Un confronto internazionale tra diritto, diplomazia e nuove forme di partecipazione: dalle convenzioni UNESCO ai giovani nei negoziati ONU, fino al caso della dieta mediterranea.
Si è svolto a Palazzo Carpegna il Seminario Internazionale: Lobbying, Advocacy and Cultural Diplomacy, promosso su iniziativa del senatore Marco Meloni nell'ambito della Summer School PLAT-EU 2026 di UnitelmaSapienza che ha riunito studiosi, diplomatici e giovani ricercatori provenienti da tutto il mondo. Un incontro che ha intrecciato teoria economica, diritto costituzionale comparato ed esperienze concrete di advocacy internazionale, offrendo uno sguardo a tutto tondo su un tema tanto discusso quanto poco compreso nel dibattito pubblico italiano: il lobbying, non come deviazione della politica, ma come strumento potenzialmente virtuoso per la qualità delle decisioni pubbliche.
L'apertura: il lobbying come informazione, non come sospetto
Ad aprire i lavori è stato il senatore Antonio Nicita, che ha collocato la discussione nel contesto di un'estate politicamente calda tanto per l'Italia quanto per l'Europa, richiamando il dibattito in corso attorno a una nuova proposta di legge italiana sulla materia. Da economista prestato alla politica, Nicita ha proposto una lettura che affonda le radici nella storia del pensiero economico: se, come l'intuizione che da Adam Smith arriva fino a Friedrich von Hayek suggerisce, il mercato funziona come istituzione capace di aggregare informazioni disperse tra gli attori economici, allora anche la politica, per produrre policy efficaci ed evidence-based, ha bisogno di meccanismi analoghi per raccogliere e trasformare in conoscenza pubblica le informazioni private diffuse nella società. In questa cornice il lobbying, lungi dall'essere un fenomeno da arginare, diventa uno strumento che può colmare un vuoto informativo cruciale per chi legifera. Ma perché questo funzioni davvero, ha avvertito Nicita, non basta la trasparenza nella raccolta dei dati: serve che le istituzioni, ma soprattutto agenzie indipendenti capaci di analizzare l'impatto delle decisioni e simulare scenari alternativi, accompagnino i legislatori nel trasformare l'informazione ricevuta in competenza e, infine, in azione consapevole. Solo così, ha concluso, si può superare la sterilità di un confronto polarizzato tra schieramenti contrapposti, a vantaggio di una politica capace di spiegare pubblicamente perché una scelta è stata preferita a un'altra.
Diplomazia culturale multilaterale: il ruolo dei "corridoi"
La prima relazione della giornata, dedicata alla diplomazia culturale multilaterale, è stata affidata al professor Ghazi Gherairi, docente di diritto pubblico all'Università di Cartagine ed ex ambasciatore della Tunisia presso l'UNESCO e l'Organizzazione Internazionale della Francofonia. Partendo da una riflessione in merito a cosa accade nei corridoi delle conferenze internazionali, al di là delle sedute ufficiali, Gherairi ha proposto una lettura aggiornata del concetto di soft power teorizzato da Joseph Nye, sostenendo che oggi la diplomazia culturale non può più essere pensata come appannaggio esclusivo degli Stati. Accanto ai rappresentanti governativi, ha spiegato, agiscono ormai organismi tecnici ed esperti, come ad esempio ICCROM a Roma o al sistema della Convenzione UNESCO del 1972 sul patrimonio mondiale, il cui parere pesa enormemente sulle decisioni degli Stati membri. Ad esempio, un dossier che riceve un parere sfavorevole dagli esperti tecnici, ha raccontato Gherairi citando casi concreti, può comunque arrivare all'iscrizione grazie a un lavoro di lobbying capillare condotto nei mesi precedenti alla sessione plenaria. Gherairi ha inoltre ricostruito la genesi di due strumenti giuridici internazionali di grande rilievo: la Convenzione UNESCO del 2003 sul patrimonio immateriale e quella del 2005 sulla diversità delle espressioni culturali, quest'ultima nata anche come risposta europea, e in particolare francese, alla logica del commercio internazionale che equiparava i beni culturali a qualsiasi altra merce. Il dibattito che ne è seguito ha toccato un nodo delicato: quello della regolamentazione delle pratiche di lobbying negli organismi multilaterali. Gherairi ha ammesso una sorta di "schizofrenia" diplomatica, per cui pratiche informali largamente utilizzate raramente trovano riconoscimento esplicito nei codici di condotta ufficiali. Alla domanda se il crescente indebolimento delle organizzazioni multilaterali renda superato questo tipo di analisi, il relatore ha risposto richiamando la tenuta della Convenzione del 1972, che conta oggi più Stati membri delle stesse Nazioni Unite: un segnale, a suo avviso, della resilienza della diplomazia multilaterale anche nei momenti di maggiore tensione geopolitica.
America Latina: dalla nazione omogenea alla governance partecipativa
Il secondo intervento, curato da Maria Helena Japiassu Marinho de Macedo, addetta culturale presso l'Ambasciata del Brasile presso la Santa Sede e ricercatrice alla Cattedra UNESCO in Patrimonio Culturale Immateriale e Diritto Comparato di Unitelma Sapienza. La relatrice ha spostato lo sguardo sull'America Latina, un continente le cui società profondamente plurali si sono storicamente confrontate con progetti politici costruiti sull'idea di un'identità nazionale unitaria. De Macedo ha ricostruito il percorso che, a partire dai processi di indipendenza, ha portato molti Paesi latinoamericani, come Brasile, Messico, Ecuador e Bolivia, a un progressivo riconoscimento costituzionale della diversità culturale, fino a modelli di interculturalità costituzionale e, in alcuni casi, di plurinazionalità. Un percorso che pone una domanda di fondo: può uno Stato preservare la propria unità politica senza imporre un'uniformità culturale? La risposta implicita nell'esperienza latinoamericana, secondo la relatrice, è che sovranità e diversità non sono necessariamente in contraddizione. Da qui la ricaduta sulla diplomazia culturale, chiamata a superare la funzione tradizionale di proiezione di un'immagine nazionale omogenea per farsi invece strumento di advocacy per i diritti culturali e la partecipazione. Gli esempi citati sono stati diversi: il ruolo della leader indigena brasiliana Fernanda Kanigang nei negoziati OMPI (Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale) sulle conoscenze tradizionali, i processi di restituzione del patrimonio archeologico in Messico, la "diplomazia dei popoli" rivendicata dalla Bolivia, il paradigma costituzionale del buen vivir promosso dall'Ecuador. Nel dibattito con la platea, composta in parte da studenti latinoamericani, sono emerse anche le fragilità di questi modelli: dalla debolezza dei meccanismi di partecipazione delle comunità indigene in Argentina all'instabilità istituzionale che in Ecuador rende incerta la reale efficacia di un impianto costituzionale che sulla carta si dimostra molto avanzato.
I giovani alle Nazioni Unite: la sfida della partecipazione
Un cambio di prospettiva netto è arrivato con l'intervento di Martina Borrello, Advisor on Young Women’s Empowerment presso la FAO, che ha illustrato in modo molto concreto i meccanismi attraverso cui le nuove generazioni possono far sentire la propria voce nei processi decisionali delle Nazioni Unite. Borrello ha insistito su un punto: portare un solo giovane al tavolo delle trattative rischia di essere un gesto simbolico e poco efficace, se non si costruiscono infrastrutture stabili capaci di raccogliere e organizzare in modo strutturato le istanze di una popolazione giovanile per definizione plurale. Tra gli strumenti illustrati figurano lo UN Youth Delegate Programme, il Major Group for Children and Youth attivo nei processi di revisione degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, e diversi organismi consultivi settoriali, dallo Youth Advisory Board dell'Organizzazione Meteorologica Mondiale alle consultazioni promosse ogni anno da UN Women. Particolare attenzione è stata dedicata alla World Food Forum Youth Initiative della FAO, che negli ultimi cinque anni ha dato vita a un'architettura articolata su due livelli: una Youth Assembly, con gruppi tematici che alimentano ogni anno gli organi di governance dell'agenzia, e una rete composta dai cosiddetti National Youth Chapters, che sono oltre un centinaio in tutto il mondo e che operano in autonomia rispetto alla FAO, la quale si limita a un ruolo di facilitazione tra le organizzazioni giovanili e i governi nazionali. Alle domande della platea sul rischio che questi meccanismi finiscano per riprodurre le stesse disuguaglianze (tra Nord e Sud globale, tra chi ha più risorse familiari e chi meno) Borrello ha risposto indicando nell'accesso all'informazione la disuguaglianza più insidiosa, e ha insistito sull'importanza di una logica "a cascata": chi acquisisce conoscenza di questi strumenti ha la responsabilità di trasmetterla ad altri. Sul fronte più pratico, ha inoltre riflettuto sulla povertà di tempo, che colpisce le nuove generazioni e in modo particolare le giovani donne gravate da responsabilità di cura che continuano a venir loro attribuite. Questo, ha sottolineato Borrello, è uno degli ostacoli più concreti alla partecipazione, suggerendo formati di consultazione più brevi e calibrati sui ritmi di vita reali delle comunità coinvolte.
Il caso della dieta mediterranea: dalla comunità locale all'Assemblea Generale ONU
A chiudere i lavori è stata Sara Roversi, presidente del Future Food Institute e responsabile del Segretariato della Rete delle comunità emblematiche della Dieta Mediterranea, con una relazione che ha ripercorso un caso di scuola di diplomazia dal basso. Il racconto è partito dal riconoscimento della dieta mediterranea come patrimonio immateriale dell'UNESCO nel 2010, traguardo preceduto da decenni di studi a partire dalle ricerche del dopoguerra di Ancel e Margaret Keys nel Cilento, per arrivare fino all'istituzione, lo scorso dicembre, della Giornata Internazionale della dieta mediterranea, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un percorso, ha spiegato Roversi, nato dal basso: dalla scelta di alcune comunità emblematiche, come Pollica in Italia, Chefchaouen in Marocco, di affidare a un coordinamento comune la rappresentanza di un patrimonio condiviso, fino a un lavoro di raccordo tra agenzie ONU (FAO e UNESCO in primis) spesso non comunicanti tra loro. La relatrice ha insistito sulla centralità delle comunità locali, definite un elemento di continuità capace di attraversare indenne gli avvicendamenti politici, e sulla necessità di un modello di partnership pubblico-privata in cui ciascun attore mantenga il proprio ruolo distintivo. Tra i progetti concreti citati, un programma di ricerca condotto con il Policlinico Gemelli di Roma e Susan G. Komen che promuove la dieta mediterranea come pilastro fondamentale sia per la prevenzione dei tumori al senso, sia come supporto concreto per migliorare l’efficacia delle terapie sulle donne in trattamento. Un esempio pratico sulla possibilità di coniugare patrimonio culturale, salute pubblica e diplomazia scientifica.
