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Approfondimenti

Scuole sicure e resilienti: la sfida dell’edilizia scolastica tra rischi, clima e programmazione

Il XXIV Rapporto di Cittadinanzattiva fotografa le vulnerabilità del patrimonio scolastico italiano, tra edifici datati, rischi naturali e nuove emergenze climatiche. Dal confronto emerge la necessità di superare gli interventi episodici e costruire una programmazione pluriennale fondata su dati aggiornati, risorse certe e una più stretta collaborazione tra istituzioni e territori.

La sicurezza degli edifici scolastici italiani continua a rappresentare una delle principali criticità del sistema dell’istruzione: una parte consistente delle scuole è ospitata in edifici costruiti molti decenni fa, ai quali si aggiungono problemi legati alla vulnerabilità sismica e idrogeologica, alla mancanza di alcune certificazioni, alle difficoltà di accessibilità e agli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici.  Durante la presentazione del XXIV Rapporto dell’Osservatorio civico sulla sicurezza a scuola di Cittadinanzattiva si è discusso della necessità di passare da una gestione fondata sulle singole emergenze a una strategia nazionale di lungo periodo, capace di coniugare manutenzione, prevenzione, qualità degli ambienti, adattamento climatico e innovazione degli spazi educativi. Parlamentari, rappresentanti di Cittadinanzattiva, dirigenti del mondo scolastico e organizzazioni sindacali hanno individuato nella programmazione, nell’aggiornamento dei dati e nella continuità degli investimenti dopo il PNRR alcuni dei passaggi indispensabili per rendere le scuole più sicure e, allo stesso tempo, più adatte alle esigenze formative delle nuove generazioni.

Una scuola su cinque esposta al rischio idraulico

La fotografia restituita dal XXIV Rapporto di Cittadinanzattiva mostra quanto la sicurezza delle scuole non possa più essere considerata attraverso singole criticità separate tra loro. Un edificio scolastico su cinque è esposto al rischio idraulico, uno su otto al rischio di frana, mentre il 44% delle scuole si trova in territori caratterizzati da una sismicità elevata o medio-alta. Continuano inoltre a verificarsi crolli di solai, soffitti e controsoffitti, restano numerosi gli edifici nei quali potrebbe essere presente amianto e il numero degli infortuni denunciati nelle scuole supera gli 80 mila casi all’anno.

Numeri che diventano ancora più concreti quando vengono letti attraverso ciò che accade nei territori. Antonio Caso, deputato del Movimento 5 Stelle e componente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, ha ricordato quanto sta avvenendo nell’area dei Campi Flegrei, dalla quale proviene, dove le continue scosse hanno avuto conseguenze anche sull’organizzazione delle attività scolastiche. Alcuni istituti sono riusciti a garantire l’avvio delle lezioni soltanto attraverso doppi turni e soluzioni provvisorie, dimostrando quanto una fragilità strutturale possa rapidamente trasformarsi in un problema educativo e sociale.

Proprio per questo, secondo Caso, continuare ad affrontare l’edilizia scolastica inseguendo le emergenze rischia di produrre risposte inevitabilmente parziali. L’obiettivo dovrebbe essere, piuttosto, quello di costruire una programmazione pluriennale, sostenuta da risorse stabili e capace di individuare preventivamente le priorità. Il problema non riguarda soltanto quanto venga stanziato, bensì il modo nel quale le risorse vengono utilizzate, poiché senza una reale conoscenza delle condizioni degli edifici diventa difficile stabilire dove sia necessario intervenire prima.

Il caldo registrato all’interno delle scuole nelle ultime settimane rappresenta un esempio particolarmente evidente, lo stanziamento di 20 milioni di euro annunciato per l’acquisto di sistemi di raffrescamento può offrire una risposta immediata ad alcune situazioni, tuttavia non risolve un problema ormai strutturale. Coibentazione, schermature solari, tetti e pareti riflettenti, ventilazione naturale e tecnologie bioclimatiche passive consentirebbero di intervenire sulle cause del surriscaldamento degli edifici, invece di limitarsi a mitigare gli effetti attraverso apparecchiature che, peraltro, richiedono ulteriore energia.

La questione diventa dunque molto più ampia del semplice acquisto di condizionatori, poichè affinchè una scuola possa affrontare temperature estreme senza compromettere il benessere degli studenti e del personale, occorre ripensarne progressivamente l’efficienza energetica e la capacità di adattamento al clima. La sicurezza scolastica non coincide più soltanto con la stabilità dei solai o con la conformità degli impianti, bensì comprende la possibilità di garantire ambienti salubri, temperature sostenibili e condizioni adeguate allo studio durante tutto l’anno.

Edifici datati e nuovi bisogni educativi

Quasi la metà degli edifici scolastici italiani è stata costruita prima del 1976: si tratta di un dato conosciuto da tempo, ma che continua a incidere profondamente sulla possibilità di rendere le scuole sicure, efficienti e coerenti con le esigenze della didattica contemporanea. Molte strutture sono state progettate quando le norme antisismiche, gli standard energetici e lo stesso modo di concepire gli ambienti educativi erano profondamente diversi da quelli attuali.

È partendo da questa realtà che Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, ha posto il problema di come intervenire contemporaneamente sul patrimonio esistente e sulla progettazione delle nuove scuole. Ristrutturare un edificio già presente, soprattutto quando si trova in un centro storico o appartiene a contesti urbani consolidati, può essere particolarmente complesso; ciononostante, certificazioni antisismiche, agibilità e adeguamento degli impianti non possono essere rinviati, soprattutto in un Paese nel quale numerosi territori sono esposti a un’elevata sismicità.

Lo stesso edificio scolastico, tuttavia, non dovrebbe essere considerato soltanto come un contenitore nel quale svolgere le lezioni. Nei piccoli comuni e nelle aree interne, dove lo spopolamento determina una progressiva riduzione dei servizi, una scuola può assumere una funzione ancora più importante, diventando un luogo di incontro e un presidio per l’intera comunità. La progettazione delle nuove strutture dovrebbe pertanto tenere conto non soltanto degli standard tecnici, bensì anche della capacità degli spazi di adattarsi a modalità didattiche differenti e di aprirsi maggiormente al territorio.

Manzi ha ricordato il lavoro avviato negli anni scorsi durante il mandato del ministro Patrizio Bianchi, quando architetti, pedagogisti e docenti furono coinvolti nella definizione di linee guida capaci di valorizzare il concetto di “spazio educatore”. Una scuola progettata secondo questo principio non è un insieme immutabile di corridoi e aule, ma un ambiente capace di incidere direttamente sulla qualità dell’apprendimento, favorendo relazioni, attività laboratoriali e una maggiore interazione tra scuola e comunità.

Sicurezza e qualità educativa finiscono pertanto per incontrarsi. Anche il migliore progetto didattico rischia di perdere efficacia quando viene realizzato in edifici poco accessibili, difficili da riscaldare o raffrescare e privi di spazi adeguati alle attività previste. Intervenire sull’edilizia scolastica significa quindi intervenire sulla scuola stessa, sulla qualità dell’esperienza quotidiana degli studenti e sulla possibilità di offrire opportunità formative comparabili indipendentemente dal territorio nel quale si vive.

L’anagrafe scolastica e il problema dei dati mancanti

Per programmare gli interventi occorre prima di tutto sapere con precisione quali siano le condizioni delle scuole italiane. È proprio sul tema dei dati che Cittadinanzattiva insiste da anni, poiché informazioni incomplete o non sufficientemente aggiornate rendono più difficile stabilire le priorità e rischiano di trasformare anche la disponibilità di nuove risorse in una successione di interventi privi di una strategia complessiva.

Annalisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva, ha ricordato come la necessità di conoscere il patrimonio scolastico fosse già stata riconosciuta dalla legge sull’edilizia scolastica del 1996. Allora vennero individuati due strumenti fondamentali: da una parte l’anagrafe, necessaria per mettere in ordine le criticità e programmare gli interventi; dall’altra l’Osservatorio per l’edilizia scolastica, pensato come luogo nel quale amministrazioni centrali ed enti territoriali potessero confrontarsi.

A distanza di trent’anni, entrambi gli strumenti continuano tuttavia a richiedere maggiore continuità, l’Osservatorio è stato convocato nel 2025 dopo un lungo periodo di inattività e Cittadinanzattiva continua a chiedere che torni a riunirsi regolarmente. Ancora più importante è l’aggiornamento dell’anagrafe, perché una programmazione efficace presuppone informazioni complete sugli edifici, sulla popolazione scolastica e sulle caratteristiche dei singoli territori.

Adriana Bizzarri, coordinatrice nazionale Scuola di Cittadinanzattiva, è entrata nel dettaglio dei numeri. Il patrimonio censito comprende 39.351 edifici scolastici, ma per circa il 15% delle strutture mancano informazioni sufficientemente complete. Sono quelle che l’organizzazione definisce “scuole fantasma”, oltre cinquemila edifici sui quali sarebbe necessario conoscere con maggiore precisione condizioni, certificazioni e possibili criticità.

Uno dei vuoti più importanti riguarda l’amianto. Non esiste ancora una mappatura nazionale completa e le stime disponibili sono molto differenti: l’Osservatorio nazionale amianto parla di circa 2.500 scuole da bonificare, mentre una proiezione dell’INAIL porta a ipotizzare fino a 14 mila edifici potenzialmente interessati. Non significa che tutte queste strutture presentino un pericolo immediato, ma proprio l’ampiezza della forbice dimostra quanto sia necessario sapere dove siano presenti i materiali, in quale stato di conservazione si trovino e quali interventi siano necessari.

La conoscenza deve riguardare anche l’accessibilità, accanto alle barriere architettoniche tradizionali esistono infatti esigenze meno visibili, legate alle disabilità sensoriali, intellettive o dello spettro autistico. Percorsi tattili, mappe a rilievo, segnaletica comprensibile e strumenti di comunicazione aumentativa rimangono ancora poco diffusi, sebbene diventino essenziali soprattutto durante un’emergenza. Una scuola può dirsi realmente sicura soltanto quando ogni studente abbia la possibilità di orientarsi negli spazi e di essere assistito adeguatamente anche nelle situazioni di maggiore difficoltà.

Alluvioni, frane e caldo: il rischio comincia fuori dall’edificio

Anche un edificio strutturalmente sicuro può trovarsi all’interno di un territorio esposto a esondazioni, frane o altri fenomeni naturali. Per questo il Rapporto di Cittadinanzattiva ha scelto quest’anno di incrociare i dati dell’anagrafe scolastica con le mappature elaborate da ISPRA, cercando di capire non soltanto come siano costruite le scuole, ma dove siano costruite.

I risultati mostrano che 7.543 edifici scolastici ricadono in aree interessate da differenti livelli di pericolosità idraulica, si tratta di circa una scuola su cinque, frequentata complessivamente da oltre 1,3 milioni di studenti. Nelle aree maggiormente esposte si trovano 1.253 edifici, con una particolare concentrazione in alcune regioni, tra le quali Emilia-Romagna e Toscana.

Anche il rischio idrogeologico interessa una parte significativa del patrimonio scolastico, sono oltre 5.100 gli edifici collocati nelle diverse classi di pericolosità individuate dalle mappature disponibili e quasi mezzo milione gli studenti coinvolti. I dati utilizzati risalgono peraltro al 2020 e richiederebbero un aggiornamento, poiché l’evoluzione degli eventi meteorologici e delle condizioni territoriali potrebbe avere ulteriormente modificato le aree esposte.

Incrociare sistematicamente queste informazioni consentirebbe di costruire una programmazione molto più precisa. Una scuola collocata in un’area a rischio alluvionale presenta esigenze differenti rispetto a una struttura situata in un territorio sismico o in una grande città particolarmente esposta alle isole di calore. Le risorse non possono pertanto essere distribuite uniformemente, ma dovrebbero seguire le vulnerabilità effettive e le caratteristiche specifiche dei territori.

Il cambiamento climatico rende questo passaggio ancora più urgente, in Italia soltanto una quota ridotta degli edifici dispone di sistemi di climatizzazione, mentre le temperature elevate registrate nelle aule hanno ormai assunto anche una rilevanza sanitaria. Superati determinati livelli, il caldo non rappresenta semplicemente una condizione di disagio, ma può incidere sul benessere fisico, sulla concentrazione e sulla capacità di apprendere.

Cittadinanzattiva propone pertanto che scuola, salute e ambiente vengano affrontati attraverso una collaborazione stabile tra i diversi ministeri competenti. Servirebbe un vero piano per l’adattamento climatico delle scuole, nel quale climatizzazione ed efficientamento energetico convivano con interventi sulla vegetazione, sulla permeabilità dei cortili, sulle schermature, sull’isolamento termico e sulle possibilità di utilizzare maggiormente gli spazi esterni.

Il PNRR e la domanda su ciò che verrà dopo

Negli ultimi anni il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha consentito di mobilitare risorse straordinarie per il patrimonio scolastico. Nuove scuole, asili nido, mense, palestre e interventi di messa in sicurezza hanno costituito alcuni dei principali filoni di investimento. Secondo i dati raccolti da Cittadinanzattiva attraverso la piattaforma Italia Domani, gli interventi collegati all’edilizia scolastica sono 9.527, per un valore complessivo di circa 12 miliardi di euro, con un livello generale di completamento indicato intorno al 61%.

Le percentuali, tuttavia, variano considerevolmente. Gli interventi di messa in sicurezza risultano più avanzati, mentre maggiori ritardi interessano soprattutto nuove scuole e asili nido. Proprio avvicinandosi alla conclusione del PNRR diventa quindi necessario non fermarsi alla verifica formale dei target raggiunti, ma capire quali effetti gli investimenti abbiano effettivamente prodotto.

È su questo punto che Manzi ha insistito maggiormente. Un investimento di queste dimensioni è stato straordinario e difficilmente sarà ripetibile nel breve periodo; pertanto sarebbe necessario analizzare con attenzione ciò che ha funzionato, ciò che ha funzionato meno e quali interventi abbiano realmente migliorato la vita delle scuole. Dietro ogni percentuale di avanzamento esiste infatti un edificio, una comunità scolastica e un territorio, ed è su questi risultati concreti che dovrebbe essere misurata l’efficacia delle politiche.

La fine del PNRR pone inoltre il problema della continuità delle risorse, Cittadinanzattiva propone di destinare all’edilizia scolastica almeno un miliardo di euro l’anno, affinché gli interventi non dipendano più esclusivamente dalla disponibilità occasionale di grandi programmi straordinari. Caso ha sostenuto la stessa necessità, indicando in una programmazione pluriennale la condizione indispensabile per affrontare criticità che si sono accumulate nel corso di decenni.

Non basta, tuttavia, mettere a disposizione i fondi, i comuni più piccoli incontrano spesso difficoltà nella progettazione, nel monitoraggio e nella rendicontazione degli interventi. Per questo sia Cittadinanzattiva sia Manzi hanno indicato nella creazione di task force tecniche o nel rafforzamento delle competenze amministrative locali una possibile soluzione, affinché la mancanza di personale specializzato non diventi un ostacolo alla realizzazione delle opere.

Un ulteriore segnale della sensibilità dei cittadini arriva dall’otto per mille, dei circa 155 milioni complessivamente devoluti nell’ultimo anno, 70 milioni sono stati destinati all’edilizia scolastica. Mandorino ha sottolineato il valore di questa scelta, chiedendo tuttavia una rendicontazione più chiara sull’utilizzo delle risorse. Chi decide di destinare una parte delle proprie imposte alle scuole dovrebbe poter conoscere non soltanto quanto venga speso, ma quali interventi siano stati realizzati e secondo quali priorità.

Parlare di edilizia scolastica significa inevitabilmente parlare anche di didattica. Un ambiente poco confortevole, scarsamente illuminato, troppo caldo o troppo freddo non rappresenta soltanto un problema tecnico, ma modifica concretamente il modo nel quale studenti e docenti vivono la giornata scolastica. Negli spazi nei quali si sta male si apprende più difficilmente, e questo rende la qualità degli edifici parte integrante della qualità del sistema educativo.

Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, ha ricordato quanto una parte consistente delle scuole italiane utilizzi edifici che non erano stati originariamente progettati per finalità educative. In città come Roma non sono rari gli istituti ospitati in antichi conventi o palazzi di valore storico: strutture certamente prestigiose dal punto di vista architettonico, ma spesso poco funzionali rispetto alle esigenze di una scuola contemporanea.

Il caldo estivo consente di comprendere bene il problema. Gli stessi edifici che raggiungono temperature elevate durante i mesi più caldi sono frequentemente quelli che disperdono maggiore calore durante l’inverno. Installare impianti di climatizzazione senza intervenire sull’isolamento rischia pertanto di aumentare considerevolmente il consumo energetico, lasciando irrisolta la fragilità originaria dell’edificio. Raffrescamento e riscaldamento sono due facce dello stesso problema: l’efficienza dell’involucro scolastico.

Giannelli ha allargato il ragionamento anche al modello di scuola. Se si vuole immaginare un sistema nel quale gli studenti possano trascorrere più tempo negli istituti, con mense diffuse e attività pomeridiane, occorre costruire spazi adeguati a questa funzione. In alcune aree del Paese servizi di questo tipo sono maggiormente presenti, mentre in altre risultano ancora limitati; una differenza che contribuisce ad alimentare il divario territoriale e che finisce per riflettersi anche sulle opportunità di apprendimento.

L’edilizia scolastica, dunque, non rappresenta un capitolo separato dalle politiche educative. Il modello di scuola che si vuole costruire dipende anche dagli edifici nei quali quel modello deve essere realizzato. Laboratori, mense, spazi comuni, ambienti flessibili e aree esterne non sono elementi accessori, ma strumenti attraverso i quali rendere possibile una didattica più articolata e una permanenza più lunga e qualificata all’interno della scuola.

Sicurezza e benessere come responsabilità collettiva

Gli edifici scolastici continuano infine a registrare episodi che ricordano quanto il problema della sicurezza rimanga concreto. Nell’ultimo anno considerato dal Rapporto sono stati censiti 68 episodi di crollo, il 60% dei quali ha interessato solai, soffitti e controsoffitti. I casi risultano distribuiti in maniera piuttosto uniforme tra Nord, Centro, Sud e Isole, confermando che non si tratta di una criticità circoscritta a una singola area del Paese.

Anche gli infortuni denunciati continuano a crescere, ne sono stati 80.871 nell’ultimo anno, con un aumento del 3,8% rispetto al precedente, e circa tre casi su quattro riguardano studenti con meno di quindici anni. Numeri che rendono indispensabili manutenzione, controlli diagnostici e una maggiore attenzione ai segnali che possano anticipare situazioni di pericolo.

Grazia Maria Vistorino, segretaria nazionale della FLC CGIL, ha legato questi aspetti al concetto stesso di educazione. Una scuola nella quale sicurezza, salute e benessere vengono tutelati insegna anche ai più giovani a prestare attenzione alla qualità degli ambienti nei quali vivono. Gli spazi, pertanto, educano non soltanto attraverso la loro organizzazione didattica, ma anche attraverso la cura che una comunità dimostra nei loro confronti.

Per questo il problema del microclima, oggi al centro dell’attenzione per le temperature elevate, non dovrebbe essere dimenticato quando l’emergenza stagionale terminerà. Consigli di istituto, dirigenti, personale, studenti, famiglie ed enti locali possono contribuire a segnalare le criticità e a mantenerle all’interno dell’agenda pubblica durante tutto l’anno, affinché gli interventi vengano programmati prima che il problema si ripresenti.

Lo stesso principio vale per la gestione delle emergenze, Cittadinanzattiva chiede che i piani comunali di protezione civile siano maggiormente coordinati con quelli delle scuole, che le esercitazioni comprendano con maggiore sistematicità terremoti e alluvioni e che si presti particolare attenzione alle necessità degli studenti con disabilità.

Investire nell’edilizia scolastica significa investire contemporaneamente nella sicurezza, nella salute, nella qualità dell’apprendimento e nella riduzione delle disuguaglianze territoriali. Una politica efficace non può pertanto dipendere dalla successione delle emergenze o dalla disponibilità occasionale di risorse straordinarie, ma deve diventare una componente stabile della programmazione pubblica. Soltanto allora gli edifici scolastici potranno smettere di essere considerati un problema da gestire e diventare pienamente ciò che dovrebbero essere: luoghi sicuri, accessibili, sostenibili e capaci di accompagnare la crescita delle nuove generazioni.

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