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Approfondimenti

Ambiente ed energia: il confronto su aree interne, sicurezza energetica e sviluppo dei territori

Il convegno "Ambiente ed energia" ha riunito rappresentanti del Governo, parlamentari ed esperti del settore energetico per discutere il rapporto tra tutela ambientale, autonomia energetica e futuro delle aree interne. Dal rilancio dei servizi essenziali alla neutralità tecnologica, il dibattito ha posto al centro infrastrutture, rinnovabili, nucleare, idroelettrico e comunità locali.

Il convegno “Ambiente ed energia” si è svolto nella Sala Koch del Senato della Repubblica, a Palazzo Madama, su iniziativa del senatore Guido Castelli. All’incontro hanno preso parte, tra gli altri, il ministro Tommaso Foti, ministro per gli Affari europei, il PNRR e le politiche di coesione; Galeazzo Bignami, deputato e presidente del gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati; Claudio Barbaro, sottosegretario al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica; Mauro Rotelli, presidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera; Paolo Trancassini, deputato e già sindaco di Leonessa; Nicola Procaccini, europarlamentare e co-presidente del gruppo ECR al Parlamento europeo; e Daniela Gentile, amministratrice delegata di Ansaldo Nucleare.

Aree interne, ambiente ed energia come tema unico

Il confronto al Senato ha legato tre questioni che, nel dibattito pubblico, vengono spesso affrontate separatamente: la tutela dell’ambiente, la politica energetica e il futuro delle aree interne. Dalla trattazione dei temi è emersa la necessità di una strategia nazionale che non consideri i territori marginali soltanto come luoghi da preservare, bensì come spazi nei quali servizi, infrastrutture, sicurezza e produzione energetica debbano convivere in modo ordinato.

Ad aprire i lavori è stato il senatore Guido Castelli, promotore del convegno, il quale ha impostato il confronto sul rapporto tra ambiente, energia e sviluppo dei territori. La sua introduzione ha delineato il perimetro politico e programmatico dell’incontro, collegando la transizione energetica alla necessità di rafforzare le aree interne, valorizzare le risorse naturali e costruire una politica ambientale capace di incidere concretamente sulla vita delle comunità.

Castelli ha posto al centro l’idea per cui ambiente ed energia non debbano essere affrontati come temi separati o contrapposti, bensì come elementi di una stessa visione di governo. Da un lato la tutela del paesaggio, della biodiversità e delle aree più fragili del Paese; dall’altro la sicurezza degli approvvigionamenti, la modernizzazione delle infrastrutture e la capacità di accompagnare famiglie, imprese e amministrazioni locali dentro una fase di trasformazione tecnologica ed economica.

Il ministro Tommaso Foti ha descritto le aree interne come territori gravati da condizioni materiali che si sovrappongono, dove l'abbandono del patrimonio immobiliare si affianca al rischio sismico, all'invecchiamento demografico e ai divari infrastrutturali che rendono difficile l'accesso ai servizi essenziali. Ha osservato che raccontare la bellezza dei borghi non è sufficiente, perché «un conto è andare a visitare un borgo, un conto è vivere nel borgo». Partendo da questa premessa, ha indicato nella salute, nell'istruzione, nella mobilità e nella connessione digitale i nodi da affrontare in modo integrato, affinché la permanenza nei territori interni non dipenda dalla sola volontà individuale ma sia sostenuta da condizioni di vita concrete.

Foti ha evidenziato gli investimenti previsti per le aree interne sottolineando come la disponibilità finanziaria debba essere accompagnata da una selezione rigorosa dei progetti, poiché le risorse immobilizzate su iniziative non realizzabili non producono effetti concreti per i cittadini. Ha indicato come criterio amministrativo prioritario l'esigenza di eliminare i progetti che non reggono a una verifica di fattibilità, affinché gli interventi possano essere effettivamente cantierabili e coerenti con i bisogni locali..

Paolo Trancassini ha portato nel dibattito l'esperienza maturata come sindaco di Leonessa, spostando il fuoco dal tentativo di attrarre nuovi abitanti alla necessità, più urgente, di trattenere chi ancora vive nei territori. Arrestare l'emorragia demografica richiede interventi sui servizi, ma anche la capacità di riconoscere le differenze tra una valle e l'altra, tra Appennino, Alpi, piccoli comuni e frazioni, senza applicare soluzioni uniformi a realtà profondamente diverse.

Ha descritto questa esigenza nei termini di una politica "sartoriale", nella quale ogni territorio ha vincoli, risorse, economie e problemi propri e nessuna misura unica è in grado di rispondervi. In questo quadro, la tempestività delle risposte amministrative assume un peso decisivo, poiché un sindaco che possa intervenire rapidamente su una famiglia, su un'impresa agricola, su una strada o su un servizio essenziale incide direttamente sulla possibilità che una comunità resti viva.

Trancassini ha sostenuto che queste aree non rappresentano un problema circoscritto a chi vi abita, poiché custodiscono produzioni tipiche, filiere locali, denominazioni, tradizioni e senso di appartenenza. Investire su quei luoghi produce benefici che raggiungono anche le città, e per questa ragione la tutela delle aree interne è stata presentata non come intervento assistenziale ma come una componente della tenuta complessiva del Paese.

Rinnovabili, territorio e consenso delle comunità

Claudio Barbaro, sottosegretario al Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, ha collocato le rinnovabili all'interno di un mix energetico fondato sulla neutralità tecnologica, rilevando il ritardo italiano sull'eolico e sul fotovoltaico e richiamando la necessità di semplificare il quadro normativo.

Ha affrontato la burocrazia come uno degli ostacoli principali, soprattutto per le grandi installazioni, e ha descritto la sindrome Nimby come un problema generale, non riconducibile a un solo territorio o a una sola parte politica. La questione delle aree idonee e della localizzazione degli impianti resta aperta, poiché una normativa di indirizzo non basta, da sola, a sciogliere il rapporto tra produzione energetica, paesaggio e consenso, in particolare quando le comunità locali ospitano l'impatto degli impianti senza percepire un beneficio diretto.

Mauro Rotelli ha affrontato lo stesso tema dalla prospettiva delle comunità, osservando che un'infrastruttura stradale o ferroviaria viene spesso accettata perché il beneficio è immediatamente visibile, mentre un grande impianto eolico o fotovoltaico può essere percepito come un intervento imposto, soprattutto quando il territorio ne subisce l'impatto paesaggistico senza ricevere vantaggi diretti sulla bolletta o sui servizi. Ha indicato nell'equilibrio distributivo degli impianti sul territorio nazionale, e nell'evitare concentrazioni eccessive in singole aree, una condizione necessaria per rendere la transizione energetica più sostenibile sul piano del consenso locale.

Sul fronte del consumo di suolo, Rotelli ha proposto di valorizzare il revamping degli impianti già esistenti, poiché l'aggiornamento tecnologico consente di aumentare la produzione senza occupare nuove superfici. Reti moderne, comunità energetiche, trasporti più efficienti e riqualificazione degli edifici compongono il quadro di una politica nella quale l'incremento della produzione non dovrebbe essere separato dalla qualità dell'infrastruttura e dalla protezione del territorio.

Foti ha richiamato il ruolo dell'acqua come fonte energetica storica e ancora centrale, sottolineando le difficoltà generate dal quadro delle concessioni idroelettriche e dal conseguente rallentamento degli investimenti. La posta in gioco va oltre la produzione di energia e tocca la sovranità industriale, poiché l'apertura delle gare in Italia, in un contesto europeo non uniforme, potrebbe esporre gli asset più importanti alla competizione di operatori e fondi internazionali.

Accanto al nodo delle concessioni, il ministro ha affrontato quello delle dighe e della loro capacità di captazione. Molti bacini non sfruttano pienamente il proprio potenziale anche per problemi legati alla gestione dei fanghi, trattati come rifiuti speciali nonostante rappresentino, in molti casi, un ostacolo tecnico alla manutenzione ordinaria. Rimuovere queste difficoltà significherebbe ricondurre la risorsa idrica all'interno di una politica energetica e infrastrutturale più ampia.

Molte aree montane e appenniniche ospitano risorse idriche, bacini, piccoli impianti e infrastrutture naturali che possono contribuire alla sicurezza energetica del Paese, rendendole parte diretta del discorso sulla transizione. Perché questo contributo si realizzi occorrono regole chiare, manutenzione, investimenti e una visione che non consideri il territorio interno come semplice spazio di vincolo, ma come luogo di produzione, presidio e responsabilità.

Neutralità tecnologica e nuovo nucleare: ambiente, filiere industriali e sicurezza energetica

Barbaro ha sostenuto la necessità di una cultura ambientale in grado di coniugare tutela e concretezza, respingendo l'idea che nucleare, rinnovabili e aree protette debbano essere letti come opzioni incompatibili e indicando come obiettivo una tutela che non rinunci alla produzione energetica, purché le scelte siano inserite in un quadro regolato e coerente. Ha richiamato il patrimonio ambientale e forestale italiano, ricordando l'importanza delle aree protette e il lavoro di riforma della relativa disciplina, e ha indicato nell'ambiente non uno slogan né un'operazione comunicativa, ma una materia che si traduce in gestione dei territori, norme più efficaci, pianificazione e responsabilità amministrativa.

Nicola Procaccini ha inserito il tema energetico nel quadro europeo, insistendo sulla neutralità tecnologica e osservando che il Green Deal ha orientato la discussione quasi esclusivamente sulla riduzione delle emissioni di CO2, mentre l'energia andrebbe trattata come una questione strategica, collegata alla sicurezza nazionale, alla competitività industriale e alla tenuta democratica. Ha precisato che la propria posizione non esclude le rinnovabili, ma richiede di valutarne l'intera filiera, comprese le materie prime critiche necessarie alla produzione di pannelli e tecnologie.

Nel delineare un possibile mix che comprenda gas naturale, rinnovabili, nucleare di nuova generazione e fusione, ha sostenuto che la politica energetica non dovrebbe restare subordinata a schemi rigidi. L'Italia, nella sua prospettiva, deve restare dentro la transizione, ma con una strategia che tenga conto degli interessi produttivi, della sicurezza degli approvvigionamenti e del costo dell'energia per famiglie e imprese.

Daniela Gentile, amministratrice delegata di Ansaldo Nucleare, ha affrontato la ricostruzione della filiera italiana, il ruolo dei piccoli reattori modulari e i tempi necessari per un reingresso del nucleare nel sistema energetico nazionale. Ha ricordato che la filiera non è scomparsa del tutto nonostante l'uscita del Paese dalla produzione nucleare, poiché le competenze industriali, progettuali e tecnologiche maturate negli anni Settanta e Ottanta hanno continuato a operare nei mercati internazionali, sia nella fissione sia nella fusione, rendendo il ritorno al nucleare non una ripartenza da zero ma il possibile recupero di una competenza industriale conservata nel tempo.

Sul tema degli small modular reactor, Gentile ha distinto tra la loro effettiva traiettoria industriale e una rappresentazione che tende a presentarli come soluzioni immediate e prive di complessità, sottolineando come ricerca, autorizzazioni, sicurezza, accettabilità sociale e tempi di realizzazione debbano essere tenuti insieme affinché il nucleare venga trattato come una scelta industriale e tecnologica compiuta, e non come un semplice annuncio.

Una strategia nazionale fondata su territori, sicurezza e responsabilità

La transizione energetica non può essere misurata soltanto in obiettivi astratti, ma deve confrontarsi con le reti da costruire, i servizi da garantire, le comunità da coinvolgere e i tempi di attuazione che condizionano ogni scelta. Ambiente ed energia diventano parti della stessa strategia solo se vengono collegate alla vita quotidiana dei territori.

Assegnare risorse senza selezionare i progetti, pianificare impianti senza costruire consenso locale e dichiarare principi senza tradurli in regole efficaci sono le tensioni che la transizione lascia irrisolte se non è sostenuta da una capacità amministrativa adeguata, poiché sostenibilità e sviluppo si incontrano soltanto nella concretezza degli interventi realizzati.

Le aree interne non sono state presentate come periferie da assistere, ma come luoghi che concorrono alla sicurezza complessiva del Paese nelle sue dimensioni abitative, sismiche, energetiche, alimentari e paesaggistiche. Rendere compatibili tutela ambientale, autonomia energetica e sviluppo locale richiede che la risposta non sia affidata a una sola tecnologia o a un solo livello istituzionale, ma passi attraverso un equilibrio tra innovazione, infrastrutture, comunità e capacità amministrativa.

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