Roma, 29 gennaio 2026 - Alle ore 11, presso la Sala della Regina di Montecitorio si è tenuto un momento di memoria condivisa. Al centro c’è un libro che raccoglie discorsi parlamentari, interventi, passaggi di una lunga vita politica. Quello che è stato presentato non è soltanto un volume: è un modo per dire che Roberto Maroni ha attraversato la politica italiana lasciando tracce concrete.
Tra le varie testimonianze si sono succeduti parlamentari e figure che hanno incrociato Maroni in fasi diverse: al governo, nelle trattative, nelle notti lunghe, nei passaggi più delicati. E soprattutto c’è la dimensione familiare, richiamata più volte e mai come elemento “di contorno”: i figli e i familiari in prima fila. Un messaggio chiaro: la politica come mestiere, sì, ma anche come relazione umana.
Un libro che pesa
Il punto di partenza è chiaro: raccogliere in un volume gli interventi parlamentari di Maroni significa ricostruire un percorso lungo sei legislature, dal 1992 al 2013, e poi la parentesi da Presidente della Regione Lombardia. Però, ascoltando chi ha preso la parola, emerge subito che la cronologia non basta. Il libro diventa un pretesto per ricomporre un profilo: un uomo che è stato militante, ministro, segretario di partito, amministratore, e che – come ha detto chi ha introdotto i lavori – sembra aver vissuto “tante esistenze” dentro una sola vita.
E la sensazione è coerente con ciò che si legge e si ascolta: Maroni viene raccontato come figura capace di stare su più piani contemporaneamente, senza perdere il contatto con la base. È un tratto che torna in tutti gli interventi: la politica come responsabilità quotidiana, non come posa. Non è un caso che si torni spesso alle origini: i manifesti attaccati la sera, il linguaggio diretto, quel modo di essere “uno di noi” anche quando si entra nei palazzi più solenni.
L’apertura di Fontana tra orgoglio e radici
Lorenzo Fontana, da Presidente della Camera, apre con un tono personale, quasi confidenziale, e mette subito un punto: il libro non è un oggetto freddo, è un gesto di riconoscenza. Ricorda la Lega delle origini, quella dei manifesti con Bossi e Maroni, e lo fa senza edulcorare: l’impaccio, la colla rovesciata, l’umanità un po’ ruvida. “Noi siamo quella cosa lì”, dice, come a fissare un’identità che non dipende dalle cariche, ma dalla provenienza.
Poi Fontana sposta l’attenzione su un aspetto che, nel corso della mattinata, diventa filo rosso: Maroni come figura “fondamentale” nei passaggi di transizione. Non solo ministro, non solo leader: anche traghettatore, riferimento per chi era più giovane, guida politica “da zio”, come lo definisce lui stesso. È un racconto che evita la retorica perché si aggancia a episodi concreti: incarichi, fiducia, momenti in cui una scelta personale cambia il percorso di un gruppo.
Giorgetti e l’umore del territorio
Il Ministro Giorgetti entra in scena con un registro che sorprende: invece di partire dalle date, parte dai paesi. Racconta il primo incontro con Maroni non in un ufficio, ma a una festa di paese, con il concerto del “Distretto 51” e Maroni all’Hammond. Lo fa per spiegare un’idea precisa: la Lega e Maroni nascono da un humus popolare, “popolano” nel senso più concreto del termine, fatto di piazze, volontariato, corse podistiche e tazze di tè distribuite dall’Avis.
In quel quadro, Maroni viene descritto come “cerniera” tra movimento e istituzioni: uno capace di portare credibilità dentro i palazzi senza snaturare la provenienza. Giorgetti insiste su un elemento che, detto così, diventa quasi una regola politica: la competenza riconosciuta dagli avversari vale più di mille slogan. E quando arriva alla parte più “operativa” del ricordo, esce una frase che suona come una lezione sintetica di realpolitik: “Tu devi accettare perché esserci è meglio che non esserci e poi vedremo.” È un modo di stare nel gioco che non è cinismo: è strategia paziente, capacità di tenere una finestra aperta quando altri chiuderebbero la porta per orgoglio.
Il riformismo nel dolore: Sacconi e la stagione del lavoro
Maurizio Sacconi porta la sala in un’altra atmosfera. Il suo intervento ha un ritmo diverso: meno aneddoti, più densità storica. Racconta la legislatura in cui Maroni è Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e lega quella stagione a due parole che raramente stanno insieme con naturalezza: riforme strutturali e dolore personale. Perché in mezzo ci sta l’attentato a Marco Biagi, “assurdo, anche se annunciato”, e un sentimento che Sacconi definisce senza giri: “Non riuscimmo a proteggerlo”.
Qui il ricordo diventa un’istantanea di metodo e di carattere. Da un lato, la volontà di cambiare un mercato del lavoro ingessato, con un approccio che Sacconi descrive come “meno legge e più contrattazione, meno centralismo e più prossimità”. Dall’altro, la reazione a un trauma: accelerare la riforma “nel nome di colui che aveva pagato il prezzo più alto”. È un passaggio che spiega bene perché Maroni venga letto come politico pragmatico: la sua risposta al dolore non è la sospensione, ma l’assunzione di responsabilità, con la convinzione – quasi ruvida – che il modo più serio di ricordare sia “completare il disegno” per cui qualcuno è stato colpito.
Gianni Letta e la politica come costruzione, non come posa
Gianni Letta prende la parola e fa quello che gli riesce meglio: ordina il caos senza raffreddarlo. Parte dagli interventi che lo hanno preceduto e li integra: la testimonianza “storicamente ineccepibile” di Sacconi, l’“affresco personale” di Giorgetti. Ma poi introduce il suo punto: quel volume è “così forte” perché dentro non ci sono soltanto discorsi, ci sono “passione e impegno di una vita”.
Il suo racconto è lungo e pieno di snodi: la giovinezza politica, la radio locale, il lavoro in banca e in azienda, l’incontro con Bossi, la scelta di lasciare tutto e “accettare la sfida”. Letta insiste su una definizione che suona semplice e potente: la Lega come “sindacato del territorio”, un soggetto che difende una comunità nella sua “interezza e complessità”. È un modo per spiegare Maroni senza trasformarlo in icona: l’idea di fondo è che la sua ascesa istituzionale non sia stata un tradimento delle origini, ma una traduzione di quelle origini in capacità di governo.
E quando Letta arriva all’esperienza del primo governo Berlusconi, inserisce un dettaglio che vale più di un’analisi: racconta la coppia dei vicepremier, Maroni e Tatarella, che vanno insieme a parlargli e gli dicono: “Tu sei il sottosegretario della Presidenza, non solo del Presidente.” È un frammento che restituisce un modo di intendere le istituzioni come lavoro collegiale, non come monologo.
Il “barbaro sognante” e l’ironia come bussola
Tra gli elementi che restano addosso alla sala c’è un’espressione: “barbaro sognante”. Viene richiamata come autodefinizione, quasi un riassunto: da un lato l’asprezza di chi non ha paura del conflitto politico, dall’altro una dimensione ideale che non smette di spingere. In mezzo, l’ironia: Giorgetti la indica come “indicatore ineccepibile” di intelligenza politica. E in effetti ritorna in più momenti: l’ironia come modo per sdrammatizzare senza banalizzare, per abbassare la temperatura e trovare un varco.
È un tema che aiuta a capire perché Maroni venga ricordato come interlocutore credibile anche da chi non la pensava come lui. La capacità di dialogo, di “trovare soluzioni”, è collegata proprio a questo: l’ironia spezza i muri, la competenza costruisce i ponti. E la politica, nella narrazione complessiva della mattinata, appare meno come guerra di trincea e più come una partita complessa, fatta di mosse successive, dove conta anche la “quinta, sesta, settima conseguenza” di una decisione.
Da Milano Cortina al filo della continuità istituzionale
Nel discorso pubblico, spesso la memoria si ferma ai ruoli “più noti”: il Viminale, la sicurezza, l’immigrazione. Qui, invece, emerge una continuità più ampia: la capacità di muoversi tra fasi diverse mantenendo un tratto riconoscibile. Si parla di riforme, ma anche di autonomia; di Stato e territorio; di governo e movimento. E senza forzature, qualcuno richiama il tempo presente: le Olimpiadi di Milano-Cortina alle porte diventano un dettaglio simbolico, perché riportano al tema dell’amministrazione concreta, degli eventi che hanno bisogno di struttura e non solo di annunci.
In questo senso, Maroni appare come un politico che ha lavorato sulle “architravi”: norme, istituzioni, passaggi di potere, decisioni che reggono. Il racconto della sua presidenza in Lombardia – seppure accennato – rientra qui: non solo gestione, ma visione di un territorio che vuole contare di più. La memoria, insomma, non è nostalgia: è un modo per interrogare l’oggi con gli strumenti di ieri.
Salvini e la memoria come eredità operativa
Matteo Salvini chiude con un intervento che mescola commozione e ritmo politico. Parte dicendo che è “impegnativo intervenire dopo Gianni Letta” e poi costruisce un finale che è soprattutto una dichiarazione di debito: “Se oggi uno fa il Ministro dell’Economia e l’altro fa il Ministro dei Lavori Pubblici è perché Bossi e Maroni hanno cominciato tutto”. È un riconoscimento che lega i destini personali a un’origine collettiva.
Nel suo discorso ci sono due piani: la storia “frizzante” del movimento – il Parlamento della Padania, i raduni, le avventure improbabili – e i temi che diventano agenda politica: autonomia, Sud, premierato. Salvini cita messaggi e passaggi che, al di là del colore, servono a raccontare una coerenza. E dentro quella coerenza spunta un punto che lui stesso sottolinea come decisivo: l’apertura verso il Sud “non è in contraddizione”, non è “ammainare bandiere”. È la versione politica di un concetto più ampio: cambiare pelle senza perdere il DNA.
Poi arriva il momento più umano, e forse il più condivisibile: la consapevolezza che la politica “toglie tempo” alla famiglia. Non è un’ammissione retorica: è la nota che riporta tutto a terra. E chiude con una frase netta, senza giri: “Sono felice, fortunato e orgoglioso di aver incontrato sulla mia strada un uomo eccezionale come Roberto Maroni.”
I passaggi chiave emersi dalla mattinata
Se si dovesse trasformare la mattinata in una mappa, alcuni snodi tornerebbero sempre. In un solo punto possiamo permetterci di schematizzare, perché il resto del racconto vive di parole e di episodi:
- Radici popolari come base di credibilità: la politica non nasce nei palazzi, ci arriva
- Competenza riconosciuta anche dagli avversari come forma di autorevolezza istituzionale
- Riformismo concreto, capace di reggere anche dopo traumi e conflitti
- Autonomia e territorio come chiave costante, non come bandiera di stagione
- Ironia e pragmatismo come stile di leadership, più che come comunicazione
Sono punti diversi, ma tutti riconducono a una stessa idea: la politica, quando è fatta bene, non cancella l’umano. Lo integra.
Un ricordo che non chiude, ma rimette in moto
L’impressione è che questo incontro abbia avuto un obiettivo preciso: rendere leggibile Maroni non come “santino” né come “simbolo”, ma come figura politica completa, con luci, conflitti, scelte, responsabilità. Il libro è il pretesto materiale; le parole degli amici e dei colleghi sono il contenuto vivo. E la presenza dei familiari – richiamata più volte, con delicatezza – è la misura più forte di tutto.
Resta addosso una frase, semplice e utile anche fuori dalla politica: esserci conta. Non come protagonismo, ma come disponibilità a portare un peso. È questo che, in modi diversi, hanno detto tutti. E forse è proprio qui la ragione per cui una sala piena, in una mattina qualunque, si ferma ad ascoltare un ricordo: perché dentro quel ricordo c’è ancora qualcosa che serve, oggi.
