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Approfondimenti

Underwater economy, l’Italia misura la nuova frontiera strategica dei fondali

Il primo Rapporto nazionale definisce il perimetro economico e produttivo di una filiera ancora poco conosciuta, ma già caratterizzata da competenze avanzate e da una rilevante capacità industriale. Dai cavi sottomarini alla robotica, dall’energia offshore alla protezione delle infrastrutture critiche, i fondali assumono un ruolo crescente nelle strategie economiche e di sicurezza del Paese.

La presentazione del “1° Rapporto Nazionale sulla Dimensione Subacquea Italiana”, promossa dalla senatrice Simona Petrucci, presidente dell’Intergruppo parlamentare per l’Economia del Mare, ha rappresentato un momento di confronto sul valore economico, industriale e strategico delle attività che si sviluppano sotto la superficie marina. Il dibattito ha approfondito la consistenza della filiera nazionale, il patrimonio tecnologico delle imprese, la tutela dei cavi e delle infrastrutture critiche, nonché le prospettive connesse alla ricerca scientifica, all’energia offshore e all’impiego di sistemi autonomi. Ai lavori hanno preso parte i ministri Adolfo Urso e Nello Musumeci, insieme a rappresentanti del Parlamento, della Marina Militare, della Guardia Costiera, del sistema camerale, del Polo Nazionale della Dimensione Subacquea, della comunità scientifica e del comparto industriale. I diversi contributi hanno delineato un settore ancora in fase di definizione sotto il profilo statistico, ma già caratterizzato da competenze avanzate, occupazione qualificata e una rilevante capacità di innovazione. Il rapporto ha pertanto offerto una prima base organica di conoscenza, utile a misurare il peso dell’underwater economy e a sostenere la definizione delle future politiche nazionali in materia di sviluppo, sicurezza e competitività.

I dati come fondamento delle politiche per la subacquea

La prima misurazione organica della dimensione subacquea italiana nasce dalla necessità di attribuire un perimetro economico riconoscibile a un insieme di attività che, pur incidendo già sulla vita quotidiana e sul funzionamento del sistema produttivo, erano rimaste prive di una rappresentazione statistica autonoma. L’underwater economy non coincide infatti con un singolo settore, poiché comprende prodotti, infrastrutture, tecnologie e servizi distribuiti tra cantieristica, elettronica, informatica, telecomunicazioni, meccanica, ingegneria, ricerca scientifica, energia e difesa, con imprese che spesso operano contemporaneamente anche nell’aerospazio, nell’automotive e in altre filiere ad alta intensità tecnologica.

Il rapporto è stato realizzato dall’Osservatorio nazionale sull’Economia del Mare - OsserMare di Informare - azienda speciale della Camera di commercio Frosinone Latina, insieme al Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne, con la collaborazione del Polo Nazionale della Dimensione Subacquea, di Unioncamere e di Assonautica Italiana. Il lavoro discende dal protocollo sottoscritto nel dicembre 2025, il quale ha consentito di mettere in relazione le competenze operative del Polo con le capacità di analisi economica del sistema camerale, affinché la conoscenza del comparto non rimanesse affidata a valutazioni generali, bensì fosse sostenuta da dati verificabili, classificazioni dei prodotti e informazioni sulle imprese.

La senatrice Simona Petrucci, la quale ha ricondotto la presentazione alla più ampia attività parlamentare dedicata all’economia del mare, ha individuato nel rapporto uno strumento destinato a sostenere il processo legislativo. Le norme, secondo tale impostazione, devono partire dalla conoscenza delle esigenze operative, industriali e territoriali, giacché una disciplina costruita senza un confronto con chi produce, ricerca e lavora in ambiente subacqueo rischierebbe di introdurre obblighi difficili da applicare o di non rispondere alle effettive necessità del comparto.

La raccolta dei dati assume pertanto una funzione che supera quella puramente descrittiva, poiché consente di individuare le specializzazioni nazionali, le aree di maggiore concentrazione produttiva, le tecnologie considerate strategiche e gli eventuali divari territoriali. Lo studio rappresenta una prima fotografia, destinata a essere aggiornata e ampliata, ma offre già alle amministrazioni e agli operatori una base comune attraverso la quale valutare investimenti, programmi di ricerca, strumenti di sostegno alle imprese e politiche di formazione.

Nel messaggio inviato ai partecipanti, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha richiamato la necessità di una visione integrata della dimensione subacquea, nella quale la crescita economica venga collegata alla protezione delle infrastrutture, alla transizione energetica, all’innovazione e alla tutela dell’ambiente marino. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, il quale ha ricordato il percorso che ha condotto alla costituzione del Polo Nazionale e all’istituzione dell’Agenzia per la sicurezza delle attività subacquee, ha indicato nel rapporto uno strumento utile a orientare le future politiche di sviluppo, sicurezza e innovazione.

La disponibilità di una cornice normativa dedicata rappresenta uno degli elementi che accompagnano tale processo. La legge sulla sicurezza delle attività subacquee ha disciplinato mezzi, infrastrutture, operatori e responsabilità, introducendo un sistema nazionale rivolto alla prevenzione dei rischi e alla tutela degli interessi strategici. L’analisi economica e la regolazione procedono dunque lungo la stessa direttrice, poiché la crescita di una filiera tanto complessa richiede certezza delle regole, capacità di controllo e un costante confronto tra istituzioni, imprese e comunità scientifica.

Una filiera produttiva concentrata e competitiva

L’individuazione delle imprese attive nella dimensione subacquea ha richiesto una metodologia differente rispetto a quella utilizzata per misurare l’economia del mare nel suo complesso, giacché non esiste una classificazione Ateco capace di separare automaticamente le produzioni underwater dalle altre attività. Il gruppo di ricerca è partito dalle aziende coinvolte nei programmi del Polo Nazionale, ampliando successivamente la platea attraverso l’analisi delle produzioni, l’impiego di strumenti di intelligenza artificiale, il web scraping e la verifica diretta delle attività svolte.

Da un insieme iniziale di circa 1.700 imprese potenzialmente riconducibili alla filiera sono stati individuati 223 operatori effettivamente attivi, mentre per 189 aziende è stato possibile completare l’integrazione con le banche dati economiche, occupazionali, produttive e brevettuali. Si tratta di un insieme limitato sotto il profilo numerico, tuttavia caratterizzato da una consistenza industriale rilevante, poiché le imprese censite impiegano complessivamente 63.458 addetti, generano 30,5 miliardi di euro di fatturato e producono 7,3 miliardi di valore aggiunto.

Tali valori comprendono l’intera attività economica delle aziende considerate e non soltanto quella direttamente riconducibile alla dimensione subacquea, poiché molti operatori lavorano anche nella costruzione navale, nell’aerospazio, nella meccanica, nell’elettronica e nei servizi di ingegneria. Il rapporto ha pertanto isolato una seconda grandezza, pari a 3,5 miliardi di euro, la quale rappresenta il valore dei prodotti specificamente riferibili all’underwater e commercializzati nel 2022, a fronte degli 1,1 miliardi registrati nel 2013.

L’incremento maturato nell’arco di nove anni raggiunge il 216%, mentre tra il 2017 e il 2022 il valore delle produzioni ha mostrato una crescita media annua superiore a quella del complesso dei prodotti industriali. La stima rimane cautelativa, poiché non comprende la spesa pubblica, le attività di ricerca, i servizi ingegneristici, le produzioni della Marina Militare, le attività estrattive e una parte delle prestazioni collegate alla gestione delle infrastrutture, pertanto la consistenza effettiva della filiera potrebbe risultare più ampia.

Le aziende analizzate operano nella fabbricazione di mezzi di trasporto, apparecchiature elettriche ed elettroniche, computer, sensori, sistemi di comunicazione e macchinari, oltre che nei settori della ricerca, dell’informatica, dell’ingegneria e della lavorazione dei materiali. Una struttura articolata, nella quale i grandi gruppi svolgono una funzione di integrazione, mentre piccole e medie imprese, start-up e spin-off universitari sviluppano componenti, materiali e soluzioni altamente specializzate.

La concentrazione rimane elevata, poiché una quota limitata di grandi imprese raccoglie la maggior parte degli addetti, dei ricavi e del valore aggiunto. Lombardia e Lazio occupano le prime posizioni, alle quali si aggiungono Liguria, Toscana, Friuli Venezia Giulia e altri territori nei quali sono presenti competenze legate alla cantieristica, all’aerospazio, alla robotica e alla ricerca. Il rapporto segnala tuttavia una minore partecipazione delle isole e di alcune aree del Mezzogiorno, nonostante la presenza di università, infrastrutture portuali e filiere industriali suscettibili di essere coinvolte nei futuri programmi.

Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, ha distinto la natura dell’economia del mare da quella dell’underwater, descrivendo la prima come una realtà diffusa nei territori e sostenuta da turismo, logistica, pesca, portualità e servizi, mentre la seconda appare maggiormente concentrata su imprese, prodotti e tecnologie. Non una separazione tra due sistemi, bensì un rapporto nel quale l’innovazione sviluppata per operare in profondità può trasferirsi alle filiere marittime tradizionali, accrescendone la produttività e la capacità competitiva.

Brevetti, competenze e tecnologie per ambienti complessi

La specializzazione tecnologica costituisce uno dei principali elementi emersi dal rapporto, poiché le 189 imprese analizzate detengono complessivamente 12.659 brevetti, un patrimonio superiore a quello rilevato nell’insieme molto più ampio delle aziende appartenenti all’economia del mare. Il dato mostra come la dimensione subacquea richieda un’intensità di ricerca elevata, giacché l’ambiente nel quale i sistemi devono operare impone soluzioni capaci di resistere alla pressione, alla corrosione, all’oscurità e alla difficoltà delle comunicazioni.

Una parte consistente del patrimonio brevettuale è riconducibile alle tecnologie strategiche europee STEP, all’interno delle quali sono stati individuati 2.840 brevetti riferiti alla deep tech e alle soluzioni net-zero. Robotica, sistemi autonomi, intelligenza artificiale, materiali avanzati, sensoristica, accumulo energetico e comunicazioni rappresentano le aree nelle quali si concentra una parte rilevante dell’attività innovativa, sebbene molte di queste tecnologie siano condivise con l’aerospazio, l’automotive e la difesa.

L’ambiente subacqueo non consente l’impiego diretto dei sistemi utilizzati in superficie, poiché la propagazione dei segnali è limitata, il posizionamento satellitare non è disponibile e le operazioni avvengono spesso in condizioni di visibilità ridotta. Ne deriva la necessità di sviluppare mezzi capaci di navigare autonomamente, comunicare attraverso reti dedicate, riconoscere ostacoli e anomalie, raccogliere dati e svolgere attività di ispezione o manutenzione senza la costante presenza di un operatore.

Le applicazioni comprendono droni subacquei e di superficie, sensori per la sorveglianza delle infrastrutture, veicoli autonomi, apparati per la posa e la manutenzione dei cavi, sistemi di comando e controllo, batterie ad alta capacità e materiali destinati alle profondità marine. Soluzioni nate per finalità militari possono trovare un impiego immediato nella ricerca scientifica, nell’energia offshore, nel monitoraggio ambientale e nella manutenzione industriale, mentre tecnologie sviluppate in ambito civile possono essere adattate alle esigenze della sicurezza.

La natura duale delle produzioni rappresenta pertanto un elemento strutturale della filiera e richiede una cooperazione stabile tra amministrazioni, forze armate, università e imprese. Un sistema progettato per individuare un’attività anomala nei pressi di un gasdotto può essere utilizzato anche per controllare una rete elettrica, monitorare un’area marina protetta o analizzare le condizioni geologiche dei fondali, giacché la base tecnologica rimane la medesima, pur variando la finalità operativa.

Alla capacità innovativa si affianca la qualità del capitale umano: le imprese censite impiegano 25.403 laureati, pari al 40% degli addetti complessivi, una quota quasi doppia rispetto alla media manifatturiera nazionale. Ingegneri, informatici, tecnici, geologi, biologi, esperti di materiali e operatori specializzati concorrono alla realizzazione di sistemi complessi, tuttavia la crescita futura dipenderà dalla capacità di formare nuove professionalità e di trattenere competenze che trovano una domanda crescente anche sui mercati internazionali.

Università e centri di ricerca assumono quindi un ruolo che non può essere limitato alla fase teorica, poiché la filiera richiede laboratori, infrastrutture di sperimentazione e percorsi formativi collegati alle esigenze produttive. Il rapporto restituisce una base industriale già qualificata, ma segnala indirettamente la necessità di ampliare la partecipazione delle piccole imprese e dei territori, affinché la concentrazione delle competenze non diventi un limite alla diffusione dell’innovazione.

Le infrastrutture sottomarine tra economia e sicurezza nazionale

La dimensione subacquea ospita una parte essenziale delle infrastrutture dalle quali dipendono le economie contemporanee. Cavi per le telecomunicazioni, condotte energetiche, elettrodotti, gasdotti e sistemi di collegamento attraversano i fondali, rendendo possibile la trasmissione dei dati, il funzionamento dei servizi digitali e l’approvvigionamento di energia, sebbene tali reti rimangano spesso invisibili nella percezione pubblica.

Andrea Prete, presidente di Unioncamere, il quale ha richiamato la tradizione italiana nella produzione dei cavi e nella costruzione navale, ha osservato come il Paese disponga già di un patrimonio industriale rilevante. La posizione al centro del Mediterraneo, tra Europa, Africa e Medio Oriente, assegna inoltre all’Italia una funzione di collegamento che può generare opportunità economiche, ma che comporta anche responsabilità nella protezione delle rotte e dei punti di approdo.

Lo sviluppo delle energie offshore, l’aumento della domanda di trasmissione dei dati e la realizzazione di nuove interconnessioni renderanno progressivamente più estesa la rete collocata sotto la superficie marina. L’underwater economy non riguarda pertanto soltanto la produzione dei mezzi utilizzati nelle profondità, bensì l’intero ciclo di progettazione, posa, sorveglianza, manutenzione e protezione delle infrastrutture, il quale richiede capacità industriali e sistemi regolatori adeguati.

Roberta Pinotti, presidente della Fondazione Polo Nazionale della Subacquea, ha ricordato come l’attenzione istituzionale verso i fondali sia maturata prima che il danneggiamento dei gasdotti Nord Stream rendesse evidente la vulnerabilità delle reti sottomarine. Le comunicazioni, l’elettricità e l’energia transitano in gran parte attraverso sistemi collocati sotto il mare, pertanto la sicurezza di tali infrastrutture non può essere considerata una competenza esclusivamente militare, giacché interessa direttamente la continuità delle attività economiche e dei servizi civili.

L’evoluzione dello scenario geopolitico ha modificato anche la percezione delle profondità, le quali non rappresentano più una barriera sufficiente contro sabotaggi o azioni ostili. Sistemi capaci di raggiungere quote considerevoli sono disponibili non soltanto agli Stati e alle grandi organizzazioni industriali, bensì anche a soggetti dotati di tecnologie commerciali, mentre la natura ibrida delle minacce rende spesso difficile distinguere un incidente da un’azione intenzionale.

L’ammiraglio di squadra Fabio Gregori, sottocapo di Stato Maggiore della Marina Militare e presidente del Comitato di direzione strategica del Polo, ha descritto il passaggio da una concezione dell’underwater come semplice area operativa a quella di un dominio da conoscere e presidiare. Dopo il danneggiamento del Nord Stream, la Marina ha avviato l’operazione “Fondali Sicuri”, rivolta al monitoraggio dei gasdotti, dei cavi e delle altre infrastrutture critiche presenti nelle acque di interesse nazionale.

La raccolta delle informazioni richiede il coinvolgimento degli operatori economici, i quali conoscono il funzionamento degli impianti e possono rilevare variazioni o anomalie, mentre le istituzioni devono integrare dati provenienti da fonti differenti e assicurare una capacità di intervento coordinata. La tutela delle infrastrutture assume pertanto un valore economico, poiché l’interruzione di una rete può incidere sulla produzione, sulle comunicazioni, sui trasporti e sulla sicurezza energetica dell’intero Paese.

Il Polo Nazionale come modello di cooperazione

Il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea è stato concepito come un ecosistema nel quale le necessità operative delle istituzioni possano incontrare le capacità tecnologiche delle imprese e le competenze scientifiche delle università. Giulio Cappelletti, direttore della struttura operativa, ha illustrato un percorso che in meno di tre anni ha coinvolto circa 260 operatori economici, comprendendo grandi gruppi, piccole e medie imprese, centri di ricerca e atenei.

I primi bandi hanno consentito di individuare le realtà già attive e le tecnologie disponibili, mentre le fasi successive hanno progressivamente orientato la ricerca verso componenti e sottosistemi nazionali. Una parte degli apparati impiegati nei mezzi underwater, tra i quali sistemi di navigazione, batterie e dispositivi di comunicazione, viene infatti ancora acquistata all’estero, con conseguenze sull’autonomia, sulla manutenzione e sulla possibilità di adattare le tecnologie alle esigenze operative.

La sovranità tecnologica non coincide con l’isolamento dai programmi internazionali, bensì con la capacità di parteciparvi disponendo di competenze proprietarie e di una base produttiva nazionale. Conservare il controllo delle tecnologie più sensibili permette di ridurre le dipendenze, tutelare le conoscenze industriali e sostenere la competitività delle imprese, le quali possono presentarsi nei programmi europei e internazionali con prodotti riconoscibili e già sperimentati.

Il Polo ha avviato venti progetti per un valore complessivo di 115 milioni di euro, finanziati attraverso un modello che mantiene una quota di rischio in capo alle aziende. L’obiettivo non consiste soltanto nella produzione di studi, poiché ogni programma deve condurre alla realizzazione di un dimostratore tecnologico da sottoporre a prove in un ambiente significativo, riducendo il tempo necessario per passare dalla ricerca all’impiego concreto.

Nell’area di San Bartolomeo, alla Spezia, la Marina Militare mette a disposizione strutture e mezzi per le attività di sperimentazione, mentre è in fase di progettazione un’area di prova a circa 250 metri di profondità. La possibilità di testare i sistemi nelle condizioni reali costituisce un elemento essenziale per verificare affidabilità, autonomia e resistenza, affinché le tecnologie non rimangano confinate nei laboratori, bensì possano essere validate dagli utilizzatori finali.

Nello stesso territorio operano il Centro di Supporto e Sperimentazione Navale della Marina, il Centre for Maritime Research and Experimentation della NATO e altre strutture dedicate all’innovazione. La concentrazione di competenze scientifiche, operative e industriali ha favorito la nascita di un hub nel quale la ricerca può essere orientata attraverso le esigenze riscontrate sul campo, mentre le imprese possono accedere a infrastrutture difficilmente realizzabili in modo autonomo.

La Fondazione presieduta da Roberta Pinotti svolge una funzione di collegamento con le aziende, le amministrazioni regionali e le istituzioni europee, facilitando l’accesso ai programmi di finanziamento e la selezione delle iniziative più avanzate. La collaborazione con la Regione Liguria per l’impiego dei fondi europei rappresenta un primo esempio di tale attività, la quale potrebbe essere estesa ad altri territori interessati a sviluppare filiere produttive o centri di ricerca dedicati alla subacquea.

Una politica industriale per il Mediterraneo

La crescita della dimensione subacquea è già entrata nelle strategie dei principali gruppi industriali, i quali stanno ampliando le proprie competenze attraverso investimenti, acquisizioni e programmi di ricerca. Fincantieri ha presentato un progetto rivolto all’integrazione di sensori, droni, reti di comunicazione, software, intelligenza artificiale e servizi marini, con l’obiettivo di presidiare l’intera catena del valore, dalla progettazione delle piattaforme alla manutenzione delle infrastrutture.

Gabriele Maria Caffaro, Executive Vice President Underwater di Fincantieri, ha illustrato un modello articolato su tre livelli, il primo dei quali riguarda lo sviluppo delle tecnologie, mentre il secondo interessa l’integrazione dei sistemi attraverso software di comando e controllo. Il terzo comprende i servizi destinati alla posa, all’ispezione, alla manutenzione e alla protezione delle infrastrutture, un ambito nel quale la domanda civile è destinata a crescere insieme alla diffusione dei cavi e degli impianti offshore.

L’operazione annunciata dal gruppo attraverso l’acquisizione di quattro aziende specializzate mostra come la subacquea non sia più considerata un’attività marginale rispetto alla cantieristica, bensì un settore nel quale costruire capacità industriali integrate. Il mantenimento del management delle imprese acquisite e il loro coinvolgimento nel nuovo progetto indicano inoltre la volontà di conservare competenze specialistiche, evitando che l’aggregazione determini una dispersione delle conoscenze maturate nelle singole realtà.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, il quale ha collocato la blue economy tra le nuove filiere della politica industriale nazionale, ha ricondotto la subacquea a una piattaforma trasversale che mette in relazione industria, servizi, logistica, energia, ricerca e sicurezza. Le competenze italiane coprono già una parte ampia della catena produttiva, tuttavia il consolidamento della leadership richiederà investimenti continuativi, strumenti di sostegno e una maggiore partecipazione delle piccole e medie imprese.

La relazione con la space economy è emersa in diversi interventi, poiché entrambi i comparti richiedono sistemi capaci di operare in ambienti ostili, infrastrutture di comunicazione, materiali avanzati, autonomia, robotica e capacità di osservazione. Le tecnologie spaziali possono sostenere il monitoraggio marino e la trasmissione dei dati, mentre le soluzioni sviluppate per la subacquea possono generare applicazioni utili anche in altri settori, creando una circolazione di competenze tra filiere differenti.

Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare, ha collegato il rapporto al percorso avviato attraverso il Comitato interministeriale per le Politiche del Mare, il Piano del Mare e la normativa sulle attività subacquee. La definizione del contesto regolatorio costituisce il punto di partenza, tuttavia sarà necessario individuare risorse e strumenti capaci di accompagnare le imprese dopo la conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, giacché lo sviluppo della filiera richiederà investimenti di durata superiore rispetto ai singoli cicli di finanziamento.

L’Italia dispone di una posizione geografica centrale, di una tradizione industriale consolidata e di competenze scientifiche capaci di sostenere una presenza qualificata nel Mediterraneo. Tali condizioni non determinano automaticamente un ruolo di leadership, poiché altri Paesi stanno investendo nella ricerca dei fondali, nella produzione di mezzi autonomi, nelle infrastrutture energetiche e nelle tecnologie per la protezione dei cavi, pertanto la competitività dipenderà dalla continuità delle politiche e dalla capacità di mettere a sistema le diverse eccellenze.

Il primo Rapporto nazionale restituisce un comparto ancora difficile da separare statisticamente dalle filiere alle quali appartengono le imprese, ma già dotato di una rilevante consistenza produttiva, di un patrimonio brevettuale avanzato e di occupazione qualificata. La stima dei 3,5 miliardi di euro riferiti ai prodotti underwater rappresenta un punto di partenza, giacché numerose attività rimangono escluse e l’espansione dei mercati potrebbe modificare rapidamente le dimensioni economiche rilevate.

La conoscenza dei fondali rimane limitata, così come parziale è ancora la comprensione delle risorse, degli ecosistemi e dei fenomeni geologici presenti nelle profondità marine. Proprio tale distanza tra ciò che è conosciuto e ciò che resta da esplorare attribuisce alla ricerca una funzione strategica, la quale deve essere accompagnata da regole, responsabilità ambientale e capacità di valutare le conseguenze economiche delle scelte.

La dimensione subacquea si configura quindi come uno spazio nel quale sicurezza, industria, scienza e politica estera tendono progressivamente a sovrapporsi. La possibilità di trasformarla in una leva di sviluppo dipenderà dalla cooperazione tra istituzioni e operatori, dalla formazione di nuove competenze e dalla capacità di sostenere le imprese lungo il passaggio dalla sperimentazione alla produzione, affinché le potenzialità dei fondali possano essere integrate in una strategia nazionale fondata sulla conoscenza, sulla tutela degli interessi pubblici e sulla competitività del sistema produttivo.

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