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Approfondimenti

Crescita, salari e produttività: la proposta riformista per una politica economica del ceto medio

Nel confronto promosso in sede parlamentare, esponenti del Partito Democratico, economisti e amministratori hanno riportato al centro del dibattito la crescita italiana, il potere d’acquisto delle famiglie e la produttività delle imprese. A partire dal libro di Marco Leonardi Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione, l’incontro ha messo in relazione stagnazione economica, salari reali, fiscalità e trasformazione del modello produttivo. Dalla contrattazione collettiva al salario minimo, dagli investimenti privati all’intelligenza artificiale, fino al costo dell’energia e all’occupazione femminile, sono state indicate le principali leve per sostenere il ceto medio.

L'incontro "Crescita, salari e produttività: la proposta riformista per una politica economica del ceto medio" si è tenuto in sede parlamentare, con il coordinamento e l'ospitalità del senatore Filippo Sensi, riunendo parlamentari, economisti e rappresentanti del Partito Democratico attorno ai temi della crescita, dei salari, della fiscalità, della produttività e della competitività. All'incontro hanno partecipato Lia Quartapelle, Marco Leonardi, Antonio Misiani, Francesco Giavazzi in collegamento da remoto e Giorgio Gori intervenuto da Strasburgo, con la presenza di Walter Verini, Sandra Zampa, Marianna Madia, Simona Malpezzi, Mario Monti e Lorenzo Basso. Il confronto è partito dalla presentazione del libro di Marco Leonardi "Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell'Italia dell'inflazione" per affrontare i nodi che frenano l'economia italiana: la stagnazione del PIL, la perdita di potere d'acquisto, il ritardo della produttività, il peso del fisco sul lavoro dipendente, la debolezza degli investimenti, il costo dell'energia e la necessità di una politica industriale più orientata all'innovazione.

La crescita torna al centro del dibattito pubblico

La crescita economica è stata il tema attorno al quale si è costruito l’intero confronto, come condizione necessaria per finanziare le politiche pubbliche, sostenere i redditi, rafforzare il potere d’acquisto e dare prospettiva al ceto medio. Nel dibattito politico italiano si discute spesso di margini minimi di finanza pubblica, di scostamenti, di procedure europee e di obiettivi contabili, mentre resta sullo sfondo il nodo principal: la difficoltà del Paese a crescere in modo stabile.

Lia Quartapelle ha aperto i lavori evidenziando questo squilibrio, la discussione pubblica, si concentra su variazioni infinitesimali dei conti e su ipotesi di uscita unilaterale dal Patto di stabilità, ma non affronta la questione nazionale della crescita. L’Italia viene da una lunga fase di stagnazione che la distingue negativamente rispetto ai principali Paesi europei e agli altri membri del G7. La conseguenza non riguarda soltanto le statistiche macroeconomiche: meno crescita significa meno risorse disponibili per la finanza pubblica, minore capacità di investimento, salari più deboli e una qualità della vita più difficile da migliorare.

Sanità, scuola, congedi parentali, welfare, politiche industriali e riduzione delle disuguaglianze richiedono un’economia capace di produrre reddito, occupazione qualificata e gettito sostenibile. Pertanto, nel corso dell’incontro, la crescita è stata interpretata come una priorità politica prima ancora che economica. La scelta di promuovere un confronto su questi temi nasce anche dal giudizio espresso sull’azione del governo,  l’esecutivo ha mostrato attenzione alla propria stabilità politica, ma non ha costruito una strategia organica per affrontare la stagnazione italiana. La richiesta avanzata è quella di spostare l’attenzione dai singoli equilibri di breve periodo a una politica economica capace di incidere sui fondamentali: salari, produttività, investimenti, fiscalità, energia e lavoro.

In questa cornice si inserisce il libro di Marco Leonardi, "Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione", assunto come base di discussione per analizzare il rapporto tra inflazione, retribuzioni, contrattazione collettiva e fisco. Il volume affronta un tema che ha attraversato tutti gli interventi: il ritorno dell’inflazione ha reso evidente la fragilità del sistema italiano nel proteggere il potere d’acquisto dei lavoratori.

Il paradosso italiano: più occupazione, salari reali fermi

L’Italia, negli ultimi anni, ha registrato un aumento rilevante del numero degli occupati, Marco Leonardi ha sottolineato come si tratti di un fenomeno importante, soprattutto considerando il livello storicamente basso dell’occupazione italiana rispetto agli altri Paesi europei. L’incremento non nasce soltanto nella fase più recente: al netto della parentesi pandemica, la crescita dell’occupazione è un processo avviato dal 2015 e merita di essere compreso nelle sue caratteristiche strutturali.

Tuttavia, accanto a questo elemento positivo, emerge un problema altrettanto evidente: l’aumento dell’occupazione non si è tradotto in un corrispondente rafforzamento del potere d’acquisto. I salari reali italiani - le retribuzioni misurate al netto dell’inflazione - restano stagnanti, dato particolarmente rilevante se confrontato con quello degli altri Paesi europei. Negli ultimi trent’anni, mentre in economie come Francia e Germania il potere d’acquisto è cresciuto in misura significativa, l’Italia è rimasta sostanzialmente ferma. Negli ultimi cinque anni, la situazione si è ulteriormente aggravata: l’inflazione ha colpito i redditi da lavoro, mentre il sistema di rinnovo dei contratti non è riuscito a recuperare la perdita subita.

Da una parte aumentano gli occupati, dall’altra il reddito reale dei lavoratori non cresce. Questo significa che una quota significativa di famiglie continua a percepire una distanza crescente tra il lavoro svolto e la capacità effettiva di sostenere consumi, risparmi, affitti, mutui e progetti di vita. La questione salariale diventa così una questione di crescita: se i redditi restano compressi, anche la domanda interna rimane debole, e un’economia in cui i consumi non ripartono fatica a rafforzare il proprio PIL.

Le discussioni su PIL, produttività e saldi di bilancio sono centrali per la politica economica, ma nella vita quotidiana il dato che conta è quanto si può acquistare con il proprio stipendio. L’inflazione ha reso questa domanda ancora più concreta, in quanto se i prezzi aumentano e i salari non recuperano, il lavoro perde valore reale. Non basta, quindi, registrare un aumento dell’occupazione: occorre verificare la qualità economica di quei posti di lavoro, la loro capacità di sostenere redditi adeguati e la loro relazione con la produttività.

La stagnazione salariale non è stata presentata come un fenomeno isolato, ma come il riflesso di un modello di sviluppo che si è progressivamente indebolito. Piccole imprese, servizi a bassa produttività, frammentazione produttiva e limitata diffusione dell’innovazione hanno contribuito a costruire un’economia nella quale molti lavorano, ma troppi lavoratori non vedono migliorare le proprie condizioni materiali.

Il ritorno dell’inflazione e il limite della contrattazione collettiva

Il ritorno dell’inflazione nel biennio 2022 - 2023 ha rappresentato un passaggio decisivo: per circa trent’anni l’Italia aveva vissuto in un contesto di bassa inflazione, nel quale il sistema di contrattazione collettiva costruito nei primi anni Novanta aveva contribuito a mantenere una certa stabilità. Quando però i prezzi sono tornati a crescere, quel modello ha mostrato limiti evidenti.

Il sistema italiano ha perso il momento dei rinnovi contrattuali, il ritardo è stato particolarmente evidente nei settori ad alta intensità di lavoro, come commercio, turismo, multiservizi e logistica. Sono comparti che occupano milioni di persone e che rappresentano una parte rilevante dell’economia dei servizi. La contrattazione collettiva nazionale è stata a lungo considerata uno degli elementi centrali del modello sociale italiano, garantendo copertura, rappresentanza e stabilità. Tuttavia, quando il contesto economico è cambiato rapidamente, il meccanismo non ha prodotto la protezione necessaria ed il risultato è stato una caduta dei salari reali che altri Paesi sono riusciti a contenere meglio.

Antonio Misiani ha collegato questo tema alla necessità di un nuovo contratto sociale, il centrosinistra deve assumere la crescita come questione prioritaria e deve farlo integrando lavoro, salari, produttività e welfare. Il salario minimo viene indicato come uno strumento per sostenere chi si trova nelle fasce più basse della distribuzione salariale, mentre la buona contrattazione collettiva resta essenziale per dare struttura e qualità al sistema delle relazioni industriali. La contrattazione, però, deve essere anche più vicina ai luoghi in cui si crea valore. Da qui l’attenzione alla contrattazione decentrata, che può intercettare meglio gli aumenti di produttività e trasformarli in retribuzioni più alte. Il passaggio è decisivo: senza produttività, gli aumenti salariali rischiano di essere fragili; senza salari più forti, la produttività non si traduce in benessere diffuso. L’inflazione, oltre a ridurre il valore reale delle retribuzioni, produce un effetto automatico sulle entrate pubbliche, quando i salari nominali aumentano, anche se non crescono in termini reali, il lavoratore può trovarsi a pagare più imposte. È il fenomeno noto come fiscal drag: il contribuente versa di più allo Stato senza essere realmente più ricco.

Leonardi ha richiamato questo meccanismo come uno degli effetti meno discussi dell’inflazione, negli ultimi anni l’aumento dei prezzi ha contribuito a tenere in ordine i conti pubblici, ma lo ha fatto anche attraverso un maggiore prelievo sui redditi nominali. Per chi ha perso potere d’acquisto, pagare più tasse in assenza di un reale aumento del benessere produce un ulteriore indebolimento del reddito disponibile. Il problema diventa particolarmente rilevante per il lavoro dipendente e per i redditi medi: il sistema fiscale italiano carica una quota molto significativa del gettito sui lavoratori dipendenti sopra i 35 mila euro lordi annui. Si tratta di una fascia che spesso coincide con il ceto medio professionale, con lavoratori qualificati, tecnici, impiegati, insegnanti, quadri e giovani laureati che guardano alle proprie prospettive di carriera confrontandole con quelle offerte da altri Paesi europei.

Le carriere italiane appaiono sempre meno competitive rispetto a quelle disponibili all'estero: se in passato il riferimento era il Regno Unito, oggi anche la Spagna viene percepita come una destinazione capace di offrire redditi, opportunità e qualità di vita migliori, con conseguenze dirette sulla capacità dell'Italia di trattenere capitale umano qualificato..

Il fisco italiano finisce per premiare la rendita più dell'investimento produttivo, rendendo in molti casi più conveniente comprare un immobile e affittarlo che avviare un'attività, assumere persone e affrontare il rischio d'impresa. La riforma fiscale viene così presentata non solo come un tema di equità ma come una leva di politica industriale e di competitività: finché il lavoro e l'impresa sopportano un peso eccessivo mentre le rendite sono trattate in modo più favorevole, il sistema riduce la spinta alla crescita invece di alimentarla, rendendo necessario riconsiderare dove lo Stato preleva risorse e quali comportamenti economici intende incentivare.

Debito, crescita e sostenibilità dei conti pubblici

Francesco Giavazzi, intervenuto da remoto, ha spostato l'attenzione dal livello del debito in rapporto al PIL alla relazione tra costo del debito e tasso di crescita dell'economia, indicando nel differenziale tra tasso di interesse reale e tasso di crescita la variabile decisiva per la sostenibilità: se l'economia cresce a un ritmo sufficiente rispetto al costo del debito la sostenibilità migliora, mentre se la crescita resta bassa e i tassi salgono il peso del debito diventa più difficile da gestire. Ne deriva una conclusione politica diretta: il modo più efficace per rafforzare la posizione dell'Italia non è limitarsi a discutere di rientri contabili di lungo periodo, ma agire sulla crescita.

La credibilità finanziaria resta importante, così come resta importante contenere lo spread. Tuttavia, in un contesto internazionale in cui i tassi possono risentire delle tensioni sui prezzi dell’energia e delle decisioni delle banche centrali, la variabile su cui il Paese può incidere in modo più diretto è il proprio tasso di crescita. Crescere di più significa rendere più sostenibili i conti, ampliare la base imponibile, aumentare le entrate senza comprimere ulteriormente i redditi e ridurre la fragilità complessiva del sistema.

La crescita dipende da due lati che si alimentano a vicenda. Dal lato della domanda, i consumi rappresentano il 70% del PIL e senza un recupero del potere d'acquisto dei salari difficilmente l'economia può accelerare; gli investimenti, pur pesando meno, sono altrettanto essenziali ma dipendono dalla fiducia degli imprenditori, dalla stabilità delle regole e dalla chiarezza degli incentivi. Cambiamenti normativi continui, regole incomprensibili, strumenti modificati e poi reintrodotti frenano le decisioni di investimento: un'impresa investe se può programmare, se conosce il quadro fiscale e regolatorio, se percepisce una direzione coerente. La politica economica non produce crescita solo attraverso la quantità di risorse stanziate, ma attraverso la qualità e la stabilità delle scelte.

Dal lato dell’offerta, il nodo principale è la produttività. L’Europa, ha ricordato Giavazzi, ha perso terreno rispetto agli Stati Uniti soprattutto a partire dalla metà degli anni Novanta, quando la rivoluzione digitale ha aumentato la distanza tra le due economie. Non è necessario inventare ogni nuova tecnologia per beneficiarne: è decisiva la capacità di adottarla. Su questo terreno l’Italia è in ritardo, anche per la struttura del proprio tessuto produttivo, composto da molte imprese piccole e piccolissime. Portare intelligenza artificiale, digitalizzazione e innovazione dentro queste realtà è una delle sfide più rilevanti per i prossimi anni.

Il modello produttivo italiano tra export, servizi e domanda interna

L'Italia ha costruito una parte rilevante della propria crescita su un sistema manifatturiero esportatore concentrato soprattutto nel Nord e legato al Made in Italy, ma quel modello è oggi sottoposto a pressioni nuove: dazi, cambiamento degli equilibri geopolitici, difficoltà della produzione industriale e debolezza dell'economia tedesca incidono su un sistema che dipende molto dall'export.

La risposta non è sostituire la vocazione manifatturiera con un altro modello, ma riequilibrare l'economia riducendo la dipendenza da un'unica traiettoria di sviluppo e rafforzando la domanda interna attraverso salari più solidi, qualità del lavoro, investimenti nei servizi e capacità di innovare anche nei settori tradizionali. La stagnazione italiana è l'esito di una terziarizzazione povera, a bassa produttività e basse retribuzioni: la crescita dei servizi non è di per sé un problema, lo diventa quando si espande in segmenti poco produttivi con salari bassi e scarsa innovazione.

Giorgio Gori ha inquadrato il tema dentro una cornice europea, ricordando come la competitività non sia solo un problema italiano: l'Europa ha perso terreno rispetto agli Stati Uniti soprattutto dopo la rivoluzione digitale, con un divario che riguarda PIL pro capite, investimenti privati, costo dell'energia e frammentazione delle politiche pubbliche tra i ventisette Stati membri, aggravato dalla pressione della Cina che ha conquistato quote rilevanti anche nei settori a maggiore complessità tecnologica. Le linee di risposta indicate dal rapporto Draghi - maggiore integrazione europea, riforma della governance, rafforzamento del mercato unico e investimenti pubblici e privati anche attraverso strumenti comuni di debito - restano il riferimento per colmare questo divario. Dentro questa fragilità europea esiste però un problema specificamente italiano: Grecia e Spagna, che operano nella stessa cornice istituzionale, crescono rispettivamente quattro e sei volte più dell'Italia, confermando che il rallentamento non può essere spiegato solo con i vincoli europei o con lo scenario internazionale. Dal 2000 l'economia italiana è cresciuta solo del 6%, con un reddito medio pro capite aumentato dello 0,2% annuo, il che significa che per ampie fasce della popolazione gli ultimi vent'anni non sono stati di stagnazione ma di vera e propria decrescita del potere d'acquisto. L'occasione straordinaria rappresentata dalle risorse del PNRR e dai 230 miliardi del Superbonus non ha prodotto un cambio strutturale della produttività, lasciando aperta la domanda su cosa accadrà dal 2027 quando quelle risorse non saranno più disponibili.

Occupazione femminile, demografia e capitale umano

Con il 62,5% di tasso di occupazione l'Italia è largamente ultima nella classifica europea, otto punti e mezzo sotto la media UE, con un divario che per le donne diventa amplissimo: solo il 53,8% delle donne italiane lavora contro il 66,6% della media europea, tredici punti di distanza che rappresentano un potenziale di crescita non sfruttato.

L'occupazione femminile non cresce attraverso i soli incentivi al lavoro ma richiede servizi che rendano possibile conciliare vita familiare e professionale: congedi parentali più equilibrati tra uomini e donne, fiscalità di vantaggio per il lavoro femminile, maggiore disponibilità di asili nido e piena attuazione della riforma sulla non autosufficienza sono strumenti che incidono direttamente sulla capacità delle donne di entrare e restare nel mercato del lavoro, con un effetto che non è solo sociale ma anche economico: più occupazione femminile significa più reddito disponibile per le famiglie, consumi più solidi e una base contributiva e fiscale più ampia.

La crisi demografica aggiunge pressione ulteriore: il Paese perde circa 120 mila abitanti all'anno e registra un esodo di circa 60 mila persone tra i 18 e i 39 anni, indebolendo il capitale umano e riducendo il potenziale di crescita futura. Da qui la proposta di investire sull'immigrazione qualificata attraverso una corsia rapida per visti e permessi di lavoro destinati a profili ad alta qualificazione, con uno sportello unico che assicuri tempi certi, un permesso di soggiorno pluriennale per alte competenze con pieno diritto al lavoro per il coniuge, accesso a sanità e istruzione e riconoscimento semplificato dei titoli conseguiti in università straniere accreditate, misure che non sostituiscono le politiche per giovani e donne ma le integrano in una strategia più ampia di rafforzamento del capitale umano.

Il problema italiano non è la mancanza di capacità inventiva ma la difficoltà di portare le tecnologie disponibili dentro il tessuto produttivo: così come l'Europa ha perso terreno rispetto agli Stati Uniti dopo la rivoluzione digitale, rischia oggi di perdere anche il ciclo legato all'intelligenza artificiale se non interviene rapidamente, con le imprese di piccola dimensione che hanno spesso meno risorse, meno competenze interne e minore capacità organizzativa per introdurre tecnologie complesse.

Le proposte avanzate articolano un intervento su più livelli. La prima introduce la possibilità di detrarre dall'imponibile gli investimenti qualificati materiali e immateriali con riferimento agli allegati di Industria 4.0 aggiornati, con un meccanismo più semplice rispetto alle misure precedenti e con l'obiettivo di rafforzare la crescita potenziale delle imprese. La seconda estende alle PMI ordinarie che investono in innovazione, digitalizzazione e transizione verde le agevolazioni fiscali oggi riservate a chi investe in start-up innovative, per favorire patrimonializzazione, fusioni e crescita dimensionale: le medie e grandi imprese italiane, pur competitive, pesano solo per il 42% del valore aggiunto contro il 75% della Germania e il 50% di Francia e Spagna, e la frammentazione del tessuto produttivo limita la capacità di investire, esportare e attrarre competenze. La terza proposta riguarda direttamente l'intelligenza artificiale, incentivando dal lato della domanda le spese per assessment digitale, formazione e acquisto di sistemi, e dal lato dell'offerta la nascita di start-up specializzate in servizi di integrazione e data assessment, con l'obiettivo non di inseguire la tecnologia come slogan ma di renderla utilizzabile nei processi produttivi reali.

Energia e competitività delle imprese

L'Italia paga l'energia più di tutti gli altri Paesi europei per una ragione strutturale: il gas determina il prezzo dell'elettricità in quasi l'80% delle ore dell'anno, con un impatto rilevante sia sulle famiglie sia sulle imprese ad alto consumo energetico. Sul medio-lungo periodo le scelte indicate sono l'elettrificazione, lo sviluppo delle energie rinnovabili e la riapertura del discorso sul nucleare civile, seguendo il modello della Spagna che con una più ampia penetrazione delle rinnovabili e una quota del 20% di nucleare riesce a offrire energia a prezzi nettamente più bassi.

Il problema della bolletta è però immediato e richiede una risposta concreta nell'immediato: su 18 miliardi di proventi ETS complessivamente raccolti, solo 1,6 miliardi sono stati destinati alla transizione energetica, nonostante la normativa europea prescriva dal 2023 una destinazione del 100% verso obiettivi ambientali ed energetici. La proposta è di reindirizzare in modo coerente queste risorse per ridurre il costo dell'energia, seguendo l'esempio del governo Draghi che durante la crisi energetica seguita all'invasione dell'Ucraina aveva già utilizzato strumenti analoghi per contenere l'impatto dei rincari. Prezzi elevati riducono i margini delle imprese, frenano gli investimenti, comprimono la competitività internazionale e incidono sul reddito disponibile delle famiglie: una politica economica per il ceto medio e per l'industria non può prescindere da una strategia energetica con effetti sia immediati sia strutturali.

I circa 200 miliardi del PNRR e i 230 miliardi del Superbonus hanno rappresentato un'iniezione straordinaria di risorse pubbliche nell'economia italiana, senza tuttavia produrre un salto stabile di produttività e crescita. Il punto non è quanto si spende ma come si spende: gli investimenti pubblici producono effetti duraturi se migliorano infrastrutture, competenze, tecnologia, efficienza energetica e capacità amministrativa, mentre se alimentano domanda temporanea senza modificare i fondamentali dell'economia l'effetto si esaurisce. Con il PNRR che termina quest'anno, la domanda su cosa accadrà dal 2027 resta senza una risposta strutturale: occorre mobilitare risorse private, aumentare la fiducia degli investitori, semplificare gli strumenti e orientare il sistema produttivo verso innovazione, transizione verde e crescita dimensionale, senza affidarsi a nuove misure straordinarie permanenti.

La prevedibilità delle regole è condizione necessaria per gli investimenti privati: le continue oscillazioni su Industria 4.0, Transizione 5.0, iperammortamento e crediti d'imposta - promessi, ritirati e poi reintrodotti - hanno generato incertezza e indotto molte imprese a rinviare o cancellare decisioni di investimento. Una politica industriale efficace richiede pochi strumenti, chiari e misurabili, capaci di accompagnare gli investimenti privati distinguendo tra sussidi temporanei e interventi strutturali, con l'obiettivo non di sostenere artificialmente ogni settore ma di aiutare le imprese a diventare più produttive, più capitalizzate, più innovative e più capaci di competere.

La proposta che emerge dal confronto è una politica economica per il ceto medio costruita su due pilastri interdipendenti: rafforzare il potere d'acquisto delle famiglie e aumentare la produttività delle imprese, nella convinzione che salari più solidi sostengano i consumi e la domanda interna e che imprese più produttive possano pagare retribuzioni migliori e competere meglio sui mercati.

Sul lato dei redditi le misure indicate riguardano il salario minimo, il rafforzamento della contrattazione collettiva, la contrattazione decentrata, la protezione dei salari dall'inflazione e la sterilizzazione del fiscal drag, per impedire che l'inflazione si trasformi in un trasferimento silenzioso di risorse dai lavoratori allo Stato. Sul lato della produttività le leve sono investimenti, innovazione, capitale umano, crescita dimensionale delle imprese, intelligenza artificiale, energia a costi sostenibili e maggiore partecipazione al mercato del lavoro, con occupazione femminile e immigrazione qualificata come componenti di una strategia più ampia.

Il ceto medio non è il destinatario generico di interventi fiscali ma l'infrastruttura sociale della crescita: se perde potere d'acquisto riduce consumi, risparmio e fiducia; se non vede prospettive di mobilità i giovani cercano opportunità altrove; se il lavoro qualificato è tassato troppo e retribuito poco il Paese perde competenze; se le imprese non innovano il lavoro resta meno produttivo e meno pagato. Il confronto si è chiuso con la volontà dichiarata del Partito Democratico di avanzare queste proposte e di chiedere al governo un'azione più decisa, superando la gestione delle emergenze quotidiane per riportare la discussione sui fondamentali dell'economia italiana.

Dalla stagnazione alla strategia

La stagnazione italiana non è un destino inevitabile: il Paese dispone di risorse industriali, competenze, capacità esportatrice e capitale umano, ma deve affrontare con una risposta organica i nodi che ne limitano il potenziale, salari reali fermi, produttività bassa, fiscalità sbilanciata sul lavoro, debolezza degli investimenti, energia costosa, occupazione femminile insufficiente e difficoltà nell'adozione tecnologica. La crescita non è un obiettivo separato dalle politiche sociali ma la condizione che permette di finanziarle: welfare, lavoro femminile, formazione e politiche per i giovani non sono capitoli distinti dalla politica economica ma strumenti di crescita, e su questa interdipendenza si fonda la proposta di un nuovo contratto sociale.

La perdita di potere d'acquisto resta il problema più immediato, con effetti diretti sulla vita delle persone e sulla domanda interna: la riforma della contrattazione, il salario minimo e la protezione dall'inflazione sono strumenti necessari per evitare che il lavoro continui a perdere valore reale, ma la risposta non può fermarsi alla redistribuzione e deve includere produttività, innovazione e investimenti.

La politica economica non può limitarsi a correggere saldi o inseguire scadenze europee: deve indicare dove il Paese vuole essere nei prossimi anni, quale modello produttivo intende costruire, come vuole trattenere i giovani e come può rendere più solide le proprie imprese. Senza salari più forti, imprese più produttive e investimenti più stabili, il ceto medio resta esposto alla perdita di potere d'acquisto e il Paese rimane intrappolato in una crescita debole.

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