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​Indipendenza energetica - Governare la transizione, quale impatto per l'Italia

A Roma, il 4 dicembre, nella Sala della Regina della Camera dei Deputati, Forza Italia ha riunito politica, imprese, ambientalisti, autorità indipendenti e associazioni dei consumatori per discutere di ETS ed ETS2, i sistemi europei di scambio delle quote di CO₂ che oggi incidono su industria ed energia e domani peseranno direttamente su carburanti e riscaldamento delle famiglie. Un tema per anni considerato “da tecnici”, ma che con l’arrivo di ETS2 diventa questione politica e sociale a tutti gli effetti. Al centro del convegno – promosso dall’onorevole Luca Squeri – una domanda decisiva: come mantenere gli obiettivi climatici senza trasformare la transizione in un costo insostenibile per competitività, lavoro e bilanci familiari?

Il metodo Squeri: chiamare chi deve “fare le cose”

Luca Squeri ha aperto i lavori ricordando il metodo scelto da Forza Italia sui dossier energetici: non discutere solo tra politici, ma coinvolgere chi, ogni giorno, traduce le norme in investimenti, bollette, trasporti, produzione industriale. «Un conto è parlare, un conto è fare le cose», ha sottolineato. L’idea è semplice: su strumenti complessi come ETS ed ETS2, la politica deve ascoltare prima di decidere, perché è lì che si misura l’impatto reale sulle filiere produttive e sui cittadini.

Forza Italia tra clima e competitività

Nei saluti istituzionali, Francesco Battistoni ha definito chiaramente la linea del partito: transizione sì, ma senza sacrificare la tenuta economica e sociale. «Noi vogliamo un’Italia forte per l’ambiente e non un’Italia debole a causa dell’ambiente», ha detto, rivendicando il lavoro svolto in questi anni su rigassificatori, decreto energia, comunità energetiche, strategia sull’idrogeno e rilancio del nucleare.

Per Battistoni, ETS1 ed ETS2 non possono essere letti solo come strumenti “ecologici”: devono convivere con misure che proteggano tessuto industriale, occupazione e potere d’acquisto. Un equilibrio che Forza Italia rivendica come tratto distintivo rispetto agli approcci più ideologici, anche dentro l’Unione Europea.

Il quadro europeo visto da Moratti

Collegata da Bruxelles, l’onorevole Letizia Moratti ha ricordato che l’ETS esiste da oltre vent’anni e ha funzionato bene in quei settori dove esistevano alternative tecnologiche mature. Il problema nasce oggi, quando si chiede a industrie senza soluzioni realistiche di pagare per emissioni inevitabili.

Moratti ha evidenziato tre criticità principali: il peso del costo ETS sulle bollette elettriche (tra il 15 e il 20% del prezzo finale), la concorrenza globale di chi non paga nulla o quasi per la CO₂, e le distorsioni su rinnovabili e nucleare che, pur non emettendo si ritrovano prezzate come se emettessero, perché il mercato all’ingrosso segue il costo dell’ultima centrale a gas.

Ha citato casi limite: l’ETS marittimo che penalizza i porti europei rispetto a quelli extra-UE, e la proposta di inserire i termovalorizzatori nel sistema pur lasciando fuori le discariche, con il rischio di spingere i rifiuti verso l’opzione ambientalmente peggiore. Su ETS2, Moratti ha richiamato l’attenzione su aumenti potenziali dei costi di trasporto su strada e sulle gravi difficoltà delle famiglie, in assenza di una robusta rete di sussidi europei e nazionali.

Arera: un sistema che oggi sposta soldi più che investimenti

Il direttore energia di Arera, Massimo Ricci, ha portato l’analisi più tecnica. Nel mercato elettrico italiano, dominato dal gas come fonte marginale, l’ETS aggiunge mediamente 20–25 euro/MWh al prezzo dell’energia. Non è però un gioco a somma zero: il sovrapprezzo si applica a tutta la produzione, anche a quella che non paga ETS, e genera rendite per impianti che spesso non hanno bisogno di ulteriori incentivi.

Ricci ha ricordato che oggi il sostegno alle rinnovabili passa soprattutto da aste dedicate, contratti a lungo termine e regimi a prezzo fisso: l’effetto ETS su nuovi investimenti è quindi sempre più difficile da isolare. Al contrario, l’impatto sui consumatori è diretto e rilevante, specie in un contesto di prezzi del gas ancora alti e di forte pressione competitiva sulle imprese. Da qui il dubbio se il sistema, così com’è, sia ancora lo strumento più efficiente per accompagnare la transizione elettrica.

Ispra: bene i settori ETS, male trasporti e residenziale

Maria Siclari, direttore generale di Ispra, ha inquadrato l’Italia nel percorso verso gli obiettivi europei al 2030 e 2040. Nei settori ETS1 (grandi impianti, energia, aviazione, marittimo) la traiettoria di riduzione delle emissioni è tutto sommato in linea. Il problema serio è nei settori “diffusi”: trasporti, edifici, rifiuti, agricoltura e industria non ETS.

Su questi segmenti il Paese non ha rispettato i tetti di emissione 2021–2024 e rischia di non centrare il target 2030 senza una forte accelerazione, stimata da Ispra in un -30% rispetto ai livelli attuali. In quest’ottica ETS2 viene visto come una leva utile, ma non priva di rischi: a prezzo CO₂ di 60 euro/tonnellata, l’onere complessivo potrebbe arrivare a 8–10 miliardi annui, con metà della spesa a carico delle famiglie, per circa 200 euro l’anno in media.

Mallone: governare il prezzo della CO₂, non archiviare ETS

Mauro Mallone, presidente del Comitato ETS, ha posto l’accento sui risultati storici: tra 2005 e 2023 le emissioni italiane sono scese del 39%, con un taglio del 50% nei settori coperti da ETS. Per questo, a suo giudizio, non è realistico né utile immaginare di “cancellare” il sistema.

Il vero nodo è il livello del prezzo. In Europa la tonnellata di CO₂ vale oltre 80 euro, mentre in California e Canada è intorno ai 30, in Corea sui 20, in Cina circa 5. Un differenziale che si traduce in uno svantaggio competitivo pesantissimo per industria e imprese europee. Mallone ha proposto di usare con più coraggio il Market Stability Reserve per evitare impennate eccessive e, soprattutto, di vincolare rigidamente i proventi del sistema a innovazione, decarbonizzazione e protezione dei soggetti più vulnerabili, evitando dispersioni su altri capitoli di spesa.

Il grido dell’industria: l’acciaio “più verde” ma sotto attacco

Il panel sulle industrie hard-to-abate ha avuto toni particolarmente forti. Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e guida di un settore che ha già scelto l’elettrosiderurgia come via di decarbonizzazione, ha denunciato il combinato disposto di ETS, concorrenza cinese e politiche europee troppo sbilanciate. «L’industria europea è sotto un attacco forsennato», ha ribadito, ricordando che anche chi ha investito per abbattere le emissioni si trova oggi sommerso da costi aggiuntivi e concorrenza di chi non paga nulla sulla CO₂.

Gozzi ha criticato duramente l’assenza di una vera analisi costi-benefici sul sistema ETS, ricordando il milione e duecentomila posti di lavoro persi dal 2019 nei settori più energivori. Ha poi puntato il dito sul ruolo degli intermediari finanziari nel mercato delle quote e sulle difficoltà per l’Italia di recuperare i proventi ETS a favore dell’industria, vincolati in larga parte al contenimento del debito pubblico. Per l’imprenditore, o si corregge il meccanismo a Bruxelles, o il rischio è la desertificazione industriale di interi comparti.

Gasivori e cemento: oltre i limiti tecnici, l’ETS è solo una tassa

Aldo Chiarini (Gas Intensive) ha dato voce a settori – calce, vetro, ceramica, carta – per cui il gas è materia prima e non semplice fonte di energia. Qui i margini di efficientamento sono stati quasi tutti sfruttati e l’ETS si traduce in un extra-costo del 15% sul metano che non spinge verso alternative concrete, perché semplicemente non ci sono, o sono economicamente fuori scala.

Stefano Gallini (Federbeton) ha spiegato che nel cemento il 60–65% delle emissioni deriva dal processo chimico di produzione del clinker, non eliminabile con la sola elettrificazione. L’unica via realistica è la cattura e lo stoccaggio della CO₂, con progetti che valgono 700–800 milioni di euro a impianto. Per questo il CBAM, il dazio sul contenuto di carbonio delle importazioni, è visto dal settore come strumento indispensabile: se l’Europa non protegge chi investe, il risultato sarà importare cemento e calcestruzzo da Paesi dove nessuno paga ETS.

Trasporto marittimo: rischio retromarcia su autostrade del mare

Per il cluster marittimo, ETS e FuelEU Maritime stanno cambiando le regole del gioco. Luca Sisto (Confitarma) ha parlato di “carbon tax kafkiana”, ricordando che le compagnie non possono da un giorno all’altro cambiare carburanti o navi e che l’impatto stimato per il settore europeo sfiora gli 8 miliardi di euro l’anno, 600 milioni per gli armatori italiani.

Giovanni Consoli (Assarmatori) ha evidenziato due rischi immediati: la perdita di competitività delle autostrade del mare a favore del tutto-strada, con più TIR su strade e autostrade, e lo spostamento di traffici verso porti extra-UE, dove né ETS né i nuovi obblighi sui carburanti marittimi vengono applicati. Per entrambi, è necessario un “fondo marittimo settoriale” che reinvesta nel settore i proventi ETS e un ripensamento dei tempi di applicazione, almeno finché non esistano davvero alternative disponibili e a costi sostenibili.

Famiglie e riscaldamento: ETS2 come tassa per chi non può cambiare caldaia

Sul versante domestico, il focus si è spostato sulla capacità reale delle famiglie di sostituire caldaie a gas con pompe di calore o altre soluzioni elettriche. Marta Bucci (Proxigas) ha ricordato che in Italia ci sono circa 20 milioni di caldaie installate e che il 70% delle abitazioni si riscalda a gas.

Analizzando il parco edilizio, soprattutto gli edifici in classe energetica F e G, emerge che le condizioni tecniche per installare pompe di calore esistono solo in una parte degli immobili; se si incrocia il dato con il reddito dei proprietari, la platea reale scende a meno di 2 milioni di unità. Significa che per circa il 90% delle famiglie ETS2 non potrà essere una “spinta funzionale al cambiamento”, ma verrà percepito semplicemente come un aggravio di costo. Una prospettiva che apre inevitabilmente il tema della tenuta sociale della misura.

Il fronte bollette: numeri concreti e richieste di coerenza normativa

Gli operatori della vendita di energia hanno fornito simulazioni chiare. Stefano Goberti (Plenitude) ha calcolato che per la “famiglia tipo” che consuma 1.100 metri cubi di gas l’anno, ETS2 potrebbe aggiungere circa 120 euro di costo, pari a un +10–12% sulla spesa annua, ai prezzi attuali.

Massimo Bello (Poste Energia) ha sollevato il problema di come esporre l’onere ETS2 nei contratti, evitando una giungla di voci incomprensibili e un’ondata di modifiche unilaterali. Marco Bernardi (Illumia) ha parlato di “strabismo” normativo, ricordando come fino a pochi anni fa i bus a metano venissero dipinti con slogan del tipo “io non inquino” e oggi il gas venga trattato come combustibile da eliminare, mentre nel frattempo si introduce una tassa che ne alza ulteriormente il prezzo.

Rifiuti e termovalorizzatori: un’idea che rischia di spingere verso la discarica

Gabriele Di Scintio (Acea Ambiente) ha messo in guardia rispetto all’ipotesi di includere i termovalorizzatori nel perimetro ETS a partire dal 2028. In Italia, ha ricordato, questi impianti trattano rifiuti che non sono altrimenti riciclabili e producono energia, evitando il ricorso alle discariche e, in alcuni casi, all’export.

Tassare le emissioni dei termovalorizzatori senza includere le discariche, come ipotizzato a Bruxelles, significa rendere più conveniente economicamente l’opzione ambientalmente peggiore. Per un Paese che già oggi ha un deficit impiantistico, soprattutto al Sud, significherebbe scoraggiare nuovi investimenti nel waste-to-energy, aumentare l’uso di discariche e alzare indirettamente la Tari pagata da cittadini e imprese.

Trasporto su strada e carburanti: tra ETS2 e biocarburanti

Il confronto sui carburanti ha intrecciato tre dossier: ETS2, l’obiettivo di quota rinnovabile nei trasporti previsto dalla RED III, e il regolamento CO₂ per auto e veicoli pesanti. Matteo Cimenti (Federchimica Assogasliquidi) ha ricordato che il solo ETS su gas liquefatto (GNL) e GPL potrebbe valere, a regime, decine di miliardi a livello europeo, tra usi industriali, marittimi e stradali, e ha chiesto che i proventi vengano “restituiti” ai settori che li generano, sotto forma di investimenti in infrastrutture e produzione di molecole bio.

Pasquale Russo (Conftrasporto) ha riportato i dati del MOST che certificano, per la prima volta, un calo dei TIR imbarcati sulle autostrade del mare in coincidenza con l’introduzione dell’ETS marittimo. Per lui, il rischio è chiaro: “stiamo ottenendo l’effetto opposto a quello voluto”, rimettendo i camion sulle strade e facendo crescere costi e emissioni. Gianni Murano (Unem) ha stimato l’impatto di ETS2 sui carburanti in circa 20 centesimi al litro al 2030: 200 euro l’anno per l’automobilista medio, molto di più per il trasporto pesante. In parallelo, la filiera italiana dei biocarburanti chiede regole stabili, neutralità tecnologica e possibilità di usare i biofuel non solo in aviazione e shipping, ma anche per ridurre la CO₂ delle auto esistenti.

Il Piano sociale per il clima: 9,3 miliardi non bastano da soli

Stefania Coda (MASE) ha illustrato lo stato dell’arte del Piano sociale per il clima, documento necessario per accedere ai fondi europei legati a ETS2. L’Italia ha a disposizione 9,3 miliardi di euro in sei anni, da destinare a famiglie vulnerabili e microimprese per contenere l’impatto dell’aumento dei prezzi energetici nei settori riscaldamento e trasporti.

Dopo una consultazione pubblica e un confronto interno al governo, le misure previste sono state ridotte e concentrate su pochi interventi ad alto impatto, tra sostegni temporanei al reddito ed azioni strutturali (riqualificazione energetica, mobilità sostenibile). Una scelta apprezzata per chiarezza, ma che non cancella il nodo di fondo: la platea dei beneficiari è limitata, e il Fondo potrà attenuare solo in parte l’effetto di ETS2 sul complesso delle famiglie e delle imprese.

Ambientalisti e consumatori: sì alla transizione, no agli “autogol sociali”

Dal fronte ambientalista, Catiuscia Eroe (Legambiente) ha difeso la necessità di strumenti come ETS ed ETS2 per affrontare l’emergenza climatica, chiedendo però che le risorse non vengano disperse in bonus una tantum, ma investite in politiche strutturali: efficienza energetica, riqualificazione degli edifici, mobilità collettiva.

Monica Tommasi (Amici della Terra) ha chiesto un “reset” del Green Deal, ritenendo fallito l’attuale impianto di politiche climatiche europee, troppo ideologico e poco attento ai limiti tecnologici e territoriali dei diversi Paesi.

Luigi Gabriele (Consumismo) ha portato la voce dei consumatori, mettendo l’accento sulla realtà dei bilanci familiari: l’insieme di bollette, carburanti e inflazione energetica riduce la capacità di spesa su tutto il resto e rischia di tradurre la transizione in un’emergenza sociale. Ha chiesto al governo di rivendicare con forza una “via italiana” che tenga conto delle specificità del Paese e di non limitarsi a recepire passivamente ciò che arriva da Bruxelles.

Il messaggio politico che esce dalla Sala della Regina

Nel suo intervento, il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha riconosciuto l’importanza del dibattito aperto da Forza Italia e ha ammesso gli “autogol” di alcune politiche europee, a partire dall’effetto dell’ETS sul costo dell’elettricità, che in Italia tende a scoraggiare proprio l’elettrificazione dei consumi che si vorrebbe favorire.

Luca Squeri ha parlato di “tappa ulteriore” di un percorso di approfondimento che Forza Italia sta portando avanti sull’energia in tutta la legislatura. Dal convegno esce un segnale chiaro: gli obiettivi climatici restano, ma ETS1 ed ETS2, così come sono oggi, vanno corretti con realismo tecnico, attenzione alla competitività e forte tutela sociale. La sfida è costruire una neutralità climatica “alla italiana”, che non contrapponga ambiente, lavoro e sviluppo, ma li tenga insieme con pragmatismo.

 

 

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