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Annuario della televisione italiana 2025 - Le sfide dello streamcasting

Roma, 10 febbraio 2026 – Presso la Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto si è svolto il convegno “Annuario della televisione italiana 2025 – Le sfide dello streamcasting”, occasione di confronto tra istituzioni, autorità di garanzia, mondo accademico ed operatori del settore sui profondi cambiamenti che stanno attraversando il sistema audiovisivo italiano, tra televisione lineare, piattaforme digitali e nuovi modelli di consumo dell’attenzione.

Televisione, streaming e potere dell’attenzione: cosa racconta davvero l’Annuario 2025

C’è ancora, ogni sera, un momento preciso in cui milioni di italiani fanno la stessa cosa nello stesso istante: sono a casa e guardano la televisione. Dieci milioni di persone. È un rito collettivo che non richiede organizzazione, che non ha bisogno di convocazioni, e che continua a ripetersi con regolarità quasi rituale.

È da questa constatazione che inizia la presentazione dell’Annuario della televisione 2025, curato dal CERTA dell’Università Cattolica, che quest’anno sceglie un titolo ambizioso e programmatico: Streamcasting. Un neologismo che non indica soltanto un’evoluzione tecnologica, ma prova a dare un nome a una trasformazione strutturale del sistema audiovisivo: l’ibridazione ormai irreversibile tra broadcasting tradizionale e streaming digitale.

L’ Annuario non è soltanto una raccolta di dati. È uno strumento di orientamento. In un ecosistema mediale sempre più affollato, rumoroso e frammentato, la misurazione diventa una forma di governo simbolico: consente di leggere le tendenze, confrontare le forze in campo, dare ordine a fenomeni che altrimenti apparirebbero caotici.

La televisione come specchio sociale

Tra i temi centrali della presentazione il ruolo culturale della televisione. I media non si limitano a raccontare la società: spesso ne anticipano le trasformazioni. Se un tempo per capire “che aria tirasse” si andava al bar, al mercato o in piazza, oggi quello spazio di conversazione collettiva passa dallo schermo.

Analizzare ciò che gli italiani guardano significa comprendere cosa li preoccupa, cosa li diverte, cosa li commuove. Non servono necessariamente sondaggi o dichiarazioni: i palinsesti, le audience, i picchi di ascolto disegnano una mappa emotiva e simbolica del Paese. In questo senso, la televisione diventa una sorta di “memoria involontaria” della nazione. Tra vent’anni, per capire com’era l’Italia di oggi, difficilmente si cercherà nei verbali parlamentari; molto più probabilmente si guarderanno le immagini che milioni di persone hanno condiviso davanti allo stesso schermo.

Misurare per esistere: il ruolo di Auditel

In questo quadro, la funzione della misurazione è centrale. Senza una misura condivisa, il mercato audiovisivo rischierebbe di dissolversi in una somma di percezioni individuali, ciascuna autoreferenziale. È il paradosso di un campionato di calcio senza classifica, in cui ogni squadra si proclama prima.

L’Annuario attribuisce un ruolo chiave ad Auditel, che viene descritta come una sorta di arbitro del sistema: garante della comparabilità dei dati, condizione necessaria per una competizione leale tra editori e per decisioni razionali da parte degli investitori pubblicitari. La recente introduzione della Total Audience rappresenta uno snodo decisivo: per la prima volta, la misurazione integra consumo lineare e digitale, restituendo l’immagine di un pubblico che attraversa schermi e linguaggi con una fluidità ormai strutturale.

Nel corso del 2025, la Total Audience ha certificato un dato politicamente rilevante: i broadcaster tradizionali hanno saputo presidiare lo streaming senza perdere il proprio ruolo di riferimento. La tradizione, quando è viva, non subisce il cambiamento: lo orienta.

Dallo streaming allo streamcasting

Il concetto di streamcasting intercetta con precisione la fase storica attuale. I confini tra televisione lineare, piattaforme on demand e social media non sono più linee nette, ma zone di scambio. Broadcaster tradizionali, servizi SVOD, piattaforme globali e social network competono per lo stesso spazio di attenzione, spesso adottando strategie convergenti.

Una serie può nascere su una piattaforma, diventare virale sui social, approdare in replica sulla televisione lineare e trovare proprio lì il suo pubblico più ampio. Il percorso dei contenuti non è più un imbuto, ma un labirinto con molte uscite. E in questo labirinto, il pubblico continua a cercare non solo flessibilità e personalizzazione, ma anche momenti di aggregazione.

Guardare quando si vuole è comodo. Guardare insieme, nello stesso istante, è un’altra cosa. Significa appartenere. È qui che la televisione conserva una forza che nessun altro mezzo possiede: la capacità di costruire simultaneità, di creare appuntamenti, di dare forma a un tempo condiviso.

L’Access Prime Time come fenomeno culturale

Un esempio emblematico di questa forza è il consolidamento dell’Access Prime Time. Ogni sera, tra le 20:30 e le 22:00, tra i 10 e i 12 milioni di spettatori si concentrano sulle principali reti generaliste. Numeri di questa portata non sono casuali: sono il risultato di una progettazione editoriale consapevole, di una conoscenza profonda del pubblico e della capacità di intercettare corde simboliche ed emotive difficilmente raggiungibili da altri media.

Il grande ascolto non accade per caso: si costruisce, come l’acustica di un teatro. Questa centralità chiama il sistema a una responsabilità condivisa: degli editori, chiamati a produrre contenuti all’altezza; delle istituzioni, che devono tutelare un bene con un impatto così profondo sull’immaginario collettivo; degli organi di garanzia, incaricati di assicurare regole certe e trasparenti.

Regolazione e pluralismo

In questo contesto, il ruolo di AGCOM viene descritto come essenziale per garantire un level playing field tra attori diversi per natura e dimensione. La regolazione non è presentata come un freno all’innovazione, ma come una condizione per un mercato sano.

Particolare attenzione viene dedicata ai temi della prominence e della misurazione comparabile delle audience. Con la diffusione delle smart TV – che hanno ormai superato il 50% del parco televisivo italiano – l’interfaccia diventa un luogo di potere. Decidere cosa appare per primo su una home page significa orientare le scelte di milioni di utenti. Da qui l’intervento regolatorio volto a garantire adeguata visibilità ai servizi di interesse generale.

Un sistema che investe (ancora)

Dal punto di vista industriale, l’Annuario restituisce l’immagine di un sistema audiovisivo italiano tutt’altro che in declino. Gli investimenti in offerta originale superano gli 890 milioni di euro, con una crescita dei costi medi che segnala una scelta chiara: puntare sulla qualità e sull’internazionalizzazione.

Le produzioni indipendenti mostrano segnali di vitalità, soprattutto nel day time, mentre la fiction scripted continua a rappresentare il vertice della “piramide dei contenuti”. Titoli come L’amica geniale o Il Gattopardo dimostrano come produzioni ad alto valore simbolico possano generare consumo nel tempo, costruendo library capaci di attraversare piattaforme e stagioni.

Alla base della piramide si estende invece l’enorme area del digital video entertainment: contenuti a basso costo, spesso user-generated, distribuiti da piattaforme e social media. Un universo potenzialmente infinito, che pone una sfida cruciale: come evitare che la compressione delle risorse pubblicitarie destinate ai contenuti ad alto valore finisca per indebolire l’intero ecosistema?

Pubblicità, risorse e rischio di depauperamento

Il tema delle risorse è forse il più delicato. La pubblicità resta la benzina del sistema audiovisivo, ma negli ultimi quindici anni una quota crescente degli investimenti si è spostata verso il digital advertising, spesso intercettato da piattaforme globali. In Italia, come nel resto d’Europa, la raccolta pubblicitaria online ha superato quella televisiva, con una concentrazione significativa nelle mani di pochi grandi player internazionali.

Questo spostamento solleva interrogativi non solo economici, ma democratici. La progressiva sottrazione di risorse al perimetro editoriale nazionale rischia di indebolire il pluralismo informativo e la capacità di produrre contenuti culturalmente rilevanti. Non a caso, in altri Paesi europei si parla apertamente di “riarmo mediatico”: una difesa attiva del patrimonio editoriale attraverso regole più stringenti e misurazioni trasparenti.

Demografia, tecnologia e futuro dell’ascolto

Un altro elemento chiave emerso riguarda la composizione demografica dell’audience. Oggi circa il 70% del consumo televisivo lineare è attribuibile agli over 55. L’Italia è un Paese che invecchia, e questo dato ha finora sostenuto la tenuta della televisione tradizionale. Tuttavia, qualcosa sta cambiando.

Le generazioni più mature stanno adottando in modo crescente pratiche di consumo digitale, spinte anche dalla diffusione delle smart TV e dai processi di switch-over tecnologico. Parallelamente, i più giovani mostrano segnali di saturazione rispetto all’offerta VOD e una maggiore propensione a forme di fruizione social e frammentate.

Questo incrocio di tendenze rende il futuro meno lineare di quanto suggeriscano le proiezioni basate solo sull’età. La televisione potrebbe non seguire un declino rapido, ma un percorso più complesso, fatto di adattamenti e ibridazioni.

Social media e reach incrementale

Un dato particolarmente significativo riguarda la distribuzione dei contenuti sui social network. I broadcaster stanno investendo massicciamente in questa direzione: i video pubblicati sui social sono raddoppiati, triplicati su piattaforme come TikTok. Questa strategia consente di raggiungere segmenti di popolazione che guardano poca o nessuna televisione lineare.

Per alcuni prodotti informativi, come i telegiornali, una quota rilevante dell’audience più giovane viene intercettata esclusivamente attraverso i social. Ignorare queste forme di fruizione significa avere una visione distorta del reale impatto dei contenuti editoriali.

La sfida finale: governare l’ibridazione

L’Annuario 2025 restituisce dunque l’immagine di un sistema in transizione, ma non in crisi terminale. La televisione resta centrale, ma non più esclusiva. Lo streaming cresce, ma non cancella il bisogno di simultaneità. I social frammentano l’attenzione, ma ampliano la reach.

La vera sfida dello streamcasting non è scegliere tra vecchio e nuovo, ma governare l’ibridazione. Significa dotarsi di regole adeguate, misurazioni comparabili, modelli di business sostenibili e, soprattutto, una visione culturale che riconosca il valore collettivo dell’audiovisivo.

Finché esisterà uno spazio in cui milioni di persone guardano qualcosa nello stesso istante, esisterà un luogo comune da proteggere. E quando uno schermo riesce ancora a tenerci insieme, non si limita a raccontare il presente: prepara il futuro.

 

 

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