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Approfondimenti

Farmindustria, dalla salute alla politica industriale: il farmaco diventa una leva strategica per l’Italia

All’Assemblea pubblica 2026 di Farmindustria, il settore farmaceutico richiama il proprio ruolo strategico per il Paese, tra geopolitica, innovazione, sicurezza delle filiere, ricerca e competitività industriale.

L’Assemblea pubblica 2026 di Farmindustria, svoltasi il 23 giugno a Roma, ha evidenziato il ruolo dell’industria farmaceutica come infrastruttura strategica per il Paese. Nel confronto con istituzioni, Governo e mondo produttivo, il settore ha richiamato l’attenzione sulla necessità di regole più rapide, strumenti stabili e una visione industriale di lungo periodo per sostenere ricerca, investimenti, sicurezza delle filiere e autonomia tecnologica.

Il cambio di paradigma chiesto da Cattani

Nella relazione del presidente Marcello Cattani, confermato alla guida di Farmindustria per il biennio 2026-2028, il tema del valore del farmaco è emerso come uno dei passaggi centrali dell’Assemblea. 

Cattani ha invitato a superare una lettura limitata alla sola dimensione della spesa sanitaria, richiamando l’impatto più ampio delle terapie innovative sulla vita dei pazienti e sull’organizzazione del Servizio sanitario nazionale. Secondo Farmindustria, infatti, il valore di un farmaco non si esaurisce nel suo prezzo, ma comprende anche la possibilità di ridurre ricoveri, complicanze, disabilità, perdita di autonomia e carichi assistenziali per le famiglie.

La richiesta di una valutazione più ampia della spesa farmaceutica si inserisce in questa prospettiva. Secondo le imprese, il criterio di analisi non dovrebbe fermarsi al contenimento immediato dei costi, ma tenere conto del valore complessivo generato dalle cure: risultati di salute, qualità della vita, sostenibilità futura del sistema sanitario e capacità del Paese di restare parte della frontiera dell’innovazione.

I dati presentati nel corso dell’Assemblea confermano la rilevanza raggiunta dall’industria farmaceutica nell’economia italiana. Nel 2025 la produzione ha raggiunto i 74 miliardi di euro, mentre le esportazioni si sono attestate intorno ai 69 miliardi. Il comparto rappresenta circa il 2% del Pil e si colloca tra i settori più significativi della manifattura nazionale orientata ai mercati internazionali.

Il dato più rilevante riguarda la dinamica dell’ultimo decennio: l’export farmaceutico italiano è cresciuto del 248%, molto oltre la media europea, pari al 148%. Questa traiettoria ha trasformato il farmaco in una delle leve più solide del Made in Italy, non solo per volume produttivo, ma anche per capacità di competere in settori ad alta intensità tecnologica.

Anche sul fronte occupazionale emerge il profilo avanzato della filiera farmaceutica. Le imprese del settore impiegano direttamente oltre 72mila persone, che superano quota 300mila considerando l’indotto. Si tratta di un’occupazione ad alta qualificazione, caratterizzata da una presenza significativa di giovani e donne: la componente femminile sfiora la metà degli addetti e supera il 50% nelle attività di ricerca e sviluppo.

A questi elementi si affiancano strumenti di welfare aziendale, flessibilità organizzativa, smart working e assistenza sanitaria integrativa, indicati dal comparto come parte integrante del proprio modello produttivo e gestionale.

Tajani e il valore internazionale del pharma italiano

La proiezione internazionale del comparto è stata richiamata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha indicato la farmaceutica tra i settori più rilevanti per la presenza economica dell’Italia sui mercati globali.

In una fase segnata da tensioni commerciali, instabilità geopolitica e crescente competizione tra grandi aree economiche, la capacità delle imprese italiane di mantenere e rafforzare le proprie posizioni all’estero rappresenta un elemento centrale per la competitività del Paese.

In questo quadro, il sostegno all’internazionalizzazione, l’apertura di nuovi sbocchi commerciali e la tutela della capacità competitiva delle imprese si inseriscono in una visione più ampia di politica industriale.

Per il settore farmaceutico, infatti, la presenza sui mercati esteri non riguarda soltanto l’export di prodotti, ma contribuisce al consolidamento di una filiera strategica, con ricadute sulla salute pubblica, sull’autonomia produttiva e sulla resilienza del sistema Paese.

La rilevanza strategica della farmaceutica si riflette anche sul piano sanitario, attraverso il contributo della ricerca al miglioramento delle cure e degli esiti di salute. L’Italia si conferma tra i Paesi più longevi al mondo, con un’aspettativa di vita vicina agli 84 anni. Negli ultimi decenni la mortalità complessiva si è ridotta in modo significativo, mentre progressi importanti sono stati registrati nel trattamento delle patologie croniche e oncologiche.

Questi risultati dipendono da più fattori: prevenzione, qualità dell’assistenza, organizzazione sanitaria e disponibilità di cure sempre più efficaci. La ricerca farmaceutica globale si muove a ritmi molto elevati, con circa 23mila farmaci in sviluppo e un aumento delle nuove approvazioni annuali nell’ultimo triennio. L’intelligenza artificiale sta inoltre entrando in modo sempre più incisivo nei processi di ricerca, con la possibilità di ridurre in maniera significativa i tempi di sperimentazione.

La pressione geopolitica sugli investimenti

Accanto ai risultati, l’Assemblea ha messo in evidenza le vulnerabilità del contesto internazionale. Uno dei dossier più sensibili riguarda la politica statunitense della “Most Favored Nation”, orientata a riequilibrare i prezzi dei farmaci prendendo come riferimento quelli praticati in altri Paesi. Secondo Farmindustria, questa impostazione può avere effetti negativi sull’attrattività dell’Europa, soprattutto se Stati Uniti e Cina continuano a rafforzare gli strumenti per richiamare ricerca, capitali e produzione.

Il timore è che l’Europa diventi progressivamente meno competitiva per il lancio di nuove terapie e per gli investimenti industriali. Cattani ha segnalato una riduzione dei nuovi lanci di medicinali nel continente nei mesi successivi all’annuncio della misura statunitense, collegando il tema non solo alla tenuta delle imprese, ma anche alla possibilità per i pazienti europei di accedere tempestivamente all’innovazione.

Tra le priorità indicate da Farmindustria, il payback è stato richiamato come uno dei principali nodi per il settore. Introdotto con l’obiettivo di contribuire al controllo della spesa pubblica, il meccanismo viene oggi considerato dalle imprese un elemento di incertezza per la programmazione industriale e per la pianificazione degli investimenti. Nel 2025, secondo i dati illustrati, il suo valore avrebbe raggiunto circa 2,4 miliardi di euro, un livello ritenuto non sostenibile dal comparto.

La proposta rivolta al Governo prevede di fissare un limite al payback, assumendo come riferimento il livello del 2023, pari a 1,6 miliardi di euro, per avviare poi un percorso di progressivo superamento nell’arco di tre anni. L’impostazione indicata dall’associazione punta a spostare il baricentro da una gestione prevalentemente contabile della spesa a un modello capace di valorizzare il contributo delle terapie in termini di valore terapeutico, esiti di salute e costi evitati per il sistema sanitario e sociale.

Un ulteriore tema affrontato riguarda la revisione del prontuario farmaceutico avviata dall’Aifa. Le imprese hanno richiamato l’attenzione sul rischio che un approccio orientato prevalentemente al contenimento della spesa possa incidere sulla personalizzazione delle cure e portare ad assimilare medicinali differenti per caratteristiche cliniche, indicazioni terapeutiche e valore per i pazienti. Secondo Farmindustria, ogni intervento dovrebbe fondarsi su evidenze scientifiche, bisogni assistenziali e criteri di appropriatezza clinica.

Sul tema è intervenuto anche il ministro della Salute Orazio Schillaci, che ha ribadito la necessità di garantire l’accesso ai medicinali senza aumentare gli oneri a carico delle famiglie e salvaguardando, al tempo stesso, la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Il confronto si colloca quindi in un quadro in cui controllo della spesa, innovazione terapeutica e tutela dei pazienti sono chiamati a procedere in modo coordinato.

I tempi di accesso alle terapie si inseriscono nello stesso quadro di confronto tra innovazione, sostenibilità e capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni dei pazienti. Dopo l’autorizzazione europea, un nuovo farmaco impiega in media circa 400 giorni per completare il percorso nazionale, ai quali possono aggiungersi ulteriori passaggi a livello regionale. Per l’industria, questa tempistica incide sulla competitività del Paese e può contribuire ad ampliare le differenze territoriali nell’accesso alle cure.

La richiesta del comparto è di rafforzare gli strumenti di accesso precoce e rendere più rapide le procedure, con l’obiettivo di avvicinare i tempi italiani a quelli dei principali Paesi europei. Farmindustria sollecita in particolare un percorso più efficiente per le terapie innovative, così da favorire una disponibilità più tempestiva dei nuovi trattamenti per i pazienti e sostenere la capacità del sistema nazionale di restare agganciato alla frontiera della ricerca farmaceutica.

Il Testo Unico come occasione di semplificazione

Sul piano regolatorio, il Governo ha confermato l’intenzione di procedere con il Testo Unico della legislazione farmaceutica, una riforma attesa per riordinare un quadro normativo stratificato e renderlo più coerente con le esigenze attuali del settore.

In un messaggio inviato all’Assemblea, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito la farmaceutica una delle eccellenze del Made in Italy, sottolineandone il ruolo per la salute, la crescita economica e la sicurezza nazionale.

Il riordino della normativa viene indicato come uno strumento necessario per ridurre la complessità amministrativa, offrire maggiore certezza agli operatori, accelerare l’accesso all’innovazione e rafforzare la capacità dell’Italia di attrarre investimenti.

Sulla stessa linea, il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha richiamato l’esigenza di superare una frammentazione legislativa formatasi nel corso degli anni attraverso interventi numerosi e non sempre coordinati.

La sicurezza delle filiere è stata richiamata come una dimensione sempre più rilevante per il settore farmaceutico. Le crisi internazionali degli ultimi anni hanno evidenziato quanto la disponibilità di farmaci essenziali possa dipendere da catene produttive lunghe, articolate e in parte concentrate fuori dall’Europa.

Pur potendo contare su una solida base manifatturiera, l’Italia resta ancora dipendente da fornitori esteri per una quota significativa di principi attivi, in particolare da India e Cina.

In questa prospettiva, il rafforzamento della produzione nazionale viene indicato dal Governo come una leva per ridurre la vulnerabilità del sistema e consolidare l’autonomia strategica del Paese.

Il tema riguarda non solo la competitività industriale, ma anche la sicurezza sanitaria: in presenza di crisi geopolitiche, interruzioni logistiche o emergenze globali, la capacità di produrre componenti essenziali diventa un elemento decisivo per garantire continuità nelle cure, resilienza del sistema e sovranità tecnologica.

L’Italia ha una posizione importante nella ricerca clinica, ma non ancora pienamente proporzionata al proprio potenziale scientifico e sanitario. Il Paese è al quarto posto in Europa per numero di sperimentazioni attivate, ma sconta ritardi nell’avvio effettivo dei pazienti rispetto a concorrenti come la Spagna.

Anche pochi giorni di ritardo, secondo le stime richiamate dal settore, possono tradursi in mancati arruolamenti e in minori risorse per il Servizio sanitario nazionale.

Il Manifesto per la ricerca clinica punta a portare l’Italia al secondo posto in Europa entro cinque anni. Le condizioni indicate sono procedure più veloci, migliore uso dei dati, valorizzazione della real world evidence, competenze scientifiche diffuse e collaborazioni più strette tra imprese, università, Irccs e centri di eccellenza.

Università, imprese e trasferimento tecnologico

Il rapporto tra ricerca pubblica e applicazione industriale è stato richiamato dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, che ha sottolineato l’importanza di rafforzare il collegamento tra sistema scientifico, imprese e produzione.

La scoperta scientifica genera ricadute concrete quando riesce a tradursi in terapie, tecnologie, prodotti e occupazione qualificata. In questo percorso, dottorati industriali, trasferimento tecnologico e collaborazione tra università e aziende rappresentano strumenti essenziali per valorizzare le competenze e accompagnare l’innovazione verso l’applicazione.

Il settore farmaceutico è tra gli ambiti in cui questa integrazione può produrre risultati significativi, anche alla luce dello sviluppo delle terapie geniche, delle piattaforme a Rna e delle biotecnologie.

L’obiettivo è favorire un ecosistema in cui conoscenze, brevetti e competenze non restino separati dai processi produttivi, ma possano contribuire alla realizzazione di soluzioni innovative accessibili ai pazienti e alla crescita della capacità competitiva del Paese.

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha collocato la farmaceutica tra i settori guida della strategia industriale italiana. Il comparto, secondo il Governo, può diventare un modello per altre filiere perché integra ricerca, manifattura avanzata, export e occupazione qualificata.

Il tavolo dedicato alla farmaceutica e il riferimento all’economia della salute nella programmazione fino al 2030 indicano la volontà di trattare il settore come una piattaforma strategica. In un contesto globale instabile, la competitività non dipende soltanto dalla capacità produttiva, ma anche dalla rapidità delle decisioni pubbliche, dalla qualità delle regole e dalla disponibilità di investimenti.

Sostenibilità del Ssn: oltre la sola logica dei tagli

Il confronto tra industria e istituzioni si inserisce nel problema più ampio della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. L’invecchiamento della popolazione aumenta la domanda di cure, mentre l’innovazione rende disponibili terapie più avanzate e spesso più costose. Per questo la discussione non può limitarsi alla riduzione della spesa, ma deve riguardare anche l’organizzazione dell’assistenza.

Tra le ipotesi richiamate dal Governo c’è lo spostamento di alcuni farmaci dalla distribuzione diretta alla convenzionata, con l’obiettivo di semplificare l’accesso, favorire l’aderenza terapeutica e migliorare l’efficienza del sistema. È una prospettiva che prova a collegare prossimità, sostenibilità e risultati di salute.

Dall’Assemblea di Farmindustria emerge una richiesta di patto tra imprese, Governo, Regioni, ricerca pubblica e sistema sanitario. Le aziende chiedono tempi più rapidi, regole meno frammentate, superamento del payback, valutazioni fondate sul valore e una strategia nazionale capace di intercettare gli investimenti globali. Le istituzioni riconoscono il peso del comparto e indicano semplificazione, Testo Unico, autonomia produttiva e ricerca clinica tra le priorità.

La questione di fondo è se l’Italia riuscirà a trasformare i risultati raggiunti in una leadership stabile. Il Paese parte da una base solida: produzione elevata, export in crescita, competenze scientifiche, manifattura avanzata e occupazione qualificata. Ma restano ostacoli significativi: burocrazia, ritardi nell’accesso, incertezza regolatoria, tensioni sui prezzi e dipendenza da filiere internazionali.

L’Assemblea 2026 ha quindi assunto il profilo di una piattaforma di politica industriale e sanitaria. La farmaceutica italiana rivendica un ruolo centrale nella crescita del Paese, ma chiede condizioni coerenti con questa ambizione. La sfida, ora, è passare dalle dichiarazioni agli strumenti concreti: perché sostenere il farmaco significa investire insieme nella salute dei cittadini, nella competitività dell’economia e nella capacità dell’Italia di contare nella nuova geografia globale dell’innovazione.

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