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Basta caro prezzi trasporti per le festività

Roma, 23 dicembre 2025 – Alla Camera dei Deputati, una conferenza stampa ha riportato sotto i riflettori un tema che ogni dicembre torna a pesare, ma che quest’anno – secondo i promotori – si è trasformato in un vero spartiacque sociale: il caro trasporti per rientrare al Sud e nelle isole.

 L’incontro, promosso da Democrazia Solidale (Demos) insieme a Rete Civica Meridionale, ha messo al centro le difficoltà di studenti fuori sede, lavoratori, famiglie e anziani che provano a ricongiungersi nei giorni delle feste. Il messaggio di fondo è stato semplice e insistito: il rientro per Natale non può dipendere dal reddito né dalle regole “automatiche” di un mercato che, quando la domanda cresce, rende la mobilità un privilegio.

La conferenza e la rete che la sostiene

A guidare l’iniziativa è stato Paolo Ciani, che ha presentato l’appuntamento come un momento di denuncia e di costruzione politica insieme. Al suo fianco, in presenza, Antonella Calfapietro per Rete Civica Meridionale; da remoto, le voci di alcuni sindaci del Mezzogiorno e un intervento dalla Sardegna.

 In sala è stata richiamata anche la presenza dell’onorevole Andrea Casu, vicepresidente della Commissione Trasporti, indicato come interlocutore istituzionale utile a dare continuità al lavoro parlamentare su questo fronte. L’obiettivo dichiarato non era un “caso mediatico” di un giorno, ma l’apertura di un percorso: partire dal picco natalizio per mettere a tema un problema ritenuto strutturale.

I numeri che raccontano il caro viaggi

La conferenza è entrata subito nel merito con esempi concreti e cifre citate come prova di una distorsione evidente nelle settimane festive. Sono state richiamate analisi di associazioni dei consumatori e l’impressione condivisa da molti utenti: tra Nord e Sud i prezzi aumentano in modo sproporzionato rispetto alla bassa stagione. Nel racconto portato in conferenza, gli aumenti possono arrivare a moltiplicare il costo anche di molte volte, con casi indicati tra 700% e 900% rispetto ai periodi ordinari.

Sono stati citati esempi di biglietti aerei di andata e ritorno che superano i 450 euro su alcune rotte tra grandi città del Nord e destinazioni del Sud o della Sicilia. Il punto, però, non è rimasto confinato ai voli: è stato ribadito che il problema riguarda anche il trasporto ferroviario, in particolare quando la disponibilità di posti diminuisce e le tariffe crescono fino a diventare inaccessibili per una parte ampia della popolazione.

A rendere l’idea con immediatezza è stato l’episodio raccontato durante la conferenza: una simulazione di acquisto online, effettuata in quel momento, che indicava 259 euro per una singola corsa ferroviaria verso Rosarno. Un dato, questo, presentato come difficilmente contestabile proprio perché legato a un’operazione semplice: cercare un biglietto, come farebbe qualsiasi cittadino, e vedere a che cifra si arriva quando la data è quella “giusta”, la data in cui tutti provano a partire.

La protesta che sale dagli aeroporti

Nel quadro della discussione è stata citata anche la mobilitazione nata in Sicilia, con il sit-in all’aeroporto di Palermo promosso dal movimento Non Si Parti, richiamato come segnale di un malessere che non resta più solo nei reclami individuali o nei commenti sui social.

Per i promotori della conferenza, quella protesta ha un valore simbolico: racconta che il costo del viaggio non è un dettaglio organizzativo, ma una barriera che cambia i piani di vita. Se la distanza tra luoghi si misura in chilometri, la distanza tra persone – durante le feste – rischia di misurarsi in euro.

Il Natale come “cartina di tornasole”

Il punto insistito più volte è che il Natale, in Italia, non è un periodo neutro. È il momento in cui la tradizione familiare e il desiderio di ritrovarsi diventano più forti, e per questo la mobilità non può essere trattata come un bene qualunque. Secondo l’impostazione emersa in conferenza, il picco natalizio funziona come una cartina di tornasole: ciò che durante l’anno è tollerato, sopportato o semplicemente rimandato, a dicembre esplode.

In quei giorni, infatti, si concentrano fenomeni che altrove si distribuirebbero: rientri di studenti, ferie di lavoratori, visite a genitori anziani, ricongiungimenti tra figli e nonni. Se il sistema risponde a questa domanda concentrata con tariffe che diventano proibitive, allora – è stato sostenuto – non si tratta solo di “mercato”, ma di un problema che investe l’idea di Paese e la coesione tra territori.

Quattro nodi strutturali dietro al caro trasporti

Il caro viaggi, per i relatori, non è una parentesi stagionale, ma si innesta su questioni più profonde che definiscono il rapporto tra Nord, Sud, isole e aree interne. In conferenza, questo “sfondo” è stato ricondotto a quattro fattori, presentati come intrecciati tra loro:

  • Demografia: un Paese con molti anziani e pochi giovani, dove la distanza si traduce spesso in solitudine e fragilità sociale.
  • Migrazioni interne: decine di migliaia di persone che dal Mezzogiorno si spostano verso il Centro-Nord per studio e lavoro, spesso non per scelta ma per necessità.
  • Spopolamento delle aree interne: piccoli comuni e territori lontani dai grandi nodi di trasporto che perdono abitanti e servizi, con un effetto “a catena” sulle opportunità future.
  • Discriminazione territoriale: divari economici e infrastrutturali che rendono più costoso, più lento e più difficile muoversi proprio dove la mobilità sarebbe essenziale.

Questi elementi, è stato ribadito, diventano visibili con forza durante le feste, perché la mobilità non riguarda solo l’efficienza dei collegamenti, ma la possibilità concreta di mantenere legami familiari e comunitari.

Ciani e il diritto alla mobilità come questione civile

Paolo Ciani ha proposto una lettura politica del problema concentrandosi su un meccanismo che, per definizione, sembra “normale”: i prezzi che variano in base alla domanda. In conferenza, però, quel meccanismo è stato descritto come un acceleratore di disuguaglianze: quando la domanda cresce, i prezzi salgono e, di conseguenza, chi ha redditi più bassi o spese già elevate resta escluso.

È in questo passaggio che la discussione ha toccato la nozione di diritto alla mobilità come diritto costituzionale e come condizione per esercitare altri diritti, a partire da quello di vivere relazioni familiari senza che siano ostacolate da barriere economiche.

La frase più incisiva, usata proprio per fissare l’obiettivo, è stata questa: “Vorremmo che tornare a casa non diventi un privilegio per pochi che possono permetterselo.” In quel virgolettato si concentra la critica al modello che, nel periodo natalizio, trasforma il ricongiungimento familiare in una scelta selettiva.
Ciani ha inoltre annunciato la presentazione di un’interrogazione al Ministero competente, rivolta al Ministro dei Trasporti, con l’intenzione di sollecitare misure strutturali e non interventi episodici.

 Il punto politico, nella sua impostazione, è che la risposta non può ridursi a un appello morale o a un “buon senso” affidato alle compagnie: serve una presa in carico pubblica, perché la mobilità – soprattutto in un Paese con forti squilibri territoriali – è anche una questione di equità.

Calfapietro: la vita reale di chi è fuori sede

L’intervento di Antonella Calfapietro ha aggiunto una prospettiva che in conferenza è tornata più volte: non si parla di viaggi “extra”, ma di vite spostate altrove. Calfapietro ha ricordato di essere emigrata da molti anni e di conoscere quindi, direttamente, la fatica economica e psicologica del rientro. Ha citato studenti fuori sede, lavoratori precari, famiglie che sostengono spese elevate per affitti e quotidianità lontano da casa. In questo quadro, anche una singola partenza può pesare come una quota che sottrae risorse essenziali ad altri capitoli di spesa: dalla casa allo studio, dalle cure alla gestione dei figli.

L’argomento non è stato presentato come una contrapposizione tra “chi viaggia” e “chi non viaggia”, ma come un tema che riguarda la dignità di persone che hanno già pagato un prezzo per la mobilità: essere lontani dai luoghi d’origine. Il caro trasporti, in questa prospettiva, diventa una sorta di tassa aggiuntiva su chi è già costretto a spostarsi.

L’assenza di aeroporti e il costo nascosto dei trasferimenti

Uno dei passaggi più concreti dell’intervento di Calfapietro ha riguardato l’effetto moltiplicatore dei costi quando mancano infrastrutture di base. La Basilicata, citata come esempio, non ha aeroporti: questo significa che al prezzo del volo – già alto – si somma il prezzo per raggiungere gli scali più vicini, come Bari, Brindisi o Napoli. È un dettaglio decisivo, perché sposta l’analisi dal costo del biglietto al costo complessivo del viaggio: trasferimenti su gomma, tempi più lunghi, necessità di mezzi privati o passaggi.

Calfapietro ha inoltre insistito su un tema di offerta: alcune direttrici hanno poche corse e poche rotte, con un confronto implicito con tratte più ricche di frequenze (come quelle tra grandi città del Centro-Nord). Meno corse significa meno possibilità di scegliere e più vulnerabilità ai rincari: se non ci sono alternative, si paga quello che c’è. E in periodi come i weekend o le feste, la compressione dell’offerta può trasformare la ricerca del biglietto in una corsa contro il tempo, dove chi prenota tardi – spesso perché ha meno margini organizzativi – trova solo prezzi fuori portata.

Troiano e l’Italia “lontana” delle aree interne

Dal collegamento con la Basilicata, Mosè Antonio Troiano, sindaco di San Paolo Albanese, ha descritto con parole semplici la condizione delle aree interne: distanze elevate dagli aeroporti, collegamenti pubblici insufficienti e necessità di affidarsi a soluzioni private. Ha portato un dato significativo: il suo comune dista circa 240 chilometri dall’aeroporto di Bari e 260 da quello di Napoli, e non dispone di mezzi di raccordo capaci di rendere quel percorso sostenibile.

Nel suo intervento, l’aumento dei biglietti non è stato trattato come un incidente “di mercato”, ma come l’ennesimo smacco che penalizza il Mezzogiorno e rischia di scoraggiare proprio i rientri che tengono in vita i legami con i territori d’origine. Se tornare a casa diventa troppo caro, ha lasciato intendere, i giovani restano dove sono: e i paesi si svuotano un po’ di più, anche dal punto di vista affettivo e comunitario.

La festività natalizia, in questo senso, è stata presentata come il momento in cui si misura la distanza tra la retorica del “riportare vita nei borghi” e la realtà di infrastrutture e servizi spesso insufficienti.

Sardegna: continuità territoriale e disuguaglianze che crescono

L’intervento dalla Sardegna, affidato a Mario Arca, ha aggiunto un livello ulteriore: quello delle isole, dove lo spostamento non è una scelta tra alternative, ma un passaggio obbligato per studio, lavoro, salute, relazioni. Arca ha descritto il dynamic pricing come un meccanismo capace di accentuare le disuguaglianze, perché trasforma la necessità di muoversi in una competizione economica. Nel suo ragionamento, la “modernità” – intesa come strumenti automatizzati e previsioni di domanda – rischia di rivolgersi contro il bene comune, dividendo i viaggiatori tra chi può pagare e chi no.

Arca ha richiamato anche il tema della continuità territoriale, parlando della necessità di rivedere strumenti e bandi affinché la mobilità non diventi una selezione economica. Ha raccontato l’impegno a costruire soluzioni che includano non solo i residenti ma anche alcune categorie legate ai flussi di lavoro e ai legami familiari, con l’idea di riconoscere che l’appartenenza a un territorio non si esaurisce nella residenza anagrafica.

Il punto, però, è stato riportato alla quotidianità: quando i posti riservati finiscono o quando la domanda esplode, la regola dei prezzi dinamici continua a colpire, e molte famiglie – in Sardegna come altrove – rinunciano a ricongiungersi. Nella lettura proposta, non si tratta solo di una difficoltà economica: è una menomazione della vita sociale e familiare, perché toglie prevedibilità e accessibilità a un diritto fondamentale.

Fusco: dalla denuncia alla proposta, senza rassegnazione

Il sindaco Vito Fusco (Castelpoto) ha impostato il suo intervento su un’idea di metodo: non basta protestare, serve trasformare l’indignazione in proposte politiche serie e strutturate. Ha definito il caro biglietti un fenomeno che si ripresenta puntualmente ogni anno e proprio per questo va trattato come un problema strutturale, non come una scossa momentanea.

Nel suo ragionamento, i rincari più forti sulla direttrice Nord-Sud sono un effetto avvelenato dei divari territoriali e della storia recente del Mezzogiorno, dove per molti lavorare al Nord non è stata una scelta di mobilità professionale ma l’unica opzione possibile. Da qui l’espressione, ripetuta in conferenza con forza: dopo il danno, la beffa. La beffa è che anche il rientro per le feste – per rivedere i propri affetti – diventa difficile.

Fusco ha insistito sull’idea del trasporto come funzione anche sociale: il diritto alla mobilità non è un lusso, e se diventa un privilegio la frattura territoriale si fa più profonda, inglobando e amplificando disuguaglianze generazionali e sociali. L’immagine evocata è quella di un Paese da “ricucire” con cooperazione tra territori, non con competizione che scava solchi e produce rabbia.

Piccino e l’impatto emotivo sulle famiglie

A chiudere il giro di testimonianze è stato Vincenzo Piccino, promotore dell’associazione Genitori Espropriati, che ha portato la discussione dal piano delle tariffe a quello delle relazioni familiari. Piccino ha insistito sull’idea che molte partenze non sono frutto di libertà, ma di costrizione: si va via perché mancano opportunità e poi si paga anche per tornare. Il caro trasporti diventa così un doppio vincolo: costringe a partire e poi rende difficile rientrare, spezzando la continuità dei legami.

Nel suo intervento è emerso un esempio personale, legato ai costi molto elevati necessari per far rientrare una famiglia dall’estero: cifre tali da indurre alla rinuncia. Ma Piccino ha anche allargato il discorso ai collegamenti interni: non basta arrivare in un aeroporto o in una grande stazione, perché spesso restano centinaia di chilometri da percorrere per raggiungere la destinazione finale. È una catena di spostamenti che somma costi, tempi, coincidenze e fatica, e che incide anche su ambiente e qualità della vita quando costringe a scegliere soluzioni più lunghe o più inquinanti solo perché “almeno costano meno”.

L’associazione, ha spiegato, nasce proprio per non lasciare questo problema nel privato delle famiglie: trasformare una sofferenza diffusa in rete, in voce pubblica, in proposta.

Le richieste sul tavolo: confronto, regole, tutele

Dalla conferenza è emerso un perimetro di richieste che non punta a una misura simbolica, ma a un confronto stabile con le istituzioni e gli organismi competenti. Calfapietro ha parlato della necessità di aprire un dialogo serio con l’authority della concorrenza e del mercato, con l’Enac, con le regioni e con le aziende di trasporto su ferro e gomma, per individuare strumenti di calmierazione e di tutela.

Tra le ipotesi evocate c’è l’idea di prevedere agevolazioni per categorie considerate più esposte: studenti fuori sede, lavoratori con necessità familiari, persone che devono raggiungere genitori anziani o fragili, situazioni di disabilità, famiglie monoreddito. La linea comune è che il problema non può essere affrontato con interventi una tantum, annunciati quando la pressione mediatica è alta e dimenticati a gennaio.

Se il mercato, nei periodi di picco, genera prezzi che escludono una parte importante di cittadini, allora – secondo i promotori – servono regole capaci di prevenire gli eccessi, aumentare l’offerta dove è carente e garantire che il diritto alla mobilità resti un diritto effettivo, non un principio astratto.

Un Natale che non selezioni chi può partire

La conferenza stampa ha lasciato un messaggio compatto: il caro trasporti non è solo una questione di biglietti, ma una misura concreta di come un Paese tratta le sue distanze interne. Se per rientrare al Sud o nelle isole bisogna scegliere tra vedere la famiglia e sostenere altre spese essenziali, allora la mobilità diventa un fattore di disuguaglianza.

Nell’antevigilia di Natale, la richiesta dei promotori è stata quella di difendere un’idea semplice: i legami familiari, il diritto di tornare nei luoghi d’origine, la possibilità di ricongiungersi non possono essere regolati solo da algoritmi e picchi di domanda. Perché, quando un biglietto decide chi parte e chi resta, non è più soltanto un prezzo: è una linea che divide il Paese.

 

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