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Approfondimenti

Liquidità e capitali per la crescita delle PMI e delle infrastrutture: il risparmio privato a sostegno dell’economia reale

Presso il Senato della Repubblica si è svolto il convegno promosso su iniziativa del senatore Antonio Salvatore Trevisi dedicato agli strumenti alternativi di finanziamento per PMI, infrastrutture, energia, digitale e transizione produttiva. Il confronto ha riunito rappresentanti istituzionali, investitori, associazioni finanziarie, fondi pensione, casse previdenziali, fondazioni, banche, asset manager e family office, con l’obiettivo di analizzare come orientare liquidità e capitali verso l’economia reale.

Il convegno “Liquidità e capitali per la crescita delle PMI e delle infrastrutture: l’impatto degli strumenti alternativi sull’economia reale”, promosso su iniziativa del senatore Antonio Salvatore Trevisi, si è svolto presso il Senato della Repubblica e ha affrontato il tema dell’accesso delle piccole e medie imprese, delle microimprese e dei progetti infrastrutturali a fonti di finanziamento alternative, con particolare attenzione al ruolo del private capital, dei fondi pensione, delle casse previdenziali, delle assicurazioni, delle fondazioni di origine bancaria, degli asset manager, dei family office, delle garanzie pubbliche e delle società finanziarie regionali. Alla discussione hanno preso parte, tra gli altri, il senatore Antonio Salvatore Trevisi, il senatore Dario Damiani, Angelo Albanese, Anna Gervasoni di AIFI, rappresentanti di CDP, BEI, ANIA, Alternative Capital SGR, ADEPP, Assogestioni, Assofondipensione, Assoprevidenza, FeBAF, ACRI, Amundi SGR Italia, Associazione Italiana Private Banking, Medio Credito Centrale, Banca Popolare di Puglia e Basilicata, AIFO, Puglia Sviluppo, MondoInstitutional e operatori del settore finanziario e produttivo, i quali hanno portato dati, proposte e osservazioni operative sul rapporto tra risparmio, investimenti e sviluppo del Paese.

La necessità di portare liquidità alle imprese

Il convegno si è aperto con il richiamo del senatore Antonio Salvatore Trevisi alla centralità delle piccole e medie imprese nel sistema produttivo italiano, poiché gran parte delle aziende del Paese ha dimensioni ridotte, nonostante possieda idee, progetti, brevetti, competenze tecniche e capacità imprenditoriali che possono contribuire alla crescita economica se sostenute da capitali adeguati e da strumenti capaci di accompagnare gli investimenti.

Nel suo intervento introduttivo, il senatore ha osservato che molte risorse finanziarie disponibili vengono indirizzate verso investimenti esteri, mentre potrebbero essere canalizzate verso il tessuto imprenditoriale italiano, affinché le imprese possano digitalizzarsi, modernizzarsi, realizzare infrastrutture energetiche e informatiche, investire nell’intelligenza artificiale, migliorare la produttività e generare occupazione stabile nei territori.

«Stiamo parlando della crescita del nostro Paese», ha affermato Trevisi, il quale ha collegato il tema della liquidità non solo alla finanza d’impresa, bensì alla capacità dell’Italia di creare lavoro, sostenere l’innovazione, rafforzare l’autonomia energetica e ridurre la dipendenza da fonti esterne, soprattutto in settori nei quali gli investimenti possono produrre effetti nel tempo, come le rinnovabili, le infrastrutture digitali e la transizione produttiva.

Il senatore ha citato anche esempi concreti legati agli impianti fotovoltaici su tetti, abitazioni, parcheggi e strutture aziendali, ricordando che la possibilità di produrre energia pulita e autoconsumata può ridurre l’acquisto di energia dall’estero, rafforzare la resilienza delle imprese rispetto alle crisi energetiche e contribuire a una nuova economia basata su sostenibilità, efficienza e utilizzo delle fonti interne.

La prima parte del confronto ha approfondito la dimensione del mercato del private capital e il suo impatto sulle imprese, con l’intervento di Anna Gervasoni, direttore generale di AIFI, la quale ha ricordato che in Italia il private capital, comprendendo private equity, venture capital e investimenti di equity nelle infrastrutture, ha registrato nell’ultimo anno un incremento di circa 16 miliardi di euro, mentre, includendo anche il private debt, il valore supera i 20 miliardi.

Gervasoni ha precisato che il numero delle operazioni resta inferiore a mille e che, rispetto ai principali mercati europei, il sistema italiano mantiene dimensioni più contenute sia per volumi sia per numero di investimenti, poiché gli operatori internazionali presenti in Italia tendono spesso a concentrarsi su operazioni di maggiori dimensioni, mentre le imprese medie e medio-piccole non ricevono ancora un flusso di capitali sufficiente rispetto alla domanda esistente.

La direttrice di AIFI ha indicato come priorità l’avvicinamento del risparmio privato all’economia reale, con il coinvolgimento del private banking, dei family office, dei fondi pensione, delle casse previdenziali e delle assicurazioni, le quali, secondo il suo intervento, potrebbero destinare maggiori risorse agli investimenti produttivi italiani, nonostante il trattamento regolamentare europeo e i requisiti di assorbimento di capitale continuino a incidere sulle scelte degli investitori istituzionali.

Nel successivo intervento dedicato alle infrastrutture energetiche, il rappresentante di CDP ha illustrato il ruolo del gruppo nel sostegno a investimenti capaci di produrre ritorni finanziari, sicurezza nazionale, competitività delle imprese e sostenibilità ambientale, ricordando che la transizione energetica richiede risorse su reti, rinnovabili, accumuli, neutralità climatica, efficienza e riduzione delle emissioni.

Sono stati citati investimenti diretti e indiretti di CDP Equity e CDP Reti, tra cui Greenit con Eni, Renovit con Snam, Snam, Terna e Italgas, insieme a fondi infrastrutturali come F2i e altri veicoli dedicati, con piani industriali di rilievo per reti elettriche, trasporto del gas, stoccaggio, gas rinnovabili, biometano, idrogeno e infrastrutture energetiche, affinché il capitale pubblico possa attirare capitali privati e sostenere progetti ad alta intensità di investimento.

Alessio Canforti, in rappresentanza del gruppo BEI, ha poi richiamato il ruolo della Banca europea per gli investimenti e del Fondo europeo per gli investimenti nel rafforzamento dell’ecosistema tecnologico italiano ed europeo, soffermandosi sulla nuova European Tech Champions Initiative 2, pensata per sostenere le scale-up europee che intendono crescere senza trasferire competenze, tecnologie e attività verso Stati Uniti o Cina.

Canforti ha spiegato che l’iniziativa ambisce a raccogliere circa 15 miliardi di nuova finanza nei prossimi anni, con un effetto di mobilitazione fino a 80 miliardi in tre anni, e ha sottolineato che il fine è sostenere fondi, SGR e aziende tecnologiche avanzate, affinché le eccellenze universitarie, accademiche, industriali e imprenditoriali possano rimanere in Italia e in Europa.

Assicurazioni, asset manager e strumenti alternativi per l’economia reale

Dario Focarelli, direttore generale di ANIA, ha ricordato che le compagnie assicurative sono grandi investitori istituzionali, poiché amministrano circa 1.000 miliardi di euro per conto degli assicurati in Italia e quasi 10.000 miliardi in Europa, e ha indicato nell’8% la quota stimata degli investimenti assicurativi italiani destinata ai mercati alternativi, includendo private capital, real estate e strumenti liquidi alternativi.

Focarelli ha spiegato che esiste spazio per aumentare tale quota, tuttavia ha posto due condizioni: da una parte un miglioramento del trattamento regolamentare previsto da Solvency II, atteso da gennaio 2027 con possibili facilitazioni per gli investimenti di lungo termine; dall’altra la necessità di incentivare il risparmio stabile, poiché non è possibile finanziare transizioni, infrastrutture e investimenti produttivi con strumenti riscattabili in ogni momento senza generare squilibri tra durata delle attività e durata degli impegni verso gli assicurati.

«Dobbiamo continuare nell’incentivare il risparmio a lungo termine», ha affermato Focarelli, il quale ha richiamato l’esperienza dei PIR, la previdenza complementare e altre forme di investimento stabile come strumenti da rafforzare, affinché le risorse dei risparmiatori possano essere orientate verso economia reale, infrastrutture e capitali pazienti, mantenendo rendimenti coerenti con gli obblighi assunti dalle compagnie.

Nel confronto con il mondo dell’asset management è emerso anche il tema della dimensione dei fondi italiani di private capital, poiché Focarelli ha spiegato che molte compagnie assicurative, per ragioni di governance interna, non possono investire oltre una certa percentuale di un fondo, e quando i fondi hanno dimensioni ridotte l’investimento massimo possibile non giustifica sempre i costi di due diligence e di analisi.

La risposta proposta è stata quella di lavorare su forme di aggregazione, fondi dei fondi e strutture più ampie, affinché gli asset manager italiani possano presentare prodotti con scala adeguata agli investitori assicurativi e possano quindi attrarre risorse maggiori verso private debt, private equity e strumenti dedicati alle piccole e medie imprese.

Il contributo di Alternative Capital SGR, rappresentata da Antonio Granata, ha portato esempi operativi di investimento a impatto e sostenibile, con particolare riferimento alle infrastrutture per la transizione energetica, poiché la società, nata nel 2018, ha costruito un approccio fondato sull’unione tra rendimento finanziario e sostenibilità, intesa non come vincolo, bensì come opportunità di mercato per il private capital italiano.

Granata ha illustrato un primo fondo a impatto dedicato a rinnovabili ed economia circolare, con oltre 100 milioni di euro investiti in quattro anni e una capacità di mobilitare risorse per circa un gigawatt di nuova potenza rinnovabile in Italia, grazie anche al sostegno di investitori istituzionali, banche, assicurazioni, mondo previdenziale, BEI e CDP.

Tra gli esempi citati vi sono un impianto di biometano in Abruzzo, capace di trasformare rifiuti in gas rinnovabile e fertilizzanti, e progetti di fotovoltaico distribuito per imprese che intendono ridurre i costi energetici, migliorare la competitività e produrre energia in autoconsumo, dimostrando come strumenti finanziari alternativi possano generare indipendenza energetica, riduzione della CO2, ritorni finanziari e benefici per il sistema produttivo.

Il contributo della politica, della previdenza e delle casse professionali

Il senatore Dario Damiani ha portato il saluto istituzionale del gruppo parlamentare di Forza Italia e ha collegato il tema del convegno al lavoro legislativo già avviato in materia di capitali, ricordando che il tessuto produttivo italiano è composto per circa il 90% da piccole e medie imprese, le quali rappresentano occupazione, sviluppo e capacità produttiva del Paese.

Damiani ha sottolineato che il canale bancario resta importante e deve essere consolidato, tuttavia non può essere l’unica fonte di approvvigionamento per le imprese, pertanto occorre affiancare al credito tradizionale strumenti come private equity, venture capital, fondi infrastrutturali e capitali alternativi, affinché il risparmio italiano possa trasformarsi in una fonte di finanziamento per attività strategiche, collegamenti energetici, digitale, trasporti e modernizzazione produttiva.

Il senatore ha ricordato la legge capitali, il decreto legislativo sul Listing Act europeo e la riduzione del flottante minimo al 10%, misura che può favorire la quotazione di imprese familiari senza perdita del controllo aziendale, nonostante il contesto internazionale e geopolitico possa frenare gli investimenti e indurre famiglie, casse e risparmiatori a mantenere risorse ferme in attesa di maggiore stabilità.

Nel secondo tavolo, Alberto Oliveti, presidente ADEPP, ha evidenziato il ruolo delle casse professionali negli investimenti a impatto ambientale e sociale, ricordando che gli enti previdenziali privatizzati hanno progressivamente interiorizzato l’attenzione ai criteri ESG e partecipano a iniziative di rigenerazione urbana, come lo scalo di Porta Romana, il Villaggio Olimpico, Milano Sesto e la trasformazione della caserma Guido Reni a Roma.

Arianna Immacolato, direttore fisco e previdenza di Assogestioni, ha invece richiamato la riforma della previdenza complementare contenuta nella legge di bilancio, la quale persegue due obiettivi: assicurare pensioni adeguate e far crescere il patrimonio dei fondi pensione, affinché questi possano agire come grandi investitori istituzionali a sostegno dell’economia reale.

Immacolato ha sottolineato che fondi pensione e casse hanno natura di investitori pazienti, ma devono rispettare un dovere fiduciario nei confronti degli aderenti, ragione per cui il tema dei rendimenti resta essenziale, mentre la leva fiscale può aiutare a canalizzare il risparmio se inserita in un quadro chiaro, stabile e immediatamente applicabile.

Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione, ha descritto il mondo dei fondi pensione negoziali, che raccoglie oltre 80 miliardi di patrimonio e 4,3 milioni di iscritti, segnalando che il tasso di adesione alla previdenza complementare, fermo intorno al 30-35%, resta insufficiente per un Paese che deve affrontare invecchiamento demografico, criticità del primo pilastro pubblico e necessità di proteggere le generazioni future.

Maggi ha ricordato che i fondi pensione investono già circa il 10% del patrimonio in titoli di Stato e solo il 5% in private market, nonostante il limite consentito possa arrivare al 20%, e ha indicato la possibilità di allocare ulteriori miliardi in private equity, private debt, venture capital e infrastrutture, anche attraverso collaborazioni con CDP Equity, CDP Venture e FEI.

Corbello ha evidenziato che alcune modifiche normative recenti, tra cui l’accesso automatico dei soggetti di prima occupazione ai fondi pensione e la riforma delle prestazioni, possono aumentare nel tempo la base degli aderenti e mantenere più risorse all’interno dei fondi, affinché crescano le masse disponibili e si possano bilanciare meglio investimenti liquidi e investimenti di lungo periodo.

Il confronto ha, successivamente, spostato l’attenzione sul risparmio privato e istituzionale, oggi ancora in larga parte collocato in strumenti a bassa redditività, e sulla necessità di accompagnarne una quota maggiore verso investimenti capaci di sostenere imprese, infrastrutture e crescita produttiva, senza forzature e con un percorso graduale fondato su incentivi fiscali, maggiore educazione finanziaria e strumenti che rendano più chiaro il rapporto tra rischio, rendimento e durata dell’investimento.

 Pierfrancesco Gaggi, segretario generale di FeBAF, ha richiamato proprio questo punto, spiegando che il risparmio non può essere spostato dall’oggi al domani, tuttavia può essere orientato meglio se il risparmiatore viene messo nelle condizioni di comprendere perché un investimento di lungo periodo possa contribuire sia alla crescita del capitale personale sia al finanziamento dell’economia reale.

Dentro questo ragionamento si inserisce anche il ruolo delle fondazioni di origine bancaria, le quali, come ha spiegato Giorgio Righetti, direttore generale di ACRI, operano come soggetti privati senza scopo di lucro e utilizzano i rendimenti del proprio patrimonio per finalità di utilità sociale e promozione dello sviluppo economico.

 Le fondazioni mettono ogni anno a disposizione dei territori risorse superiori al miliardo di euro e destinano una quota significativa, compresa tra il 15% e il 20%, a iniziative per lo sviluppo economico e la ricerca, mentre una parte rilevante del loro patrimonio viene investita direttamente nell’economia reale italiana, con una presenza stabile nel settore bancario, in Cassa Depositi e Prestiti, in CDP Reti, nel social housing e in fondi infrastrutturali come F2i.

L’esperienza delle fondazioni mostra quindi come un investitore di lungo periodo possa coniugare rendimento, stabilità e impatto sul territorio, poiché il patrimonio non viene gestito soltanto per produrre reddito, bensì anche per sostenere progetti coerenti con la missione istituzionale. Righetti ha ricordato, tra gli esempi più significativi, l’investimento nell’housing sociale, il quale ha portato alla realizzazione di oltre 19.000 alloggi e circa 8.000 posti letto, dimostrando che capitali pazienti e obiettivi di utilità sociale possono concorrere alla costruzione di interventi concreti a favore delle comunità.

Lo stesso tema è stato affrontato dal punto di vista dell’asset management da Cinzia Tagliabue, amministratore delegato di Amundi SGR Italia, la quale ha ricordato che le famiglie italiane detengono tra 1.500 e 1.800 miliardi di euro di liquidità, spesso ferma sui conti correnti o impiegata in strumenti di brevissimo termine, con effetti limitati sia sulla crescita del patrimonio dei risparmiatori sia sul finanziamento delle imprese. Anche una quota ridotta di questa liquidità, pari al 5%, potrebbe mobilitare circa 75 miliardi di euro a favore delle piccole e medie imprese, tuttavia, affinché ciò avvenga, servono opportunità di investimento selezionate, strumenti comprensibili, reti adeguatamente formate e una maggiore consapevolezza del rapporto tra rischio, rendimento e orizzonte temporale.

La riflessione sulla cultura finanziaria è stata ripresa anche da Antonella Massari, segretario generale dell’Associazione Italiana Private Banking, la quale ha osservato che il patrimonio delle famiglie italiane resta concentrato soprattutto in immobili, liquidità e obbligazioni, mentre l’investimento azionario e alternativo continua ad avere un peso contenuto, nonostante possa essere più coerente con obiettivi di lungo periodo.

Il private banking gestisce una quota rilevante delle attività finanziarie investibili e potrebbe contribuire a indirizzare una parte dei patrimoni più capienti verso strumenti alternativi, tuttavia la regolamentazione, i criteri di adeguatezza e i vincoli legati a conoscenza ed esperienza dell’investitore riducono ancora questa possibilità, anche quando il consulente potrebbe accompagnare il cliente con un supporto professionale.

Accanto al risparmio privato e istituzionale, il convegno ha approfondito anche il ruolo delle garanzie pubbliche come leva per favorire l’accesso delle imprese alla finanza alternativa. Pierpaolo Brunozzi, responsabile strumenti di garanzia e agevolazione di Medio Credito Centrale, ha illustrato il funzionamento del Fondo di garanzia per le PMI, il quale non sostiene soltanto il credito bancario, ma interviene anche sui mini bond, cioè titoli obbligazionari emessi da piccole e medie imprese per diversificare le fonti di finanziamento e ridurre la dipendenza dal canale tradizionale.

Il Fondo può coprire il 50% del rischio sui mini bond destinati alla liquidità e l’80% su quelli destinati agli investimenti, mentre dal 2023 è stata introdotta una sezione dedicata ai portafogli di mini bond, con basket che possono includere emissioni da 500 mila euro fino a 3,7 milioni. Questo strumento consente anche alle imprese di dimensioni più contenute di avvicinarsi al mercato dei capitali, perché la garanzia pubblica riduce il rischio per gli intermediari e può rendere più accessibile il costo dell’operazione per l’impresa.

La necessità di preparare il sistema produttivo a un fabbisogno crescente di capitali è stata richiamata anche da Leonardo Patrone Grifi, presidente della Banca Popolare di Puglia e Basilicata, il quale ha osservato che competitività, transizione energetica, difesa, innovazione e rientro di produzioni strategiche richiederanno risorse ingenti, non sostenibili soltanto dalle banche o dalla finanza pubblica. Per questo diventa necessario costruire un ecosistema nel quale risparmio privato, previdenza, assicurazioni, fondi, banche, garanzie pubbliche e investitori specializzati possano concorrere al finanziamento delle imprese, con strumenti adeguati alle diverse dimensioni aziendali e alle diverse esigenze di crescita.

Family office, capitali familiari e strumenti regionali per le imprese

L’ultima parte del confronto ha riguardato il ruolo dei family office, dei capitali familiari e degli strumenti regionali di sostegno alle imprese, mettendo in evidenza come una parte rilevante della ricchezza privata italiana sia legata a storie imprenditoriali familiari, passaggi generazionali e patrimoni che possono diventare una leva per l’economia reale se gestiti con metodo, visione di lungo periodo e adeguata governance.

Elena Mischiattelli, presidente di AIFO, ha spiegato che il family office nasce per proteggere la ricchezza familiare nel passaggio tra generazioni, ma il suo ruolo non riguarda soltanto la conservazione del patrimonio, poiché molte famiglie italiane hanno costruito la propria ricchezza attraverso l’impresa e mantengono quindi un legame diretto con l’economia reale, con i territori, con il lavoro e con l’identità produttiva del Paese. In questo senso, il primo investimento produttivo di molte famiglie resta proprio l’impresa familiare, la quale rappresenta valore economico, continuità, radicamento e responsabilità verso le generazioni successive.

Mischiattelli ha richiamato anche il disegno di legge n. 1763, promosso su iniziativa del senatore Trevisi, dedicato alla transizione generazionale e alla continuità tra generazioni, sottolineando che il passaggio del patrimonio e dell’impresa non può essere considerato soltanto un tema successorio, bensì un elemento che incide sulla stabilità del sistema produttivo, sulla tenuta delle aziende familiari e sulla possibilità di evitare dispersione, frammentazione e perdita di progettualità.

I family office, secondo quanto emerso dall’intervento, guardano all’economia reale per ragioni legate all’orizzonte temporale lungo, alla cultura imprenditoriale delle famiglie, all’interesse delle nuove generazioni verso settori innovativi e alla capacità degli investimenti alternativi di contribuire al rendimento complessivo del patrimonio. Questo approccio richiede però metodo, governance, competenze e capacità di selezione, affinché il capitale familiare non venga gestito in modo episodico, ma attraverso una struttura capace di valutare rischi, opportunità, obiettivi e tempi di investimento.

Il tema del sostegno alle imprese è stato poi affrontato dal punto di vista territoriale da Andrea Vernaleone, amministratore di Puglia Sviluppo, il quale ha illustrato il ruolo di una finanziaria regionale nell’utilizzo delle risorse pubbliche. L’intervento pubblico, ha spiegato, trova ragione quando esiste un disallineamento tra domanda e offerta di mercato e quando le risorse pubbliche possono attivare capitali privati attraverso un effetto leva, affinché un euro investito dalla parte pubblica possa generare ulteriori investimenti da parte di banche, fondi e operatori privati.

L’esperienza di Puglia Sviluppo mostra come questo modello possa produrre risultati concreti. Tra il 2014 e il 2020 sono stati agevolati investimenti per 8,5 miliardi di euro, utilizzando 3,5 miliardi di risorse pubbliche, mentre sugli strumenti finanziari sono stati investiti 600 milioni di euro in prestiti, garanzie ed equity, generando oltre 2 miliardi di nuova finanza per le imprese pugliesi. In questo modo la finanza regionale non interviene per sostituirsi al mercato, bensì per accompagnarlo nei punti in cui il mercato da solo non riesce a rispondere pienamente alle esigenze delle imprese.

Un esempio citato riguarda i basket bond regionali, attraverso i quali 40 milioni di euro di garanzie pubbliche hanno sostenuto 160 milioni di euro di emissioni di mini bond, mentre la nuova programmazione prevede 80 milioni di garanzie per 360 milioni di nuove emissioni. Oltre al dato finanziario, questo strumento ha avuto anche un effetto culturale, poiché ha avvicinato le imprese pugliesi al mercato dei capitali, le ha spinte a presentare progetti più strutturati, a rafforzare trasparenza, organizzazione interna, gestione dei covenant e capacità di dialogo con investitori professionali.

La parte conclusiva del confronto ha quindi mostrato che il sostegno alle PMI e all’economia reale non passa da un solo canale, ma da una combinazione di strumenti: risparmio privato meglio orientato, fondazioni capaci di investire con finalità di lungo periodo, asset manager impegnati nella selezione delle opportunità, private banking chiamato a rafforzare la cultura finanziaria, garanzie pubbliche utili a ridurre il rischio, family office legati alla continuità imprenditoriale e finanziarie regionali in grado di attivare risorse private sui territori.

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