Edufin Index 2025: l’Italia conosce la finanza, ma non abbastanza
Il 4 novembre 2025, nella Sala Atti Parlamentari di Palazzo della Minerva, si è tenuto il convegno sull'edizione 2025 dell’Edufin Index.
L'osservatorio annuale che misura il livello di consapevolezza e i comportamenti finanziari e assicurativi degli italiani non porta grandi sorprese: restiamo sotto la sufficienza. Il dato arriva da Alleanza Assicurazioni, in collaborazione con la Fondazione Mario Gasbarri e la consulenza scientifica di SDA Bocconi, e racconta un’Italia che, nonostante qualche passo avanti, fa ancora fatica a capire e gestire il proprio futuro economico.
Non è però un verdetto negativo: è una mappa. Indica dove serve agire, con quali strumenti e su quali fasce della popolazione investire, per trasformare le competenze finanziarie in una forma di alfabetizzazione di base, come leggere o scrivere.
L’educazione finanziaria non è solo tecnica
Fin dall’apertura dei lavori, un messaggio è stato chiaro: l’educazione finanziaria non è una questione di formule o definizioni, ma di valori. Significa rispetto per il denaro e per il lavoro che serve a guadagnarlo, ma anche capacità di scegliere con consapevolezza.
Chi fa divulgazione nelle scuole racconta che i ragazzi sono incuriositi dal tema, ma bombardati da messaggi distorti che arrivano dai social: guadagni facili, investimenti miracolosi, criptovalute come scorciatoie per “fare soldi”. Il compito dell’educazione è proprio questo: decodificare, riportare senso e regole, spiegare che non tutto ciò che luccica è oro.
Il sottosegretario al MEF, Federico Freni, ha insistito su un punto che torna spesso: serve un’alfabetizzazione obbligatoria fin dalle elementari. Il problema, oggi, non è più la totale ignoranza, ma l’“analfabetismo funzionale”: si parla di finanza senza comprenderla davvero. Non bisogna spiegare a un bambino cosa sia un derivato, ma insegnargli che cos’è il denaro, anche digitale, e come funziona il risparmio. “L’educazione finanziaria”, ha detto Freni, “non è conoscere gli ingredienti, ma saperli combinare”.
Il viceministro alle Imprese e al Made in Italy, Valentino Valentini, ha allargato il discorso: in Italia persiste una diffidenza culturale verso la finanza, vista come qualcosa di oscuro, per addetti ai lavori. Eppure è una “tecnologia sociale”, uno strumento che può migliorare il benessere collettivo.
In un mondo di trasformazioni digitali, tokenizzazione, criptovalute e pagamenti virtuali, l’educazione deve parlare con i linguaggi dei giovani: app, gamification, esperienze immersive. Non per insegnare a “giocare in Borsa”, ma per capire concetti come rischio e rendimento, budget, pianificazione di lungo periodo.
Dal mondo assicurativo alla cittadinanza economica
Giancarlo Fancel, country manager e CEO di Generali Italia, ha definito l’educazione finanziaria una leva strategica e una forma di responsabilità sociale. Con la sua rete, Generali e Alleanza raggiungono milioni di famiglie: un potere che implica anche il dovere di fornire strumenti chiari e comprensibili.
Le difficoltà maggiori restano quelle legate alla protezione di lungo periodo: previdenza, salute, longevità. Sono temi che i giovani tendono a rimandare, presi da un presente digitale ma poco abituati a pianificare il futuro. Ecco perché Alleanza investe da anni in programmi dedicati, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di persone, e in progetti sociali come The Human Safety Net, pensati per diffondere una cultura della protezione.
Andrea Mencattini, presidente della Fondazione Mario Gasbarri, ha ricordato che l’Edufin Index è parte di un percorso di lungo periodo: un indicatore capace di misurare nel tempo l’evoluzione della consapevolezza finanziaria e previdenziale. Quest’anno l’attenzione si concentra su un intreccio cruciale: educazione finanziaria, longevità e previdenza. Tre pilastri che, insieme, definiscono la qualità della vita nella “terza età” e il concetto stesso di cittadinanza economica.
I numeri del 2025: ancora sotto la sufficienza, ma qualcosa si muove
Barbara Alemanni, docente alla SDA Bocconi e all’Università di Genova, ha presentato i dati di quest’anno: l’indice complessivo resta fermo a 56 su 100, ancora sotto la soglia di sufficienza fissata a 60.
Il sottoindice delle conoscenze (“awareness”) è stabile a 54, mentre quello dei comportamenti (“behavioral”) sale leggermente, a 58, segno che qualcosa nella pratica quotidiana si muove. Cala la quota di chi è in una condizione di grave insufficienza (punteggi sotto 40), oggi solo il 10%. Ed è un segnale importante: il miglioramento riguarda soprattutto donne e giovani, due gruppi tradizionalmente più fragili.
I divari, comunque, restano. Le donne sono ancora cinque punti sotto gli uomini, e si notano differenze geografiche e generazionali. Ma per la prima volta i giovani tra 18 e 34 anni e i residenti nel Mezzogiorno migliorano sensibilmente, guadagnando più di un punto rispetto al passato.
Longevità: vivere più a lungo, ma con quale serenità?
Il focus 2025 dell’Edufin Index esplora la percezione della longevità: vivere più a lungo è una buona notizia, certo, ma suscita anche ansie e incertezze. La vita media in Italia è ormai intorno agli 84 anni, ma molti, soprattutto donne e giovani, guardano al futuro con timore per la propria sostenibilità economica. Gli uomini e gli over 65, invece, tendono a un approccio più fiducioso.
Per quasi tutti, “invecchiare bene” significa anzitutto restare in salute e potersi curare, poi avere risorse sufficienti per mantenere una buona qualità della vita. Solo il 30% degli italiani si sente davvero sicuro di avere risparmi adeguati per l’intera vita; la quota cresce tra gli anziani, ma resta minoritaria.
L’allungamento della vita e la denatalità creano un effetto collaterale: cresce il peso del caregiving informale, cioè dell’assistenza offerta in famiglia. Oggi riguarda quattro italiani su dieci, soprattutto nella fascia 35-64 anni, già impegnata nel lavoro e preoccupata per il proprio futuro previdenziale.
Interessante anche l’emergere del “purpose”: la ricerca di un senso nella vita oltre il lavoro. Tra single e coppie senza figli aumenta la voglia di dedicarsi a volontariato, progetti sociali, part-time. Segnali di un modo nuovo di pensare la longevità, non come declino ma come seconda fase della vita.
Il “longevity index” si ferma a 55/100, ancora sotto la sufficienza ma con tendenze meno negative rispetto al passato. A incidere positivamente sono il reddito e la partecipazione al lavoro; penalizza, invece, l’esclusione dal mercato.
Previdenza: l’Italia resta indietro
La parte più critica dell’indagine riguarda la previdenza. Il “pension index” dei lavoratori attivi – circa 2.600 su 3.500 intervistati – è a 48/100, molto lontano dalla sufficienza.
Tra i giovani under 34 il punteggio scende a 41, e il divario di genere si allarga a 11 punti. Le ragioni? Educazione finanziaria più bassa tra le donne e minore partecipazione al lavoro.
Le lacune riguardano sia la previdenza pubblica sia quella integrativa, ma il vuoto più evidente è proprio in quest’ultima: solo il 40% circa dei lavoratori aderisce a un fondo pensione.
Tre Italie del lavoro
Incrociando i dati su alfabetizzazione finanziaria, cultura della longevità e consapevolezza previdenziale, la ricerca individua tre “profili” di lavoratori.
Ci sono i miopi inconsapevoli (circa il 20%), perlopiù giovani, donne e residenti al Sud: hanno poche conoscenze, non pianificano, ignorano le tendenze demografiche.
Poi gli avveduti inattivi (quasi il 50%): ceto medio, discreta cultura finanziaria, ma scarsa attenzione alla pianificazione.
Infine gli esperti lungimiranti (circa il 30%): uomini, più istruiti, redditi medio-alti, concentrati al Nord. Pianificano, conoscono i rischi e scelgono gli strumenti giusti.
Sette italiani su dieci sanno che il rapporto lavoratori/pensionati è sempre più squilibrato (da 2,5:1 negli anni Settanta a 1,5:1 oggi, con previsione di 1:1 nel 2050). Ma quando si parla di riforme che implicano sacrifici, la disponibilità cala bruscamente. A crederci davvero sono quasi solo gli “esperti lungimiranti”, mentre tra i “miopi inconsapevoli” domina il “non so”, sintomo di una sorta di esclusione cognitiva.
I “nuovi italiani”: la finanza come strumento di integrazione
Il focus biennale sui “nuovi italiani” – filippini, rumeni, sudamericani – mostra un livello medio di conoscenze di base pari a 44/100. Anche qui c’è un gender gap, ma il fattore decisivo è l’integrazione: chi vive da più tempo in Italia e parla bene la lingua ottiene punteggi più alti, talvolta vicini alla sufficienza.
Resta però un forte distacco dal sistema finanziario: pochi risparmiano, molti lasciano i soldi fermi, e la protezione assicurativa è quasi assente. La rete informativa è ancora ristretta ai circuiti familiari o comunitari. Inclusione finanziaria e mobilità sociale, insomma, procedono di pari passo: scuola, lavoro e informazione servono a entrambe.
Come colmare il divario: le voci degli esperti
Accademia e comunicazione.
Per il rettore della Bocconi, Francesco Billari, alfabetizzazione finanziaria, cultura previdenziale e “educazione demografica” sono parti dello stesso percorso. Servono due canali: parlare ai giovani nei loro linguaggi e raggiungere gli adulti con programmi pubblici di servizio, una sorta di “Maestro Manzi 2.0”. Perché, dice Billari, pianificare fa bene anche alla salute: chi gestisce meglio il proprio futuro si cura meglio quando serve.
Famiglia, scuola e lavoro.
Barbara Lucini (Generali) ha ricordato che l’educazione finanziaria nasce in tre luoghi: scuola, casa e azienda. Nelle scuole serve continuità, formazione per i docenti e laboratori pratici. In famiglia bisogna superare il tabù dei soldi, soprattutto con le figlie. Sul lavoro, i programmi di financial wellbeing aiutano i dipendenti a comprendere buste paga, benefit e previdenza integrativa: non sono lussi, ma strumenti di prevenzione sociale.
Donne e pianificazione.
Giulia Raffo ha citato il mondo anglosassone: parlare apertamente di soldi, prestiti, investimenti abbatte barriere culturali e di genere. Non serve conoscere i derivati, ma capire i fondamentali: risparmio, protezione, valore reale del denaro. Servono modelli femminili e campagne mirate, per accendere curiosità e fiducia.
Linguaggio e trasparenza.
Cristina Rustignoli ha richiamato le imprese a scrivere in modo chiaro: contratti comprensibili, esempi concreti, istruzioni su cosa fare in caso di sinistro. Il linguaggio tecnico allontana; la chiarezza genera fiducia. La consulenza, se ben fatta, aiuta le persone a scoprire i propri bisogni e a costruire percorsi sostenibili.
Consumatori e rischi.
Roberto Tascini ha elencato i tre rischi principali della scarsa alfabetizzazione: prodotti inadatti, truffe digitali e sovraindebitamento. Inoltre, l’enorme liquidità ferma sui conti correnti è un’occasione sprecata: potrebbe sostenere economia reale e lavoro, se accompagnata da più conoscenze e trasparenza.
Politica e canali digitali.
Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera, distingue tra la forte “attitudine al risparmio” e la debole “educazione all’investimento”. Bisogna creare strumenti chiari e flessibili per convogliare il risparmio verso l’economia italiana. E abitare la rete, non demonizzarla: lì circolano sia ottimi finfluencer sia contenuti pericolosi. Servono voci autorevoli e credibili.
Scuola e supervisione.
Mauro Maria Marino (OCF) ha ricordato che la legge già prevede l’educazione finanziaria, ma ora serve il passo successivo: renderla una materia autonoma, con obiettivi chiari e valutazioni. La gamification può aiutare, purché resti formazione, non illusione.
Previdenza e non autosufficienza.
Michela Gelera (INPS) ha posto l’attenzione su carriere discontinue, contratti precari e ingresso tardivo nel lavoro: fattori che compromettono il futuro pensionistico. L’INPS lancerà campagne per spiegare ai giovani come le scelte lavorative influenzano la pensione. Restano da affrontare i nodi dell’adesione ai fondi integrativi e della non autosufficienza, con un necessario coordinamento tra sanità pubblica, fondi sanitari e coperture assicurative.
Quando i progetti funzionano
Il “Premio Edufin Index Giovani 2025” ha messo in luce tre esperienze che hanno saputo parlare ai ragazzi nel loro linguaggio.
Finetica ETS ha coinvolto 500 studenti campani in un percorso sul risparmio e sul credito come strumenti di cambiamento sociale.
GSH – “Autonomia in tasca” ha insegnato a 21 giovani con disabilità a gestire piccoli pagamenti, trasformando la finanza in autonomia quotidiana.
Soroptimist Club Treviso ha portato l’educazione finanziaria a 800 studenti del secondo ciclo, con risultati misurati e oltre il 70% di apprendimento.
Tre modelli replicabili: partire da problemi concreti, misurare gli effetti, usare un linguaggio vicino a chi ascolta.
Cinque cantieri aperti
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Portare la finanza a scuola, stabilmente.
L’obiettivo è passare da una presenza episodica a una materia vera e propria, con docenti formati, ore dedicate e laboratori pratici. -
Parlare di soldi in famiglia.
Niente più tabù: strumenti semplici come la “paghetta consapevole” o la pianificazione delle spese comuni aiutano a costruire fiducia e parità. -
Benessere finanziario nei luoghi di lavoro.
Capire stipendi, TFR, benefit e previdenza deve essere parte del welfare aziendale. Non è marketing: è prevenzione sociale. -
Prodotti e linguaggio trasparenti.
Contratti chiari, esempi concreti, comunicazione onesta. La fiducia nasce dalla comprensione. -
Una rete autorevole.
Contenuti verificabili, niente sensazionalismo. Coinvolgere creator credibili e supervisionati può rendere la finanza accessibile, non ingannevole.
Dalla società del risparmio a quella dell’investimento
L’Italia resta un Paese di risparmiatori prudenti, ma non ancora di investitori consapevoli.
L’Edufin Index 2025 mostra che la distanza dalla sufficienza non è incolmabile: le basi ci sono, e la direzione è chiara. Serve solo un cambio di passo collettivo – nella scuola, nel lavoro, nella comunicazione – per trasformare la finanza da argomento tecnico in competenza di vita quotidiana.
