebbe spiegabile soltanto con il disagio economico della classe operaia. I numeri raccontano una realtà più complessa: oltre il 30% degli elettori benestanti, il 42% dei giovani tra i 18 e i 24 anni e oltre il 30% dei laureati sostiene il partito. Ancora più sorprendente, secondo Petrolo, sarebbe il dato relativo alla comunità omosessuale tedesca, tra cui l'AfD risulterebbe il primo partito: un fenomeno che l'autore collega al timore, diffuso anche in altri contesti come Francia e Regno Unito, verso un'immigrazione percepita come non compatibile con i diritti conquistati. Secondo l’autore, quindi, anche in questo caso ridurre la vittoria del partito di estrema destra ad un successo di natura economica, equivale a commettere lo stesso grave errore di cui parla nel suo libro. Nel suo intervento Petrolo ha anche ricostruito la genesi del partito nato come formazione euroscettica prima di virare a destra nel 2015, in concomitanza con due eventi che considera decisivi per la storia politica tedesca recente: l'accoglienza di un milione di profughi siriani voluta da Angela Merkel nell'agosto del 2015, e le aggressioni di massa avvenute a Colonia nella notte di Capodanno tra il 2015 e il 2016. Da lì, ha ricordato, l'AfD sarebbe passata in pochi anni da forza marginale a terzo partito tedesco, in un contesto reso ancora più fragile dalle difficoltà industriali del Paese, dalla crisi dell'automotive ai risultati sportivi deludenti della nazionale di calcio, letti dall'autore come sintomi di una più ampia crisi identitaria.

Orfini: "L'analisi è corretta, ma la protezione non basta"

Il primo a raccogliere la sollecitazione è stato Matteo Orfini, che ha definito il libro un testo capace di mettere in discussione certezze consolidate. Pur dichiarandosi d'accordo con la diagnosi di fondo, Orfini ha voluto marcare una distanza netta sulle possibili soluzioni. Innanzitutto, ha riconosciuto che il dato di realtà è ormai innegabile: negli Stati Uniti come in Germania, categorie sociali danneggiate dal capitalismo contemporaneo finiscono per votare proprio quelle forze sostenute dagli stessi poteri economici che ne hanno peggiorato le condizioni, un cortocircuito che manda in crisi le vecchie chiavi di lettura della sinistra. Inoltre, ha affermato che, di fronte ad un mondo che cambia, agli sconvolgimenti e alla paura, il bisogno di sentirsi rassicurati da chi governa è fisiologico. Le destre sanno riconoscere questa necessità, rispondendo con l’idealizzazione del passato e puntando il dito contro un nemico comune. Al contrario, ha ammesso Orfini, la sinistra non ha saputo percepire questo bisogno e si è limitata a contrastare le paure con i dati, spiegando che spesso molte di esse sono mere percezioni che non corrispondono alla realtà. In questo caso, ha affermato, la paura ha un carattere politico, in quanto si dimostra in grado di determinare l’intenzione di voto, perciò, anche se infondata, va riconosciuta e combattuta, in un modo che va ben oltre la presentazione di dati e numeri.

Orfini, però, ha respinto l’analisi critica sull’atteggiamento che la sinistra assume in relazione a determinate tematiche. La sinistra riconosce che la sfida odierna sia culturale prima che politica, ma non deve adottare le soluzioni proprie dell’ideologia di destra. In particolare, sul tema dell'immigrazione, secondo il deputato, la sinistra italiana non ha evitato per pregiudizio ideologico di affrontare il tema della sicurezza, come dimostrerebbe la stessa candidatura di Marco Minniti alla segreteria del Partito Democratico, quanto piuttosto il rischio, già sperimentato, che inseguire le ricette securitarie della destra finisca per rafforzare la destra stessa. Orfini ha inoltre preso le distanze anche l'idea che la risposta alla paura e alle minacce rivolte all’identità debba essere semplicemente "fare protezione". Per Orfini la sinistra non è mai stata soltanto tutela dello status quo, ma spinta all'emancipazione: se la frattura oggi è culturale prima che economica, limitarsi a rassicurare non basta, serve immaginare un cambiamento più radicale nel modo in cui sono organizzate le società occidentali, partendo dai ritmi di vita imposti dal lavoro fino agli effetti, ancora tutti da comprendere, dell'intelligenza artificiale sulle nuove generazioni.

La paura, il welfare e l’Islam politico

Danilo Grosso ha invece insistito sulla centralità della paura come chiave interpretativa del voto contemporaneo, raccontando anche un episodio personale di insicurezza vissuto in prima persona per spiegare quanto questo sentimento possa essere pervasivo e trasversale, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche. Pur apprezzando il lavoro di sistematizzazione compiuto da Petrolo, ha preso le distanze dal titolo scelto per l'incontro, ribadendo che il welfare e la lotta alle diseguaglianze restano, a suo giudizio, elementi imprescindibili e non sostituibili dalla sola dimensione identitaria. Grosso ha anche proposto una lettura più politica che religiosa del tema dell'Islam, distinguendo tra la dimensione di fede individuale e le strategie geopolitiche di alcuni Stati, tra i quali ha citato in particolare la Turchia, nella costruzione di luoghi di culto in Europa, letta come strumento di proiezione di influenza e controllo, più che come semplice luogo di culto. Su questo tema Petrolo ha rivendicato la scelta di dedicare un intero capitolo del suo libro a quello che definisce un progetto politico di lungo periodo di penetrazione culturale e politica in Europa portato avanti dall’Islam, richiamando dichiarazioni attribuite a servizi di intelligence francesi e tedeschi e distinguendo con nettezza tra la libertà religiosa individuale e l'imposizione di un ordinamento alternativo a quello statale. Un tema, ha precisato, che intende continuare a porre pubblicamente pur consapevole delle polemiche che può generare.

Il tema del riconoscimento nell’era dei social tra solitudine e crisi delle comunità

Sul fronte del riconoscimento, sollecitato da una domanda sul paradosso dei social network, spazi che dovrebbero moltiplicare le occasioni di visibilità individuale, che però convivono con un crescente senso di invisibilità collettiva, Petrolo ha richiamato il dialogo, presente nel libro, con lo storico tedesco Philip Blom, secondo cui la logica delle echo chambers impedirebbe ormai la costruzione di una verità condivisa. Da qui la tesi centrale dell'autore: le forze nazionaliste non vincono perché più abili sui social, ma perché sanno intercettare e nominare fratture reali, già esistenti nella società, mentre le forze moderate hanno spesso liquidato quelle stesse paure come mere percezioni, senza offrire un riconoscimento autentico. Tra queste riflessioni si colloca anche un ulteriore filo interpretativo: la crescente solitudine delle persone e l'indebolimento delle reti comunitarie tradizionali, dalla famiglia allargata al vicinato, che un tempo offrivano un sostegno oggi sempre più affidato a soluzioni individuali e di mercato. Un tema, quello dell’isolamento e della fragilità dei legami sociali, che secondo i relatori merita di entrare a pieno titolo nell'agenda politica, insieme alla difficoltà, condivisa da tutte le forze politiche, di proporre riforme incisive in un contesto sociale segnato dalla paura del cambiamento. A chiudere l'incontro è stato un invito alla costruzione del dialogo, anche tra culture diverse, e alla necessità di non arrendersi allo status quo: la vera sfida, è stato ribadito nelle battute finali, non è soltanto proteggere ciò che si ha, ma tornare a immaginare un futuro migliore, restituendo alla politica progressista quella capacità di visione che, secondo gli stessi relatori, negli ultimi anni sembra essersi progressivamente smarrita.

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