Un pomeriggio alla Camera dei Deputati, nella Sala della Lupa, dedicato a una domanda precisa: come può l’Italia competere in Europa puntando su ricerca, tecnologie e capitale umano.
L’occasione è stata l’evento “Futuro Italia – Ricerca e innovazione per competere”, promosso dalla Consulta di Forza Italia e aperto dalla presidente Letizia Moratti insieme al ministro dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini.
In sala, rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, della scienza e dell’impresa, riuniti per tracciare un percorso comune verso un Paese più innovativo, sostenibile e connesso alle reti europee della conoscenza.
Il filo conduttore è stato uno: fare sistema tra università, enti di ricerca, imprese e pubblica amministrazione per costruire un modello di sviluppo fondato su sinergie concrete, trasferimento tecnologico e valorizzazione delle competenze.
La ricerca come motore di competitività
Aprendo i lavori, Anna Maria Bernini ha definito la ricerca “un volano di crescita economica e sociale”.
“Non è più tempo di compartimenti stagni – ha detto – ma di ecosistemi interconnessi, dove il sapere dialoga con l’impresa e la tecnologia serve a migliorare la vita delle persone.”
Bernini ha ricordato le linee d’azione del governo: investimenti in infrastrutture scientifiche, rafforzamento della rete europea di ricerca e sostegno alla mobilità dei talenti, con strumenti per favorire il rientro dei cervelli e la collaborazione pubblico–privato.
Letizia Moratti, introducendo il tema, ha parlato di “un momento di confronto operativo” per tradurre la ricerca in politiche industriali e sociali, e ha sintetizzato l’obiettivo in una formula: “dall’eccellenza isolata all’eccellenza di sistema”.
Biotech e salute: dall’idea al farmaco
Il primo panel ha riguardato il settore delle biotecnologie e della ricerca medica, un ambito in cui l’Italia ha una forte tradizione scientifica ma un ritardo nella trasformazione industriale dei risultati.
L’immunologo Sergio Abrignani ha ricordato che il settore farmaceutico sta vivendo una rivoluzione grazie ai farmaci biologici e all’RNA, ma ha avvertito che l’Italia “non presidia ancora la catena del valore, rischiando di rimanere consumatore più che produttore di innovazione”.
La sua proposta: creare poli industriali pubblico–privati per lo sviluppo dei farmaci biologici e rafforzare le competenze regolatorie e manageriali nel trasferimento tecnologico.
L’imprenditore Sergio Dompé, fondatore del gruppo omonimo, ha chiesto un mercato unico europeo per la ricerca e l’innovazione, con regole comuni e tempi di approvazione più rapidi.
“Siamo un continente che genera conoscenza ma spesso non la trasforma in valore economico – ha detto – e questo ci penalizza rispetto agli Stati Uniti e all’Asia.”
Dal lato delle startup, Lidia Pieri, fondatrice di Sibilla Biotech, ha evidenziato le difficoltà di scala delle imprese innovative italiane e la necessità di un ecosistema che aiuti a passare “dal laboratorio al mercato”.
Agritech e bioeconomia: la sostenibilità come leva industriale
Il secondo panel si è concentrato sull’Agritech, tra tecnologie di precisione, economia circolare e innovazione nelle filiere agricole.
Danilo Ercolini, direttore del Centro Nazionale per le Tecnologie dell’Agricoltura (Agritech), ha illustrato le attività del consorzio che unisce 28 università e centri di ricerca.
Dalla sensoristica ai droni, dalle colture resilienti alla gestione delle risorse idriche, il centro punta a una transizione “verde e digitale” dell’agricoltura italiana.
Katia Bastioli, amministratrice delegata di Novamont, ha allargato il discorso alla bioeconomia circolare, sottolineando la necessità di creare bioraffinerie integrate sul territorio e di adottare regole più coerenti con gli obiettivi di sostenibilità.
“Oggi – ha spiegato – le nostre imprese pagano oneri ETS per processi che non emettono carbonio e competono con produttori extraeuropei che non hanno le stesse regole. Serve un’Europa più pragmatica, che premi chi innova in chiave sostenibile.”
Dal mondo dell’impresa agricola, Gianni Moretto (Acquaponica) e Antonio Luce hanno presentato progetti basati su acquaponica e coltivazioni integrate, dove dati e intelligenza artificiale aiutano a ridurre sprechi e consumo d’acqua.
L’obiettivo, condiviso da tutti, è rendere l’agricoltura italiana un laboratorio di sostenibilità ad alto contenuto tecnologico.
Infrastrutture digitali ed energia: le basi dell’innovazione
“Non può esserci innovazione senza infrastrutture adeguate.”
Così Enrico Cucchiani, presidente di Open Fiber, ha introdotto il tema della connettività e dell’energia.
Secondo Cucchiani, la competitività dell’Italia passa da reti digitali pervasive, data center efficienti e un mercato energetico stabile.
Ha richiamato anche la necessità di semplificare le procedure autorizzative, ancora troppo lente e disomogenee tra le regioni.
“Dobbiamo attrarre capitali pazienti – ha detto – coinvolgendo fondi pensione, assicurazioni e partenariati pubblico–privato. È su questi pilastri che si costruisce la crescita a lungo termine.”
Nel panel si è parlato anche di infrastrutture idriche, con l’idea di introdurre monitoraggi digitali per ridurre le perdite e migliorare gli investimenti in un settore cruciale per la qualità della vita.
Blue economy: energia, acqua e biodiversità
Il biologo marino Roberto Danovaro ha spostato il focus sul mare come risorsa strategica per l’Italia e l’Europa.
“La blue economy – ha spiegato – è un sistema integrato che tocca energia, cibo, acqua e dati.”
Danovaro ha illustrato come il mare possa diventare un’infrastruttura naturale per la desalinizzazione sostenibile, l’eolico offshore, il monitoraggio sottomarino e la tutela della biodiversità.
Ha insistito sulla necessità di una strategia nazionale che unisca ricerca scientifica, industria e difesa, superando la frammentazione attuale.
Spazio e difesa: l’Italia tra leadership e nuove sfide
Uno dei momenti più densi del convegno ha riguardato il settore spaziale e aerospaziale, visto come motore di innovazione e competitività industriale.
Giuseppe Cramarossa, dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI), ha ricordato che il comparto conta oltre 500 imprese e 7.000 addetti, con un’economia che supera i 2 miliardi di euro.
L’Italia è il terzo contributore dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA), “ma di fatto seconda per livello di sottoscrizione ai nuovi programmi”.
Cramarossa ha illustrato le novità della legge sull’economia dello spazio, che assegna all’ASI il ruolo di autorità tecnica nazionale e coordina le politiche sotto la Presidenza del Consiglio, con il ministro Adolfo Urso delegato.
Dal lato industriale, Massimo Comparini, direttore della Space Division di Leonardo, ha parlato di uno spazio “come nuova infrastruttura della conoscenza”.
Leonardo ha annunciato investimenti per una nuova costellazione di osservazione della Terra, integrata con Cosmo-Skymed e IRIDE, basata su intelligenza artificiale e comunicazioni quantistiche.
“Con questa rete – ha detto – l’Italia disporrà della più grande base dati geospaziale posseduta da un singolo Paese.”
Il tema della cybersicurezza è stato affrontato da Gianni Cozzo, fondatore di Exein, che ha segnalato le difficoltà delle startup tecnologiche italiane ad accedere al mercato interno.
“Il problema non è la mancanza di capitali – ha spiegato – ma l’incapacità del sistema pubblico di acquistare soluzioni innovative nazionali. Senza un mercato interno che creda nelle proprie imprese, l’innovazione non cresce.”
Il confronto con Comparini ha aperto una riflessione sul rapporto tra grandi aziende e PMI e sull’obiettivo di creare un ecosistema in grado di generare “unicorni italiani” anche nel settore difesa e spazio.
L’intelligenza artificiale come infrastruttura sociale
La parte finale del convegno è stata dedicata all’intelligenza artificiale, in concomitanza con l’entrata in vigore della nuova legge italiana sull’AI, che stanzia un miliardo di euro per startup e grandi imprese e introduce il reato di deep fake.
Nicola Vitiello, rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ha parlato di una visione ottimista e pragmatica:
“Possiamo competere e persino guidare questa fase, se mettiamo insieme le nostre eccellenze. L’intelligenza artificiale non è una sola: dobbiamo parlare di intelligenze artificiali e costruire un modello che integri robotica, fotonica, quantum tech e cybersecurity.”
Vitiello ha proposto flagship project nazionali che federino università, centri di ricerca e imprese, unendo venture capital e venture clienting.
“Non basta chiedere fondi – ha aggiunto – bisogna sapere per cosa li si chiede. Servono motivazioni, visione e cultura del rischio.”
Dal punto di vista industriale, Valeria Sandei, amministratrice delegata di Almawave, ha ribadito la necessità di un’alleanza tra ricerca e impresa:
“La sfida è costruire un’AI europea fondata su dati sicuri, proprietà intellettuale protetta e infrastrutture interoperabili.”
E ha aggiunto: “L’intelligenza artificiale non è una bacchetta magica, ma una tecnologia che deve essere integrata nei processi reali, conoscendo a fondo ciò che si vuole trasformare.”
Francesco Ronchi, fondatore di Synesthesia, ha invece messo al centro la formazione:
“Le PMI italiane si chiedono come usare l’AI, ma spesso mancano le competenze di base. Solo il 23% ha un livello adeguato di digitalizzazione. Dobbiamo investire in alfabetizzazione, welfare e formazione permanente.”
Ha citato il modello francese pubblico–privato per l’innovazione e rilanciato l’importanza dell’open source e dei small language model come alternativa sostenibile ai grandi modelli statunitensi.
“Non servono sempre miliardi di dollari – ha detto – ma visione, collaborazione e capacità di costruire valore con le nostre risorse.”
Conclusioni: ecosistemi e capitale umano
Nelle conclusioni, Anna Maria Bernini ha sintetizzato il messaggio della giornata: “Non è tempo di dispersione, ma di ecosistemi di conoscenza. L’università e la ricerca non sono più torri d’avorio: devono dialogare con imprese, mercato e istituzioni per produrre valore condiviso.”
Ha poi ricordato l’importanza di bilanciare innovazione e tutela sociale: “L’intelligenza artificiale non è buona o cattiva in sé, dipende dall’uso che ne facciamo. È compito del legislatore garantire protezioni per chi potrebbe essere travolto da un cambiamento troppo rapido.”
Letizia Moratti, chiudendo i lavori, ha raccolto in dieci punti le priorità operative per il futuro della ricerca e dell’innovazione:
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Rafforzare le connessioni tra università, centri di ricerca, imprese e istituzioni;
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Superare la frammentazione dei cluster verticali e favorire approcci interdisciplinari;
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Completare il mercato unico europeo per l’innovazione;
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Investire nelle competenze e nel technology transfer;
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Semplificare il permitting e ridurre i divari regionali;
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Garantire un mercato energetico efficiente e competitivo;
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Ridurre burocrazia e oneri regolatori non sostenibili;
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Sviluppare flagship project nazionali ad alto impatto;
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Promuovere partenariati pubblico–privati e capitali pazienti;
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Mobilitare i capitali dormienti per finanziare la ricerca.
“Il futuro dipende da noi – ha concluso Moratti – e dalla nostra capacità di costruirlo insieme, con visione, responsabilità e fiducia nelle competenze del Paese.”
L’evento si è chiuso con un lungo applauso, a conferma di una convinzione condivisa: per competere serve un’Italia che creda nella scienza, valorizzi l’innovazione e investa sui propri talenti.
