Roma, 5 febbraio 2026 - La presentazione alla Camera dei deputati del libro di Miguel Gotor sull’omicidio di Piersanti Mattarella ha costruito, attorno a un caso storico preciso, una discussione ampia sul rapporto tra politica, criminalità organizzata, violenza e tenuta democratica. L’incontro non ha seguito un registro celebrativo: è stato un confronto su metodi, limiti e responsabilità della ricostruzione pubblica di quegli anni, con un’attenzione costante al “contesto” come chiave interpretativa e come terreno di divergenza tra letture.
Il saluto istituzionale e la cornice della giornata
Nel saluto iniziale, il Presidente della Camera Lorenzo Fontana ha collocato la presentazione nella cornice della memoria repubblicana: la Camera come sede non solo della dialettica politica, ma anche di iniziative utili a leggere le fasi più traumatiche della storia nazionale. Il punto centrale del suo intervento è stato l’invito a considerare l’omicidio Mattarella come parte di una stagione in cui si intrecciano dinamiche criminali e vulnerabilità istituzionali, lasciando ancora interrogativi aperti e una domanda persistente di verità.
La moderatrice ha impostato la discussione su un nodo di metodo: la distanza tra verità storica e verità giudiziaria. Ha presentato il libro come un lavoro minuzioso, costruito su documenti e ricostruzioni puntuali, ma capace di reggere anche sul piano del racconto, senza trasformare la storia in romanzo. Il punto di avvio, esplicito, è stato: come si gestisce pubblicamente la coesistenza di un patrimonio giudiziario enorme e di una percezione collettiva che continua a registrare incompletezze e zone grigie?
Gli anni Settanta tra violenza e riforme
Giovanni Salvi ha introdotto una chiave interpretativa che ha attraversato l’incontro: gli anni Settanta non sono solo “anni di piombo”, ma anche anni di grandi riforme. Nella sua lettura, l’Italia ha reagito all’attacco con strumenti democratici, non con scorciatoie eccezionali, e questa compresenza—violenza massima e riformismo strutturale—obbliga a una narrazione meno schematica.
Ha inoltre proposto un giudizio non consolatorio ma netto: si può provare insieme “mestizia” e “orgoglio”, perché il Paese ha pagato costi altissimi, ma ha anche mostrato una capacità di tenuta istituzionale non scontata.
Verità giudiziaria, verità storica, valutazione politica
Salvi ha poi distinto strumenti e vincoli della giurisdizione dagli strumenti della ricerca storica. Il processo penale, ha sostenuto, è vincolato a regole probatorie e a garanzie che hanno anche valore conoscitivo: senza la premessa che una verità “sostanziale” sia approssimabile, la pena diventerebbe vendetta pubblica.
Da qui, la terza dimensione: la valutazione politica. È diversa sia da quella giudiziaria sia da quella storica e non sempre—ha osservato—questa differenza è stata chiara nel dibattito pubblico. Il problema non è solo stabilire “chi”, ma capire “cosa significa” per le istituzioni produrre, gestire e comunicare conoscenza su snodi che hanno inciso sulla vita democratica.
Nel ragionamento di Salvi, il “contesto” è indispensabile ma anche insidioso. È indispensabile perché non si può giudicare un grande fatto criminoso senza comprenderne le ragioni e l’ambiente politico-sociale; è insidioso perché può alimentare la tentazione di “chiudere il cerchio” con una spiegazione unica, semplificante. La sua avvertenza è stata esplicita: dietro trame complesse non sempre c’è un solo attore, e forzare una verità totale può essere fuorviante.
Ha collegato questo tema alla prassi delle motivazioni giudiziarie molto lunghe: in Italia, per ragioni di garanzie e di controllo, il giudice tende a motivare in modo esteso, talvolta ricostruendo contesti ampi. Ma ricostruire contesto non equivale a fare “perizia storica”: la storia non è accertamento tecnico falsificabile nello stesso modo di un’analisi archivistica.
Rosy Bindi e il biennio 1978-1980 come chiave politica
Rosy Bindi ha proposto una scansione netta: l’omicidio Mattarella va letto nel biennio 1978-1980 e non è scindibile, sul piano politico, dall’omicidio Moro. In questa cornice, il bersaglio principale sarebbe stato il processo della solidarietà nazionale e, più in generale, il percorso verso una democrazia compiuta, fondata anche sulla reciproca legittimazione a governare.
Per Bindi, il libro rafforza un’intuizione sedimentata nel Paese (“io non ho le prove ma so che è così”) con un apparato di elementi e collegamenti che, pur senza coincidere sempre con la verità giudiziaria, consolidano una lettura politica: Mattarella come figura di cambiamento e, proprio per questo, come obiettivo.
Sul tema del terrorismo, Bindi ha richiamato una distinzione classica: l’eversione nera tende allo stragismo e a vittime non selezionate; il terrorismo rosso colpisce obiettivi mirati. Il “paradosso” evocato nel dibattito—Moro ucciso dalle BR, Mattarella ucciso dalla mafia e da un intreccio con l’eversione nera—serve a sottolineare la pluralità delle forme di violenza politica e la necessità di non appiattire i fenomeni.
Su questo punto Salvi ha inserito un correttivo: riconoscere che più attori possono convergere nell’effetto politico (bloccare aperture e trasformazioni) non significa sostenere che esista un “progetto unico” o un’unica regia. La distinzione tra strategie e linguaggi politici delle diverse violenze resta essenziale per non scivolare in ricostruzioni troppo lineari.
Peppe Provenzano e la “bussola” del 1993
Peppe Provenzano ha definito il libro “un atto di giustizia storica” perché restituisce alla figura di Piersanti Mattarella una rilevanza nazionale e internazionale che, a suo avviso, non è sempre stata pienamente riconosciuta nei decenni successivi. Ha insistito sul carattere “lungo” del viaggio di Gotor tra pagine chiare e pagine scure, archivi e carte processuali, e ha attribuito la tenuta del percorso a una “bussola”: l’intervista di Sergio Mattarella del 18 aprile 1993.
In quella intervista —ha ricordato— Sergio Mattarella mette in guardia dal ridurre l’omicidio a un contesto solo regionale e nazionale e richiama un piano internazionale, citando ambienti americani legati alla P2. Provenzano ha usato questo riferimento per spiegare l’ambizione del libro: non identificare chi spara, ma ricostruire il contesto politico, nazionale e internazionale in cui matura una verità che, sul piano giudiziario, resta parziale.
Sicilia centrale, senza autoassoluzioni
La parte più caratteristica dell’intervento di Provenzano è stata la difesa della centralità siciliana contro due rischi speculari: il compiacimento (“siamo stati noi”) e l’autoassoluzione (“non potevamo essere solo noi, quindi è altro”). La sua frase più chiara, in questo senso, è stata: “la mafia non è mai solo mafia, se fosse stata solo mafia non sarebbe mafia”. È un modo per dire che la mafia è, strutturalmente, relazione con classi dirigenti, poteri, mediazioni e convergenze.
In questo quadro ha richiamato il concetto di “politica mafiosa” e la figura di Vito Ciancimino come nodo imprescindibile, intrecciando la ricostruzione di Gotor con una richiesta più ampia: una storia politica della DC siciliana che non si limiti a slogan o a genealogie moralistiche, ma ricostruisca competizioni, alleanze, mediazioni e conflitti.
Magistratura e mutazione istituzionale
Provenzano ha inserito, nel “contesto siciliano”, anche un secondo movimento: la trasformazione della magistratura. Non come dato astratto (“c’è l’articolo 104”), ma come processo storico che porta una parte della magistratura a colpire per la prima volta in modo efficace la politica mafiosa e i suoi snodi.
Il suo punto, qui, è che il cambiamento istituzionale non avviene automaticamente per norma costituzionale: richiede persone, pratiche, conflitti interni allo Stato e costi personali. Per questo ha evocato una linea che va da Terranova e Costa a Chinnici e, più avanti, a Falcone e Borsellino.
La replica di Salvi e il richiamo al “non oltre la prova”
In un passaggio successivo (di taglio più tecnico), Salvi ha richiamato la necessità di non superare ciò che è dimostrabile. Ha rievocato procedimenti e snodi (Ustica, Calvi, Pecorelli) e ha insistito su un punto: il coraggio, talvolta, sta anche nel dire che non si è riusciti a provare una responsabilità, pur avendo lavorato a lungo su piste e materiali.
Questo intervento ha fatto da contrappeso a ogni lettura “totalizzante”: riconoscere che esiste molto materiale non equivale a poterlo chiudere in una verità definitiva. Il suo richiamo alla responsabilità della comunicazione pubblica (non alimentare certezze quando mancano prove) ha rimesso al centro la differenza tra interesse storico, esito giudiziario e narrazione politica.
Andreotti tra responsabilità diffuse e semplificazioni
Sul nodo Andreotti, Rosy Bindi ha tenuto una posizione prudente: ha riconosciuto responsabilità politiche diffuse—sottovalutazione del fenomeno mafioso, tolleranza di poteri mafiosi in funzione anticomunista—ma ha espresso fatica nel sottoscrivere una lettura che riconduca “tutti i fili” a una sola persona. Ha rivendicato la necessità di leggere gli anni con la consapevolezza di allora, non con quella di oggi, ricordando anche che strumenti legislativi decisivi (come la Rognoni-La Torre) non esistevano ancora quando molte indagini e molte scelte si producevano.
Questo passaggio ha introdotto una linea di tensione importante nel dibattito: come evitare, contemporaneamente, l’assoluzione retrospettiva (“non sapevano”) e la condanna retroattiva onnisciente (“dovevano sapere tutto”)? Bindi ha proposto di non cancellare responsabilità, ma di non sostituire la complessità con una narrazione monocausale.
“Ibridi connubi” e la crisi della Repubblica secondo Gotor
Nel suo intervento finale, Miguel Gotor ha ringraziato i presenti e ha dichiarato l’impianto del suo lavoro: un libro faticoso da scrivere e da leggere, che usa il caso Mattarella come “faro” per illuminare avanti e indietro la crisi repubblicana. Ha esplicitato anche il titolo che avrebbe voluto: “Ibridi connubi”, concetto attribuito a una tradizione di analisi legata a Falcone e alle riflessioni di Loris D’Ambrosio.
Gotor ha sintetizzato il nucleo con una frase che ha funzionato da auto-definizione del progetto: “Ibridi connubi, Stato e Antistato nella crisi della Repubblica”. Nel suo racconto, la vicenda Mattarella non è un capitolo isolato, ma un passaggio che permette di interrogare la propensione delle classi dirigenti—non solo politiche—al ricorso rapido alla violenza e a “patti criminali” nei momenti di crisi.
Un elemento della sua risposta è stato il ragionamento sul dopo-Moro: un periodo di transizione che conduce a una nuova stabilità con Craxi, ma attraversato da un eccesso di violenza incompatibile con l’idea di una democrazia liberale ordinaria. Gotor non ha offerto “soluzioni”, ha proposto “problemi storici”: perché la massima forza riformatrice convive con la massima violenza? perché le bombe nere si interrompono nel triennio 1976-1979 mentre cresce l’acme brigatista?
In questo quadro, il riferimento a Gramsci e al “sovversivismo delle classi dirigenti” non è stato un ornamento teorico: è servito a descrivere un tratto ricorrente, cioè la capacità di settori dirigenti di usare strumenti extra-legali o criminali come parte di una gestione del potere in crisi.
Una frase che ha orientato la discussione
Tra i molti passaggi, uno ha funzionato da sintesi condivisa (pur con accentazioni diverse): “la verità storica non sempre coincide con la verità giudiziaria”. È un’idea che la moderatrice ha messo sul tavolo subito, che Salvi ha articolato in termini di vincoli e garanzie, che Bindi e Provenzano hanno tradotto in responsabilità politiche e in contesti, e che Gotor ha assunto come spazio di lavoro: non colmare artificialmente il vuoto, ma rendere leggibile la trama.
Nel corso dell’incontro, la frase ha evitato due derive opposte: la delega totale ai tribunali (come se solo la sentenza potesse dire la storia) e la dissoluzione del vincolo probatorio (come se bastasse un’intuizione per stabilire una verità pubblica). Il libro, nel modo in cui è stato presentato, si colloca proprio su questa linea di equilibrio instabile.
Una memoria che non chiude i conti
L’incontro non ha promesso una verità definitiva, e non ha trasformato la presentazione in un processo parallelo. Ha mostrato, piuttosto, come si costruisce—o si dovrebbe costruire—una discussione pubblica su eventi che restano sensibili: distinguendo piani, dichiarando limiti, evitando scorciatoie, ma senza rinunciare a porre domande dure sul rapporto tra potere, criminalità e Stato.
La cornice istituzionale della Camera ha dato a questa impostazione un significato ulteriore: la memoria non come gesto simbolico, ma come esercizio di responsabilità. Se il libro di Gotor ha un’ambizione, così come è emersa nel confronto, è quella di restituire complessità senza trasformarla in alibi e di ricostruire contesti senza usarli come pretesto per “chiudere il cerchio” quando il cerchio, per definizione, non si lascia chiudere con una sola mano.
