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Approfondimenti

L’urgenza di agire sulle telecomunicazioni: alla Luiss il confronto su reti, investimenti e regole eque

Le reti di telecomunicazione sono al centro della competitività del Paese, della sicurezza nazionale e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Presso l’università Luiss Guido Carli, Asstel e il Centro di ricerca Franco Fontana hanno presentato uno studio dedicato alla sostenibilità economica e regolatoria del settore. Dal confronto è emersa la necessità di intervenire su norme, investimenti, frequenze, simmetrie competitive e politica industriale.


L’evento si è svolto presso l’università Luiss Guido Carli, in occasione della presentazione del progetto di ricerca “L’urgenza di agire”, promosso da Asstel con il contributo accademico del Centro di ricerca Franco Fontana. All’incontro hanno preso parte rappresentanti del mondo universitario, delle imprese, delle istituzioni e delle autorità di regolazione, tra cui il prorettore Luiss, i vertici di Asstel, il presidente Pietro Labriola, i vicepresidenti Walter Renna e Gianluca Corti, i professori Davide Quaglione e Cesare Pozzi, Giorgio Maria Tosi Beleffi per il Ministero delle Imprese e del Made in Italy e il presidente Agcom Giacomo Lasorella. Al centro del dibattito, la sostenibilità delle reti, l’asimmetria regolatoria tra operatori di telecomunicazioni e grandi piattaforme digitali, il rinnovo delle frequenze, gli investimenti nel 5G e nella fibra, il ruolo delle infrastrutture per intelligenza artificiale, cloud, sicurezza e sovranità digitale.

Reti, investimenti e sovranità digitale: la sfida urgente delle telecomunicazioni

L’urgenza di agire non è soltanto il titolo del progetto di ricerca presentato, bensì il messaggio che ha attraversato l’intero confronto promosso da Asstel insieme al Centro di ricerca Franco Fontana. Al centro dell’incontro una questione centrale per il futuro del Paese: la sostenibilità economica, industriale e normativa delle reti di telecomunicazione, infrastrutture ormai indispensabili per lo sviluppo dell’economia digitale, dell’intelligenza artificiale, del cloud, della sicurezza e della competitività delle imprese.

Le reti mobili e fisse registrano una crescita del traffico costante e rilevante: dal 2019 al 2025 il traffico mobile è aumentato del 280%, mentre quello sulle reti fisse è cresciuto del 130%. Questa dinamica si accompagna, tuttavia, a una distribuzione del valore considerata squilibrata lungo la filiera digitale, nella quale una quota significativa dei benefici economici viene intercettata dai grandi player delle piattaforme digitali. Da qui, nasce la domanda di fondo della ricerca: come riallineare creazione e cattura del valore in un settore chiamato a sostenere investimenti crescenti, ma sottoposto a ricavi in calo, costi in aumento e obblighi regolatori sempre più complessi?

La riflessione introduttiva ha richiamato il concetto di sovranità digitale, sempre più rilevante in un contesto internazionale segnato dalla competizione tecnologica tra Europa, Stati Uniti e Cina. Il ritardo europeo negli investimenti infrastrutturali, unito alla dipendenza da piattaforme, tecnologie e servizi esterni, impone una valutazione non solo economica ma anche industriale e strategica. La ricerca presentata alla Luiss punta proprio a leggere questa trasformazione con un approccio rigoroso e diretto, individuando cinque traiettorie di intervento concrete e modulabili nel tempo.

Telco sotto pressione: il nodo tra investimenti, regole e sostenibilità delle reti

A moderare l’incontro è stata Simona Rossitto, giornalista del Sole 24 Ore Radiocor, la quale ha introdotto il tema delle telecomunicazioni come settore stretto tra due esigenze: da un lato investire per non perdere terreno rispetto alle grandi economie globali, dall’altro superare un’asimmetria regolatoria che grava in modo più intenso sugli operatori di rete rispetto ai grandi attori digitali.
L’intelligenza artificiale, il cloud e i servizi digitali avanzati non possono funzionare senza infrastrutture di telecomunicazione robuste e diffuse. La riflessione di Labriola ha messo in evidenza il rischio di una distanza crescente tra ambizioni tecnologiche e capacità reale delle reti di sostenerle. Il nodo non riguarda solo gli investimenti, ma anche la coerenza delle decisioni pubbliche: la richiesta di nuove infrastrutture convive spesso con vincoli autorizzativi, regole concorrenziali e opposizioni locali che rendono più difficile installare antenne, condividere asset o semplificare i processi.

In un mercato che richiede qualità, copertura e capacità, la duplicazione delle infrastrutture può diventare un costo non sostenibile, soprattutto quando la competizione si concentra su elementi che non determinano realmente il valore del servizio per l’utente finale. La condivisione infrastrutturale, secondo la linea emersa dal confronto, non deve essere letta come una riduzione della concorrenza, ma come uno strumento per liberare risorse da destinare a innovazione, capacità di rete e qualità dei servizi.

Walter Renna, vicepresidente di Asstel, ha inquadrato la crisi del settore attraverso una serie di dati economici e industriali. Dal 2010 a oggi i ricavi delle telecomunicazioni si sono ridotti di circa un terzo, mentre il traffico dati continua a crescere. Le telco risultano così l’unica grande utility che, nello stesso arco temporale, ha dimezzato il valore mentre altri comparti lo hanno raddoppiato. A questa dinamica si somma l’aumento dei costi energetici, dei costi di accesso alle torri, dei chipset e delle memorie, in un contesto internazionale condizionato da tensioni geopolitiche e scarsità di componenti.
La forbice tra ricavi decrescenti e costi crescenti rappresenta uno dei punti più delicati del dibattito. 

Renna ha sottolineato come il settore non possa assorbire indefinitamente shock di questa portata senza conseguenze sugli investimenti, sulla qualità delle reti e, potenzialmente, sui consumatori. Il problema si accentua se si considera che sei grandi piattaforme digitali occupano una quota molto rilevante della capacità di rete, stimata fino all’85%, senza contribuire direttamente ai costi infrastrutturali sostenuti dagli operatori di telecomunicazioni.

Net neutrality e complessità normativa: perché le reti diventano infrastrutture essenziali

Il tema della net neutrality è stata richiamato come esempio di una regola nata in un contesto profondamente diverso da quello attuale. Nel 2007 il principio serviva a proteggere start-up, piccoli content creator e nuove imprese digitali dal possibile potere dei grandi operatori di rete. Oggi, secondo la lettura proposta da Asstel, quello stesso impianto regolatorio finisce per tutelare soprattutto soggetti globali dotati di forza economica e tecnologica incomparabile rispetto agli operatori nazionali. L’obiettivo non è rinnegare i principi di apertura della rete, ma aggiornarli a un ecosistema nel quale i rapporti di forza sono cambiati.

Accanto alla dimensione economica emerge una complessità normativa definita come una “Torre di Babele”: 16 soggetti regolatori, 29 strumenti legislativi, norme europee e nazionali, standard tecnici, obblighi di sicurezza e resilienza, prescrizioni orizzontali e settoriali. Per un operatore telco, lanciare un servizio significa spesso attraversare procedure autorizzative, verifiche regolatorie e adempimenti che non gravano nella stessa misura sulle piattaforme digitali. Questa asimmetria produce un divario competitivo e incide sulla velocità con cui il settore può innovare.
La presentazione scientifica dello studio, affidata al professor Davide Quaglione, ha ampliato l’analisi mettendo al centro la trasformazione del ruolo delle reti.

Le telecomunicazioni non sono più solo un servizio tecnico di trasmissione, ma infrastrutture chiamate a svolgere funzioni di interesse pubblico: sicurezza, resilienza, continuità operativa, autonomia strategica, supporto alla digitalizzazione del sistema produttivo e della pubblica amministrazione. Queste funzioni generano benefici collettivi, ma comportano costi sostenuti da soggetti privati.

Quando un’impresa privata sostiene costi per produrre benefici sociali non interamente monetizzabili sul mercato, gli strumenti tradizionali della regolazione economica risultano insufficienti. Le esternalità positive prodotte dalle reti richiedono strumenti di policy adeguati, capaci di compensare o incentivare investimenti che non trovano piena remunerazione nei prezzi pagati dagli utenti. La connettività, secondo lo studio, deve essere considerata un’infrastruttura socialmente essenziale.

Il corpus normativo che grava sulle telco si è formato per stratificazioni successive, spesso per rispondere a emergenze o esigenze specifiche. Direttive europee, regolamenti su privacy, sicurezza, resilienza, tutela del consumatore, sostenibilità e qualità del servizio hanno progressivamente ampliato il perimetro degli obblighi. Nel caso italiano si aggiunge il fenomeno del gold plating: l’introduzione di prescrizioni più stringenti rispetto agli standard minimi europei. Questa somma di interventi, pur fondata su obiettivi legittimi, genera costi organizzativi, amministrativi e gestionali che incidono direttamente sugli operatori.

Asimmetrie regolatorie e frequenze: le leve per rilanciare gli investimenti nelle reti

Nella disciplina consumeristica, le telco sono sottoposte a obblighi informativi, documenti di sintesi, regole su portabilità, roaming, recesso e qualità del servizio più estesi rispetto a quelli previsti per operatori digitali che offrono servizi percepiti dagli utenti come sostitutivi. Le piattaforme di messaggistica e comunicazione interpersonale, pur svolgendo funzioni analoghe a quelle tradizionalmente presidiate dagli operatori di rete, non sono soggette agli stessi obblighi di assistenza, accessibilità e qualità.

Un secondo asse riguarda la neutralità della rete: i margini di differenziazione tecnica e commerciale per gli operatori sono limitati, con effetti sul modello competitivo, spesso orientato al prezzo più che alla qualità o all’innovazione del servizio. 
Il terzo asse tocca sicurezza, privacy e dati: in caso di data breach, gli operatori devono confrontarsi con obblighi distinti, tempistiche diverse e modulistiche separate, derivanti da privacy, GDPR e NIS2. La gestione degli incidenti richiede quindi risorse tecniche e amministrative rilevanti, sottratte ad altre attività industriali.

Le telco, inoltre, sono chiamate a rendicontare consumi energetici, rifiuti elettronici ed emissioni secondo parametri stringenti, mentre una parte importante del consumo infrastrutturale dipende dalle scelte delle piattaforme digitali, dai contenuti veicolati e dalle architetture di distribuzione del traffico. La misurazione dell’impatto ambientale finisce così per concentrarsi sul perimetro giuridico dell’operatore di rete, senza sempre rendere visibile l’origine effettiva della domanda di capacità.

La ricerca ha successivamente evidenziato un’ulteriore asimmetria, tra telco e operatori multiutility. I soggetti provenienti dal mondo dell’energia possono integrare servizi di connettività nei propri bundle, utilizzandoli anche come leva per rafforzare la relazione commerciale con il cliente su altri servizi. Se la connettività viene venduta con margini ridotti o negativi per sostenere il valore complessivo del pacchetto, gli operatori di telecomunicazioni subiscono una pressione competitiva ulteriore in un mercato già caratterizzato da prezzi bassi e margini limitati.

Tra le proposte operative dello studio figura un decreto delle comunicazioni, indicato come strumento urgente per intervenire sui nodi principali. Il primo riguarda il rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze radio in scadenza nel 2029. Lo studio suggerisce di privilegiare criteri capaci di premiare progetti di investimento e valore collettivo, piuttosto che una logica orientata prevalentemente all’estrazione di rendita attraverso aste di prezzo.
La qualità delle applicazioni future, dall’intelligenza artificiale agentica ai droni, dalla telemedicina alla manifattura connessa, dipenderà da reti mobili performanti, con bassa latenza, capacità elevata e copertura estesa. Tuttavia, la densificazione richiede anche coerenza con le norme sui limiti elettromagnetici, con le autorizzazioni locali e con la disponibilità di investimenti. Intervenire su un solo elemento senza armonizzare gli altri rischia di ridurre l’efficacia delle misure.

Investimenti, incentivi e politica industriale: le condizioni per sostenere il futuro delle reti

Le telco, in quanto infrastrutture energivore e strategiche, potrebbero accedere a misure per l’efficienza energetica, super deduzioni, crediti d’imposta o strumenti analoghi a quelli previsti per la trasformazione digitale e industriale. L’obiettivo è permettere agli operatori di recuperare risorse da reinvestire in reti FTTP, 5G stand alone e, in prospettiva, 6G. La logica proposta è quella di riconoscere il valore sociale degli investimenti infrastrutturali, soprattutto nelle aree dove il ritorno di mercato è più debole.

Il professor Cesare Pozzi ha ampliato l’analisi sulla regolazione, distinguendo tra regole eque e regole efficaci. L’efficacia dipende dalla chiarezza degli obiettivi: senza una scelta politica e industriale su quali beni debbano essere considerati infrastrutturali, la regolazione rischia di moltiplicare norme senza risolvere i problemi. Le telecomunicazioni producono esternalità positive per l’intero sistema economico, dalla produttività delle imprese alla capacità di innovazione dei servizi pubblici, e devono quindi essere valutate anche in base al valore generato fuori dal perimetro immediato del mercato.

Gianluca Corti, vicepresidente di Asstel, ha sottolineato gli sforzi già compiuti dal settore sul fronte del consolidamento e della riorganizzazione industriale, evidenziando operazioni come l’acquisizione di Vodafone Italia da parte di Fastweb, la trasformazione di Tim con la nascita di FiberCop, l’attivismo di Poste e gli investimenti nel mercato confermano una filiera in movimento. Nonostante questo, la riduzione degli investimenti privati, stimata nel 26% tra il 2019 e il 2024 al netto di inflazione e contributo del PNRR, segnala un rallentamento che può incidere sulla qualità futura delle reti.

La tutela del consumatore, nella lettura proposta dalle imprese, deve includere anche il diritto ad avere reti di qualità nei prossimi anni. Prezzi molto bassi e traffico in crescita del 20% annuo non possono convivere indefinitamente senza investimenti per aumentare capacità, copertura e resilienza. Il rischio non riguarda soltanto l’esperienza individuale dell’utente, ma la competitività delle aziende italiane, che per digitalizzarsi, automatizzare processi e competere sui mercati internazionali hanno bisogno di connettività avanzata e affidabile.

Giorgio Maria Tosi Beleffi, dirigente del gabinetto del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha richiamato le iniziative già avviate dal Paese: supercomputer, e-factory, candidatura a una gigafactory europea, data center, cavi sottomarini, internet exchange point, fondo per la connettività da 730 milioni, piani PNRR per Italia 1 Giga e Italia 5G, voucher cloud e cybersecurity, accordi per l’innovazione e innalzamento dei limiti elettromagnetici. La strategia nazionale su intelligenza artificiale, quantum, realtà virtuale e aumentata, attrazione degli investimenti nei data center e Made in Italy 2030 punta a definire una rotta industriale più stabile.

Per il Mimit, il Paese deve rafforzare la propria attrattività tecnologica al centro del Mediterraneo, anche attraverso data center, infrastrutture sottomarine e strumenti per orientare gli investitori verso territori adatti per sicurezza, resilienza e sostenibilità. Il Digital Networks Act europeo può contribuire a questo percorso, purché eviti ulteriori stratificazioni normative e tenga conto delle specificità strategiche degli Stati membri.
Il presidente Agcom Giacomo Lasorella ha riconosciuto la centralità della sostenibilità delle infrastrutture di connettività per la tenuta dell’ecosistema digitale. La rete non è più soltanto trasmissione, ma infrastruttura abilitante dell’economia. Allo stesso tempo, la semplificazione non può tradursi in deregolamentazione né l’armonizzazione europea in centralizzazione eccessiva. La concorrenza resta un parametro fondamentale, ma deve essere accompagnata da regole capaci di sostenere investimenti, innovazione e qualità del servizio.

Agcom ha richiamato anche il lavoro sul rinnovo dei diritti d’uso delle frequenze fino al 31 dicembre 2037, in linea con le scadenze delle bande 5G già assegnate con l’asta del 2018. Il rinnovo non viene considerato automatico, ma legato a impegni specifici degli operatori in termini di prestazioni delle reti e condizioni di accesso per altri fornitori. Sul rapporto tra content application provider e operatori di comunicazione elettronica, il presidente Lasorella ha ricordato il dibattito europeo e il riconoscimento progressivo delle content delivery network all’interno dell’ecosistema regolatorio.

La trasformazione digitale richiede una base infrastrutturale solida: non basta parlare di intelligenza artificiale, cloud, data center o sicurezza se mancano fibra, 5G stand alone, capacità di rete e distribuzione territoriale adeguata dei servizi. Il divario tra Nord e Sud, la localizzazione dei data center, la qualità effettiva della connettività e la sostenibilità dei bilanci degli operatori sono elementi di una stessa equazione industriale.

Un tavolo nazionale per il futuro delle telecomunicazioni e della digitalizzazione del Paese

Asstel chiede l’apertura di un tavolo nazionale con istituzioni, autorità, imprese e rappresentanze della filiera, inclusi sindacati e lavoratori, per affrontare insieme frequenze, regole, investimenti, semplificazione e politica industriale. La novità, emersa con forza nel confronto, è la convergenza dell’intera filiera delle telecomunicazioni: operatori, infrastrutturali, call center, imprese impegnate nella posa della fibra e organizzazioni dei lavoratori condividono la necessità di un intervento.

L’urgenza di agire non è solo una richiesta del settore, ma una condizione per sostenere la digitalizzazione del Paese, accompagnare l’evoluzione dell’intelligenza artificiale, garantire sicurezza e autonomia strategica, mantenere competitività industriale e qualità dei servizi per cittadini e imprese. La sfida è trasformare un patrimonio di analisi, dati e proposte in decisioni capaci di incidere sul futuro delle reti italiane ed europee.

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