Copia/incolla disponibile con abbonamento Enterprise

Approfondimenti

ETS, competitività e transizione: il confronto sulla revisione europea

Alla Camera dei Deputati un confronto tra istituzioni, imprese, esperti e rappresentanti politici sul futuro dell’Emission Trading System, tra revisione normativa, costi dell’energia e utilizzo dei proventi per accompagnare industria, famiglie e decarbonizzazione.

L’evento “L’ETS per l’Italia: competitività, sicurezza, prospettive” ha riunito alla Camera dei Deputati rappresentanti istituzionali, esperti, imprese e forze politiche per discutere la revisione dell’Emission Trading System europeo. Introdotto dal vicepresidente Sergio Costa e moderato da Stefano Feltri, il confronto ha visto, tra gli altri, gli interventi di Chiara Di Mambro di ECCO, Gian Paolo Racchi dell’Ufficio parlamentare di bilancio, Marco Ravazzolo di Confindustria, Giuseppe Argirò di CVA ed Elettricità Futura, Nicoletta Pirozzi dello IAI, Matteo Leonardi di ECCO, Chiara Braga e Tullio Patassini. Al centro del dibattito vi sono stati il rapporto tra ETS, competitività industriale e costo dell’energia, l’utilizzo dei proventi delle aste, la sicurezza degli approvvigionamenti e la necessità di accompagnare la transizione ecologica con strumenti più trasparenti, efficaci e sostenibili sul piano economico e sociale.

La revisione dell’ETS e il confronto europeo

In una fase in cui il tema energetico continua a occupare un posto centrale nell’agenda pubblica, il dibattito sull’Emission Trading System ha assunto un rilievo particolare, poiché riguarda da vicino la competitività delle imprese, il costo delle bollette, la sicurezza degli approvvigionamenti e il raggiungimento degli obiettivi climatici assunti dall’Unione europea.

L’incontro, promosso con il contributo di ECCO e aperto dal vicepresidente della Camera Sergio Costa, ha riunito voci tecniche e politiche attorno a un argomento che, pur potendo apparire riservato agli specialisti, incide in modo concreto sulle scelte industriali, economiche e ambientali del Paese. A guidare i lavori è stato il giornalista Stefano Feltri, che ha accompagnato il passaggio tra gli interventi tecnici e quelli politici, riportando più volte la discussione al rapporto tra ETS, competitività, costi dell’energia e destinazione delle risorse.

Uno dei primi aspetti richiamati nel corso del confronto ha riguardato la revisione dell’ETS, la quale non deriva da una richiesta avanzata occasionalmente da singoli Stati, bensì da un passaggio già previsto dalle regole europee. A soffermarsi su questo punto è stato Sergio Costa, il quale ha chiarito che la revisione non deve essere letta come una rivendicazione nazionale o come un’iniziativa politica estemporanea, ma come un momento già previsto dal percorso normativo europeo.

Proprio per questo, la discussione aperta a Bruxelles non è stata presentata come una messa in discussione del sistema, ma come l’occasione per aggiornare uno strumento che incide sui mercati, sulle imprese e sugli investimenti di lungo periodo e che, pertanto, deve essere progressivamente adattato all’evoluzione del contesto economico ed energetico.

Nel corso dell’incontro è stato ricordato che la revisione dell’ETS rientra in un passaggio già previsto dalle regole europee, una precisazione utile a evitare che il confronto si sposti sulla rivendicazione politica dell’iniziativa e a riportarlo, invece, sul merito delle scelte necessarie per aggiornare il sistema in modo efficace. Costa ha insistito sulla necessità che l’Italia non si presenti al tavolo europeo soltanto con una posizione di rifiuto, bensì con una proposta capace di governare il percorso, tenendo insieme imprese, cittadini e istituzioni.

Il confronto si è svolto mentre il costo dell’energia resta una preoccupazione concreta per famiglie e imprese, perché incide sulle bollette, sulle scelte produttive e sulla capacità del Paese di reggere la competizione europea e internazionale. In questo clima, l’ETS è stato spesso indicato come uno dei responsabili dell’aumento dei prezzi, ma durante l’incontro il tema è stato riportato a una lettura più ampia: a pesare maggiormente è ancora la dipendenza dal gas e dalle fonti fossili, che espone l’Italia alle oscillazioni dei mercati e rende più fragile il sistema energetico nazionale. 

L’ipotesi di sospendere o indebolire il meccanismo è stata, quindi, valutata con prudenza, perché rischierebbe di offrire un sollievo immediato ma limitato, senza intervenire sulle cause di fondo del problema e con l’effetto di rendere meno chiaro il percorso europeo verso la decarbonizzazione. Costa ha sottolineato che attribuire all’ETS la responsabilità principale dell’aumento delle bollette significherebbe individuare un bersaglio sbagliato, mentre Di Mambro ha spiegato che il tema non dovrebbe essere la sospensione dello strumento, ma il modo in cui esso può essere rafforzato e aggiornato.

L’ETS produce effetti che vanno oltre il campo ambientale e incidono direttamente sulla politica industriale, sulla finanza pubblica e sul processo di integrazione europea. Per questo non può essere letto soltanto come una misura climatica, ma deve essere considerato anche come uno strumento economico, capace di assegnare un prezzo alla CO2, orientare gli investimenti e generare risorse rilevanti. Queste risorse dovrebbero essere impiegate per sostenere l’innovazione, l’efficienza energetica, l’elettrificazione dei processi produttivi e i soggetti più esposti ai costi della transizione. Su questo aspetto sono intervenuti Gian Paolo Racchi, consigliere dell’Ufficio parlamentare di bilancio, che ha approfondito il tema della finanza pubblica, e Matteo Leonardi, cofondatore e direttore esecutivo di ECCO, che ha richiamato la necessità di collegare i proventi dell’ETS a politiche coerenti di transizione.

La questione centrale, quindi, non riguarda solo la permanenza dell’ETS, ma il modo in cui il sistema deve essere governato, affinché non venga percepito come un costo isolato e possa diventare una leva coerente con la trasformazione dell’economia. È un passaggio che ha attraversato l’intera discussione, dalle analisi tecniche di Di Mambro e Racchi fino agli interventi del mondo industriale, rappresentato da Marco Ravazzolo di Confindustria, e del settore energetico, con Giuseppe Argirò di CVA ed Elettricità Futura.

L’ETS tra mercato europeo e scelte industriali

Sul piano politico, è stato richiamato il rischio che l’Italia si presenti al confronto europeo con una posizione soltanto oppositiva, proprio mentre il carbon pricing continua a essere considerato dall’Unione europea uno degli strumenti del mercato unico e della strategia climatica comune. Una linea fondata esclusivamente sul rifiuto potrebbe indebolire il peso negoziale del Paese e isolarlo rispetto a un percorso che, pur richiedendo correzioni, resta condiviso a livello europeo.

La revisione dell’ETS è stata quindi indicata come un’occasione per avanzare una proposta capace di tenere insieme imprese, cittadini e istituzioni, trasformando la posizione italiana da semplice protesta a contributo tecnico e politico alla riforma del sistema. Costa ha posto questo tema fin dall’avvio dei lavori, mentre Nicoletta Pirozzi, responsabile del programma Europa, politica e istituzioni dell’Istituto Affari Internazionali, ha evidenziato la necessità di evitare posizioni troppo estreme nei negoziati europei, perché raramente producono risultati duraturi.

L’incontro è stato costruito per evitare una lettura troppo semplice, divisa tra chi sostiene l’ETS e chi ne chiede il superamento. Le analisi tecniche si sono intrecciate con le valutazioni economiche, le preoccupazioni del mondo produttivo e le diverse posizioni politiche, facendo emergere un tema dopo l’altro senza ridurre il dibattito a uno schema rigido. Feltri ha sollecitato i relatori a non fermarsi alle dichiarazioni di principio, ma a chiarire quali correzioni fossero possibili e quali effetti concreti avrebbero avuto sulle imprese, sulle famiglie e sul sistema energetico.

La destinazione dei proventi ha portato alla questione della trasparenza nella spesa pubblica, il funzionamento delle aste ha aperto il tema della finanziarizzazione, le esigenze delle imprese energivore hanno richiamato il problema della concorrenza internazionale, mentre l’impatto sulle famiglie ha introdotto la dimensione sociale della transizione.

Ne è uscita una discussione articolata, nella quale l’ETS è stato valutato non solo per la sua impostazione teorica, ma anche per gli effetti concreti che produce sul sistema economico e sociale. Racchi ha approfondito la destinazione dei proventi e la loro rilevanza per i conti pubblici, Ravazzolo ha portato la posizione dell’industria, Argirò ha posto il tema degli investimenti energetici e Pirozzi ha collegato il meccanismo alla dimensione europea e geopolitica.

Il funzionamento dell’ETS si basa sulla definizione di un limite complessivo alle emissioni, che viene tradotto in quote scambiabili sul mercato. Ogni quota consente di emettere una tonnellata di CO2 e il suo prezzo contribuisce a orientare le decisioni delle imprese, chiamate a valutare se investire per ridurre le proprie emissioni oppure acquistare le quote necessarie. Il sistema non indica quale tecnologia adottare, né impone un percorso uguale per tutti, ma utilizza il mercato per individuare le soluzioni meno costose, così da ridurre le emissioni nei punti in cui l’intervento risulta più efficiente per l’intero sistema economico. Di Mambro ha ricostruito questa logica spiegando il meccanismo del cap and trade e il ruolo del prezzo della CO2 nelle scelte produttive.

La neutralità tecnologica rappresenta uno degli elementi qualificanti dell’ETS, poiché il sistema non prescrive alle imprese le soluzioni da adottare, ma introduce un prezzo della CO2 in grado di orientare progressivamente le scelte di investimento. Questa caratteristica ha contribuito alla diffusione dei mercati del carbonio anche al di fuori dell’Europa, sebbene con modelli differenti e con livelli di maturità non sempre comparabili, dalla Cina al Brasile fino alla Turchia.

Il modello europeo, avviato nel 2005, resta tuttavia l’esperienza più strutturata e continua a rappresentare uno degli esempi più avanzati di regolazione comune applicata su scala continentale. Di Mambro ha sottolineato proprio questo aspetto, ricordando che l’ETS costituisce uno dei pochi elementi realmente condivisi del mercato europeo, perché applica lo stesso segnale di prezzo a Paesi caratterizzati da strutture produttive ed energetiche profondamente diverse.

Dal mercato delle quote alle risorse per la transizione

L’ETS si è evoluto in modo graduale a partire dal 2005, quando la prima fase pilota ha permesso di costruire l’architettura amministrativa e regolatoria del sistema, dalle autorizzazioni alle autorità competenti, fino alle procedure necessarie per rendere operativo il mercato delle quote. Nei primi anni il meccanismo ha risentito di una forte frammentazione nazionale, poiché i diversi tetti alle emissioni e le differenti modalità di assegnazione adottate dagli Stati membri avevano creato squilibri tra settori produttivi e tra Paesi. Di Mambro ha ripercorso questa evoluzione, ricordando come l’ETS sia passato da una fase ancora frammentata a un sistema progressivamente più europeo.

Dal 2013 il sistema ha assunto una dimensione più propriamente europea, fondata su un tetto unico, su criteri comuni e su una riduzione progressiva delle quote disponibili, così da rendere il segnale di prezzo più omogeneo e coerente con gli obiettivi di decarbonizzazione. A rafforzare questo impianto è stata poi introdotta la riserva stabilizzatrice del mercato, pensata per intervenire sugli eccessi di offerta e correggere le fasi in cui una disponibilità troppo elevata di quote rischiava di comprimere il prezzo e indebolire l’efficacia del sistema. Anche in questo caso, Di Mambro ha sottolineato che la riserva stabilizzatrice è stata costruita come meccanismo automatico, con l’obiettivo di correggere gli squilibri senza interventi politici diretti sull’andamento del prezzo.

I risultati richiamati nel corso dell’incontro hanno mostrato un sistema che, nei settori coperti, ha accompagnato una riduzione significativa delle emissioni, indicata intorno al 50 per cento in Italia e in Europa, senza che la crescita economica si interrompesse, pur dentro anni segnati da crisi, rallentamenti e trasformazioni profonde. Di Mambro ha richiamato questi numeri per sostenere che la domanda non dovrebbe essere se l’ETS abbia prodotto risultati, ma come possa essere adattato alle nuove condizioni industriali ed energetiche.

Anche l’aumento della quota di rinnovabili nel sistema elettrico è stato ricondotto a un cambiamento più ampio, nel quale l’ETS ha agito insieme ad altre politiche pubbliche, contribuendo a orientare investimenti e scelte produttive. Il punto, quindi, non è tornare ogni volta alla domanda se il meccanismo funzioni, ma capire come debba essere rafforzato e adattato a una fase nuova, nella quale le sfide energetiche, industriali e sociali sono diverse da quelle che ne avevano accompagnato l’introduzione. Argirò ha ripreso questo ragionamento dal punto di vista delle rinnovabili, sottolineando che la riduzione della dipendenza dalle fonti fossili ha un valore economico e strategico, non soltanto ambientale.

Il valore economico generato dall’ETS conferma che il sistema non opera soltanto come strumento climatico, ma incide anche sulla politica industriale e sulla gestione delle risorse pubbliche. Attraverso le assegnazioni gratuite, le imprese italiane hanno beneficiato di un sostegno significativo, mentre le aste hanno prodotto per lo Stato circa 18 miliardi di euro tra il 2012 e il 2024, ai quali si aggiungono i finanziamenti europei destinati all’innovazione e indirizzati anche a settori come la chimica, il vetro e l’acciaio. Di Mambro ha richiamato questi dati per evidenziare la funzione industriale dell’ETS, mentre Racchi ha posto l’attenzione sulla destinazione delle risorse generate dal sistema e sulla necessità di garantirne una tracciabilità chiara e verificabile..

Proprio l’entità di queste cifre rende però decisivo il tema del loro utilizzo: se i proventi dell’ETS non vengono ricondotti in modo trasparente a politiche per la transizione, il sistema rischia di essere percepito soltanto come un costo, invece che come uno strumento capace di accompagnare imprese e cittadini nel cambiamento. Costa ha parlato di un errore rilevante per un Paese con limitato spazio fiscale, mentre Racchi ha osservato che la mancanza di rendicontazione rende difficile valutare se le misure finanziate siano davvero coerenti con gli obiettivi del sistema.

Proventi, industria e correzioni possibili

La destinazione dei proventi italiani resta uno dei punti più delicati. Secondo le rendicontazioni ufficiali, solo una parte limitata delle risorse risulta chiaramente collegata a spese per la transizione ecologica: circa 1,6 miliardi di euro, pari al 9 per cento dei proventi complessivi, rispetto ai 18 miliardi generati dalle aste. Questo dato è stato richiamato da Costa e poi ripreso da Di Mambro, che ha sottolineato come la direttiva europea preveda l’utilizzo dei proventi per sostenere efficienza energetica, rinnovabili, innovazione e protezione dei soggetti vulnerabili.

Il problema non riguarda soltanto l’uso effettivo di queste somme, perché alcune misure potrebbero essere state finanziate senza una rendicontazione adeguata, ma la trasparenza del sistema nel suo insieme. Quando non è semplice capire dove finiscano le risorse, diventa più difficile valutarne l’efficacia e costruire consenso attorno a un meccanismo che, per funzionare, ha bisogno di un rapporto credibile tra Stato, imprese e cittadini. Racchi ha insistito su questo aspetto, spiegando che la scarsa leggibilità della destinazione dei fondi genera un problema di legittimità, perché l’ETS viene percepito come un costo assoluto se non è chiaro in che modo i proventi tornino alla collettività.

L’Ufficio parlamentare di bilancio ha richiamato anche le prospettive dei prossimi anni, nelle quali i proventi dell’ETS resteranno consistenti, pur essendo destinati a diminuire man mano che si avvicinerà l’azzeramento delle quote. Le stime presentate indicano oltre 26 miliardi di euro tra il 2025 e il 2038, con la possibilità di scenari ancora più elevati se il prezzo della CO2 dovesse crescere in misura maggiore. Una parte di queste risorse potrebbe però confluire nel bilancio europeo, nel caso in cui venisse approvata la proposta di destinare una quota dei proventi ETS alle risorse proprie dell’Unione. Racchi ha illustrato queste prospettive, collegandole alla riduzione progressiva delle quote e al possibile nuovo quadro finanziario pluriennale europeo.

Anche per questo il tema della finanza pubblica assume un rilievo decisivo: riguarda la capacità di trasformare un prelievo legato alle emissioni in investimenti industriali, sociali e infrastrutturali, capaci di accompagnare concretamente la transizione. Leonardi ha ripreso il punto nella parte di raccordo tra il panel tecnico e quello politico, osservando che il problema non è soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma la capacità di inserirle in politiche coerenti, affinché la spesa pubblica sia allineata agli obiettivi di sicurezza energetica e decarbonizzazione.

Dal mondo industriale non è emersa una contrarietà alla decarbonizzazione, ma la richiesta di correggere alcuni aspetti tecnici dell’ETS che oggi incidono sui costi delle imprese. L’Italia è un Paese trasformatore, con una disponibilità limitata di materie prime energetiche e non energetiche, e ha costruito una parte importante della propria competitività sulla capacità di usare energia e materiali in modo efficiente. Ravazzolo, direttore Politiche per l’Ambiente, Energia e Mobilità di Confindustria, ha richiamato questo profilo del sistema produttivo italiano, spiegando che la transizione è anche una questione di politica industriale.

Per questa ragione la transizione ecologica viene considerata anche una questione di politica industriale, purché il sistema tenga conto delle caratteristiche del tessuto produttivo nazionale e non finisca per penalizzare, attraverso criteri di assegnazione, aste o prezzi troppo instabili, settori già esposti alla concorrenza internazionale. Ravazzolo ha precisato che Confindustria non contesta il meccanismo in sé, bensì alcune sue tecnicalità, dalle modalità di individuazione dei migliori performer al funzionamento delle aste e della market stability reserve.

Tra le osservazioni più tecniche è rientrato il criterio con cui vengono individuati i migliori performer, vale a dire gli impianti presi come riferimento per determinare le quote gratuite. Secondo Confindustria, il metodo attuale può finire per valorizzare condizioni produttive non sempre replicabili, perché legate alla disponibilità di vettori energetici presenti in alcuni Paesi e assenti in altri. Se, ad esempio, un impianto collocato in un’area ricca di biomasse diventa il riferimento europeo, un Paese manifatturiero come l’Italia può risultare svantaggiato non per una minore efficienza industriale, ma perché opera in un contesto energetico diverso.

Da questa considerazione nasce la proposta di rivedere percentili e criteri di calcolo, affinché il benchmark sia più aderente alla realtà produttiva europea. Ravazzolo ha indicato questa modifica come una possibile correzione tecnica, utile a rendere il sistema più coerente con le condizioni effettive delle imprese europee.

Le aste e la presenza di operatori finanziari hanno aperto un ulteriore fronte di discussione. Il timore espresso da alcuni relatori è che le quote vengano acquistate non sempre per esigenze industriali dirette, ma anche per strategie di mercato, introducendo nel sistema una volatilità difficile da gestire per le imprese obbligate. Ravazzolo ha posto il tema dal punto di vista dell’industria, segnalando il rischio che soggetti finanziari acquistino quote sul mercato primario o secondario con logiche diverse da quelle produttive, mentre Argirò ha osservato che la finanziarizzazione di mercati nati con una funzione industriale può rendere meno stabile il quadro per gli investimenti.

Per evitare che uno strumento nato per orientare l’economia reale finisca per rendere meno prevedibili i costi della transizione, sono state richiamate ipotesi come un tetto al prezzo, sul modello dell’ETS2, oppure un corridoio con un valore minimo e uno massimo, così da mantenere il segnale della CO2 senza compromettere la programmazione industriale.

Allo stesso tempo, è stato ricordato che le quote sono già strumenti finanziari sottoposti a vigilanza e che, allo stato attuale, le verifiche disponibili non indicano evidenze di movimenti speculativi eccessivi. A precisarlo è stata Di Mambro, che ha richiamato il monitoraggio esistente sul mercato, mentre Andrea Ronchi, fondatore di CO2 Advisor, ha introdotto nella parte conclusiva una lettura più critica sulla natura delle aste e sulla possibile trasformazione dell’ETS in un meccanismo simile a una carbon tax.

Il prezzo dell’energia e la stabilità degli investimenti

Il prezzo dell’energia elettrica resta un nodo particolarmente rilevante per l’Italia, dove il gas continua spesso a determinare il prezzo marginale e dove il costo dell’ETS legato alla generazione termoelettrica può riflettersi sull’intero mercato. Secondo le imprese, questo effetto non pesa soltanto sui settori direttamente sottoposti al sistema delle quote, ma arriva anche alle piccole e medie imprese e alle famiglie attraverso la bolletta.

Il confronto con la Germania ha reso evidente la differenza tra le risorse destinate dai due Paesi alla compensazione dei costi indiretti dell’ETS: Berlino impiega somme molto più consistenti, mentre l’Italia, pur avendo aumentato gli stanziamenti, rimane ancora sotto i margini massimi consentiti dalle regole europee. Ravazzolo ha insistito su questo punto, indicando la compensazione dei costi indiretti come uno degli strumenti attraverso cui sostenere i settori esposti alla concorrenza internazionale.

Dal settore delle energie rinnovabili è arrivato l’invito a considerare l’ETS non soltanto come un costo, ma come uno strumento che può rendere più conveniente la riduzione della dipendenza dalle fonti fossili. La crisi del gas russo ha mostrato quanto questa dipendenza possa pesare sui conti pubblici, sull’inflazione, sugli oneri finanziari e sulla competitività del sistema produttivo, confermando la vulnerabilità energetica dell’Italia. Argirò ha sviluppato questa lettura, ricordando che l’esposizione alle fonti fossili ha prodotto costi molto elevati per il Paese e che le rinnovabili rappresentano non soltanto una scelta ambientale, ma anche una leva di sicurezza energetica e autonomia strategica.

Questo non significa ignorare le preoccupazioni delle imprese: eventuali distorsioni del meccanismo vanno corrette, purché la correzione non diventi un modo per rallentare la transizione. In questa direzione, contratti per differenza, PPA, aste per le rinnovabili, accumuli e reti sono stati indicati come strumenti necessari per rendere più stabile, sostenibile e coerente il percorso di decarbonizzazione. Argirò ha sottolineato che la discussione sull’ETS deve essere accompagnata da misure che accelerino gli investimenti nelle rinnovabili, perché senza un quadro stabile il Paese rischia di restare esposto alla volatilità del gas.

Gli operatori energetici hanno richiamato la necessità di un quadro stabile, perché gli investimenti nelle rinnovabili richiedono capitali elevati e tempi lunghi di rientro. In assenza di strumenti capaci di stabilizzare i ricavi, l’esposizione al mercato spot rende più incerta la realizzazione di nuovi impianti e aumenta il peso attribuito alle rendite inframarginali, considerate una forma di compensazione del rischio. Ridurle senza introdurre meccanismi alternativi potrebbe quindi frenare gli investimenti proprio nella fase in cui servono nuove rinnovabili, reti più adeguate e sistemi di accumulo. Il tema non riguarda soltanto il prezzo pagato oggi dal consumatore, ma l’assetto che può consentire domani di ridurre la dipendenza dal gas e di abbassare in modo strutturale il costo dell’energia.

Dal confronto con il mondo industriale è emersa una tensione concreta: da un lato la necessità di accelerare la decarbonizzazione, dall’altro l’esigenza di non trasferire costi eccessivi su settori che competono in mercati globali e che già operano in condizioni complesse. La risposta indicata da più parti non è quella di scegliere tra ambiente e industria, ma di usare con maggiore precisione le risorse disponibili, evitando interventi troppo generali, che rischiano di disperdere denaro pubblico, e privilegiando misure rivolte ai comparti produttivi e alle famiglie più esposti.

La stessa esigenza di coerenza riguarda anche le misure emergenziali che, pur introdotte per contenere i prezzi, possono produrre l’effetto di sostenere indirettamente le fonti fossili e di rinviare gli investimenti necessari a ridurre la dipendenza energetica del Paese. Questa tensione è stata richiamata da Ravazzolo con riferimento all’impatto sul sistema industriale, da Argirò rispetto alla necessità di accelerare la trasformazione energetica e da Leonardi sul piano della coerenza complessiva delle politiche pubbliche.

La dimensione europea, geopolitica e sociale

La dimensione europea dell’ETS si riconosce nella capacità del sistema di applicare lo stesso segnale di prezzo a Paesi con strutture energetiche e industriali molto diverse tra loro. Proprio questa caratteristica lo rende qualcosa di più di uno strumento climatico, perché ne fa anche un elemento di integrazione economica e di mercato comune. Pirozzi ha insistito su questo aspetto, spiegando che l’ETS non riguarda soltanto la riduzione delle emissioni, ma anche la costruzione di strumenti comuni dell’Unione europea.

Nel confronto istituzionale è tornata più volte la necessità di tenere insieme competitività, coesione e sostenibilità, tre obiettivi che oggi attraversano l’intera agenda europea. La revisione dell’ETS si inserisce in questo equilibrio delicato, perché deve accompagnare la decarbonizzazione senza creare nuovi squilibri sociali o industriali e, allo stesso tempo, senza indebolire gli impegni climatici né il percorso di riduzione della dipendenza energetica. Pirozzi ha indicato questa combinazione come uno dei nodi principali per il futuro dell’Europa, sottolineando che la revisione va collocata nel più ampio dibattito sulla competitività e sulla coesione europea.

In questa direzione si collocano strumenti come il CBAM, pensato per limitare il rischio che le produzioni si spostino verso Paesi con regole ambientali meno stringenti, e il Fondo sociale per il clima, chiamato ad attenuare l’impatto dell’ETS2 su famiglie e consumatori. La questione, quindi, non è eliminare il prezzo della CO2, ma costruire attorno a quel prezzo politiche capaci di renderlo sostenibile e socialmente accettabile. Anche qui Pirozzi ha richiamato il ruolo degli strumenti europei, spiegando che essi servono a evitare distorsioni competitive e tensioni sociali, mentre Patassini ha espresso preoccupazione per l’impatto dell’ETS2 sulle famiglie e Braga ha sottolineato la necessità di misure di accompagnamento.

La dimensione internazionale aggiunge un ulteriore livello alla revisione dell’ETS. Mentre gli Stati Uniti mostrano un andamento meno lineare sugli impegni climatici e la Cina sostiene la propria industria con politiche molto incisive, l’Europa cerca di mantenere un modello fondato su regole comuni, decarbonizzazione e competitività. L’ETS, insieme al CBAM, diventa così anche uno strumento di proiezione esterna, perché esprime la volontà europea di includere i costi ambientali nei processi produttivi senza rinunciare al funzionamento del mercato. Pirozzi ha collocato il tema in questo scenario globale, evidenziando come l’Unione europea cerchi di proporsi con un modello distinto, fondato su regole comuni e obiettivi climatici chiari.

Questa ambizione richiede però coerenza: se ogni revisione viene trasformata dagli Stati membri in una battaglia di principio, l’Europa rischia di indebolire la propria capacità di chiedere regole condivise anche agli altri attori globali. Pirozzi ha osservato che nel contesto europeo le posizioni troppo estreme possono servire come punto di partenza negoziale, ma non bastano a costruire compromessi efficaci, mentre Leonardi ha richiamato il rischio che una discussione troppo polarizzata indebolisca la forza dell’Europa nel confronto globale.

Nel panel politico, la Lega ha posto l’accento sui costi che l’ETS comporta per le imprese e, con l’arrivo dell’ETS2, anche per le famiglie. Il sistema, riconosciuto nella sua impostazione originaria come uno strumento nato con finalità positive, è stato indicato in questa fase come un possibile fattore di aggravio per un continente che procede nella decarbonizzazione più rapidamente di altre aree del mondo. La preoccupazione riguarda soprattutto l’impatto sui trasporti e sul settore residenziale, quindi sui carburanti e sugli immobili, con effetti che potrebbero pesare sulle fasce più fragili della popolazione.

Per questo, Patassini ha invitato a procedere con cautela e a valutare un mix energetico ampio, nel quale rinnovabili, gas e, nel dibattito nazionale, nucleare non siano esclusi in partenza. Il deputato della Lega ha sostenuto anche la necessità di considerare l’ipotesi di una sospensione dell’ETS, ritenendo che il sistema sia diventato un fattore di costo in una fase di forte competizione internazionale.

Il Partito Democratico ha indicato una linea diversa, considerando la sospensione dell’ETS una scelta controproducente sia per il raggiungimento degli obiettivi climatici sia per la stabilità delle imprese che hanno già investito dentro il quadro definito dalle regole europee. La critica si è concentrata sull’uso dell’ETS come bersaglio simbolico, al quale attribuire difficoltà che dipendono anche dalla persistente dipendenza italiana dalle fonti fossili e dai ritardi accumulati nella politica energetica. Questa posizione è stata sostenuta da Chiara Braga, esponente del Partito Democratico, che ha riconosciuto le difficoltà di alcuni settori industriali, ma ha giudicato sbagliata l’idea di sospendere il meccanismo.

La proposta è stata quella di rafforzare le misure di accompagnamento, sostenere i settori più esposti e accelerare gli investimenti nelle rinnovabili, nei contratti di lungo periodo, nelle reti, negli accumuli e nelle comunità energetiche, affinché la riduzione del costo dell’energia non resti affidata a interventi emergenziali, ma a una trasformazione strutturale del sistema. Braga ha collegato questa linea alla necessità di ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e di intervenire sui meccanismi di formazione del prezzo dell’energia, anche attraverso strumenti capaci di dare maggiore stabilità agli investimenti.

Il tema sociale dell’ETS2

Sul piano sociale, il confronto ha mostrato una convergenza almeno parziale: l’arrivo dell’ETS2 su trasporti e residenziale dovrà essere accompagnato da strumenti compensativi chiari e tempestivi. Il rischio, infatti, è che il prezzo della CO2 venga percepito come un aggravio ingiusto se le famiglie non vedono tornare le risorse sotto forma di efficienza energetica, sostegno alla mobilità sostenibile, riqualificazione degli edifici o aiuti mirati.

L’efficacia del meccanismo dipenderà pertanto anche dalla capacità amministrativa di redistribuire i proventi, evitando che essi confluiscano indistintamente nel bilancio pubblico e perdano il legame con la finalità per cui sono stati generati. Patassini ha posto il tema dei rischi per le fasce più deboli della popolazione, Pirozzi ha richiamato il ruolo del Fondo sociale per il clima e Braga ha insistito sulla necessità di misure di accompagnamento sociale, affinché la transizione non venga percepita come un costo imposto dall’alto.

Proventi, mercato e riforma possibile

Sulle aste, Andrea Ronchi, fondatore di CO2 Advisor, ha introdotto un ulteriore elemento di riflessione. Nella sua lettura, l’emission trading nasceva come un sistema di mercato, nel quale le quote assegnate gratuitamente e poi scambiate permettevano di ridurre le emissioni dove risultava meno costoso farlo. Con il tempo, però, il peso crescente delle aste ha modificato in parte questa impostazione, perché il meccanismo genera sempre più gettito pubblico e apre una domanda ulteriore: non solo come il prezzo della CO2 orienti le scelte delle imprese, ma anche come lo Stato utilizzi le risorse raccolte.

Il problema che emerge riguarda l’efficienza della spesa pubblica, poiché, se il prezzo dell’ETS resta entro determinate soglie mentre le risorse raccolte vengono successivamente impiegate in misure capaci di ridurre le emissioni a costi molto più elevati, il meccanismo rischia di perdere parte della propria coerenza economica. 

Ronchi ha sviluppato questa osservazione distinguendo tra l’ETS come strumento di mercato, concepito per orientare la decarbonizzazione al minor costo possibile, e alcune sue evoluzioni più recenti, nelle quali il crescente peso delle aste sembra avvicinarlo a un sistema di prelievo. In questa prospettiva, la riforma può rappresentare l’occasione per recuperare l’impianto originario del meccanismo e correggere una deriva percepita come eccessivamente fiscale, mentre Racchi e Leonardi, da un’altra angolatura, avevano già richiamato la qualità della spesa pubblica e la necessità di collegare il gettito dell’ETS a investimenti realmente coerenti con gli obiettivi della transizione.

Alla critica sulla possibile finanziarizzazione del sistema si è affiancata una precisazione di carattere regolatorio, poiché le quote ETS sono strumenti finanziari sottoposti alla disciplina europea e al monitoraggio delle autorità competenti. Il mercato, dunque, non opera in assenza di sorveglianza e, allo stato attuale, non risultano evidenze tali da sostenere che la speculazione abbia assunto dimensioni capaci di alterare in modo sistematico il funzionamento del meccanismo.

Questo non esclude la necessità di mantenere alta l’attenzione, soprattutto in una fase futura nella quale le quote saranno più scarse, ma invita a evitare letture eccessivamente semplificate, nelle quali ogni oscillazione del prezzo venga ricondotta soltanto a dinamiche speculative, senza considerare anche la struttura del mercato e le aspettative degli operatori. Di Mambro ha richiamato proprio questo equilibrio, ricordando l’esistenza della vigilanza europea e la necessità di distinguere tra rischi potenziali e distorsioni già dimostrate.

La trasparenza come condizione di legittimità

La trasparenza è rimasta uno dei temi più ricorrenti dell’intero dibattito, perché, se l’Italia riceve miliardi di euro dai proventi ETS e non riesce a rendere immediatamente comprensibile dove quelle risorse vengano destinate, il meccanismo rischia di perdere legittimazione democratica. Non basta, pertanto, affermare che il sistema genera valore: occorre mostrare come quel valore ritorni a imprese, famiglie e territori, affinché il costo sostenuto dagli operatori sia collegato in modo riconoscibile agli investimenti destinati a ridurre consumi, emissioni e vulnerabilità energetica. La rendicontazione diventa così una questione politica, non solo amministrativa, e proprio su questo aspetto si sono soffermati Costa, Racchi e Leonardi, richiamando la necessità di strutture di governance capaci di rendere coerente il prelievo con la spesa pubblica.

La revisione europea offre all’Italia lo spazio per rappresentare interessi nazionali legittimi, a condizione che questi siano tradotti in una proposta puntuale e credibile. Una linea fondata soltanto sulla sospensione rischierebbe di non intercettare i margini effettivi di riforma, mentre un intervento mirato su benchmark, aste, compensazioni, utilizzo dei proventi, CBAM, strumenti sociali e investimenti infrastrutturali potrebbe consentire di correggere le distorsioni senza indebolire l’impianto complessivo del sistema. 

Pirozzi ha collocato questa esigenza nel quadro istituzionale europeo, ricordando che nei contesti multilaterali posizioni troppo estreme raramente producono risultati duraturi, perché la forza dell’Unione risiede nella costruzione di compromessi tecnici e politici capaci di migliorare progressivamente le regole comuni. Nella stessa direzione, Costa e Leonardi hanno insistito sulla necessità che l’Italia arrivi al confronto europeo non con una posizione meramente oppositiva, ma con una proposta fondata su interessi nazionali chiari e compatibili con il percorso comune di decarbonizzazione. con il percorso comune.

Una revisione decisiva per il futuro dell’ETS

La revisione dell’ETS lascia aperte diverse linee di lavoro, ma conferma la centralità del sistema nella politica climatica, industriale ed energetica europea. Le criticità emerse, dalla volatilità dei prezzi alla concorrenza internazionale, dalla tutela delle famiglie alla destinazione dei proventi, non mettono necessariamente in discussione l’esistenza del meccanismo, ma richiedono un intervento sulla sua qualità futura.

Se l’ETS sarà in grado di finanziare la modernizzazione dell’economia, sostenere gli investimenti, proteggere i soggetti più esposti e contribuire alla riduzione della dipendenza dalle fonti fossili, potrà continuare a rappresentare uno dei pilastri della transizione europea; se, al contrario, resterà opaco nella redistribuzione delle risorse e instabile nei suoi effetti, sarà più esposto al rischio di essere percepito soltanto come un costo e trasformato in un bersaglio politico.

La transizione non può essere ridotta a una sequenza di obblighi tecnici, né a una contrapposizione ideologica tra ambiente e industria, perché incide direttamente sulle imprese, sulle famiglie, sulla finanza pubblica, sui mercati energetici e sul ruolo internazionale dell’Europa. Per questo la revisione dell’ETS riguarda il modo in cui il sistema dovrà essere governato nei prossimi anni: non interrompere il percorso di decarbonizzazione e, allo stesso tempo, non ignorarne i costi; mantenere un segnale di prezzo credibile e accompagnarlo con regole più chiare, risorse più tracciabili e investimenti più coerenti.

Con accenti diversi, gli interventi di Costa, Di Mambro, Racchi, Ravazzolo, Argirò, Pirozzi, Leonardi, Patassini, Braga e Ronchi hanno ricondotto la revisione del sistema a una scelta politica ed economica di rilievo nazionale ed europeo, dalla quale dipenderà la capacità di trasformare la decarbonizzazione in competitività, sicurezza e sviluppo industriale.

Take the Date è un prodotto di Nomos

Take the Date è il portale che promuove gli eventi istituzionali e pubblici di rilievo che si tengono ogni giorno in Italia. Nato da un progetto di Nomos Centro Studi Parlamentari azienda leader nel settore delle relazioni istituzionali.

Nomos

Iscriviti a Take The Date

Free

Per Privati

Gratis

  • Consultazione di 8 eventi nella home page e nelle sezioni dedicate
  • Iscrizione alla newsletter generica, che verrà inviata con cadenza settimanale 
  • Inserimento gratuito dei tuoi eventi
  • Sponsorizzazione dei tuoi eventi (si applicano costi e condizioni)

Professional

Per Professionisti

€200/anno+IVA

  • Consultazione di tutti gli eventi
  • Iscrizione alla newsletter generica, che verrà inviata con cadenza settimanale 
  • Iscrizione a 2 newsletter tematiche 
  • Inserimento gratuito dei tuoi eventi
  • Sponsorizzazione dei tuoi eventi con uno sconto del 10%
  • Accesso all’archivio storico degli eventi
  • Accesso all’agenda istituzionale 
  • Visualizzazione completa di tutti gli eventi nella Home Page e nelle aree tematiche

Enterprise

Per Aziende

€300/anno+IVA

  • Consultazione di tutti gli eventi
  • Iscrizione alla newsletter generica, che verrà inviata con cadenza settimanale  
  • Iscrizione a tutte le newsletter tematiche
  • Alert ultimi eventi inseriti
  • Inserimento gratuito dei tuoi eventi
  • Sponsorizzazione dei tuoi eventi con uno sconto del 20%
  • Accesso all’archivio storico degli eventi
  • Accesso all’agenda istituzionale
  • Visualizzazione completa di tutti gli eventi nella Home Page e nelle aree tematiche
  • Area riservata con calendario interno, archivio e alert personalizzati
  • Copia/Incolla abilitato
  •  

Nato da un’iniziativa di Nomos Centro Studi Parlamentari - società di consulenza specializzata in public affairs, advocacy, lobbying e monitoraggio istituzionale e comunicazione - Take The Date è il primo portale che promuove tutti gli eventi di rilievo istituzionale e pubblico, che si tengono ogni giorno in Italia.

SOCIAL