Roma, Sala Koch - 14 ottobre 2025
Con un obiettivo piuttosto ambizioso — tenere insieme sostenibilità, sicurezza e competitività — si è aperto il convegno “L’Italia delle rinnovabili”, promosso dal senatore Antonio Salvatore Trevisi, membro della Commissione Finanze e Tesoro, insieme a Energrad Group. Una giornata fitta di interventi politici, accademici e imprenditoriali che ha messo in fila problemi e possibilità della transizione italiana: un tema che non è solo materia da dibattiti, ma tocca la tenuta economica del paese.
Energia e indipendenza: la linea della politica
Ad aprire i lavori è stato il ministro Gilberto Pichetto Fratin, che ha ricordato la fragilità dell’assetto energetico europeo e il peso ancora eccessivo del gas nella formazione dei prezzi.
“Abbiamo il 40% di energia da fossili, il 40% da rinnovabili — metà idroelettrico — e il 20% di importazioni, prevalentemente nucleari dalla Francia”, ha detto, sottolineando come il prezzo finale resti agganciato al gas “che nelle ore critiche pesa fino al 70%”. La proposta sul tavolo è chiara: contratti di lungo periodo sulle rinnovabili per stabilizzare il costo del MWh e schermare famiglie e imprese dalla volatilità.
Il senatore Antonio Trevisi, che ha promosso l’evento, ha spostato il lessico: non più “transizione” ma “integrazione energetica”.
“La domanda elettrica raddoppierà nei prossimi vent’anni, spinta da data center, auto elettriche e pompe di calore,” ha detto. “Per evitare pressioni sui prezzi bisogna integrare rinnovabili e sistemi tradizionali.” Tra gli strumenti, il Reddito energetico nazionale: 200 milioni per oltre 26mila impianti fotovoltaici destinati alle famiglie con ISEE basso. “È un meccanismo win-win: lo Stato finanzia l’impianto e nel tempo rientra con il valore dell’energia prodotta.”
Per l’on. Luca Squeri la transizione è “una marcia olimpica, non una corsa”: tutte le fonti devono dare il massimo compatibilmente con sostenibilità economica e ambientale, e nel frattempo gas e fossili resteranno indispensabili.
Il senatore Maurizio Gasparri ha insistito sul “realismo energetico”: un futuro solo rinnovabile non è alle porte, serve integrare le nuove tecnologie — dal fotovoltaico al nucleare — con quelle tradizionali, mantenendo in riserva centrali strategiche come Brindisi e Civitavecchia finché il contesto geopolitico non sarà più stabile.
Rinnovabili e competitività: il quadro tecnico
Nel panel “L’Italia nel mondo, un Paese dal futuro solare” si è passati dai principi ai numeri.
Per Francesco Ferrante (Kyoto Club) le rinnovabili sono “la fonte più economica al mondo”: produrre da sole e vento conviene più che da carbone o gas. La nuova capacità globale, ha detto, ha già compensato la crescita della domanda: “Non è più vero che le rinnovabili non bastano”. E se l’obiettivo è davvero elettrificare, servono scelte coerenti su mobilità e riscaldamento.
Davide Chiaroni (Politecnico di Milano) ha mostrato un mercato che cambia rapidamente: più impianti di grande taglia con il fotovoltaico in testa, e soprattutto lo storage in forte accelerazione. La prima asta “Max” ha ricevuto offerte per 40 GWh, quattro volte il target, con costi stimati in calo di circa un terzo: segno che gli operatori credono nella maturità tecnologica degli accumuli.
Le CER — comunità energetiche rinnovabili — sono passate da poche decine a 859 in un anno, con un potenziale di 2–3 GW entro il 2028. Ma per crescere davvero servono meno burocrazia, aree idonee operative e i decreti FERX/FERZ a regime.
Roberto Livieri (Tera Energy) ha riportato il discorso sui prezzi: non esiste “il” prezzo dell’energia, ma cinque livelli su cui intervenire — commodity, rete, capacità, oneri e comportamento di consumo. Le imprese devono imparare a gestirli, con autoconsumo e CER anche come strumenti di welfare: “Condividere l’energia prodotta nei weekend con i dipendenti non è solo sostenibilità, è valore sociale.”
Per Vincenzo Lamalfa (L.A. Piper) la richiesta degli investitori è essenziale: chiarezza e stabilità. Il DL Energia atteso entro l’anno dovrebbe alzare i target 2030, semplificare le autorizzazioni, istituire aree go-to per le rinnovabili e affrontare il collo di bottiglia delle connessioni.
Francesco Saracino (Quanto/Compago) ha legato rinnovabili e digitale: sensori e intelligenza artificiale stanno cambiando la gestione dell’energia. “Secondo la IEA, l’AI può ridurre del 28% i consumi in dieci anni,” ha ricordato. “Ma i data center consumeranno oltre 1.000 TWh: la sfida è far convivere crescita tecnologica e sostenibilità.”
Comunità energetiche e modelli di sviluppo
Nella discussione finale sono riemersi i nodi strutturali.
Ferrante ha indicato in permitting e tempi autorizzativi “il principale ostacolo italiano”.
Chiaroni ha segnalato che nelle CER la vera difficoltà è ingaggiare le persone e chiarire bene il funzionamento degli incentivi.
Livieri ha messo in guardia dalla scarsa cultura energetica: “Molti imprenditori non sanno quanta energia consumano.” Servono diagnosi serie e visione di lungo periodo.
Saracino ha ribadito che il segmento più promettente sono le batterie BES: integrate al fotovoltaico stabilizzano la rete e valorizzano anche i territori meno soleggiati.
Energia a chilometro zero: il modello Energrad
Il CEO Moreno Scarchini ha ricordato che “le rinnovabili sono le figlie del nucleare del Sole, la nostra centrale di fusione naturale” e che la vera svolta è produrre vicino ai consumi.
Il gruppo sviluppa e finanzia impianti fotovoltaici e mini-idroelettrici per le PMI, usando superfici marginali — tetti, cave, aree industriali — senza investimento iniziale per il cliente. L’energia viene fornita a prezzo inferiore alla rete e, dopo 14 anni, l’impianto passa all’azienda: “Il cliente paga circa la metà del prezzo di rete, noi rientriamo dell’investimento e poi l’impianto diventa suo,” ha spiegato.
Il CFO Andrea Sbordoni ha quantificato il potenziale: oltre 100 GW di superfici industriali da attivare. Con questo modello, le imprese ottengono energia verde a costo fisso e senza rischiare capitale; per i fondi, significa creare insieme valore economico e ambientale.
Energrad — è la sintesi — “non vende impianti, ma libertà energetica”: un’idea che mette insieme innovazione, finanza e sostenibilità e rende più concreta la prospettiva di un’Italia autonoma e competitiva nel mondo delle rinnovabili.
Energrad: il fotovoltaico come assicurazione sul futuro
Nel suo intervento conclusivo, Moreno Scarchini, CEO di Energrad, ha rimesso al centro l’autoconsumo industriale come strumento di stabilità: contratti di lungo periodo che tengono il prezzo dell’energia fermo per 15–20 anni, a prescindere da guerre o tensioni sui mercati.
Il fotovoltaico dedicato all’autoconsumo, ha ricordato, è oggi l’uso più redditizio del metro quadro: valore economico e ambientale che si distribuisce tra chi investe nell’asset e chi usa l’energia. Un modello esplicitamente “win-win”.
Ostacoli e cultura d’impresa: la diagnosi prima dell’impianto
Paolo Cecchini, CTO e co-founder, ha indicato il primo collo di bottiglia: il permitting. Lento, disomogeneo, spesso fuori dal controllo delle aziende. Ma non è l’unico tema.
C’è anche un problema culturale: molti imprenditori non colgono che il fotovoltaico non è solo risparmio, è pianificazione. Chi ha installato nel 2019 — ha spiegato — durante le chiusure non ha pagato energia, e alla riapertura, con i prezzi impazziti, ha avuto metà dei consumi a costo fisso. Vantaggio competitivo, non retorica.
Alle difficoltà tipiche delle PMI (capitale scarso, immobili non sempre di proprietà, decisioni frammentate) si risponde con più consapevolezza e strumenti adatti. Primo tra tutti: una diagnosi energetica fatta bene.
Cambiare testa: dall’idea di possesso al servizio
Tornando sul tema, Scarchini ha smontato la diffidenza più frequente: “Dov’è la fregatura?”. Non c’è, dice: si produce a un costo e si vende a un prezzo equo; il margine sta nell’efficienza, non nella speculazione.
Il punto è un’abitudine tutta italiana al possesso. Come è successo con l’auto (leasing e noleggio), anche l’energia può essere “a servizio”. E le nuove generazioni lo stanno già accettando.
Energrad investe nelle aziende non perché “non possono”, ma perché conviene che il loro capitale resti sul core business: l’energia la finanzia e la gestisce chi la sa progettare e mantenere, con canoni certi e manutenzione inclusa.
Il profitto che fa bene (anche all’ambiente)
Stefano Gasparini, CFO, ha riportato tutto ai numeri: profitto non è una parolaccia, è crescita reale. Con efficienza e autoproduzione l’energia può passare da centro di costo a centro di profitto.
Per molte imprese spostare la marginalità di due punti percentuali è quasi impossibile: con modelli come quello di Energrad si può. Su scala Paese, quei due punti valgono decine di miliardi l’anno tra PIL, gettito, occupazione.
La richiesta al legislatore è semplice: norme chiare e stabili, senza rimandi infiniti a regolamenti e circolari. Un quadro lineare che riduca l’incertezza e sblocchi investimenti.
Fondi infrastrutturali: capitale paziente, impatto misurabile
Nel panel dedicato agli strumenti per passare “dalle parole ai fatti”, Evaris Granata (ACPSGR S.p.A.) ha raccontato l’esperienza dei fondi orientati alla transizione energetica: generazione distribuita, biometano, rinnovabili e storage, con rendimenti solidi per investitori pazienti (BEI, CDP, previdenza) e metriche climatiche integrate.
Già mobilitati oltre 85 milioni di equity e circa 100 milioni di debito bancario, con portafogli che spaziano da quattro impianti di biometano a solare e sistemi di accumulo. Tra le partecipate, Energrad: più di cinquanta impianti in esercizio, quaranta aziende servite, risparmi medi del 35% e riduzione significativa di CO₂. Prova pratica che sostenibilità e profitto possono camminare insieme.
Borsa e PMI: crescere si può, anche “in milioni”
Massimo Grosso (CDI Global) ha mostrato come il mercato azionario oggi sia alla portata anche di chi fattura 2–5 milioni. Casi come PLT Energia, Friend Energy e Tenex International raccontano percorsi in cui la quotazione ha moltiplicato i ricavi in pochi anni.
Il lavoro dei consulenti, ha detto, è accompagnare l’imprenditore lungo tutto il tragitto: aumenti di capitale, governance, sbarco in Borsa. L’energia è un settore ideale: upfront rilevanti e rendimenti costanti. E gli incentivi — Fondo IPO, bonus di quotazione, programmi regionali — stanno abbassando la soglia d’ingresso.
Crowdinvesting: democrazia del capitale, a partire da 10 euro
A chiudere, Gabriele Lania (Enerfip Italia) ha portato il punto di vista della finanza partecipativa. Enerfip, piattaforma europea di lending crowdfunding attiva dal 2014, ha raccolto oltre 730 milioni (di cui 140 nell’ultimo anno) coinvolgendo soprattutto piccoli risparmiatori: più dell’80% degli utenti, con ticket medi attorno ai 3.000 euro.
È una forma concreta di “democrazia economica”: i cittadini investono direttamente nei progetti in cui credono, a partire da 10 euro. In Italia il potenziale c’è, ma pesano una bassa educazione finanziaria e una fiscalità ancora poco favorevole. Servirebbe una riforma che riconosca il valore sociale dell’investimento diffuso.
Verso un ecosistema unico: imprese, finanza, cittadini
Guardando avanti, Granata ha annunciato un secondo fondo da 250 milioni che includerà anche riciclo materiali e carbon capture; Grosso ha scommesso sulle piccole aziende dell’energia come “campioni” di domani; Lania ha ricordato che la transizione è tecnologica, sì, ma anche culturale e partecipativa.
Conclusioni
In chiusura, il senatore Trevisi ha sintetizzato il punto: il successo della transizione italiana dipenderà dalla capacità di connettere imprese, finanza e cittadini dentro un unico ecosistema virtuoso.
