Alla Camera dei Deputati l’Ente Bilaterale Nazionale Porti ha riunito istituzioni, imprese, sindacati ed esperti del settore. Al centro dell’incontro, la sicurezza nelle operazioni e nei servizi portuali, tra dati infortunistici, formazione e prevenzione. Presentato l’aggiornamento della ricerca realizzata con Scuola Nazionale Trasporti e Gesta, riferita al periodo 2021-2024. Dal confronto è emersa la necessità di rafforzare coordinamento nazionale, cultura della sicurezza, lavoro usurante e ricambio generazionale.
Il convegno "Il porto che verrà. Sfide e necessità per la sicurezza sul lavoro" si è tenuto il 27 aprile alla Camera dei Deputati, alla vigilia della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro del 28 aprile. L'iniziativa, promossa dall'Ente Bilaterale Nazionale Porti, ha riunito rappresentanti istituzionali, autorità di sistema portuale, associazioni datoriali, organizzazioni sindacali, esperti di formazione e ricerca applicata. Hanno preso parte ai lavori Angelo Manicone e Bianca Picciurro, rispettivamente presidente e vicepresidente di EBN Porti, insieme a Luigi Robba, Federica Catani della Scuola Nazionale Trasporti, Edoardo Scippa di Gesta Srl Società Benefit, l'onorevole Salvatore Deidda in collegamento, Andrea Petecchia di ISFORT e i rappresentanti di Assoporti, Uniport, Assologistica, Assiterminal, FILT-CGIL, FIT-CISL e UIL Trasporti.
Un confronto nazionale sulla sicurezza nei porti
Il porto è un ambiente di lavoro in cui mezzi pesanti, operazioni simultanee, traffici marittimi, attività a bordo nave, movimentazioni in banchina e tempi operativi serrati convivono ogni giorno. È da questa consapevolezza che ha preso avvio il convegno promosso dall’Ente Bilaterale Nazionale Porti, dedicato alla sicurezza nelle operazioni e nei servizi portuali.
La sicurezza, nel contesto portuale, non riguarda soltanto l’applicazione delle norme bensì l’organizzazione del lavoro, la formazione degli operatori, il coordinamento tra imprese e autorità, il ruolo dei rappresentanti dei lavoratori, la qualità dei controlli e la capacità di prevenire i rischi prima che si trasformino in incidenti. Una distrazione, un’interferenza non gestita, un mezzo in movimento o una procedura non condivisa possono incidere direttamente sulla salute e sulla vita dei lavoratori. Per questo la sicurezza deve diventare un linguaggio comune, condiviso tra datori di lavoro, lavoratori, autorità di sistema portuale, autorità marittime, istituzioni e parti sociali.
In apertura dei lavori è stato letto il messaggio del presidente della Camera dei Deputati, Lorenzo Fontana, indirizzato al presidente dell’Ente Bilaterale Nazionale Porti, Angelo Manicone. Fontana ha sottolineato il valore strategico delle infrastrutture portuali per il Paese, tanto dal punto di vista commerciale e logistico quanto da quello ambientale e sociale. Nel messaggio è stato evidenziato come il settore stia affrontando sfide complesse: modernizzazione, sostenibilità e rafforzamento della tutela dei lavoratori. Il presidente della Camera ha richiamato l’importanza del dialogo tra istituzioni, rappresentanze di categoria ed esperti, sottolineando che la sicurezza non può essere considerata soltanto un insieme di prescrizioni normative, ma un gesto di responsabilità verso sé stessi e verso la collettività.
Successivamente, Edoardo Rixi, ha evidenziato la centralità economica del comparto logistico e portuale. Nel 2025, secondo i dati richiamati nel suo intervento, il fatturato della logistica in Italia ha superato i 110 miliardi di euro, con una crescita prossima al 2% rispetto all’anno precedente. Le circa 60 mila aziende del settore hanno movimentato 250 milioni di tonnellate di merci, in aumento dell’1,2%. Rixi ha indicato innovazione, formazione, monitoraggio e prevenzione come ambiti centrali dell’azione pubblica per migliorare la sicurezza nei porti. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, ha ricordato, ha rafforzato il proprio impegno destinando risorse alla modernizzazione delle infrastrutture portuali, alla digitalizzazione delle operazioni e all’introduzione di tecnologie di monitoraggio in tempo reale.
Il presidente dell’Ente Bilaterale Nazionale Porti, Angelo Manicone, ha aperto il convegno richiamando il senso dell’iniziativa: costruire insieme, imprese e lavoratori, strumenti utili per evitare che si continui a morire di lavoro. Il titolo scelto, “Il porto che verrà”, guarda al futuro del settore portuale, ma parte da una priorità immediata: la sicurezza. L’obiettivo indicato da Manicone è netto: arrivare a zero morti sul lavoro. Non uno slogan, ma una direzione verso cui orientare formazione, prevenzione, regole, organizzazione e responsabilità condivisa.
La sicurezza è stata presentata come un progetto comune, che non può essere delegato a un solo soggetto. Le imprese hanno il compito di organizzare processi, mezzi e luoghi di lavoro in modo sicuro. I lavoratori devono essere formati, consapevoli e messi nelle condizioni di operare correttamente. Le istituzioni e le autorità devono garantire coordinamento e regole chiare. Le parti sociali devono continuare a utilizzare gli strumenti della bilateralità per produrre analisi, proposte e soluzioni operative.
Il ruolo dell’Ente Bilaterale Nazionale Porti
Luigi Robba ha ripercorso la storia dell’Ente Bilaterale Nazionale Porti, nato nel 2006 nell’ambito del contratto collettivo nazionale dei lavoratori dei porti. L’ente nacque con l’obiettivo di affrontare temi di interesse comune per le parti sociali, a partire da salute, igiene e sicurezza sul lavoro.
Nei primi anni, ha ricordato Robba, le risorse erano limitate e molte iniziative furono portate avanti grazie al contributo volontario dei componenti del consiglio direttivo. Nel tempo, tuttavia, l’ente ha sviluppato un ruolo sempre più riconoscibile, promuovendo studi, documenti, incontri territoriali e iniziative formative. Tra le attività richiamate ci sono la diffusione di materiali sulla safety e sulla security, l’elaborazione di un manuale sulla sicurezza nelle operazioni portuali, l’organizzazione di convegni itineranti nei porti e il confronto con INAIL su prevenzione e aggiornamenti normativi.
Nei porti esistono interferenze continue tra persone, mezzi, merci, navi, banchine, piazzali e strade interne e la sicurezza di ciascun lavoratore dipende anche dal comportamento degli altri. In questo contesto, la prevenzione non può limitarsi alle procedure scritte ma deve tradursi in attenzione quotidiana, capacità di reazione, rispetto reciproco e consapevolezza dei rischi.
La vicepresidente dell’Ente Bilaterale Nazionale Porti, Bianca Picciurro, ha illustrato le prospettive future dell’ente, partendo dalla scelta di organizzare il convegno nella settimana della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro. Picciurro ha evidenziato la crescita dell’ente negli anni, definendolo una realtà ancora in sviluppo, con attività che possono essere ampliate grazie anche all’aumento del contributo previsto dall’ultimo rinnovo del contratto collettivo nazionale.
Tra le iniziative avviate vi è un contributo economico alle famiglie delle vittime di incidenti sul lavoro: uno strumento che l’ente auspica di non dover mai utilizzare, perché l’obiettivo resta la prevenzione degli infortuni. Tuttavia, in presenza di eventi gravi, un sostegno tempestivo può rappresentare un aiuto concreto per le famiglie colpite.
Un secondo ambito riguarda i premi di laurea per lavoratori e figli di lavoratori che sviluppino tesi sulla logistica portuale, con un contributo aggiuntivo per gli elaborati dedicati alla sicurezza nei porti. La scelta punta a rafforzare la diffusione della cultura portuale e a stimolare studio, ricerca e competenze specialistiche.
Il terzo filone riguarda l’indagine sui lavori usuranti nel settore portuale, affidata a ISFORT. È un tema destinato a incidere sul futuro del lavoro nei porti, soprattutto in relazione all’età media degli operatori, alle mansioni più gravose, alle limitazioni fisiche e alla possibilità di costruire percorsi di uscita anticipata e ricambio generazionale. Picciurro ha, inoltre, annunciato la volontà di riprendere gli incontri itineranti nei porti, valorizzando il confronto diretto con chi ogni giorno lavora, dirige, controlla e organizza le attività portuali. L’ente sta anche approfondendo con il Ministero del Lavoro la possibilità di ottenere il riconoscimento come soggetto formatore in materia di salute e sicurezza, secondo l’Accordo Stato-Regioni del 2025.
La ricerca sulla sicurezza nelle operazioni portuali
Il convegno ha ospitato la presentazione dell'aggiornamento della ricerca sulla sicurezza nelle operazioni portuali, realizzata dall'Ente Bilaterale Nazionale Porti con la collaborazione della Scuola Nazionale Trasporti e Logistica e di Gesta Srl Società Benefit.
Federica Catani, direttrice della Scuola Nazionale Trasporti, ha spiegato il percorso che ha portato alla ricerca: la scuola, attiva da 35 anni nella formazione e nello sviluppo delle competenze del settore logistico-portuale, ha affiancato all’attività formativa anche analisi, ricerca applicata e iniziative per lo sviluppo della cultura portuale. Il lavoro nasce dal roadshow nazionale realizzato con l’ente bilaterale: 14 tappe, 48 porti coinvolti e oltre 700 attori della sicurezza ascoltati. Ogni seminario è stato accompagnato da focus group e momenti di confronto con le realtà territoriali. Da questo percorso è emersa la necessità di costruire una visione sistemica della sicurezza, capace di mettere in relazione esperienze, criticità e soluzioni nei diversi porti italiani.
La ricerca, avviata nel 2018 e aggiornata una prima volta nel 2021 con riferimento al triennio 2018-2020, giunge ora alla sua terza edizione coprendo il periodo 2021-2024. L'impianto metodologico combina un'analisi quantitativa dei dati disponibili con una ricerca qualitativa condotta attraverso interviste e interlocuzioni dirette con gli stakeholder, coinvolgendo tutte e 16 le Autorità di sistema portuale, 24 imprese rappresentative del settore, tre rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e sei componenti del consiglio direttivo dell'Ente Bilaterale Nazionale Porti.
Nel corso del convegno, Catani ha posto l'accento su come il raggiungimento di obiettivi sistemici non possa affidarsi alla competenza del singolo attore, per quanto elevata, richiedendo piuttosto una cabina di regia partecipata in grado di mettere a sistema i contributi di istituzioni, imprese, sindacati, associazioni e autorità verso un obiettivo condiviso.
I dati: infortuni, addetti e ore lavorate
Edoardo Scippa, HSE Management System di Gesta Srl Società Benefit, ha illustrato i risultati della ricerca partendo da una difficoltà strutturale ben nota al settore: i dati INAIL sono oggi disponibili per il macrosettore H, trasporto, magazzinaggio e logistica, ma non permettono di isolare in modo puntuale l'ambito portuale. Nel periodo 2020-2024, il macrosettore ha registrato 242 mila denunce di infortunio, con un incremento del 13,6% tra il primo e l'ultimo anno considerato, collocandosi al terzo posto in Italia per numero di denunce e al secondo per infortuni mortali, pari a 923 nel quinquennio. Le malattie professionali si attestano intorno alle 3 mila l'anno, con una crescita che dalle circa 2 mila del 2020 ha raggiunto le circa 4 mila del 2024.
La ricerca dell'EBN Porti si concentra specificamente sulle operazioni portuali, rilevando nel periodo 2021-2024 un totale di 2.479 infortuni, di cui 10 mortali, con un andamento annuale stabile tra i 600 e i 630 casi. La percentuale degli infortuni mortali sul totale risulta tuttavia più alta rispetto al dato generale del macrosettore, circa 0,4% contro lo 0,18%, segnalando una specificità di rischio propria del contesto portuale. Un elemento di particolare attenzione riguarda il rapporto tra addetti e ore lavorate: nel periodo esaminato il numero dei lavoratori delle imprese ex articoli 16, 17 e 18 è diminuito mentre le ore lavorate sono aumentate, con un numero inferiore di persone che sostiene un volume crescente di lavoro e con possibili ricadute su fatica, stress, attenzione e propensione al rischio.
L'indice di gravità degli infortuni registra un miglioramento significativo, dimezzandosi rispetto al primo anno del periodo, pur mantenendosi su livelli ancora distanti dai valori ottimali, mentre gli indici di frequenza e incidenza sono in aumento, con quest'ultimo influenzato dalla riduzione della platea degli addetti a fronte di un numero di infortuni sostanzialmente stabile. La distribuzione temporale degli infortuni mortali rivela un'ulteriore criticità: il 70% dei casi del periodo 2021-2024 si è concentrato negli ultimi due anni. Tra le principali cause di infortunio emergono urti, uso di attrezzature, scivolamenti e inciampi, con quest'ultimo fattore che, benché spesso sottovalutato, si conferma tra i più ricorrenti in diversi contesti lavorativi.
Autorità, imprese e rappresentanti dei lavoratori
L'indagine qualitativa ha permesso di approfondire come i diversi attori del sistema portuale gestiscono la sicurezza, restituendo un quadro articolato per ciascuna categoria coinvolta.
Dalle Autorità di sistema portuale emerge anzitutto l'assenza di un sistema digitalizzato e uniforme per la raccolta dei dati sugli infortuni: le informazioni vengono raccolte con modalità disomogenee, con conseguenze sulla completezza e sulla comparabilità dei dati nel tempo. Le autorità hanno confermato il valore dei momenti di confronto strutturato, come i comitati di igiene e sicurezza e gli organismi di coordinamento, sottolineando al contempo il ruolo degli RLS di sito come figure di collegamento tra imprese, lavoratori e autorità. La certificazione ISO 45001 è stata indicata come strumento utile per rafforzare i sistemi di gestione della sicurezza, sebbene solo il 12% delle Autorità di sistema portuale risulti in possesso di tale certificazione, a fronte di una percentuale significativamente più alta tra le imprese coinvolte nella ricerca, dove la quota certificata raggiunge circa il 65%.
Le imprese hanno mostrato una maggiore capacità di raccogliere e gestire i dati sugli infortuni, anche grazie ai sistemi di gestione già adottati, evidenziando però la necessità di essere più coinvolte nei momenti di coordinamento nazionale: il 96% delle imprese intervistate ha espresso interesse a partecipare a tavoli, confronti e percorsi comuni. Per quanto riguarda i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, pur con un campione limitato, è emersa una diffusa disponibilità al confronto e la richiesta di un maggiore coinvolgimento operativo nella valutazione dei rischi interferenziali, confermando il ruolo dell'RLS come figura essenziale per tradurre la prevenzione in pratica quotidiana.
Il convegno ha dedicato ampio spazio al tema della formazione, intesa non come adempimento normativo fine a sé stesso, ma come strumento di qualità collegato ai rischi reali, alle mansioni, ai contesti operativi e ai comportamenti. La sicurezza nei porti dipende dalla capacità di ogni lavoratore di riconoscere il rischio, rispettare le procedure, comunicare situazioni anomale e interrompere l'attività quando le condizioni non lo consentono in sicurezza: in questo senso la stop work authority, richiamata più volte nel corso dell'incontro, rappresenta un principio operativo concreto e non una mera indicazione procedurale.
Accanto agli approcci tradizionali, è stato segnalato l'interesse per la Behavior Based Safety, un metodo fondato sull'osservazione e sul miglioramento progressivo dei comportamenti, con l'obiettivo non di colpevolizzare il singolo lavoratore ma di costruire un sistema in cui le pratiche sicure diventino abitudine condivisa. Sul fronte tecnologico, sono stati citati sistemi digitali per la raccolta dei dati, strumenti di monitoraggio in tempo reale, simulatori immersivi per la formazione e dispositivi capaci di segnalare la presenza di operatori in prossimità dei mezzi, con la precisazione che l'innovazione deve essere governata e orientata alla tutela delle persone.
Il protocollo del 2023 e il bisogno di coordinamento nazionale
Il protocollo d'intesa del 2023 è stato richiamato come strumento rilevante per favorire coordinamento e prevenzione, pur riconoscendo che è ancora presto per misurarne l'effetto sui dati infortunistici. La ricerca indica la necessità di costruire canali di scambio stabili a livello nazionale, superando una logica in cui le Autorità di sistema portuale procedono come realtà isolate: esperienze locali, buone prassi, criticità e dati devono essere messi in rete per favorire standard comuni e risposte più rapide alle situazioni di rischio.
Sul piano normativo, le attività portuali si collocano dentro un quadro regolatorio composto dal decreto legislativo 81 del 2008 e dai decreti legislativi 271 e 272 del 1999, con una sovrapposizione che può generare incertezze applicative: mentre il Testo unico sulla sicurezza è stato aggiornato nel tempo, i decreti del 1999 restano fermi alla loro formulazione originaria. Il tema non è soltanto l'aggiornamento delle norme, ma la garanzia di chiarezza su ruoli, competenze, responsabilità, controlli e procedure, in modo da rendere la sicurezza più efficace nella vita concreta dei porti.
Il lavoro portuale come lavoro usurante
La seconda sessione del convegno ha aperto il confronto sul lavoro portuale come lavoro usurante, con la presentazione delle prime linee dell'indagine commissionata dall'Ente Bilaterale Nazionale Porti a ISFORT, illustrata da Andrea Petecchia, responsabile dell'Osservatorio logistica e trasporto merci dell'istituto. Il lavoro portuale è caratterizzato da intensità operativa, turni, condizioni climatiche variabili, attività in quota, movimentazione di carichi, lavoro in stiva, guida di mezzi, tempi stretti e interferenze continue tra operazioni, fattori ai quali si aggiungono le trasformazioni strutturali del settore: l'aumento delle dimensioni delle navi e la crescita dei traffici container e ro-ro hanno accentuato i picchi di lavoro nelle fasi di carico e scarico, comprimendo ulteriormente i margini operativi.
La ricerca di ISFORT punta a misurare quanti siano gli addetti operativi, con particolare attenzione ai lavoratori over 50 e over 60, esaminando inidoneità, limitazioni e malattie professionali che incidono direttamente sulla possibilità di continuare a svolgere determinate mansioni. L'obiettivo è fornire dati utili per valutare l'impatto di un eventuale riconoscimento del lavoro portuale come lavoro usurante e per stimare gli effetti sul sistema pensionistico, in connessione con il fondo di accompagnamento all'esodo e il ricambio generazionale.
Nel corso della tavola rotonda, associazioni datoriali e sindacati hanno condiviso l'esigenza di affrontare la questione senza ulteriori rinvii, sottolineando come la possibilità che un gruista, un rizzatore, un operatore in stiva o un conducente di mezzi portuali continui a svolgere mansioni pesanti fino a età molto avanzate rappresenti una condizione concreta che richiede risposte altrettanto concrete.
Nel confronto tra parti datoriali e rappresentanze dei lavoratori è stata presentata l'esperienza del porto di Gioia Tauro, illustrata da Alberto Casali, vicepresidente Uniport, con riferimento al percorso seguito da Medcenter Container Terminal, realtà del gruppo TIL-MSC. Gioia Tauro è il principale porto container italiano e uno dei maggiori hub di transhipment del Mediterraneo, con circa 4,48 milioni di TEU movimentati nel 2025, 3,5 chilometri di banchina, 25 gru operative con ulteriori mezzi in arrivo e circa 190 carrelli. La complessità operativa è significativa: i carrelli lavorano a 12 metri di altezza, pesano circa 60 tonnellate e possono trasportare carichi fino a 50 tonnellate, operando in spazi ristretti e in contemporanea con altri mezzi sotto le gru di banchina, condizioni che rendono formazione, comportamento e prevenzione elementi decisivi per la gestione del rischio.
Casali ha sottolineato come, in controtendenza rispetto al dato generale emerso dalla ricerca, a Gioia Tauro gli addetti siano aumentati: negli ultimi anni sono state assunte circa 300 persone, portando il terminal a circa 1.400 lavoratori diretti, mentre parallelamente gli eventi infortunistici sono diminuiti, con un miglioramento degli indici di gravità e frequenza. Al centro di questo risultato c'è il lavoro sui comportamenti, con la convinzione che la sicurezza nasca anche dalla consapevolezza individuale di ogni operatore: sapere cosa si sta facendo, dove ci si trova, quali mezzi si muovono nelle vicinanze e quali rischi possono emergere è la condizione concreta che permette a ciascuno di tornare a casa alla fine del turno.
Luciano Caddemi, in rappresentanza di Assoporti e dell'Autorità di sistema portuale del Mare di Sicilia Occidentale, ha richiamato la complessità del controllo nei sistemi portuali, che oggi non operano più su un singolo scalo ma su ambiti territoriali ampi e articolati. Nel caso della Sicilia occidentale, un organico di circa 90 persone gestisce sette porti - Termini Imerese, Palermo, Trapani, Porto Empedocle, Gela, Licata e Sciacca - nei quali convivono traffici ro-ro, container, rinfuse e altre attività, ciascuna con rischi specifici.
Caddemi ha ribadito che la sicurezza è una cultura che non si esaurisce nel rispetto di una norma per evitare una sanzione, ma richiede di interiorizzare il valore della prevenzione come condizione per tornare a casa ogni giorno. In questo quadro è stato citato l'accordo territoriale sottoscritto con INAIL sulla base del protocollo nazionale del 2023, che sta consentendo incontri con le imprese, analisi dei dati disponibili e sopralluoghi sul campo, con particolare attenzione all'ambito ro-ro, con l'obiettivo di osservare direttamente le attività, individuare le situazioni più esposte al rischio e costruire interventi mirati.
Sindacati: sicurezza, dignità e contrattazione
Le organizzazioni sindacali hanno posto al centro dell'intervento tre parole - sicurezza, dignità, sostenibilità - sostenendo che il futuro dei porti non può fondarsi soltanto su infrastrutture e tecnologia, ma richiede lavoro sicuro, stabilità occupazionale, formazione continua e rafforzamento della rappresentanza.
Vincenzo Fausto Pagnotta, FIT-CISL, ha richiamato la necessità di trasformare le buone pratiche in standard obbligatori, sottolineando come la sicurezza non possa dipendere dalla sensibilità dei singoli porti o delle singole aziende ma debba essere un diritto esigibile in tutti gli scali.
Giuliano Galluccio, UIL Trasporti, ha evidenziato il rischio di una pressione crescente sui lavoratori legata alla riduzione degli addetti e all'aumento delle ore lavorate, indicando la necessità di rilanciare l'aggiornamento della normativa portuale, rafforzare la formazione prevista dalla legge 84/94 e potenziare il ruolo degli ispettori portuali e degli uffici del lavoro portuale. Eugenio Stanziale, FILT-CGIL, ha insistito sulla responsabilità collettiva, ricordando come nei porti benessere delle imprese e sicurezza dei lavoratori siano interdipendenti e come non esista produttività senza sicurezza: le priorità indicate dal sindacato riguardano stabilità occupazionale, riduzione della precarietà, formazione obbligatoria e continua, rafforzamento dei controlli, maggiori poteri agli RLS, regolazione di appalti e subappalti, investimenti in tecnologia e tutela dei lavoratori che segnalano pericoli.
Assologistica, Assiterminal e Uniport hanno sottolineato la centralità della responsabilità d'impresa nella tutela dei lavoratori. Agostino Gallozzi, vicepresidente Assologistica, ha descritto il porto come un settore insieme labor intensive e capital intensive, in cui grandi investimenti in mezzi e infrastrutture convivono con una forte centralità della risorsa umana, in uno spazio aperto e dinamico dove banchine, piazzali, navi, mezzi e persone interagiscono in condizioni molto diverse da quelle di un contesto industriale chiuso. La sicurezza, ha spiegato, deve passare dalla consapevolezza alla convinzione profonda, smettendo di restare solo nella testa come conoscenza di regole e norme per diventare comportamento quotidiano, con un interesse crescente per la formazione comportamentale, la tecnologia applicata alla prevenzione e gli strumenti capaci di ridurre i rischi nelle aree più esposte, come il sottobordo.
Alessandro Ferrari, direttore Assiterminal, ha valorizzato il ruolo dell'Ente Bilaterale Nazionale Porti come esempio di bilateralità positiva, descrivendo il porto come un luogo in cui l'impresa esiste dentro un patto pubblico fatto di autorizzazioni, concessioni, applicazione del contratto collettivo, mezzi, organici, piani e documenti di sicurezza. Ferrari ha ricordato che molte imprese portuali hanno già adottato sistemi di gestione della sicurezza, certificati o non certificati, andando oltre il mero obbligo normativo, e ha osservato come il tema non sia soltanto fare formazione ma rafforzare la consapevolezza, in un settore in cui una parte importante della popolazione lavorativa ha più di 50 anni e porta con sé competenze professionali elevate che rappresentano un patrimonio da valorizzare e tutelare.
Fondo di prepensionamento e ricambio generazionale
La parte conclusiva del confronto ha messo a fuoco il fondo di prepensionamento e il riconoscimento del lavoro usurante come due questioni tra loro strettamente collegate. Il fondo era stato concepito dalle parti sociali per accompagnare l'uscita dei lavoratori non più in grado di svolgere mansioni operative gravose e per affrontare situazioni di crisi complessa senza disperdere professionalità, un tema emerso in occasione delle crisi di Taranto, Gioia Tauro e Cagliari e tornato oggi centrale nel dibattito. Il lavoro portuale - operare in stiva, guidare mezzi pesanti, manovrare gru a decine di metri di altezza, movimentare rizze e twist lock, intervenire in condizioni climatiche difficili - richiede forza fisica, attenzione, esperienza e prontezza che non possono essere equiparate a quelle di un lavoro sedentario, rendendo necessario un riconoscimento specifico della sua natura usurante.
Il ricambio generazionale è stato indicato come una necessità strutturale per il futuro del settore: permettere ai lavoratori più anziani di uscire con strumenti adeguati significa aprire spazio a giovani formati, capaci di utilizzare tecnologie avanzate e di inserirsi in processi produttivi sempre più digitalizzati. In questo quadro è stata richiamata la nascita della Scuola delle Professioni del Mare e della Blue Economy, approvata dalla giunta Salis a Genova, come modello replicabile in altre città portuali per formare operatori, tecnici e addetti ai servizi della blue economy.
Nelle conclusioni, Angelo Manicone ha ringraziato i componenti dell'Ente Bilaterale Nazionale Porti per il lavoro svolto, chiudendo la propria presidenza con un bilancio positivo e con l'auspicio che il percorso avviato continui. Il convegno ha restituito un quadro chiaro: la sicurezza nei porti non può essere affrontata in modo frammentato, ma richiede dati più precisi raccolti con sistemi digitali comuni, coordinamento nazionale tra Autorità di sistema portuale, una normativa chiara e aggiornata, formazione continua e collegata alle mansioni, il coinvolgimento attivo dei lavoratori, degli RLS e delle imprese, il riconoscimento del carattere usurante di molte attività portuali e strumenti adeguati per il ricambio generazionale.
Il porto che verrà non sarà soltanto più tecnologico, sostenibile o competitivo: dovrà essere un porto in cui la sicurezza sia parte integrante dell'organizzazione del lavoro e non un adempimento separato, in cui le buone pratiche diventino sistema, i dati diventino prevenzione e ogni lavoratore possa svolgere la propria attività con strumenti, formazione e tutele adeguate.
La direzione indicata dall'Ente Bilaterale Nazionale Porti è quella di ridurre i rischi, proteggere le persone e costruire una cultura condivisa della sicurezza, nella convinzione che il futuro dei porti italiani passi dalla capacità di tenere insieme efficienza, innovazione e tutela del lavoro.
