A Roma, alla Camera dei Deputati, si è discusso di sanità di prossimità, accreditamento sanitario e futuro dei servizi sociosanitari nei territori. “Sanità di prossimità e regole di mercato: quale futuro per i territori?” ha posto al centro del dibattito una questione che riguarda il modello stesso di assistenza nel Paese. In una società che invecchia, con famiglie più frammentate e territori sempre più diversi, il tema non può essere ridotto a una discussione tecnica sugli accreditamenti.
L’incontro, dal titolo “Sanità di prossimità e regole di mercato: quale futuro per i territori?”, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, realtà datoriali e operatori del settore. Al centro del confronto c’era la questione della continuità, qualità e accessibilità ai servizi sanitari e sociosanitari territoriali, soprattutto nelle aree interne e nei contesti più fragili del Paese.
Il dibattito ha toccato un punto delicato. Da un lato ci sono le regole di mercato e i principi della concorrenza. Dall’altro c’è il diritto alla salute, che in Italia trova il suo riferimento nell’articolo 32 della Costituzione. La domanda emersa durante l’incontro è stata netta: fino a che punto le logiche concorrenziali possono essere applicate a un settore che riguarda la cura, la fragilità e la vita quotidiana delle persone?
Molti interventi hanno richiamato la scadenza del 31 dicembre 2026, indicata come un passaggio decisivo per il sistema degli accreditamenti sanitari. La proroga ottenuta ha rinviato l’applicazione piena del nuovo quadro, ma non ha risolto il problema. Secondo i relatori, i mesi che restano dovranno servire a costruire regole chiare, sostenibili e capaci di tenere conto delle differenze territoriali.
Diritto alla salute e libertà d’impresa
In apertura dei lavori, il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè ha richiamato il valore costituzionale del diritto alla salute. Il riferimento all’articolo 32 della Costituzione ha dato al confronto una cornice precisa: la salute non può restare un principio astratto, ma deve tradursi in servizi reali, accessibili e vicini alle persone.
Mulè ha posto l’accento sull’equilibrio tra libertà d’impresa e diritto alla salute. Sono due dimensioni che non dovrebbero entrare in conflitto. La concorrenza può aiutare a migliorare la qualità dei servizi, quando funziona come stimolo positivo. Tuttavia, se mette a rischio la prossimità delle cure, servono correttivi capaci di proteggere l’accesso effettivo dei cittadini all’assistenza.
Il punto, quindi, non è rifiutare le regole. È capire quali regole siano davvero adatte a un settore particolare, nel quale la continuità del servizio conta quanto l’efficienza. La sanità accreditata opera dentro il sistema pubblico, con controlli, standard e obblighi definiti. Proprio per questo, secondo quanto emerso, non può essere trattata come un mercato qualunque.
Il tema diventa ancora più sensibile quando riguarda persone anziane, fragili, disabili o non autosufficienti. In questi casi, la relazione con la struttura, con gli operatori e con il territorio pesa molto. La cura non è solo una prestazione. È anche fiducia, presenza, continuità.
La prossimità come parte della cura
La prossimità non indica soltanto la distanza fisica tra una struttura e l’abitazione di una persona. Significa anche possibilità concreta di accedere alle cure senza affrontare percorsi troppo lunghi, complessi o costosi.
Per una persona fragile, per un anziano o per chi vive in un’area interna, la vicinanza di un servizio può fare la differenza. Può evitare lunghi spostamenti. Può alleggerire il carico delle famiglie. Può rendere più semplice il rapporto con medici, operatori e strutture.
La sanità di prossimità è stata descritta come una rete composta da strutture, professionisti, famiglie e comunità. In molti piccoli comuni e nelle zone meno collegate, le strutture sociosanitarie private accreditate rappresentano un presidio essenziale. La loro presenza consente di avvicinare i servizi alle persone e di evitare che la cura diventi accessibile solo nei grandi centri urbani.
Da qui nasce una delle preoccupazioni principali. Se le nuove regole dovessero favorire soprattutto soggetti più grandi e più forti sul piano economico, alcune aree potrebbero perdere servizi già presenti. Il rischio, secondo gli operatori, è che la concentrazione degli accreditamenti finisca per indebolire proprio i territori che hanno maggiore bisogno di assistenza.
Aree interne, anziani e nuove fragilità
Il confronto ha dedicato ampio spazio alle aree interne, ai piccoli borghi e ai territori orograficamente penalizzati. In queste zone, la disponibilità di servizi sanitari e sociosanitari non è solo una questione organizzativa. Incide direttamente sulla qualità della vita e sulla tenuta sociale delle comunità locali.
Il progressivo invecchiamento della popolazione rende il quadro più complesso. A questo si aggiungono lo spopolamento dei piccoli centri e la trasformazione dei modelli familiari. Se in passato la famiglia rappresentava spesso il principale luogo di cura, oggi molti anziani vivono soli o lontani dai figli.
In questo scenario, le strutture territoriali diventano decisive. Garantiscono continuità, accompagnamento e tutela. Intercettano bisogni quotidiani, spesso non episodici. Offrono un riferimento stabile a persone e famiglie che, senza quei servizi, rischierebbero di trovarsi più isolate.
Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Fondazione Età Grande, ha inserito il tema in un orizzonte più ampio. Ha parlato di una sfida epocale, che non riguarda soltanto la sanità. Coinvolge anche la cultura, l’economia, la politica e la vita delle comunità.
Nel suo intervento ha richiamato l’esperienza del Covid. La pandemia, ha osservato, ha mostrato la fragilità di un modello centrato soprattutto sulle grandi strutture e non sempre capace di valorizzare il territorio. Per Paglia, la sanità moderna deve diventare proattiva. Non può limitarsi ad attendere l’emergenza. Deve intercettare il bisogno prima che si trasformi in isolamento, abbandono o esclusione.
Imprese sociosanitarie e presidio dei territori
Diego Pizzicaroli, presidente della Confederazione datoriale ASSO, ha sottolineato il ruolo delle piccole e medie imprese sociosanitarie. Molte di queste realtà, ha spiegato, sono nate da una forte vocazione territoriale prima ancora che da una scelta di mercato.
Secondo Pizzicaroli, queste imprese non svolgono soltanto una funzione economica. Sono punti di riferimento per comunità, famiglie e utenti. In molti casi si tratta di strutture piccole, medie o a conduzione familiare, che negli anni hanno costruito un rapporto diretto con i cittadini.
Questo rapporto di fiducia assume un valore particolare nei servizi rivolti ad anziani, persone fragili, disabili e non autosufficienti. Quando una struttura conosce il territorio e mantiene nel tempo una relazione con le famiglie, la cura diventa più vicina e riconoscibile.
La preoccupazione emersa riguarda l’eventuale applicazione generalizzata di un sistema di gare. Secondo gli operatori, un meccanismo costruito senza adeguati correttivi potrebbe favorire soggetti di grandi dimensioni e mettere in difficoltà chi opera stabilmente nei territori.
Pietro Scozzari, presidente della Federazione Imprese Sociosanitarie di ASSO, ha portato nel dibattito il punto di vista di chi gestisce strutture sul campo. Ha ricordato che il servizio sociosanitario rappresenta una base fondamentale della sanità, perché intercetta bisogni quotidiani e continuativi.
Scozzari ha citato il caso della Sicilia e, in particolare, delle aree interne come le Madonie. In questi territori la distanza dai grandi centri può diventare un ostacolo reale all’accesso alle cure. La presenza di strutture territoriali permette ai cittadini di non percorrere decine di chilometri per ricevere assistenza o prestazioni essenziali.
Accreditamento sanitario e legge concorrenza
Il nodo normativo del convegno riguarda l’introduzione di meccanismi competitivi nell’accreditamento delle strutture sanitarie private. I relatori hanno fatto riferimento alla cosiddetta legge concorrenza e al richiamo alla normativa europea Bolkestein, segnalando la delicatezza della sua applicazione al settore sanitario.
Dagli interventi è emersa una distinzione importante. Il problema non è la concorrenza in sé. Il punto è come applicarla a un ambito nel quale la continuità del servizio, la qualità assistenziale, la presenza territoriale e la libera scelta del cittadino hanno un peso specifico.
La sanità accreditata opera all’interno del servizio pubblico. Riceve risorse pubbliche, garantisce prestazioni secondo regole definite e viene sottoposta a standard e controlli. Per questo, secondo i relatori, non può essere assimilata al privato puro.
L’onorevole Davide Faraone, capogruppo di Italia Viva alla Camera, ha insistito proprio su questa distinzione. Ha separato il privato puro dalla sanità privata accreditata e convenzionata. Quest’ultima, ha spiegato, fa parte del perimetro del servizio pubblico e non può essere trattata come un settore di mercato qualsiasi.
Faraone ha espresso preoccupazione per l’ipotesi di applicare alla sanità accreditata logiche concorrenziali analoghe a quelle previste per altri comparti. A suo avviso, il sistema accreditato è un patrimonio costruito negli anni attraverso verifiche, standard, controlli e relazioni con il territorio.
La questione, quindi, non consiste nel difendere posizioni acquisite. Si tratta piuttosto di evitare che una transizione non governata produca discontinuità nei servizi. In un settore così sensibile, l’incertezza normativa può incidere sugli investimenti, sulla programmazione e sulla capacità delle strutture di garantire assistenza.
La scadenza del 31 dicembre 2026
La data del 31 dicembre 2026 è stata richiamata più volte. La proroga ha concesso tempo, ma ha anche reso più evidente l’urgenza di una soluzione. Secondo i rappresentanti del settore, dal 1° gennaio 2027 potrebbe aprirsi una fase di forte incertezza per molte strutture accreditate.
Questa incertezza non riguarderebbe solo le imprese. Potrebbe ricadere anche sugli utenti, sulle famiglie e sui territori. Senza regole chiare, diventerebbe più difficile programmare i servizi, pianificare gli investimenti e garantire continuità assistenziale.
Faraone ha collegato la questione della legge concorrenza a un tema più ampio di programmazione sanitaria. Il sistema deve affrontare sfide complesse: invecchiamento della popolazione, differenze regionali, sostenibilità dei costi, fabbisogno di personale e qualità dei servizi.
In questo contesto, le norme sulla concorrenza rischiano di produrre effetti difficili da gestire se non vengono accompagnate da criteri chiari, tempi adeguati e un confronto reale con gli operatori. La continuità dei servizi, soprattutto nei territori fragili, richiede una transizione governata.
Domenico Arena, presidente di ARIS Sicilia e responsabile nazionale RSA, ha richiamato il quadro storico e normativo del sistema sanitario accreditato. Ha fatto riferimento al modello fondato su autorizzazione, accreditamento e accordo contrattuale. Secondo Arena, questo impianto ha garantito finora una relazione regolata tra soggetti privati e servizio pubblico.
Arena ha sottolineato la necessità di evitare gare al massimo ribasso. Ha chiesto invece criteri orientati alla qualità, agli investimenti e al fabbisogno territoriale. La libera scelta del paziente e la qualità dell’assistenza sono state indicate come elementi da preservare in qualunque revisione normativa.
Tavolo nazionale e criterio di prossimità
Tra le proposte emerse, una delle più rilevanti riguarda l’istituzione di un tavolo nazionale dell’accreditamento. L’obiettivo è creare uno spazio stabile di confronto, capace di coinvolgere anche chi gestisce ogni giorno RSA, servizi domiciliari, strutture residenziali e semiresidenziali.
I relatori hanno chiesto che gli operatori del settore non vengano considerati semplici ospiti. Dovrebbero invece essere interlocutori a pieno titolo. Chi lavora nei territori conosce bisogni, criticità e differenze locali. Per questo può contribuire alla definizione di criteri più aderenti alla realtà.
Il tavolo, secondo questa impostazione, dovrebbe tenere insieme programmazione, fabbisogno, qualità e distribuzione territoriale dei servizi. Non basterebbe una valutazione astratta o uniforme. Servirebbe un sistema capace di riconoscere che le condizioni cambiano da regione a regione, e spesso anche tra territori della stessa regione.
Una proposta centrale riguarda l’introduzione di un criterio di prossimità territoriale nel sistema di accreditamento. Questo criterio dovrebbe orientare le nuove autorizzazioni verso le zone dove il bisogno di servizi è maggiore. Allo stesso tempo, dovrebbe evitare concentrazioni eccessive nelle aree già servite.
La prossimità, in questa prospettiva, non viene trattata come un elemento accessorio. Diventa un principio regolatore. La presenza di una struttura in un territorio periferico o interno non può essere valutata solo attraverso parametri economici. Deve essere considerata anche in base alla funzione sociale e sanitaria che svolge.
Nel ragionamento di Paglia, ospedale, territorio, domicilio e comunità devono dialogare in modo stabile. La separazione rigida tra sociale e sanitario appare sempre meno adeguata davanti a bisogni complessi come solitudine, fragilità e non autosufficienza. L’assistenza agli anziani richiede reti integrate, non interventi isolati.
Sicilia, Mezzogiorno e responsabilità nazionale
La Sicilia è stata indicata più volte come uno dei territori da cui è emerso con maggiore forza l’allarme sull’applicazione delle nuove norme alla sanità accreditata. La ragione è legata alla presenza di ampie aree interne, distanze significative tra i centri abitati e bisogni assistenziali complessi.
Allo stesso tempo, il Mezzogiorno non è stato presentato solo come area fragile. È stato indicato anche come luogo da cui possono nascere proposte utili per tutto il Paese. Il riferimento alla sperimentazione legata alla legge 33 sugli anziani e al ruolo delle aziende sanitarie siciliane è servito a indicare una possibilità concreta: costruire modelli più vicini ai territori.
Durante l’incontro è stato richiamato anche il rapporto tra normativa sulla concorrenza, PNRR e interlocuzioni istituzionali. Secondo Arena, il tema va affrontato come una responsabilità nazionale. Devono essere coinvolti governo, ministeri competenti, regioni e operatori.
La gestione delle risorse e delle riforme non può prescindere dagli effetti concreti sui territori. La sanità accreditata e sociosanitaria non è un comparto isolato. È un segmento essenziale del sistema di welfare, soprattutto dove il pubblico fatica a garantire una presenza capillare.
Accanto agli aspetti normativi, il confronto ha messo in evidenza il valore sociale della cura. La sanità di prossimità non riguarda solo l’erogazione di prestazioni. Riguarda anche la relazione tra struttura, paziente, famiglia e comunità.
Nei piccoli centri, il rapporto diretto con gli operatori può diventare parte integrante del percorso assistenziale. Questa dimensione pesa ancora di più quando si parla di anziani, persone non autosufficienti, disabilità, RSA e servizi domiciliari. La cura deve restare legata ai luoghi e alle persone, senza essere determinata soltanto da logiche di concentrazione o convenienza economica.
Regole condivise per il futuro dei servizi
Un dato politico emerso riguarda la convergenza tra rappresentanti di schieramenti diversi. Giorgio Mulè e Davide Faraone sono stati indicati dagli organizzatori come interlocutori istituzionali attenti alla questione, anche attraverso iniziative parlamentari ed emendamenti.
La sanità territoriale, secondo il messaggio condiviso nel corso dell’incontro, richiede un approccio capace di superare la contrapposizione tra maggioranza e opposizione. Il tema riguarda la continuità dei servizi, la tutela dei cittadini fragili e la sopravvivenza di un tessuto di piccole e medie imprese che opera dentro il sistema sanitario.
La conclusione del confronto ha riportato l’attenzione sui mesi che precedono la scadenza del 31 dicembre 2026. Le associazioni presenti hanno ribadito la disponibilità a lavorare insieme, anche attraverso documenti comuni e proposte tecniche. L’obiettivo è contribuire alla definizione di un sistema di accreditamento più aderente alla realtà dei territori.
Il futuro della sanità di prossimità dipenderà dalla capacità di tenere insieme qualità, accessibilità, sostenibilità, libertà d’impresa e diritto alla salute. La richiesta emersa dall’incontro non è sottrarre il settore alle regole. È costruire regole adeguate alla funzione pubblica che le strutture accreditate svolgono ogni giorno.
La sfida è garantire che ogni cittadino possa continuare a trovare servizi vicini, qualificati e accessibili, indipendentemente dal luogo in cui vive. Per riuscirci, secondo quanto emerso durante l’incontro, servono confronto istituzionale, coinvolgimento degli operatori e criteri capaci di riconoscere il valore della prossimità territoriale.
In conclusione, la cura resta una responsabilità condivisa. Coinvolge istituzioni, imprese, comunità e cittadini. E proprio per questo richiede regole pensate non solo per organizzare il sistema, ma anche per proteggere le persone che da quel sistema dipendono ogni giorno.
