Parlamentari, medici, giuristi, rappresentanti del mondo cattolico e delle associazioni si sono confrontati sulla morte medicalmente assistita, sul ruolo dello Stato, sulle cure palliative e sulla proposta di legge per introdurre l’assistente spirituale nei percorsi di cura.
A Palazzo San Macuto, a Roma, si è svolto un confronto promosso dai Liberali cristiano-democratici, movimento presieduto dall’onorevole Andrea De Bertoldi, dedicato al fine vita, alla morte medicalmente assistita, alle cure palliative e alla tutela della dignità della persona nelle fasi più fragili dell’esistenza. L’incontro, moderato nella prima parte dal giornalista di "Avvenire" Angelo Picariello e nella tavola rotonda politica dalla giornalista dell’Ansa Simona D’Alessio, ha riunito parlamentari di diversi schieramenti, medici, giuristi, rappresentanti del mondo ecclesiale e associativo, con l’obiettivo di affrontare una materia complessa attraverso il confronto e non attraverso la contrapposizione.
Il richiamo al bene comune e alla tutela della vita
L’iniziativa si inserisce nel ciclo di convegni avviato dai Liberali cristiano-democratici per riportare, secondo le parole di De Bertoldi, la politica alla sua funzione di ricerca del bene comune. Aprendo i lavori, il deputato ha sottolineato la scelta di affrontare argomenti che spesso generano divisioni, poiché proprio sui passaggi più difficili la politica è chiamata a misurare la propria capacità di ascolto e responsabilità. Dopo gli incontri già dedicati all’immigrazione, al mondo finanziario e assicurativo e alla riforma del gioco legale, il movimento ha scelto di discutere di vita, morte, cure e accompagnamento, partendo dalla convinzione che il confronto tra posizioni diverse possa restituire fiducia ai cittadini e dignità al dibattito pubblico.
Il tema del suicidio assistito e della tutela della vita non possa essere ridotto a una divisione tra appartenenze politiche o religiose, poiché riguarda l’intera comunità civile. La vita rappresenta un valore costituzionale e sociale, oltre che personale, pertanto la libertà individuale deve essere sempre letta insieme alla responsabilità verso il bene comune. Richiamando l’enciclica "Caritas in Veritate", il deputato ha citato il principio secondo cui “accanto al bene individuale c’è un bene legato al vivere sociale delle persone: il bene comune”, individuando in questa idea la base del confronto.
Nella sua introduzione, De Bertoldi ha richiamato la proposta di legge presentata dall’onorevole Riccardo Marchetti, sottoscritta anche da lui e da altri parlamentari, finalizzata a valorizzare l’assistenza morale e spirituale nelle fasi finali della vita. La proposta, ha precisato, intende muoversi a invarianza finanziaria, attraverso un migliore utilizzo dei fondi regionali destinati alle cure palliative, affinché ogni persona, indipendentemente dal credo religioso o dall’assenza di fede, possa ricevere un sostegno umano e spirituale nei momenti di maggiore fragilità.
Angelo Picariello, ha collegato la riflessione sul fine vita a una più ampia trasformazione culturale, segnata da una riduzione del senso di solidarietà e da una crescente fatica nel prendersi cura delle persone più vulnerabili. Il giornalista ha ricordato che il dibattito giuridico italiano è stato segnato dalla sentenza della Corte costituzionale del 2019, con la quale è stata individuata una depenalizzazione dell’aiuto al suicidio in presenza di specifiche condizioni: dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, patologia irreversibile, sofferenze ritenute intollerabili e piena capacità di autodeterminarsi. Tuttavia, ha aggiunto, il percorso legislativo non si è ancora compiuto, poiché il Parlamento continua a confrontarsi sulla necessità o meno di una legge nazionale, mentre alcune Regioni hanno avviato percorsi propri.
La prima relazione è stata affidata all’onorevole Maria Teresa Baldini, medico e coordinatrice lombarda dei Liberali cristiano-democratici, che ha affrontato la questione a partire dall’esperienza sanitaria e dalla tutela del paziente. Baldini ha sostenuto che una legge sul fine vita rischierebbe di porsi in tensione con l’articolo 32 della Costituzione, poiché la Carta tutela la salute e non la morte, e ha insistito sulla necessità di distinguere con chiarezza tra terapia del dolore e cure palliative. Secondo la deputata, la comunicazione pubblica su questi aspetti è spesso insufficiente, mentre la centralità del dolore dovrebbe condurre le istituzioni a rafforzare gli strumenti per alleviare la sofferenza, sia sul piano farmacologico sia su quello psicologico e relazionale.
La deputata ha ricordato la propria esperienza all’Istituto dei Tumori, richiamando la nascita della terapia del dolore e delle cure palliative nel solco del lavoro di figure come Umberto Veronesi e Vittorio Ventafridda. Il dolore, ha spiegato, può incidere profondamente sulla lucidità e sulla volontà della persona, poiché chi soffre in modo intenso può attraversare forme depressive e momenti di disperazione. Pertanto, prima di discutere di morte medicalmente assistita, occorre interrogarsi sul contesto in cui vive il malato, sul sostegno familiare, sull’assistenza psicologica e psichiatrica, sulle condizioni economiche e sociali che possono far percepire la propria vita come un peso.
Baldini ha richiamato anche la legge regionale toscana sul suicidio medicalmente assistito, approvata l’11 febbraio, nella Giornata mondiale del malato, e successivamente impugnata dal Governo. A suo giudizio, l’intervento della Corte costituzionale, che ha bocciato alcuni articoli, dimostra la necessità di grande prudenza, poiché il rischio è quello di aprire una strada difficilmente controllabile. La speranza, ha concluso, costituisce una componente essenziale della cura, poiché molte persone, anche dinanzi a diagnosi gravi, possono trovare forza nella fede, in un credo o in una relazione capace di sostenere il desiderio di vivere.
Il giurista Andrea Bertolini ha proposto una lettura fondata sul rapporto tra autodeterminazione e dignità umana. Ogni regolazione in materia bioetica, ha osservato, nasce da un bilanciamento, tuttavia quel bilanciamento non resta immobile, bensì evolve attraverso la prassi e la giurisprudenza. Per chiarire tale passaggio, ha richiamato l’interruzione volontaria di gravidanza e la fecondazione medicalmente assistita, ambiti nei quali l’impianto originario delle leggi è stato modificato nel tempo da decisioni successive. Da qui la necessità di valutare con attenzione gli effetti di ogni disciplina normativa sul fine vita, poiché una legge può aprire percorsi che nel tempo assumono direzioni diverse da quelle immaginate dal legislatore.
Bertolini ha distinto la libertà intesa come autodeterminazione dalla libertà intesa come partecipazione alla scelta comune, richiamando il ruolo della dignità umana come possibile limite alla volontà individuale. Il giurista ha citato il caso francese del “lancio del nano”, nel quale la giustizia amministrativa impedì a una persona adulta e consenziente di prestarsi a uno spettacolo ritenuto lesivo della dignità non solo del singolo, ma dell’intera comunità.
Il rischio del “piano inclinato” e la necessità di una cultura della solidarietà
Monsignor Andrea Manto, presidente della Fondazione Ut Vitam Habeant, ha espresso scetticismo sulla possibilità che una legge possa normare fino in fondo un ambito così essenziale dell’esistenza umana. Il suo intervento ha richiamato la nozione di slippery slope, per descrivere il rischio che una disciplina nata con limiti rigorosi possa progressivamente ampliare il proprio raggio d’azione. Il problema, ha spiegato, non riguarda soltanto il momento della morte, ma l’idea stessa che la vita diventi un bene disponibile e comparabile con altri beni.
Manto ha collegato il fine vita anche alla crisi del welfare e alla solitudine crescente. In una società nella quale le pensioni future saranno più basse, le famiglie meno numerose e i legami affettivi più fragili, la disponibilità della morte potrebbe trasformarsi, per alcune persone, in una pressione implicita. Pertanto, secondo il sacerdote, occorre investire anzitutto nel pensiero, nella solidarietà, nell’economia della cura e nella testimonianza personale. Richiamando San Paolo VI e Benedetto XVI, ha indicato la necessità di allargare gli orizzonti della razionalità e di superare una logica meramente procedurale, capace di misurare ma non sempre di comprendere la persona nella sua interezza.
Tony Brandi, presidente di Pro Vita & Famiglia, ha contestato l’idea che vi sia una necessità urgente di una legge sul suicidio assistito. A suo giudizio, la discussione pubblica attribuisce grande rilievo a pochi casi di morte medicalmente assistita, mentre restano meno visibili altre emergenze sociali, come i suicidi ordinari, le difficoltà delle persone con disabilità grave, l’insufficienza dell’assistenza domiciliare e il carico che grava sui familiari caregiver. Brandi ha sostenuto che lo Stato dovrebbe concentrare il proprio intervento sulla cura, sulla vicinanza e sul supporto, poiché “non deve sopprimere il sofferente, ma sopprimere la sofferenza”.
Nel suo intervento ha richiamato il valore pedagogico della legge, osservando che ciò che viene normato tende spesso a essere percepito come giusto o auspicabile. Per questo, secondo Brandi, una disciplina sulla morte medicalmente assistita potrebbe trasmettere alle persone fragili l’idea di potersi “fare da parte”, generando pressioni esplicite o implicite nei confronti di anziani, malati e disabili. Ha inoltre menzionato esperienze di altri Paesi, come Olanda, Belgio e Canada, dove, a suo giudizio, il campo di applicazione delle norme si è progressivamente ampliato, fino a includere situazioni legate alla disabilità, alla depressione o alla sofferenza psichica.
Padre Guidalberto Bormolini, monaco, tanatologo e presidente della Fondazione Tutto è Vita, ha proposto una riflessione sulla morte come fenomeno della vita e sulla necessità di recuperare una cultura della cura. La tanatologia, ha spiegato, studia la morte da un punto di vista antropologico e spirituale, e permette di comprendere che molte richieste di morire possono nascondere, in realtà, una domanda di vita, di relazione e di accompagnamento. Quando una persona chiede di morire, ha osservato, occorre interrogarsi su ciò che manca nel suo percorso di cura, poiché la sofferenza non è mai soltanto fisica.
Bormolini ha insistito sulla cura integrale, intesa come attenzione al corpo, alla psiche e allo spirito. Tutte le organizzazioni scientifiche di cura, ha ricordato, indicano la necessità di considerare la persona nella sua interezza, tuttavia il sistema sanitario spesso non riesce a garantire questa completezza. Per questo ha sostenuto la proposta di integrare la legge 38 sulle cure palliative con strumenti capaci di assicurare anche assistenza spirituale, non come imposizione religiosa, bensì come risposta a un bisogno umano. La ricerca scientifica, ha aggiunto, mostra che la cura spirituale incide sulla qualità della vita e sul modo in cui il paziente affronta la malattia.
Parlare di vulnerabilità e morte nelle scuole, con linguaggi adatti all’età, può ridurre comportamenti a rischio, bullismo e forme di autolesionismo, poiché il limite dà valore alla vita. Il tanatologo ha inoltre criticato alcune espressioni entrate nel linguaggio sanitario, come “presa in carico”, preferendo parole capaci di restituire umanità alla relazione di cura. “Curare vuol dire prendersi a cuore, non prendersi in carico”, ha affermato, ricordando che la civiltà umana si riconosce dalla cura dei morti e dei morenti, oltre che dall’attenzione verso chi non può più bastare a sé stesso.
Dignità e sostegno alle famiglie
La seconda parte dell’incontro, moderata da Simona D’Alessio, ha dato spazio al confronto politico. Prima dell’avvio della tavola rotonda, De Bertoldi ha letto il messaggio inviato dal presidente della Camera Lorenzo Fontana, il quale ha richiamato la necessità di tutelare, in ogni fase dell’esistenza, la dignità dell’essere umano, principio presidiato dalla Costituzione agli articoli 2 e 32. Fontana ha sottolineato anche il dovere delle istituzioni di non lasciare soli i pazienti e le famiglie, chiamate spesso a sostenere compiti assistenziali gravosi.
Il senatore Pierantonio Zanettin, di Forza Italia, relatore al Senato del provvedimento sulla morte medicalmente assistita insieme al collega Zullo, ha ricostruito lo stato dell’iter parlamentare e il ruolo della Corte costituzionale. A suo avviso, il Parlamento deve intervenire poiché esiste già, nei fatti, una disciplina derivante dalle sentenze della Consulta e dalle iniziative regionali. La Corte, ha ricordato, ha considerato le proprie decisioni autoapplicative e ha lasciato uno spazio circoscritto alle Regioni, come dimostrato dal caso toscano. Ne deriva il rischio di una legislazione a macchia di leopardo, con differenze territoriali e possibili spostamenti da una regione all’altra da parte di chi cerca accesso alla procedura.
Zanettin ha spiegato che il testo base elaborato in commissione parte dalle condizioni indicate dalla Corte costituzionale, aggiungendo però l’inserimento della persona in un percorso di cure palliative. Il testo ipotizza anche nuove risorse per le Regioni e una norma che preveda la restituzione dei fondi qualora le somme destinate alle cure palliative vengano utilizzate per altri fini. Il senatore ha riconosciuto la complessità della materia e ha escluso di possedere soluzioni definitive, tuttavia ha ritenuto sbagliato lasciare la disciplina interamente nelle mani dei giudici, delle Regioni o di atti amministrativi.
Di diverso avviso Benedetto Della Vedova, di Più Europa, il quale ha espresso rammarico per l’assenza, dopo due legislature, di una legge nazionale. Pur ritenendo utile una buona disciplina, Della Vedova ha giudicato il testo in discussione al Senato restrittivo rispetto alle sentenze della Corte costituzionale e, quindi, potenzialmente peggiorativo. A suo giudizio, una normativa dovrebbe garantire libertà e dignità alle persone che, in condizioni estreme e con piena consapevolezza, scelgono di porre fine alla propria sofferenza.
Della Vedova ha ricordato l’esperienza di Olivier Dupuis, già europarlamentare radicale, morto in Belgio dopo una diagnosi infausta e dopo aver scelto l’eutanasia all’interno di un percorso regolato. L’esempio, ha spiegato, mostra la possibilità di una decisione maturata con consapevolezza, accompagnata dalla famiglia e inserita in procedure di garanzia. Il deputato ha inoltre richiamato il percorso che portò, nel 2010, all’approvazione della legge sulle cure palliative, ricordando come anche allora vi fossero resistenze significative. Per questo ha sostenuto la necessità di regolamentare, poiché la proibizione non elimina le pratiche, ma può renderle più nascoste, più brutali e meno controllabili.
Ettore Rosato, di Azione, ha richiamato la legge sul testamento biologico, approvata quando era capogruppo del Partito Democratico alla Camera, come esempio di un passo compiuto dal legislatore in una materia divisiva. Anche Rosato ha ritenuto necessario muoversi nel solco indicato dalla Corte costituzionale, osservando che il testo in discussione rischierebbe di introdurre restrizioni burocratiche capaci di generare nuovi ricorsi e nuove pronunce della Consulta. In particolare, ha espresso perplessità sull’eventuale esclusione del Servizio sanitario nazionale, poiché una simile scelta potrebbe creare una distinzione tra chi può permettersi di accedere a determinate procedure e chi, invece, non dispone delle stesse possibilità.
Luciano D’Alfonso, del Partito Democratico, ha proposto una riflessione sul rapporto tra Parlamento, realtà e dolore. Richiamando Silvio Spaventa, ha osservato che i deliberati parlamentari diventano norma solo quando incontrano la vita concreta. La sofferenza, ha spiegato, non può essere lasciata alla solitudine della persona, al buio della famiglia o alla decisione episodica di un giudice, bensì richiede una legge capace di individuare una linea di responsabilità comune. D’Alfonso ha invitato a superare le appartenenze precostituite e a entrare nel merito delle situazioni reali, poiché la laicità, richiamata attraverso la figura di Pier Paolo Pasolini, consiste proprio nella capacità di misurarsi con la complessità dei fatti.
Il deputato ha riconosciuto il valore delle cure palliative, ma ha avvertito che esse non possono diventare un argomento per evitare la decisione legislativa. Quando il dolore diventa insopportabile e irreversibile, ha sostenuto, occorre una valutazione scientifica, giuridica e umana che consenta di compiere una scelta saggia e non affidata alla casualità delle pronunce giudiziarie.
Lorenzo Malagola, di Fratelli d’Italia, ha espresso una posizione più prudente e contraria ad accelerazioni legislative. La politica, ha ricordato, dovrebbe anzitutto tutelare la vita, renderla più dignitosa e proteggere le persone fragili. Per questo ha manifestato sorpresa dinanzi alla certezza con cui alcuni interventi hanno sostenuto la necessità di una legge, poiché, quando si parla di vita e morte, il legislatore dovrebbe esercitare la prudenza. Malagola ha osservato che il Parlamento resta sovrano e non può essere costretto nei tempi e nei modi da una sentenza, pur dovendo rispettare la Corte costituzionale.
Il deputato ha contestato l’idea di procedere rapidamente verso una normativa nazionale, richiamando l’esperienza di altri Paesi nei quali, dopo l’approvazione di leggi sull’eutanasia o sul suicidio assistito, i numeri sarebbero cresciuti e le applicazioni si sarebbero estese a condizioni sempre più ampie. L’autodeterminazione, ha aggiunto, non può essere l’unico principio regolatore della convivenza civile, poiché deve essere contemperata con responsabilità, doveri e valori condivisi. Per questo ha chiesto di evitare che una materia tanto importante diventi bandiera di campagna elettorale.
Cure, ascolto e accompagnamento come responsabilità delle istituzioni
Nelle conclusioni, Andrea De Bertoldi ha riconosciuto la pluralità delle posizioni emerse e ha rivendicato il valore politico dell’incontro, nel quale sensibilità molto diverse hanno potuto confrontarsi senza rinunciare al rispetto reciproco. Il deputato ha ammesso di non avere una certezza assoluta sulla necessità di una legge nazionale sulla morte medicalmente assistita, tuttavia ha espresso una convinzione netta: non è opportuno che siano soltanto giudici o Regioni a decidere su questioni di tale rilievo. Il Parlamento, ha sostenuto, deve interrogarsi sulla propria responsabilità, soprattutto quando sono in gioco la tutela della vita, la sofferenza e l’accompagnamento delle persone.
De Bertoldi ha quindi illustrato nuovamente il senso della proposta di legge sull’assistenza spirituale, presentata dalla Lega con primo firmatario Riccardo Marchetti. La norma punta a creare la figura dell’assistente spirituale all’interno dei percorsi di cura, utilizzando meglio le risorse già destinate alle cure palliative. L’obiettivo non è convertire né orientare religiosamente il paziente, bensì garantire una presenza umana capace di ascoltare, sostenere e accompagnare la persona e la famiglia nel momento in cui il dolore fisico si intreccia con quello interiore.
La medicina resta indispensabile per alleviare la sofferenza, tuttavia il dolore non si manifesta soltanto nel corpo e richiede anche vicinanza, ascolto e relazione. Per questo, l’assistente spirituale potrebbe rappresentare un tassello significativo, tanto nel caso in cui il legislatore decidesse di intervenire sulla morte medicalmente assistita, quanto nel caso in cui il percorso normativo restasse sospeso. L’auspicio finale è stato quello di allargare la convergenza politica su questo punto, poiché offrire sostegno alle persone fragili e alle loro famiglie significa rafforzare una cultura della cura prima ancora che definire una procedura giuridica.
Il convegno si è chiuso confermando l’esistenza di posizioni differenti sulla legge nazionale, sul ruolo del Servizio sanitario, sulle competenze delle Regioni e sui limiti dell’autodeterminazione. Tuttavia, lungo tutti gli interventi, è emersa una richiesta comune di responsabilità istituzionale dinanzi alla sofferenza, affinché cure palliative, assistenza psicologica, accompagnamento spirituale e sostegno alle famiglie non restino principi generali, ma diventino strumenti effettivi per garantire dignità alla persona fino all’ultimo tratto della vita.
