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Obesità, prevenzione e "Cammini di cura": alla Camera il confronto su legge Pella, presa in carico e nuovi modelli di salute

Alla Camera dei Deputati si è svolto un incontro dedicato all'obesità come malattia cronica, alla prevenzione e ai percorsi di cura costruiti attorno al movimento, alla nutrizione e alla presa in carico multidisciplinare.

L'evento "Cammini di cura, risposta della sanità pubblica nella prevenzione dell'obesità con strumenti di salute e benessere" ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del Ministero della Salute, della Commissione Affari Sociali, del Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, del Policlinico Umberto I di Roma e dell'Università degli Studi di Palermo. Al centro dei lavori il riconoscimento normativo dell'obesità, la legge promossa dall'onorevole Roberto Pella, gli screening in età scolastica, i nuovi farmaci, il ruolo dei centri specialistici e il progetto "Cammini di cura", nato dall'esperienza dell'ospedale Niguarda. Il confronto ha indicato la necessità di superare una lettura semplificata della malattia e di costruire percorsi capaci di unire prevenzione, diagnosi, terapia, educazione, attività fisica e continuità assistenziale.

 

 

L'obesità come malattia e la necessità di intervenire prima

L'apertura dei lavori ha collocato il tema dell'obesità dentro una riflessione più ampia sulla salute pubblica, il vicepresidente Giorgio Mulè ha richiamato il valore della memoria istituzionale: la capacità di leggere il passato consente di assumere decisioni rivolte al futuro, soprattutto quando si affrontano malattie destinate a pesare in modo crescente sulla vita delle persone e sulla sostenibilità del Servizio sanitario nazionale.

L'obesità non può più essere trattata come semplice conseguenza di abitudini individuali o di scarsa volontà, la sua diffusione, le patologie correlate e l'impatto sui costi sanitari impongono una presa in carico anticipata, perché attendere la comparsa delle complicanze significa intervenire quando il danno clinico, sociale ed economico è già in atto. Da qui, il riferimento al diabete di tipo 1, per il quale è stato costruito un percorso di screening in età giovanile, con l'obiettivo di individuare precocemente la predisposizione e ridurre il rischio di esordi gravi. Una quota rilevante dei casi di diabete di tipo 2, cardiopatie ischemiche e ipertensione arteriosa è collegata al sovrappeso e all'obesità, un collegamento che rende necessario lavorare sulla consapevolezza prima che la malattia si manifesti nelle sue conseguenze più severe.

La prevenzione si configura come intervento concreto, non come richiamo generico. L'emendamento inserito nell'ultima legge di bilancio, destinato allo screening nelle scuole per la fascia tra i 13 e i 17 anni, si affianca alla legge nazionale sull'obesità come parte di un percorso organico. Le risorse indicate per il 2026 e il 2027 servono a intercettare una fascia d'età nella quale il sovrappeso cresce in modo significativo e nella quale l'educazione alla salute può ancora modificare abitudini e traiettorie di rischio.

Il progetto "Cammini di cura" è stato presentato come un'esperienza nata in un ospedale pubblico e pensata per essere esportata da nord a sud. Non si tratta di una competizione sportiva né di una prova di resistenza, ma di un cammino breve, di circa due chilometri, scandito da nove stazioni nelle quali accade qualcosa che contribuisce alla salute. L'obiettivo non è soltanto far muovere le persone, ma costruire un metodo che trasformi l'attività fisica in una componente riconoscibile e misurabile della cura. Il cammino si collega simbolicamente alla cornice delle Olimpiadi di Milano-Cortina, ma la sua ambizione va oltre l'appuntamento sportivo. L'esperienza del Niguarda nasce dall'analisi dei dati clinici e dalla volontà di intervenire non solo con farmaci o chirurgia, ma anche attraverso il corpo, il movimento, l'ambiente e la relazione tra ospedale e territorio. La presenza al tavolo di Milano, Roma e Palermo segnala che il modello non deve restare circoscritto a un'unica realtà.

"Cammini di cura" non è un progetto del solo Niguarda, ma una proposta che può adattarsi a ospedali, città e contesti differenti, come ha chiarito il direttore generale Alberto Zoli. Il Niguarda, oltre a curare, lavora sulla prevenzione e sta sviluppando una cultura "one health", con l'obiettivo di ripensare gli spazi ospedalieri, ridurre la presenza dei veicoli nel campus e creare aree verdi dove percorsi come questo possano diventare parte della quotidianità. Un'applicazione dedicata, collegata al cammino, può aiutare a fissare obiettivi, monitorare il movimento e accompagnare il paziente in un percorso che unisce terapia, prevenzione e ambiente.

La legge Pella e il riconoscimento dell'obesità come malattia cronica

Nel confronto istituzionale è intervenuto anche l’onorevole Luciano Ciocchetti, vicepresidente della XII Commissione Affari Sociali della Camera, il quale ha richiamato il lavoro svolto in Parlamento per l’approvazione della legge Pella e il contributo condiviso dei gruppi parlamentari. Il riconoscimento dell’obesità come malattia e il suo inserimento nei livelli essenziali di assistenza sono stati indicati come passaggi centrali per rafforzare prevenzione, cura e presa in carico. “Aumentare le possibilità di fare prevenzione, di inserire una malattia così importante all’interno dei livelli essenziali di assistenza, io credo che sia un fatto importante, decisivo”, ha affermato Ciocchetti, collegando il tema anche all’aggiornamento dei LEA e alle nuove prestazioni introdotte nel Servizio sanitario nazionale.

L’obesità, ha ricordato, è una patologia che “interessa grandi numeri nel nostro Paese” e che produce effetti rilevanti anche sulla sostenibilità del sistema sanitario. Da qui la necessità di investire sugli screening e sulla prevenzione, anche in età scolastica. “Prevenire significa anche risparmiare, significa anche utilizzare meglio le risorse che il sistema sanitario nazionale ha a disposizione”, ha aggiunto, sottolineando poi il lavoro in corso di Ministero della Salute e AIFA sulla valutazione dei nuovi farmaci per i pazienti con obesità grave. 

L'onorevole Roberto Pella ha ripercorso il valore della legge che porta il suo nome, la prima al mondo a riconoscere l'obesità come malattia. Il provvedimento non serve soltanto a dare dignità clinica alla patologia, ma rafforza prevenzione, educazione, screening, cultura della nutrizione e attività fisica.

L'obesità incide sulla salute delle persone e sui bilanci pubblici: i costi sanitari e previdenziali rappresentano una parte rilevante della spesa dello Stato, mentre i bilanci regionali sono in larga misura assorbiti dalla sanità. Anche i comuni, attraverso la gestione dei servizi sociali, sono coinvolti negli effetti delle malattie croniche. Ridurre l'obesità significa quindi migliorare la vita delle persone e, allo stesso tempo, liberare risorse per scuola, cultura, sport, opere pubbliche e altri settori della vita collettiva. La legge, sostenuta in modo trasversale in Parlamento, costituisce una base sulla quale costruire politiche più incisive. Lo screening tra gli adolescenti, promosso attraverso l'iniziativa richiamata dal vicepresidente Mulè, rappresenta uno degli strumenti più coerenti con lo spirito del provvedimento, perché consente di intervenire in una fase in cui l'obesità può ancora essere prevenuta o gestita prima che si strutturi come condizione cronica complessa.

Nel quadro tracciato dal ministro della Salute Orazio Schillaci, l'obesità si colloca tra le grandi questioni di salute pubblica che attraversano tutte le fasce d'età. Dai bambini agli adulti, il fenomeno richiede una visione capace di unire prevenzione, presa in carico e continuità assistenziale, perché interventi isolati o episodici non sono sufficienti a modificare una condizione che coinvolge stili di vita, contesto sociale, fragilità economiche, accesso ai servizi e organizzazione sanitaria.

I dati descrivono una situazione già ampia: nel biennio 2023-2024, secondo il sistema di sorveglianza PASSI, il 43% degli adulti in Italia risulta in eccesso ponderale, con il 33% in sovrappeso e il 10% obeso. Le differenze territoriali e sociali mostrano una maggiore frequenza tra le persone con più difficoltà economiche, livelli di istruzione più bassi e in diverse regioni del Sud. L'obesità si associa poi a un aumento di patologie cronico-degenerative, tra cui diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e alcune forme di neoplasia.

La parola chiave è prevenzione, la promozione di una sana alimentazione, di una regolare attività fisica e di una cultura della salute lungo tutto l'arco della vita deve partire dalle scuole e coinvolgere pediatri, medici di medicina generale, specialisti, famiglie e associazioni. Il Ministero ha richiamato campagne di informazione, il fondo specifico per la prevenzione e la cura dell'obesità, il rifinanziamento previsto nell'ultima legge di bilancio e la necessità di una medicina territoriale più forte. Le case di comunità, il PNRR e il coinvolgimento dei medici di medicina generale rappresentano passaggi utili per costruire percorsi più vicini ai cittadini. L'obesità resta accompagnata da stigma e pregiudizi, e superare queste barriere significa migliorare l'accesso alle cure e la relazione tra paziente e sistema sanitario.

Il confronto ha affrontato anche il tema dei farmaci innovativi. Oggi alcune terapie sono disponibili per i pazienti con diabete di tipo 2 che non rispondono in modo adeguato ai trattamenti tradizionali, ma la valutazione di un possibile impiego anche nei grandi obesi, con criteri clinici chiari e analisi di costo-beneficio, rappresenta un terreno di lavoro per Ministero, AIFA, Parlamento ed esperti.

Dalla legge alla pratica clinica: il modello multidisciplinare

Il riconoscimento normativo dell'obesità come malattia cambia il modo in cui la patologia viene considerata nei servizi sanitari. Chi se ne occupa da anni ha spesso lavorato in una condizione di minore riconoscimento, perché la patologia veniva talvolta trattata come fattore di rischio modificabile o come problema di comportamento, più che come malattia da affrontare con percorsi strutturati. La legge rafforza, invece, un approccio centrato su educazione alimentare, attività fisica, accesso ai centri, sostegno psicologico, chirurgia, nutrizione clinica e farmaci. Nella realtà del Niguarda esiste già una struttura complessa di Nutrizione clinica con una lunga tradizione, un centro dedicato ai disturbi della nutrizione e dell'alimentazione, una bariatric unit e un'organizzazione capace di lavorare su più livelli di cura. Questa esperienza, come ha evidenziato Ettore Corradi, può diventare un modello, anche se non rappresenta ancora lo standard del sistema.

Nel trattamento dell'obesità non basta mettere in sequenza gli interventi, come spesso accade in altri settori clinici. Il paziente non può essere prima educato, poi inviato mesi dopo al chinesiologo, poi seguito da un altro specialista e infine valutato sul piano psicologico. La presa in carico deve avvenire in parallelo, con un coordinamento capace di tenere insieme internista, nutrizionista, psicologo, psichiatra, endocrinologo, chirurgo, dietista, tecnico della riabilitazione, medico di medicina generale e territorio. L'organizzazione ospedaliera, spesso ancora costruita per silos, rende difficile questo lavoro se non viene individuato un centro con una responsabilità chiara. La legge, parlando di centri e non di semplici ambulatori, offre una cornice più coerente con le necessità dei pazienti.

Il confronto ha messo in evidenza la necessità di trasformare il riferimento normativo in percorsi diagnostico-terapeutici e di prevenzione omogenei, coerenti con le linee guida e capaci di evitare differenze regionali, la legge può favorire l'istituzionalizzazione di PDTA dedicati, ma anche l'accesso a terapie innovative, supporti nutrizionali specialistici e programmi di valutazione del rischio. Un punto centrale riguarda il significato dello screening. Nel caso dell'obesità, screening non significa soltanto individuare chi è già obeso o in sovrappeso, ma valutare il rischio di sviluppare la malattia. Questo richiede di andare oltre il peso e l'indice di massa corporea, includendo il contesto psicosociale, familiare, economico e comportamentale nel quale cresce il bambino o l'adolescente. Un ragazzo che non è ancora obeso può trovarsi in un ambiente che aumenta il rischio di diventarlo, e intercettare questo rischio significa fare vera prevenzione.

Gli interventi di sanità pubblica, l'educazione nelle scuole, la clinica specialistica e il rapporto con il territorio devono comunicare tra loro, perché l'obesità è una malattia cronica che nasce e si sviluppa dentro la vita quotidiana delle persone.

L'intervento di Silvio Buscemi ha riguardato il ruolo dell'università e della formazione nella costruzione di competenze sull'obesità, una malattia che non viene insegnata nei percorsi universitari rischia di non essere percepita come malattia, anche dai futuri medici, per questo il riconoscimento dell'obesità deve entrare nella formazione di base, nelle scuole di specializzazione e nei percorsi post lauream. L'Università di Palermo ha avviato un corso di perfezionamento post lauream sull'obesità, nato anche dalle richieste di formazione arrivate da medici di medicina generale e specialisti di altre branche, tra cui i cardiologi.

Questo esempio mostra come la legge abbia già iniziato a produrre effetti culturali e organizzativi, stimolando l'esigenza di competenze nuove. L'obesità non appartiene a un'unica specialità. È una malattia che si complica e incide sulla qualità della vita, e proprio la qualità della vita permette di comprendere la portata clinica della condizione. Il vecchio messaggio "mangia meno e muoviti di più" non descrive la realtà della malattia, perché molte persone vivono condizionamenti biologici, ambientali e psicologici che limitano la possibilità di modificare da sole il proprio comportamento.

La discussione ha affrontato l'arrivo di farmaci come semaglutide e tirzepatide, che hanno modificato il trattamento dell'obesità. Fino a pochi anni fa gli strumenti principali erano la modifica degli stili di vita e, nei casi più gravi, la chirurgia bariatrica, oggi le terapie farmacologiche aprono nuove possibilità, anche perché hanno mostrato effetti favorevoli non solo sul peso, ma anche su cuore, reni e rischio cardiovascolare.

Questa evoluzione non elimina, però, la complessità della malattia, i farmaci devono essere inseriti in percorsi appropriati, valutando benefici, rischi, sostenibilità, durata del trattamento, mantenimento del calo ponderale e impatto sulla composizione corporea. L'obiettivo non è semplicemente ridurre il peso, ma guidare una perdita di grasso che non comprometta la massa muscolare, perché la perdita di muscolo rappresenta un fattore prognostico negativo in molte condizioni cliniche.

Le terapie innovative hanno costi elevati e non possono essere estese senza criteri a tutti i pazienti, tuttavia, nei casi di obesità severa, comorbidità importanti o rischio cardiovascolare elevato, il confronto tra clinici, AIFA, Ministero e istituzioni può individuare livelli di intervento sostenibili. L'obesità è anche una malattia delle diseguaglianze, perché colpisce di più le classi sociali meno abbienti e, allo stesso tempo, trova una distribuzione disomogenea dei centri di cura sul territorio nazionale.

Il paziente con obesità è spesso un paziente complesso perché presenta più patologie, più terapie e più bisogni assistenziali, la prospettiva internistica ha messo in evidenza la multimorbidità come tratto caratteristico della pratica clinica: molte persone con obesità presentano diabete, malattie cardiovascolari, problemi respiratori, disturbi venosi, ulcere cutanee, linfangiti, difficoltà motorie e altre condizioni che richiedono una presa in carico integrata.

Inoltre, non tutti gli ospedali dispongono di letti, barelle e strumenti adeguati per accogliere pazienti con grande obesità, e questo può rendere più difficile anche il ricovero per patologie non direttamente legate al peso. A ciò si aggiungono gli effetti delle terapie, comprese alcune chirurgie malassorbitive, che possono portare a carenze nutrizionali, deficit vitaminici e sindromi neurologiche se non seguite con controlli adeguati. Uno dei problemi centrali è il mantenimento del calo ponderale: dopo una perdita di peso ottenuta con dieta, farmaci, chirurgia o programmi combinati, molti pazienti tendono a recuperare peso, entrando in un andamento "yo-yo" che rappresenta a sua volta un fattore di rischio. Il follow-up a lungo termine è quindi parte della cura, non una fase accessoria.

La dimensione psicologica è parte essenziale del trattamento, ma con una precisazione: obesità e disturbi del comportamento alimentare non devono essere sovrapposti in modo automatico. Esistono pazienti con obesità che presentano anche disturbi dell'alimentazione, ma questi casi richiedono competenze specifiche e l'intervento di figure come psichiatri e psicoterapeuti. La prevenzione nelle scuole deve essere costruita con attenzione, perché messaggi apparentemente corretti sulla sana alimentazione possono avere effetti negativi se rivolti in modo improprio a ragazzi già vulnerabili. Parlare di peso, cibo e corpo senza preparazione può contribuire a far emergere o aggravare disturbi del comportamento alimentare. Per questo gli interventi educativi devono essere guidati da professionisti formati e integrati con il mondo della scuola. L'esperienza universitaria mostra come la popolazione studentesca sia considerata una fascia a rischio. 

Ridurre le diseguaglianze di accesso alle cure

L'accesso alle cure deve essere collegato al mantenimento della presa in carico, perché il vero nodo non è solo far entrare il paziente nel percorso, ma accompagnarlo nel tempo. La perdita di peso mantenuta è molto più difficile della perdita di peso iniziale, e per questo servono percorsi longitudinali, capaci di prevenire le recidive. Il coinvolgimento dei medici di medicina generale è decisivo per lo screening, l'invio e l'educazione. Gli ospedali possono dare supporto, ma il territorio deve essere parte del percorso. La Regione Lombardia sta lavorando a un PDTA sull'obesità, mentre Sicilia e Veneto hanno già attivato percorsi analoghi. L'obiettivo è arrivare a un modello che valuti gravità, comorbidità, motivazione del paziente e livelli di presa in carico.

La tecnologia può aiutare soprattutto nel monitoraggio a distanza e nella prevenzione del recupero del peso. Il progetto sviluppato dal Niguarda, con il sostegno della Fondazione e il supporto tecnologico di Qubit, utilizza strumenti digitali collegati allo smartphone per misurare l'attività fisica, seguire i pazienti e favorire cambiamenti quotidiani. Non basta dire a una persona di muoversi di più: bisogna quantificare, monitorare, motivare e trasformare il movimento in una prescrizione comprensibile e verificabile.

I lavori hanno fatto riferimento alla Carta di Erice, promossa dalla Società Italiana dell'Obesità: il documento nasce da un corso di formazione dedicato ai giovani e dalla volontà di costruire un ponte tra scienza, clinica e istituzioni. Erice, sede simbolica per la storia scientifica che ospita, ha accolto la definizione di una serie di dichiarazioni condivise sull'obesità. La Carta indica la necessità di curare l'obesità insieme, con un approccio ospedaliero e territoriale, senza separare il lavoro dei medici da quello delle istituzioni, della scuola, dei comunicatori, degli architetti, degli amministratori e della società civile. L'obesità non può essere affrontata soltanto con un farmaco, una dieta o un intervento chirurgico, perché nasce anche da città, ambienti, messaggi, abitudini, diseguaglianze e modelli di vita.

Il riconoscimento dell'obesità come malattia cronica apre una fase nuova, ma la legge deve tradursi in percorsi, centri, formazione, screening, accesso alle cure, attività fisica prescritta, tecnologie di monitoraggio e continuità assistenziale. L'esperienza dei "Cammini di cura" mostra che la prevenzione può entrare negli spazi della cura e che un ospedale pubblico può proporre modelli replicabili, la sfida, ora, è portarli nei territori, nelle scuole, nei servizi sanitari e nella vita quotidiana delle persone.

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