Alla Camera il confronto promosso dall’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile. Sport, ascolto e competenze digitali al centro degli interventi, con particolare attenzione al rapporto tra adolescenti e intelligenza artificiale.
Quasi quattro ragazzi su dieci hanno subito prevaricazioni nell’ultimo anno e quasi uno su due fatica a chiedere aiuto. Sono i dati richiamati in apertura degli Stati generali dell’educazione e della prevenzione, nella Sala della Regina della Camera dei deputati, per descrivere un disagio che spesso resta nascosto agli adulti. Un dolore difficile da riconoscere, aggravato dalla possibilità che aggressioni e umiliazioni proseguano attraverso il telefono anche dopo l’uscita da scuola.
L’iniziativa, promossa dall’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile su impulso del deputato Enzo Amich, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo sportivo e del terzo settore, insieme a studenti e scout. Il confronto, moderato da Arianna Fanuli, ha affrontato due questioni strettamente legate: come costruire relazioni educative capaci di intercettare la sofferenza e come accompagnare i giovani in un ambiente digitale che gli adulti faticano a conoscere.
Bullismo e disagio giovanile: dalle istituzioni risposte concrete
La difficoltà di accorgersi della sofferenza di un figlio è stata uno dei passaggi centrali dell’intervento di Amich. Il deputato ha ricordato che dietro comportamenti apparentemente marginali possono nascondersi ferite profonde, destinate a lasciare conseguenze durature. Per questo il contrasto al bullismo richiede una presenza quotidiana, fatta di ascolto e capacità di conquistare la fiducia dei ragazzi.
Richiamando la propria esperienza di sindaco, Amich ha sottolineato il valore delle relazioni costruite nei territori, attraverso il coinvolgimento delle scuole, delle associazioni e delle attività locali. Le norme, ha osservato, acquistano efficacia quando diventano strumenti utilizzabili nella vita dei giovani. Il lavoro dell’Osservatorio e la Maratona del Rispetto sono stati indicati come esperienze capaci di collegare queste realtà e raccogliere testimonianze dirette.
Nel messaggio del vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, letto durante l’incontro, è arrivato un richiamo alla responsabilità della politica e della società. I dati sul disagio giovanile, ha sostenuto, impongono interventi tempestivi e una maggiore attenzione ai luoghi nei quali si riesce a dare sostegno ai ragazzi. La prossima legge di bilancio è stata indicata come un’occasione per tradurre le proposte in iniziative concrete.
Un messaggio di sostegno è giunto anche dal presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, che ha richiamato la campagna “Ti rispetto” e gli sportelli d’ascolto avviati sul territorio. Rocca ha espresso la disponibilità a conoscere gli esiti degli Stati generali per orientare le azioni regionali verso un dialogo più stretto con le giovani generazioni.
Prevenzione e responsabilità nella giustizia minorile
Sul rapporto tra educazione, intervento pubblico e conseguenze dei comportamenti violenti si è concentrata Simonetta Matone. La deputata ha ripercorso la propria esperienza nella magistratura minorile, osservando come la diffusione dei social abbia modificato anche le modalità con cui la violenza viene esibita e condivisa. La registrazione e la pubblicazione dei pestaggi, nella sua lettura, aggravano il fenomeno e richiedono risposte riconoscibili.
Matone ha insistito sulla necessità di intervenire tempestivamente, sostenendo che la percezione di impunità possa rafforzare i comportamenti del bullo. Ha quindi attribuito alla sanzione una possibile funzione rieducativa, all’interno di un percorso che renda comprensibili ai ragazzi le conseguenze delle proprie azioni.
Nel suo intervento ha inoltre collegato alcune manifestazioni della violenza giovanile all’abbandono delle periferie e alle difficoltà di integrazione, esprimendo una valutazione critica delle politiche territoriali. Una lettura politica distinta dall’attenzione dedicata, nel resto del confronto, agli strumenti educativi e alle reti di prevenzione.
La deputata ha infine richiamato gli investimenti per scuole, palestre e servizi per l’infanzia e gli interventi che, secondo la sua ricostruzione, hanno rafforzato il ruolo delle procure minorili. Ha descritto percorsi nei quali il coinvolgimento dei genitori e dei servizi sociali consente di affrontare condotte problematiche attraverso programmi progressivi, evitando che l’intervento si esaurisca nella sola contestazione del singolo episodio.
Lo sport per parlare di ansia, paura e rispetto
La possibilità di raggiungere i ragazzi attraverso l’esperienza degli atleti è alla base dell’attività illustrata da Luca Massaccesi, presidente dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile. Il percorso sportivo, ha spiegato, mette ciascuno a confronto con emozioni che appartengono anche alla vita degli adolescenti: la paura di sbagliare, l’ansia, il desiderio di affermarsi e la difficoltà di assumersi nuove responsabilità.
Il campione può parlare di queste esperienze senza presentarsi come una persona immune dalla fragilità. Massaccesi ha ricordato che paura ed emozioni accompagnano anche chi ha raggiunto risultati importanti. Raccontarle permette di avvicinarsi ai giovani attraverso un’esperienza condivisa, senza ridurre lo sport alla prestazione o alla vittoria.
L’Osservatorio riunisce campioni impegnati nelle attività educative e si avvale di una rete di partner. Nel ripercorrerne la storia, Massaccesi ha ricordato il contributo di Annalisa Minetti, al suo fianco fin dai primi incontri, e la collaborazione con il mondo degli sport equestri e con l’Unione nazionale camere minorili.
Durante l’intervento ha annunciato la presentazione di un cortometraggio dedicato proprio alle emozioni, ai pregiudizi e alle paure che attraversano l’esperienza sportiva e quella adolescenziale. Rivolgendosi agli studenti presenti, ha insistito sulla necessità di renderli interlocutori effettivi: ascoltare ciò che hanno da raccontare, anziché limitarsi a predisporre messaggi destinati a loro.
Peer education e Blue Box: i progetti dell’Osservatorio
L’attività dell’Osservatorio comprende una piattaforma di peer education, con accessi gratuiti per le scuole e percorsi formativi che coinvolgono campioni olimpici. L’obiettivo descritto da Massaccesi è utilizzare il rapporto con gli sportivi per affrontare temi educativi attraverso un linguaggio vicino all’esperienza dei ragazzi.
Tra gli strumenti presentati figurano le Blue Box, inserite nelle cabine per fototessere. Attraverso un pulsante, ha spiegato il presidente, chi vive una difficoltà o ha qualcosa da comunicare può collegarsi con un servizio di ascolto gestito da operatori formati. Massaccesi ha ricordato anche il supporto della polizia e dell’anticrimine al progetto, sottolineando l’importanza di poter dare seguito alle richieste ricevute.
Un altro filone riguarda l’attività editoriale e i percorsi con le scuole. L’intenzione è offrire ai giovani la possibilità di raccontare aspirazioni, esperienze e bisogni attraverso libri realizzati con il loro coinvolgimento. La pubblicazione diventa così una forma di partecipazione, nella quale i ragazzi possono scegliere che cosa comunicare.
Da questo lavoro di ascolto nasce anche l’allarme sul rapporto con l’intelligenza artificiale. Massaccesi ha richiamato un dato secondo cui il 32% dei ragazzi si confida con questi strumenti e il 92% ne ha scaricato uno. Numeri presentati durante l’incontro come segnali di una trasformazione delle relazioni, rispetto alla quale il presidente ha espresso preoccupazione per il crescente ricorso a interlocutori virtuali.
Il ruolo educativo delle associazioni sportive
La responsabilità di chi accoglie bambini e adolescenti nelle attività sportive è stata approfondita da Marco Di Paola, vicepresidente del CONI e presidente della Federazione italiana sport equestri. Lo sport, ha osservato, entra nella vita dei giovani attraverso una scelta spesso vissuta positivamente e consente agli istruttori di diventare figure di riferimento anche oltre l’allenamento.
Proprio questa vicinanza comporta responsabilità educative che si aggiungono alla preparazione tecnica. Gli istruttori devono confrontarsi con difficoltà relazionali, fragilità e bisogni nuovi, per i quali servono formazione e strumenti adeguati. Di Paola ha richiamato i sistemi di safeguarding e le figure introdotte per sostenere la protezione delle persone nelle associazioni sportive, descrivendo una rete territoriale frequentata anche dalle famiglie.
L’esperienza degli sport equestri gli ha permesso di soffermarsi sul rapporto tra fiducia e collaborazione. Il legame con il cavallo, ha spiegato, non può fondarsi sulla forza fisica del giovane atleta: richiede conoscenza dell’animale, capacità di relazione e rispetto. Nelle discipline olimpiche equestri uomini e donne competono alla pari, un elemento richiamato per sottolineare il valore di questa esperienza.
Anche l’agonismo, nella lettura proposta da Di Paola, va compreso attraverso i comportamenti che insegna. La prestazione è accompagnata dall’apprendimento delle regole, dalla conoscenza di sé e dalla capacità di riconoscere il valore degli altri. È su questi aspetti che il mondo sportivo può contribuire alla crescita dei ragazzi.
Educazione digitale: la richiesta di Save the Children agli adulti
Il bisogno di una presenza adulta competente è stato al centro dell’intervento della rappresentante di Save the Children. Richiamando l’Atlante “Tempi digitali” del 2023 e il lavoro successivo sull’adolescenza, ha spiegato che dai ragazzi arriva una richiesta precisa: essere accompagnati nell’esperienza online, senza che il digitale venga trattato come una dimensione estranea alla loro vita.
Amicizie, linguaggi e relazioni passano anche attraverso gli strumenti tecnologici. Quando gli adulti si allontanano da questi ambienti, rischiano quindi di perdere la possibilità di comprendere una parte dell’esperienza dei figli. La relatrice ha individuato nella protezione, nella competenza e nella fiducia tre bisogni ai quali la comunità educante deve dare risposte pratiche.
Particolare attenzione è stata dedicata al ricorso all’intelligenza artificiale per ricevere consigli di carattere psicologico. La rappresentante dell’organizzazione ha richiamato percentuali analoghe a quelle citate da Massaccesi, descrivendo una situazione che considera ormai urgente. Ha riportato, a questo proposito, il caso raccontato da una psicologa: durante la sua assenza estiva, un paziente aveva utilizzato l’intelligenza artificiale come interlocutore per le proprie difficoltà.
La familiarità con il telefono, ha aggiunto, non garantisce competenze digitali. La frequenza d’uso può convivere con un atteggiamento passivo e con difficoltà nel riconoscere informazioni false o situazioni rischiose. Per questo la povertà digitale va affrontata insieme alla povertà educativa, valorizzando la scuola come luogo nel quale offrire opportunità formative più omogenee.
Anche le regole, secondo l’intervento, richiedono spiegazioni e accompagnamento. Un divieto privo di consapevolezza rischia di essere aggirato, mentre la presenza degli adulti può aiutare a comprendere i pericoli e il significato dei limiti.
Nei comuni un percorso sull’intelligenza artificiale
Il passaggio dai progetti educativi alle politiche territoriali è stato raccontato da Alessia Pieretti, che ha collegato la propria esperienza sportiva all’attività amministrativa. La collaborazione tra la Città metropolitana e l’Osservatorio, ha spiegato, ha portato negli ultimi due anni percorsi di peer education nelle scuole dei comuni coinvolti.
Il lavoro, inizialmente rivolto ai ragazzi, è stato esteso ai genitori, con momenti separati e attività condivise. L’intenzione è favorire un dialogo che permetta anche agli adulti di riconoscere le difficoltà incontrate dai figli. Pieretti ha ricordato inoltre la diffusione delle Blue Box nei comuni della provincia di Roma.
Proprio il dato sui giovani che si confidano con l’intelligenza artificiale ha sollecitato un nuovo progetto, annunciato con il nome “L’intelligenza artificiale in movimento”. Il percorso sarà rivolto a diverse generazioni, per comprendere sia l’esperienza dei ragazzi sia il livello di conoscenza degli adulti.
Pieretti ha infine proposto di organizzare incontri nei quali siano i giovani a sedere nel panel e a raccontare come utilizzano i dispositivi, mentre gli adulti ascoltano e fanno domande. Una modalità di confronto pensata per raccogliere direttamente le loro esperienze e orientare su quelle il lavoro educativo nei territori.
