L'evento “Le donne della Repubblica” ripercorre, attraverso immagini, documenti, testimonianze e materiali d’archivio, il cammino delle donne italiane dalla conquista del voto alla piena partecipazione alla vita pubblica, raccontando figure note e donne comuni che, con scelte personali, professionali e civili, hanno contribuito a trasformare il Paese. Dalla stagione dell’Assemblea Costituente alle carriere pubbliche, dal lavoro alla politica, dalle Forze armate allo spazio, l’iniziativa restituisce una narrazione ampia e concreta dell’Italia repubblicana, nella quale la storia femminile diventa parte essenziale della memoria collettiva.
L’evento si intitola “Le donne della Repubblica” e si è tenuto a Vicolo Valdina, presso la Camera dei Deputati, in occasione dell’inaugurazione della mostra realizzata da ANSA per raccontare ottant’anni di storia italiana attraverso il ruolo delle donne nella società, nelle istituzioni, nel lavoro, nella cultura, nella ricerca, nell’informazione e nella vita pubblica. All’incontro hanno partecipato rappresentanti istituzionali, parlamentari, vertici dell’agenzia, ospiti e protagoniste della mostra, tra cui Samantha Cristoforetti, Rosa Oliva e il tenente colonnello Deborah Corbi, insieme al direttore dell’ANSA Luigi Contu e all’amministratore delegato Stefano De Alessandri. La mostra, costruita a partire dal patrimonio fotografico e documentale dell’agenzia, propone un percorso cronologico che parte dal 1946 e attraversa le principali tappe dell’emancipazione femminile, mettendo insieme volti celebri, vicende meno conosciute, riforme legislative, conquiste professionali e cambiamenti sociali che hanno accompagnato lo sviluppo democratico del Paese. Articolo redatto sulla base della sbobinatura fornita.
Una mostra per raccontare il Paese attraverso lo sguardo delle donne
La mostra nasce come un viaggio dentro la memoria dell’Italia repubblicana, poiché attraverso fotografie, documenti, video e testimonianze custoditi negli archivi ANSA ricostruisce il cammino che ha portato le donne italiane dalla conquista del diritto di voto alla progressiva affermazione nella società, nel lavoro, nelle istituzioni, nella cultura e nei luoghi in cui, per lungo tempo, la presenza femminile era stata limitata, ostacolata o considerata eccezionale.
L’apertura dell’incontro ha richiamato il significato civile dell’iniziativa, descritta non soltanto come un’occasione espositiva, bensì come un momento di riflessione sul percorso compiuto dal 1946 a oggi, quando le donne parteciparono per la prima volta alla scelta tra monarchia e Repubblica e contribuirono all’elezione dell’Assemblea Costituente. Da allora la presenza femminile nella società ha registrato trasformazioni profonde, accompagnate da cambiamenti culturali, legislativi e di costume, e tuttavia il racconto della mostra non si esaurisce nella celebrazione delle conquiste, poiché restituisce anche la complessità di un cammino segnato da resistenze, ritardi, ostacoli e disuguaglianze che, in forme diverse, continuano a interrogare il presente.
Nel discorso introduttivo è stato ricordato come il processo di emancipazione femminile abbia beneficiato l’intero Paese, non soltanto le donne, poiché ogni avanzamento nei diritti, nella partecipazione e nella libertà ha contribuito allo sviluppo civile e morale della Repubblica. Tuttavia, accanto al riconoscimento dei progressi compiuti, è stata sottolineata la persistenza di discriminazioni, luoghi comuni, disparità e forme di violenza che continuano a pesare sulla vita quotidiana. Per questo una mostra come “Le donne della Repubblica” non si limita a raccontare ciò che è avvenuto, ma invita istituzioni, politica, cultura e società a mantenere viva la responsabilità di dare attuazione concreta al principio di parità di genere.
Pertanto, l’archivio dell’ANSA diventa non solo un deposito di immagini, ma un luogo in cui i fatti di cronaca tornano a parlare come documenti storici, mostrando come ogni conquista sia stata accompagnata da volti, gesti, parole e situazioni reali. Le fotografie, raccolte nel tempo dal lavoro dei giornalisti e dei fotografi dell’agenzia, permettono di rivedere la storia italiana da una prospettiva nella quale le donne non compaiono come presenze laterali, ma come protagoniste di passaggi decisivi, capaci di modificare il corso della vita pubblica e privata.
Nel corso dell'inaugurazione è stato richiamato più volte il ruolo dell'ANSA come agenzia di stampa: un soggetto che, per sua natura, registra i fatti secondo criteri di completezza, continuità e attendibilità, trasformando la cronaca quotidiana in materiale che, col tempo, diventa storia. Questa funzione acquista particolare rilievo nel racconto dei cambiamenti sociali, poiché molte trasformazioni non passano attraverso le grandi leggi o i grandi discorsi pubblici, ma attraverso episodi, immagini, notizie locali, scelte personali e passaggi apparentemente circoscritti che, osservati a distanza, rivelano la direzione di un'intera società.
Il percorso espositivo, come spiegato dal direttore Luigi Contu, è stato costruito attraverso un lavoro di ricerca negli archivi fotografici, testuali e audiovisivi dell’agenzia, con il supporto di competenze storiche e con l’obiettivo di individuare le tappe principali di un cambiamento che attraversa ottant’anni di Repubblica. La mostra si sviluppa in ordine cronologico, partendo dal 2 giugno 1946 e arrivando ai giorni nostri, con una selezione di immagini e didascalie che indicano momenti, figure e passaggi normativi capaci di rappresentare il cammino delle donne italiane.
La scelta delle due immagini simboliche, Anna Magnani e Samantha Cristoforetti, racconta già da sola l’ampiezza del percorso. Anna Magnani, prima attrice italiana a ricevere l’Oscar e prima donna non appartenente al mondo anglofono a ottenere quel riconoscimento, rappresenta la forza espressiva, culturale e popolare di una donna capace di incarnare un’Italia uscita dalla guerra e proiettata nella modernità. Samantha Cristoforetti, prima astronauta italiana, rimanda invece a un orizzonte di futuro, ricerca, competenza scientifica e superamento dei confini tradizionali, mostrando come il cammino femminile abbia attraversato ambiti molto diversi, dal cinema allo spazio, dalla rappresentazione artistica alla tecnologia più avanzata.
Contu ha parlato della difficoltà di selezionare le donne da inserire in un percorso così ampio, perché la storia dell'emancipazione femminile non è fatta solo di figure celebri, ma anche di persone comuni che, con gesti individuali e spesso coraggiosi, hanno aperto spazi prima inesistenti. La prima donna sindaca di un paese, la prima addetta alle pulizie assunta in un comune, la prima autista di autobus, la prima minatrice del Sulcis: esempi di una storia quotidiana nella quale ogni ingresso in un luogo prima precluso ha contribuito a rendere più ampia la cittadinanza femminile.
Dal voto del 1946 alle riforme che hanno cambiato la società
Il racconto della mostra prende avvio dal 1946, anno in cui le donne italiane poterono votare e contribuire alla scelta istituzionale tra monarchia e Repubblica, partecipando anche all’elezione dell’Assemblea Costituente. In quell’assemblea sedettero ventuno donne, le cosiddette madri costituenti, che contribuirono alla scrittura della Costituzione e all’affermazione di principi destinati a segnare il futuro del Paese, a partire dall’articolo 3, nel quale l’uguaglianza senza distinzione di sesso divenne fondamento della nuova democrazia.
Da quel momento, tuttavia, il cammino verso la parità sostanziale non fu immediato, poiché la società italiana continuò a portare con sé modelli culturali, norme e abitudini che limitavano la libertà femminile nella famiglia, nel lavoro, nelle professioni e nella sfera pubblica. La mostra, attraverso le sue immagini e i suoi documenti, ricorda come la vita delle donne sia cambiata anche grazie a tappe legislative successive, tra cui l’accesso alle carriere pubbliche e alla magistratura, la parità di trattamento nel mondo del lavoro, la riforma del diritto di famiglia e l’eliminazione di norme che ancora attribuivano all’uomo una posizione di superiorità all’interno del nucleo familiare.
Un passaggio particolarmente significativo riguarda la vicenda di Franca Viola, che negli anni Sessanta rifiutò il matrimonio riparatore con l’uomo che l’aveva violentata, in un tempo in cui quell’istituto poteva estinguere il reato. La sua scelta personale divenne un fatto pubblico e contribuì a mostrare la distanza tra la dignità delle donne e una normativa ancora legata a una concezione patriarcale dell’onore, della famiglia e della violenza. Il matrimonio riparatore fu cancellato soltanto nel 1981, a conferma di quanto le innovazioni riguardanti le donne abbiano spesso richiesto tempi lunghi, passaggi complessi e una forte spinta culturale.
Nel discorso pronunciato durante l’inaugurazione è stato ricordato anche il 1977, anno della ratifica della parità di trattamento tra uomini e donne nel lavoro, una data rilevante per comprendere la trasformazione del rapporto tra cittadinanza femminile e autonomia economica. Tuttavia, è stato evidenziato come la parità formale non coincida automaticamente con quella reale, poiché il divario nella retribuzione, nella stabilità occupazionale e nelle opportunità professionali continua a rappresentare uno dei nodi più importanti della partecipazione femminile.
La mostra sceglie di affiancare figure molto conosciute a donne meno note, perché la storia della Repubblica al femminile non può essere raccontata soltanto attraverso i nomi entrati stabilmente nella memoria pubblica. Include anche chi ha trasformato il Paese attraverso percorsi professionali, scelte quotidiane e conquiste locali. Questa impostazione permette di leggere il cambiamento come un fenomeno diffuso, non riducibile a singoli primati, ma costruito da molte vite e da molte decisioni che, sommandosi, hanno modificato il modo in cui le donne sono state viste e riconosciute.
L’archivio fotografico dell’ANSA consente di rendere visibile proprio questa stratificazione, perché ogni immagine racconta un momento preciso e allo stesso tempo rimanda a una trasformazione più ampia. La fotografia di una donna che entra in un mestiere prima maschile, quella di una rappresentante istituzionale, quella di una figura della cultura o della scienza, quella di una lavoratrice impegnata in un settore nuovo per il proprio tempo, diventano tasselli di un racconto che non separa la dimensione individuale da quella collettiva.
La mostra, inoltre, è stata pensata anche come percorso educativo, con l’intenzione di portarla nelle scuole e in altri luoghi pubblici, affinché ragazze e ragazzi possano conoscere la storia di conquiste che oggi possono apparire scontate, ma che sono state il risultato di decisioni, ricorsi, mobilitazioni, riforme e gesti di rottura. Proprio questa dimensione educativa è stata sottolineata più volte, poiché conoscere la storia dei diritti consente di comprenderne il valore e di riconoscere che ogni avanzamento può essere preservato soltanto attraverso consapevolezza e partecipazione.
La presenza di Samantha Cristoforetti ha dato alla mostra una testimonianza diretta sul rapporto tra conquiste precedenti e possibilità delle generazioni successive. L’astronauta ha raccontato di essere cresciuta negli anni Ottanta beneficiando del lavoro svolto dalle donne pioniere nei decenni del dopoguerra, che avevano aperto strade prima impensabili e avevano permesso alla sua generazione di immaginare il proprio futuro con maggiore naturalezza. In questa libertà di scegliere, Cristoforetti ha riconosciuto un’eredità ricevuta, fatta di diritti conquistati da altre donne e di possibilità rese disponibili da cambiamenti culturali e normativi.
Il suo racconto ha mostrato però anche come, alla fine degli anni Novanta, alcune porte fossero ancora chiuse. Quando era una studentessa e coltivava il desiderio di diventare pilota militare, l’accesso delle donne alle Forze armate non era ancora possibile; soltanto dopo la legge del 1999, infatti, le donne poterono entrare nei ruoli militari, e Cristoforetti poté iscriversi all’Accademia Aeronautica nei primi anni in cui i corsi venivano aperti anche alla presenza femminile. Quel passaggio, vissuto con entusiasmo e con la consapevolezza di trovarsi dentro una novità, contribuì poi al percorso che l’avrebbe condotta allo spazio.
Cristoforetti ha spiegato di non aver mai vissuto il proprio obiettivo come il desiderio di essere “la prima” in qualcosa, ma come la volontà di diventare astronauta. Il fatto di essere stata la prima donna italiana nello spazio appartiene, nelle sue parole, alla forza simbolica che lo spazio porta con sé, poiché ogni missione, ogni immagine e ogni racconto assumono un valore pubblico che supera la vicenda individuale.
Nel dialogo con Luigi Contu, Cristoforetti ha citato due figure alle quali si sente personalmente legata: Oriana Fallaci, per i reportage dedicati al programma Apollo, capaci di raccontare gli astronauti con onestà intellettuale, senza ridurli a miti irraggiungibili, e Fiorenza De Bernardi, prima pilota italiana di linea, ricordata come una donna di grande competenza, sangue freddo e naturalezza. Attraverso questi riferimenti, la sua testimonianza ha ricondotto il tema della mostra alla forza di chi apre una strada non necessariamente proclamandosi esempio, ma vivendo fino in fondo la propria vocazione.
Cristoforetti ha poi suggerito un possibile sviluppo futuro della mostra, immaginando che tra vent’anni si possano esporre non soltanto fotografie di donne celebri, prime o pioniere, ma anche immagini capaci di mostrare come uomini e donne lavorino insieme con naturalezza, nella famiglia, nelle istituzioni, nel privato e nel pubblico, senza che ogni presenza femminile debba essere percepita come eccezione o primato. In questa proposta si legge una direzione ulteriore del percorso di parità: non soltanto riconoscere chi ha aperto strade, ma raccontare una società nella quale quelle strade siano ormai percorse da tutti.
Percorsi di emancipazione e accesso alle istituzioni
La testimonianza di Rosa Oliva ha riportato il pubblico agli anni Sessanta e a una delle battaglie decisive per l’accesso delle donne alle carriere pubbliche. Appena laureata, nel 1958, Oliva presentò domanda per partecipare al concorso per la carriera prefettizia, pur sapendo che tra i requisiti era prevista l’appartenenza al sesso maschile. Dopo il rigetto della domanda, avviò un ricorso con il sostegno del costituzionalista Costantino Mortati, già membro della Commissione dei 75 e poi giudice della Corte costituzionale.
Quel percorso si concluse con la sentenza n. 33 del 13 maggio 1960, ricordata durante l’inaugurazione come una decisione fondamentale per l’attuazione dell’articolo 3 della Costituzione e per il riconoscimento dell’uguaglianza tra uomini e donne nell’accesso agli uffici pubblici. Rosa Oliva ha raccontato di essere stata probabilmente l’unica donna presente in quell’aula solenne, circondata da giudici, avvocati e professori uomini, ma ha aggiunto di non essersi mai sentita davvero sola, poiché accanto a lei vi era idealmente il lavoro delle ventuno madri costituenti che avevano voluto inserire nella Carta il principio dell’uguaglianza senza distinzione di sesso.
La sua testimonianza ha richiamato la lunghezza e la difficoltà del cammino verso la parità formale e sostanziale, ricordando che i diritti scritti nelle norme richiedono attuazione, consapevolezza e vigilanza. Oliva ha sottolineato l’importanza della mostra soprattutto per le nuove generazioni, affinché ragazze e ragazzi comprendano quanto sia stato contrastato il percorso verso la parità e quanto ancora resti da fare per evitare passi indietro. La storia personale di Rosa Oliva mostra infatti come una scelta individuale, sostenuta da competenza giuridica e determinazione, possa produrre effetti generali e contribuire ad aprire spazi prima chiusi a tutte le donne.
Il tenente colonnello Deborah Corbi ha portato un’altra testimonianza di accesso a un luogo storicamente precluso, raccontando il percorso che negli anni Novanta condusse all’ingresso delle donne nelle Forze armate italiane. Il suo sogno, come ha spiegato, era quello di indossare l’uniforme e servire il Paese, ma all’epoca questo non era consentito alle donne. Nel 1992 partecipò all’“Esperimento Donna Soldato”, promosso dall’Esercito italiano, insieme ad altre ventotto donne, e da quel momento nacque un percorso di impegno, associazionismo e confronto con la politica.
Nel 1995, insieme alle altre partecipanti all’esperimento, Corbi fondò l’Associazione Nazionale Aspiranti Donne Soldato, avviando petizioni, incontri, convegni e iniziative pubbliche per chiedere l’apertura delle Forze armate al personale femminile. Il suo intervento ha ricordato anche il ruolo dei media e dell’ANSA, che in quegli anni seguirono e raccontarono le vicende delle donne che chiedevano di poter accedere alla carriera militare, offrendo visibilità a una battaglia che richiedeva presenza pubblica e ascolto istituzionale.
La legge arrivò il 29 settembre 1999, consentendo finalmente l’ingresso delle donne nelle Forze armate. Corbi ha descritto quel momento come una conquista non soltanto personale, ma collettiva, poiché molte donne avevano atteso quel cambiamento e alcune, nel frattempo, avevano superato i limiti d’età per realizzare il proprio sogno. Anche in questo caso, la mostra permette di vedere come una riforma legislativa sia stata preceduta da desideri, tentativi, ostacoli e mobilitazioni, e come la presenza femminile in un ramo della pubblica amministrazione rappresenti un passaggio ulteriore nel riconoscimento del ruolo delle donne nella Repubblica.
Nelle conclusioni, l’amministratore delegato dell’ANSA Stefano De Alessandri ha ringraziato la Camera dei Deputati per l’ospitalità, il Ministero degli Affari Esteri per il patrocinio, l’ANCI e la rete dei comuni coinvolti, la Fondazione Musica per Roma, Cinecittà-Istituto Luce e tutti i soggetti che hanno contribuito alla realizzazione del progetto. Ha inoltre ricordato il lavoro della redazione, in particolare della componente fotografica, del marketing e di tutte le persone che hanno partecipato alla costruzione della mostra, nata da un’idea sviluppata nel tempo e accolta con entusiasmo all’interno dell’agenzia.
De Alessandri ha definito “Le donne della Repubblica” una testimonianza concreta del modo in cui l’Italia ha riconosciuto e continua a riconoscere il ruolo femminile nella società. Il cammino iniziato ufficialmente ottant’anni fa prosegue attraverso il lavoro quotidiano dell’informazione, che racconta, documenta e contribuisce a fare cultura. L’ANSA, inoltre, ha collegato il messaggio della mostra anche al proprio impegno interno, ricordando il conseguimento della certificazione per la parità di genere e l’inclusione.
La mostra non è soltanto una raccolta di immagini, ma un racconto della democrazia italiana attraverso le donne che l'hanno attraversata e trasformata. Ogni fotografia è una soglia, un frammento di storia nel quale si riconoscono la fatica delle conquiste, la concretezza dei cambiamenti e la necessità di continuare a osservare il presente con la stessa attenzione con cui l'archivio conserva il passato.
Il percorso di “Le donne della Repubblica” mostra che la storia dell’emancipazione femminile non è lineare né conclusa, poiché alle conquiste formali devono corrispondere condizioni reali di parità, sicurezza, lavoro, riconoscimento e libertà. Tuttavia, proprio attraverso il racconto di donne celebri e donne comuni, di pioniere e professioniste, di figure istituzionali e cittadine che hanno compiuto gesti decisivi, la mostra restituisce l’immagine di un Paese che è cambiato anche grazie alla loro presenza. E mentre le fotografie dell’ANSA riportano alla luce passaggi lontani e recenti, il messaggio che emerge è quello di una memoria viva, capace di parlare al futuro e di ricordare che la Repubblica si comprende pienamente solo se si guarda anche attraverso la storia delle sue donne.
