Il piano cronicità del Piemonte

su 12.03.2018

a Torino

Postato da Amministrazione.

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Categorie: Sanità

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Dopo la Lombardia e la Liguria, ci prova il Piemonte a costruire un piano cronicità su misura per i propri residenti. Lo presenterà l'assessore Antonino Saitta il 12 marzo. Si parla di un ruolo chiave del fascicolo sanitario elettronico, di reti interdisciplinari tra medici di famiglia, pediatri, specialisti, infermieri e farmacisti e di una fase sperimentale di due anni. Per il resto sembrano un po' tutte in mezzo al guado le risposte delle regioni al nodo cronicità che prendono le mosse dal Piano nazionale del luglio 2016. Il piano mira ad educare il paziente a una autogestione consapevole delle malattie, un patto con il proprio medico curante, un piano assistenziale personalizzato. Dalle soluzioni fin qui abbozzate, si evince tutt'al più, fin qui, se passano dal medico di famiglia o da "terzi erogatori". "Anche" dal medico di famiglia passa la riforma della Lombardia che affida le cure per 65 cronicità al medico curante se a bassa intensità di intervento, altrimenti o a coop di Mmg organizzate o ad enti terzi (team ospedalieri o territoriali di medici ed altri sanitari) mentre per tutte le altre patologie il paziente resta in carico al suo Mmg.

In Liguria, regione più anziana con quasi il 28% di residenti dai 65 anni in su, per le patologie nel piano nazionale cronicità come diabete, malattia renale cronica, scompenso, ipertensione si è puntato sul medico di famiglia e sulla medicina di iniziativa, che si appoggia ai centri di salute e agli specialisti territoriali. Simile nelle linee generali il percorso friulano che affronta singole malattie croniche, e anche quello umbro che prevede pacchetti di esami per patologia con in più una scommessa sulle app, di "e-engagement" per l'educazione sanitaria del paziente. Altre regioni hanno modelli in pista, in Emilia Romagna si chiama progetto Futuro in salute e affronta le principali cronicità ma i sindacati Mmg per la parte economica hanno lamentato penalizzazioni rispetto al regime attuale di approccio ai cronici. In Veneto delle patologie più semplici si dovrebbero occupare a regime Medicine di Gruppo Integrate; di quelle "complesse e avanzate" team multiprofessionali con sanitari ospedalieri consulenti anche a casa, una centrale operativa unica, una cartella clinica dedicata alla domiciliarità, accessi a casa programmati 7 giorni su 7. In Toscana si sperimenta l'educazione sanitaria nel Modello IDEA: Incontri Di Educazione all'Autogestione delle malattie croniche che insegna il self management al paziente; anche qui la scommessa si centra sui medici di famiglia, organizzati in aggregazioni funzionali territoriali. Più a Sud, in Lazio si parla di sistema informativo dedicato alla medicina territoriale, SIAT, da sperimentare a partire dalle dimissioni "concordate" con gli ospedali e in Campania l'idea è investire sulle unità complesse di cure primarie. «Non c'è ancora un unico modello ma stanno affiorando precise criticità», riflette Marco Trabucchi presidente della Società Italiana di Psicogeriatria e artefice dei primi modelli d'approccio alle cronicità.

«L'informatizzazione si sta rivelando problematica per via del consenso supplementare da chiedere al paziente per trattarne i dati. Credo occorra capire come la salute sia diversa dal conto in banca. Il cittadino malato vuole essere seguito, occorre più flessibilità nelle norme se vogliamo fare il bene dei nostri cronici. Poi sembrano emergere due modelli di cura, uno centrato sulla competizione e l'altro sul medico di famiglia; io scommetterei di più sul secondo. Mi rendo conto che oggi c'è una crisi generalizzata del rapporto fiduciario, ma il Mmg appare l'unica figura "elettiva", i suoi dati informatizzati corrispondono a informazioni esperienziali significative; e poi, i cronici saranno un terzo del bacino di anziani, tra i 100 e i 200 pazienti, li si può seguire con strumenti ad hoc; la possibilità di prescrivere nuovi farmaci, ad esempio, ma anche quella più complessa di seguire il paziente in ospedale. Qui è molto difficile e a volte più per colpe organizzative dell'ospedale che per mancanza di buona volontà del medico di famiglia. Entrambe le parti devono organizzarsi del tempo, solo così si possono tirare le somme, stabilendo chi "guida" (e con quali limiti) nel piano assistenziale. Vedo comunque - conclude Trabucchi -progetti regionali che poco comunicano tra loro. Non so dire se in assoluto sia un male data la diversità tra regioni. A me sembra che un minimo di coordinamento ci voglia: le malattie sono uguali dappertutto».