Roma, 2 febbraio 2026 - Nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati si è svolta una tavola rotonda collegata alla presentazione del volume EU Policies and Global Challenges. L’incontro ha alternato messaggi istituzionali letti in apertura e interventi di relatori con profili diversi: parlamentari, accademici, rappresentanti del mondo diplomatico e civile. Il filo conduttore è rimasto costante: la capacità dell’Unione Europea di reggere la pressione di crisi esterne (guerra, instabilità internazionale, migrazioni) e tensioni interne (consenso, regole decisionali, percezione di burocrazia e distanza dai cittadini).
Apertura e cornice istituzionale
In avvio è stato letto un saluto a nome del gruppo parlamentare misto, impostato su due punti: l’urgenza delle sfide e la natura peculiare dell’Unione Europea. L’UE è stata descritta come un soggetto che non coincide con uno Stato sovrano, ma che non è nemmeno una semplice organizzazione internazionale. Proprio questa configurazione viene considerata una risorsa e, insieme, una fonte di complessità quando il contesto richiede decisioni rapide e coesione politica.
Sono stati poi letti ulteriori messaggi, che hanno rafforzato la stessa cornice. Il Presidente Matteo Colaninno ha legato la “sopravvivenza” europea alla capacità di gestire transizione energetica/ecologica e digitale e di organizzare una difesa comune, richiamando anche la tensione storica tra sovranità nazionale e integrazione.
Il Ministro per gli Affari Europei, PNRR e politiche di coesione Tommaso Foti ha insistito su sicurezza e politica estera, ma anche su competitività, crescita, investimenti in innovazione e ricerca e riduzione della burocrazia. Il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha valorizzato il rapporto tra accademia e istituzioni come strumento per trasformare analisi in decisioni pubbliche, citando sicurezza, gestione dei flussi migratori e coesione sociale come campi dove questo raccordo diventa operativo.
Un oggetto istituzionale “ibrido” e la manutenzione continua
Il Rettore Francesco Bonini ha collocato l’Unione nella storia istituzionale europea: dopo lo Stato moderno, comunità europee e UE vengono presentate come la principale novità costituzionale dell’epoca contemporanea. Il punto non è stato trattato in astratto. La definizione di “ibrido” è servita a spiegare perché l’Unione sfugga alle categorie classiche e richieda, da decenni, una manutenzione costante: tentativi di rafforzamento interno, allargamenti, correzioni di rotta, soluzioni incrementali.
Bonini ha descritto due processi che per molto tempo sono avanzati insieme: allargamento (piano orizzontale) e strutturazione/irrobustimento (piano verticale). Negli ultimi anni, secondo questa lettura, i due processi si sono incastrati male e producono malfunzionamenti: interessi, principi e politiche non risultano sincronizzati. Il riferimento al Green Deal è stato usato come esempio di disallineamenti tra obiettivi normativi, impatti industriali e tempi di implementazione, con effetti di concorrenza esterna che finiscono per premiare attori extraeuropei.
Credibilità interna e distanza percepita
Il tema della credibilità verso i cittadini è entrato presto nella discussione. È stato introdotto con un passaggio che ha funzionato come indicatore di clima sociale, riportato dal relatore principale come risposta ricevuta in un contesto informale: “Odio ognuna e ciascuna delle parole del titolo della tavola rotonda”. La frase è stata presentata come sintesi di una diffidenza diffusa e non come caso isolato.
Da qui si è passati ai motivi ricorrenti di frizione: percezione di scarsa possibilità di incidere, complessità regolatoria, burocrazia vista come ridondante, convinzione che alcuni Stati “decidano per tutti”, sensazione di protettorato esterno o, all’opposto, di oppressione normativa interna. Il punto non è stato negato: è stato trattato come rischio politico concreto, perché un’Unione percepita come distante tende a perdere spazio di manovra proprio quando servirebbero consenso e legittimazione.
Pace e sicurezza come stress test
La guerra in Ucraina è stata indicata più volte come la prova più severa della fase attuale, sia per l’impatto sul progetto europeo di pace sia per la pressione sulle scelte di sicurezza e difesa. Il conflitto è stato anche descritto come elemento che rende più evidente la necessità di strumenti comuni e di una linea esterna leggibile.
L’Ambasciatore Pierfrancesco Zazzo, ex ambasciatore a Kiev (2021–2024) con precedenti esperienze a Kiev e Mosca, ha ricostruito la dinamica negoziale e le posizioni delle parti. Ha riferito che l’Ucraina sarebbe disposta a una tregua lungo l’attuale linea del fronte con una perdita de facto (non de jure) dei territori occupati, in cambio di garanzie di sicurezza, mentre la Russia punterebbe a condizioni ulteriori considerate non accettabili da Kiev, tra cui richieste territoriali aggiuntive e limitazioni militari. Il tema è stato riportato a una questione di ordine: se la regola dominante diventa la forza, l’Europa perde un impianto di norme e vincoli che ha usato come base della propria stabilità.
Rapporto euro-atlantico e autonomia strategica
In più interventi, il rapporto con gli Stati Uniti è stato discusso come variabile strategica, senza impostazioni celebrative o moralistiche. È stata sostenuta l’idea che gli assetti euro-atlantici, considerati per decenni relativamente stabili, siano entrati in una fase più incerta, con conseguenze sulla sicurezza europea e sulla gestione della crisi ucraina.
Zazzo ha collegato la dinamica alla prospettiva di un mondo “a sfere d’influenza” e ha richiamato la necessità per l’Europa di essere pronta a sostenere l’Ucraina e la propria sicurezza anche con strumenti più autonomi. Il tema si è intrecciato con l’argomento della difesa comune: non solo aumento di spesa, ma coordinamento, interoperabilità e capacità di produrre decisioni operative senza dipendere da blocchi interni.
Migrazioni e attrattività del modello europeo
Il tema migratorio è stato affrontato anche attraverso un esempio specifico legato agli arrivi via mare e alla presenza di cittadini bengalesi tra le nazionalità dichiarate. Il ragionamento proposto non si è fermato ai fattori di spinta, ma ha insistito sui fattori di attrazione: perché l’Unione Europea continui a essere una meta, anche per persone provenienti da aree prossime a grandi economie asiatiche.
La risposta data in sala ha messo al centro l’UE come spazio di standard civili e sociali: diritti fondamentali, garanzie di processo, libertà di espressione e di riunione, tutela dei diritti civili (con esplicito riferimento anche alle tutele delle identità LGBTQ), condizioni di benessere e possibilità di costruire percorsi di vita stabili. È stato osservato che, proprio perché questi elementi sono ordinari per molti europei, tendono a essere dati per scontati, mentre non lo sono in altri contesti.
Regole decisionali e unanimità: un punto ricorrente di blocco
Il superamento dell’unanimità è stato uno dei temi più frequenti e trasversali. L’argomento è stato trattato in termini funzionali: in una fase di crisi multiple, la capacità decisionale rapida diventa parte della sicurezza e della credibilità. La regola dell’unanimità è stata indicata come fattore che consente blocchi e ricatti, con riferimento esplicito al ruolo dell’Ungheria in varie partite europee.
L’Onorevole Piero De Luca ha collegato questa riforma a un pacchetto più ampio: rafforzare il Parlamento europeo, razionalizzare le figure apicali e rendere più chiara la rappresentanza esterna, così da ridurre sovrapposizioni e incertezze operative. In un solo passaggio riassuntivo (senza estendere l’elenco oltre questo paragrafo), i punti evocati sono stati:
- passaggio a maggioranza qualificata in ambiti oggi bloccati dal veto;
- maggiore capacità operativa su politica estera, difesa, sicurezza;
- rafforzamento del ruolo del Parlamento europeo (anche sul tema dell’iniziativa legislativa);
- chiarezza della leadership esterna e riduzione delle duplicazioni.
Transizioni e competitività: tra regole e capacità industriale
La parte economica della discussione ha ruotato attorno a due esigenze: evitare che l’Europa sia forte solo nella produzione normativa e recuperare capacità di investimento e politica industriale. Il Next Generation EU è stato richiamato come precedente rilevante, soprattutto per l’uso di strumenti comuni di finanziamento e per la logica di investimento coordinato.
È stata citata anche la necessità di rivedere alcune regole costruite per un contesto diverso (in particolare sugli aiuti di Stato) per consentire la crescita di attori industriali europei capaci di competere fuori dai confini UE. L’autonomia strategica è stata presentata come obiettivo concreto: energia, digitale, tecnologie critiche, capacità produttive e difesa.
Cultura e infrastrutture: il tema posto dal Maestro Veronesi
Il Maestro Alberto Veronesi ha portato una prospettiva legata a infrastrutture culturali e spazio digitale. Partendo dalla propria esperienza internazionale, ha chiesto se l’Europa non debba dotarsi di grandi infrastrutture culturali e digitali, richiamando la presenza di investimenti rilevanti in altri contesti e il rischio che lo spazio comunicativo dei giovani sia dominato da piattaforme esterne.
Dialogo culturale e criteri di distinzione
Sul tema, l’Ambasciatore Zazzo ha esplicitato la distinzione tra cultura russa e regime politico, affermando di essere favorevole alla circolazione di artisti russi in Europa purché non diventi sostegno al potere. È stato anche evidenziato un vincolo pratico: in un sistema repressivo, la possibilità per alcuni operatori culturali di esporsi pubblicamente contro il regime è limitata, e questo rende più delicata la costruzione di criteri chiari e applicabili.
Scuola e università: consapevolezza europea e formazione critica
Il tema formativo è stato ripreso in modo diretto, anche collegandolo alla qualità del dibattito pubblico. È stata sostenuta la necessità di un investimento strutturale nella consapevolezza europea nelle scuole e nei percorsi universitari, per ridurre la distanza tra norme europee e percezione sociale, e per evitare che slogan privi di riscontro diventino “opinioni solide” nel discorso comune.
Il professor Alessandro Natalini, come presidente di corso di studi, ha descritto la finalità formativa in termini non ideologici: non indottrinamento, ma strumenti per una coscienza critica. L’Europa è stata descritta come un modello mobile e in ricostruzione continua, determinato dal cambio degli attori e dal contesto. In questa cornice, la formazione serve a far comprendere processi e vincoli, non a imporre una linea.
“Io” e “noi”: un passaggio antropologico nel consenso europeo
Un intervento ha proposto una lettura più culturale: la difficoltà dell’Europa nel reggere il presente sarebbe legata anche a un passaggio antropologico dalle forme di appartenenza collettiva (we-ness) a una centralità dell’io (I-ness). L’argomento non è stato usato per negare la dimensione valoriale dell’Unione, ma per spiegare perché i cittadini possano percepire l’UE come limite più che come protezione.
Su questo punto è stato osservato che, in momenti di crisi, riemergono forme forti di coesione (con esempi richiamati sia sulla resistenza ucraina sia, in altro contesto, sulla solidarietà durante la pandemia). L’idea esposta è che l’Europa non abbia “perso” il legame sociale, ma che debba renderlo operativo attraverso istituzioni percepite come utili e capaci di protezione, altrimenti lo spazio viene occupato da narrazioni semplificate e da influenze esterne.
Allargamento e Ucraina: riforme, tempi e condizioni
Sul tema dell’allargamento, Zazzo ha sostenuto che l’Ucraina non sia ancora pronta all’adesione e che debba rafforzare Stato di diritto e contrasto alla corruzione. È stata richiamata anche la questione economica: un grande Paese con PIL pro capite inferiore alla media UE sarebbe, in prospettiva, beneficiario netto di fondi e richiederebbe un bilancio comunitario adeguato.
Al tempo stesso, sono stati elencati possibili benefici dell’ingresso: contributo valoriale (una società che si identifica con l’Europa), capacità militare e industriale nel settore difesa e competenze in comparti tecnologici e digitali. In sala è emersa una valutazione di metodo: l’allargamento va gestito insieme a riforme interne, altrimenti aumenta la frizione tra allargamento e capacità decisionale.
Formazione nella pubblica amministrazione europea: la domanda aperta
Il Presidente Antonio Sabatella (Istituto Studi Europei “Alcide De Gasperi”) ha posto un tema operativo: l’assenza di una formazione comune strutturata per funzionari pubblici con competenze europee diffuse. È stato sostenuto che esistono percorsi e scuole, ma non un disegno comune capace di portare in modo sistematico “realtà valoriale” e competenze europee nella macchina amministrativa.
L’On. Bonetti ha risposto collegando il punto a una premessa: finché non esiste una pubblica amministrazione europea in senso pieno (nel quadro di una possibile evoluzione federale), la formazione comune resta parziale. Ha però indicato una direzione praticabile: rafforzare la cooperazione tra scuole nazionali di amministrazione e creare partnership più strutturate, citando la possibilità che la formazione dei funzionari nazionali si orienti maggiormente alla dimensione europea, così da uniformare prassi e capacità operative.
Ruolo dell’Italia: interessi nazionali dentro una cornice europea
Nella parte finale sono state poste domande dirette su quale ruolo l’Italia dovrebbe ritagliarsi e su quali misure concrete l’Europa dovrebbe adottare per tornare protagonista. Il Rettore Bonini ha risposto tenendo insieme due livelli: interessi nazionali (Mediterraneo, Balcani, proiezione verso l’Africa) e appartenenza a una costruzione più ampia (UE e Alleanza Atlantica). Ha insistito su un requisito: la stabilità e un consenso politico sufficientemente ampio su dossier strategici, perché oggi la gestione internazionale coinvolge anche opinione pubblica e clima culturale.
Zazzo ha ribadito la stessa impostazione: tutela degli interessi italiani dentro un’Europa più forte e più unita. Ha collegato la necessità di apertura commerciale (con citazione degli accordi di libero scambio) a un principio di fondo: valutare il vantaggio complessivo, non solo quello settoriale, e leggere le scelte economiche come parte della postura geopolitica dell’Unione.
Cosa è rimasto sul tavolo
Dalla discussione è emersa una linea di lavoro più che un insieme di slogan: riforme decisionali (in particolare sul veto), investimenti e politica industriale per autonomia strategica, difesa comune, gestione ordinata dell’allargamento, e una componente culturale e formativa che riguarda scuola, università e amministrazione pubblica. La cornice è stata ribadita più volte: l’Unione Europea continua a essere un modello attrattivo per diritti e standard, ma la sua capacità di mantenere quel modello dipende dalla tenuta interna e dalla capacità di agire nel contesto esterno senza tempi incompatibili con la fase storica.
