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Contrasto alle dimissioni volontarie dal lavoro quando si diventa genitori - Presentata la proposta di legge della Regione Emilia-Romagna

La Regione presenta alle Camere un intervento contro l’uscita dall’occupazione dopo la nascita di un figlio. Al centro, una “NASpI della conciliazione”, maggiore flessibilità organizzativa e reti territoriali di supporto. L’obiettivo è trasformare una scelta spesso obbligata in una responsabilità condivisa tra istituzioni, imprese e comunità.

Durante la presentazione della proposta di legge alle Camere della Regione Emilia-Romagna, intitolata “Contrasto alle dimissioni volontarie dal lavoro quando si diventa genitori”, si è discusso delle condizioni che inducono soprattutto le madri ad abbandonare l’occupazione nel primo anno di vita dei figli. All’incontro, promosso alla Camera da Maria Cecilia Guerra, hanno partecipato la prima firmataria Simona Lembri, Laura Calafà, Paolo Calvano, Luigi Tosiani ed Enrico Di Stasi, insieme a parlamentari, rappresentanti sindacali e organizzazioni manageriali. La proposta interviene su indennità, contrattazione, flessibilità e servizi di prossimità, affinché le risorse pubbliche sostengano la permanenza nel lavoro anziché accompagnarne l’uscita.

Dimissioni volontarie soltanto nella forma

La definizione amministrativa descrive una decisione individuale, tuttavia la realtà richiamata nel corso dell’incontro restituisce una condizione diversa, giacché lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio costituisce frequentemente l’esito di servizi insufficienti, orari incompatibili, carichi di cura squilibrati e strumenti organizzativi incapaci di adattarsi alle esigenze familiari. La volontarietà, pertanto, rimane spesso circoscritta all’atto formale con il quale si interrompe il rapporto.

A ricondurre il tema alla sua dimensione sociale è stata Maria Cecilia Guerra, la quale ha ricordato come il divario occupazionale tra uomini e donne diventi ancora più ampio quando il confronto riguarda padri e madri di figli piccoli. Il problema non coincide soltanto con l’accesso al mercato del lavoro, ma investe la possibilità di restarvi e di non trasformare la maternità in un fattore di espulsione.

La difficoltà di conciliare tempi di vita e tempi di lavoro spinge inoltre molte lavoratrici verso impieghi meno retribuiti, più vicini a casa oppure a tempo parziale. Quest’ultimo può rappresentare una soluzione temporanea, seppur rischi di diventare una condizione permanente, con conseguenze sul reddito, sulla carriera e sulla futura posizione previdenziale.

I numeri di una disuguaglianza strutturale

L’urgenza dell’intervento emerge dai dati illustrati da Simona Lembri, consigliera regionale e prima firmataria della proposta, la quale ha ricordato che le dimissioni convalidate dopo la nascita di un figlio sono passate da circa 30 mila nel 2012 a 60 mila nel 2024. L’identikit prevalente è quello di una madre al primo figlio, tra i 24 e i 40 anni, occupata soprattutto nel terziario.

Il tasso di occupazione femminile italiano, indicato attorno al 53 per cento, rimane distante da una media europea prossima al 71 per cento, mentre tra le persone inattive per ragioni familiari le donne rappresentano circa il 95 per cento, per un totale superiore ai tre milioni. La distanza occupazionale tra padri e madri supera inoltre i trenta punti percentuali, arrivando, nel caso dei figli più piccoli, attorno ai trentaquattro.

Non si tratta di una somma di situazioni private, bensì di una perdita collettiva che riguarda competenze, produttività e capacità del sistema economico di trattenere professionalità già formate. A subire le conseguenze è la lavoratrice, la quale vede limitata la propria autonomia, ma anche l’impresa, che rinuncia a esperienza e conoscenze, nonché il Paese, il quale affronta una bassa partecipazione femminile al lavoro e una crescente crisi demografica.

La proposta approvata dall’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna il 17 dicembre 2025 parte da una contraddizione precisa: nel primo anno di vita del figlio il licenziamento è vietato, mentre le dimissioni volontarie consentono di accedere alla NASpI. Il sistema finisce così per utilizzare risorse pubbliche al fine di sostenere economicamente la persona dopo l’uscita dal lavoro, anziché impiegare quelle stesse risorse per evitarla.

Da tale considerazione nasce la prima misura, definita “NASpI della conciliazione”, la quale potrebbe essere attivata senza l’obbligo di dimettersi. L’indennità diventerebbe uno strumento destinato a sostenere la permanenza nell’occupazione durante la fase di maggiore esposizione, lasciando ai successivi decreti attuativi il compito di stabilire modalità, durata e ripartizione del beneficio tra lavoratore e impresa.

Il rovesciamento della logica è centrale, poiché non si limita a compensare una perdita già avvenuta, ma prova a prevenirla. Mantenere il rapporto significa preservare reddito, continuità contributiva e competenze, mentre per l’azienda equivale a evitare la dispersione di professionalità.

Contrattazione e flessibilità oltre il part-time

Il secondo asse riguarda il recepimento più ampio della direttiva europea del 2019 sulla conciliazione tra vita e lavoro, la quale attribuisce rilievo alla contrattazione collettiva e alla costruzione di soluzioni adeguate alle singole organizzazioni. Non una misura uniforme applicata in modo astratto, dunque, ma strumenti negoziati tra imprese, rappresentanze sindacali, lavoratrici, lavoratori e istituzioni.

Laura Calafà, docente ordinaria di Diritto del lavoro presso l’Università di Verona, la quale ha accompagnato la redazione tecnica della proposta, ha distinto la flessibilità oraria dal semplice ricorso al part-time. La possibilità di modulare entrata e uscita, utilizzare il flexi-time o ridefinire temporaneamente l’organizzazione può evitare che la riduzione dell’orario diventi l’unica strada disponibile, giacché molte madri non chiedono necessariamente di lavorare meno, ma di poter lavorare in tempi compatibili con la cura.

La docente ha inoltre richiamato i dati dell’Ispettorato nazionale del lavoro relativi alle madri che non ottengono la flessibilità richiesta dopo la nascita del primo figlio. Da questa difficoltà discende la necessità di restituire alla contrattazione un ruolo capace di produrre accordi concreti, verificabili e calibrati sui diversi contesti produttivi.

La convalida delle dimissioni, prevista per accertare che la decisione non sia stata imposta dal datore di lavoro, continua a rappresentare una tutela necessaria, sebbene non appaia più sufficiente. Calafà ha ricordato che, a fronte di circa 60 mila convalide nel 2025, soltanto 36 sarebbero state respinte, un dato che evidenzia i limiti di una procedura concentrata sulla regolarità formale dell’atto.

Dietro molte convalide rimangono infatti l’assenza di servizi, l’impossibilità di ottenere orari adeguati e la solitudine di chi può confermare una decisione formalmente libera senza disporre di alternative realistiche. La proposta introduce perciò una rete di prossimità capace di collegare istituzioni, enti locali, servizi per l’infanzia, centri per l’impiego, organizzazioni sindacali e imprese, così da affiancare il genitore prima che la dimissione diventi irreversibile.

Il passaggio, secondo Paolo Calvano, capogruppo del Partito Democratico nell’Assemblea legislativa regionale, consiste nel trasformare la convalida da atto amministrativo a fatto sociale. La persona non verrebbe più lasciata sola dentro una procedura, ma inserita in un percorso nel quale possano essere esaminate soluzioni organizzative, sostegni economici e servizi territoriali.

Una proposta costruita dal territorio

Il progetto è il primo di iniziativa dell’Assemblea legislativa approvato dall’Emilia-Romagna nella legislatura in corso e, come ha sottolineato Calvano, è stato elaborato fin dall’inizio con l’obiettivo di renderne possibile la discussione parlamentare. Il lavoro tecnico e politico ha quindi cercato di evitare il carattere meramente simbolico che talvolta accompagna le proposte regionali indirizzate alle Camere.

Il legame tra quantità e qualità dell’occupazione è stato richiamato anche attraverso il nuovo Patto per il lavoro, il clima e l’economia sociale dell’Emilia-Romagna, nel quale la tutela della genitorialità, i servizi educativi e la parità nel mercato del lavoro rientrano in una strategia più ampia. Una regione con livelli occupazionali relativamente elevati, infatti, non è sottratta al problema delle differenze di carriera, di reddito e di accesso alle responsabilità.

Luigi Tosiani, segretario regionale del Partito Democratico, ha collocato la proposta tra le politiche necessarie a rendere effettiva la libertà di diventare genitori, sostenendo che alla discussione sulla denatalità debbano corrispondere servizi, nidi accessibili e congedi condivisi. Enrico Di Stasi, segretario del Partito Democratico di Bologna, il quale è intervenuto da remoto, ha aggiunto che la conciliazione non può dipendere dalla disponibilità delle singole aziende o amministrazioni, ma deve diventare una responsabilità comune.

Il contributo delle parti sociali e il passaggio alle Camere

La dimensione collettiva è emersa anche dagli interventi conclusivi. Una rappresentante di Manageritalia ha richiamato il ruolo dei dirigenti e dei responsabili delle risorse umane, i quali possono intervenire sull’organizzazione aziendale e sull’applicazione degli strumenti di conciliazione, evitando che la genitorialità venga affrontata soltanto quando la lavoratrice presenta le dimissioni.

Rossella Benedetti, rappresentante della UIL e presidente del Comitato Donne della Confederazione europea dei sindacati, ha posto l’attenzione sulle lavoratrici precarie, stagionali e a basso reddito, le quali dispongono di minori tutele e rischiano di rimanere ai margini delle misure pensate per rapporti più stabili. Il confronto territoriale dovrà pertanto considerare la varietà delle condizioni professionali, affinché l’intervento non rafforzi le differenze esistenti.

Il lavoro di cura produce inoltre valore per l’intera società, sebbene continui a essere trattato come un costo privato o come un’interruzione della produttività. Riconoscerne la funzione significa modificare il modo nel quale vengono valutati congedi, assenze e flessibilità, nonché favorire formazione e aggiornamento durante i periodi di sospensione.

La proposta giunge ora alle Camere con l’obiettivo di aprire un confronto nazionale su una questione che unisce lavoro, uguaglianza, welfare e demografia. Nelle conclusioni, Simona Lembri ha ribadito che la genitorialità non può essere considerata un affare esclusivamente femminile, poiché riguarda madri e padri e richiede una diversa distribuzione delle responsabilità di cura.

Il nodo non consiste nell’indurre le persone ad avere figli, bensì nel rendere possibile una scelta che oggi molti dichiarano di desiderare senza riuscire a realizzarla nelle condizioni considerate sostenibili. Contrastare le dimissioni dopo la nascita significa, dunque, difendere la libertà di lavorare e di diventare genitori, affinché la cura non continui a produrre disuguaglianza e le risorse pubbliche accompagnino la permanenza nel mercato del lavoro.

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