Roma, 10 febbraio 2026 – Nella Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro si è tenuto il Convegno: Contributo al DDL di riforma del SSN tra ospedale e territorio, un momento di confronto istituzionale promosso per discutere criticità, obiettivi e prospettive del disegno di legge delega sulla riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale. All’incontro hanno partecipato rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico, delle professioni sanitarie, dell’industria e delle associazioni, chiamati a riflettere sul delicato equilibrio tra assistenza ospedaliera e medicina territoriale, sulle ricadute organizzative della riforma e sulle condizioni necessarie affinché il cambiamento annunciato non resti solo formale ma produca effetti concreti sull’accesso alle cure, sulla qualità dei servizi e sulla sostenibilità complessiva del sistema sanitario pubblico.
Sanità tra ospedale e territorio: il confronto sulla riforma che divide (e interroga) il Servizio sanitario nazionale
Una riforma necessaria, ma ancora tutta da scrivere. È questo il filo rosso emerso dal confronto promosso da Motore Sanità sul disegno di legge delega per la riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale, un provvedimento che il Governo presenta come l’occasione per un cambio di passo strutturale, ma che per molti addetti ai lavori rischia di restare una cornice priva di contenuti concreti.
L’incontro ha riunito parlamentari, rappresentanti delle professioni sanitarie, università, industria farmaceutica, associazioni e operatori del territorio. Un mosaico di voci che ha restituito tutta la complessità – e le tensioni – di una sanità che non può più permettersi interventi parziali.
Ad aprire i lavori è stato il senatore Ignazio Zurlo, promotore dell’iniziativa, che ha ricordato come l’assetto attuale del Servizio sanitario Nazionale affondi le radici nelle riforme degli anni Novanta: regionalizzazione e aziendalizzazione come cardini di un sistema pensato per coniugare universalismo e sostenibilità economica. A distanza di oltre venticinque anni, però, quel modello mostra tutti i suoi limiti.
La popolazione invecchia, la cronicità cresce, la non autosufficienza diventa una questione centrale. Eppure prevenzione, riabilitazione e assistenza territoriale restano i settori più compressi dalla spesa. Le liste d’attesa ostacolano la diagnosi precoce, mentre la denatalità solleva interrogativi di lungo periodo: chi si prenderà cura degli anziani di domani?
In questo scenario, il DDL del Governo viene presentato come una “grande occasione”, ma anche come una sfida che non può essere calata dall’alto. Da qui l’esigenza, ribadita più volte, di un ascolto reale di professionisti, pazienti e territori.
La critica tecnica: una riforma senza leve operative
Il direttore scientifico di Motore Sanità, Claudio Zanon, ha messo subito a fuoco i nodi critici del disegno di legge. Il primo è il metodo: una legge delega che rinvia tutto ai decreti attuativi, riducendo il ruolo del Parlamento a un parere non vincolante. Una scelta che, secondo molti, rischia di svuotare il confronto democratico su una riforma potenzialmente epocale.
Il secondo nodo è la neutralità finanziaria. Il testo chiede una profonda riorganizzazione senza stanziare risorse aggiuntive: personale, digitale, governance, trasporti sanitari vengono evocati, ma non finanziati. Il rischio è una riforma che aggiunge carichi di lavoro senza creare valore.
Particolarmente critico il passaggio sugli ospedali di “terzo livello” e sugli ospedali elettivi senza pronto soccorso. Per molti operatori si tratta di etichette che non risolvono il problema reale: chi lavora in questi ospedali? Come si evitano squilibri territoriali e strutture di serie A e di serie B?
Università e ricerca: un pilastro da valorizzare
Dal mondo accademico è arrivato un messaggio chiaro: l’università non può essere un attore marginale della riforma. Le aziende ospedaliere universitarie sono già oggi luoghi di integrazione tra assistenza, formazione e ricerca. Possono diventare nodi strategici delle reti cliniche, soprattutto per le patologie ad alta complessità e per la sanità data-driven.
Ma per farlo serve ripensare anche i modelli formativi. Non si può parlare di integrazione ospedale-territorio se si continuano a formare professionisti per un sistema frammentato. La riforma, in questo senso, chiama in causa direttamente università e scuole di specializzazione.
Il grande assente: il personale sanitario
Su un punto il confronto è stato unanime: senza una risposta strutturale alla crisi del personale, ogni riforma è destinata a fallire. Infermieri in primis, ma anche medici di medicina generale, pediatri e professionisti sanitari nel loro complesso.
La scarsa attrattività del Sistema Sanitario Nazionale, i carichi di lavoro, la mancanza di prospettive di carriera e di modelli organizzativi innovativi spingono sempre più professionisti verso il privato o verso l’estero. Le nuove generazioni chiedono flessibilità, qualità della vita, tecnologia, sfide professionali. E il sistema pubblico fatica a rispondere.
Da più interventi è arrivata la richiesta di superare le “battaglie di retroguardia” e di ripensare davvero ruoli, competenze e responsabilità, anche attraverso una diversa valorizzazione delle professioni sanitarie e una maggiore integrazione con il sociale.
Altro tema ricorrente è stato il territorio. Molti hanno sottolineato come il DDL appaia ancora ospedalocentrico, nonostante il PNRR abbia investito su case e ospedali di comunità. In molte aree del Paese, soprattutto al Sud, queste strutture restano sulla carta.
E soprattutto, nel testo manca un riferimento esplicito alla prevenzione. Un’assenza che pesa, se si considera che l’accesso alle cure è oggi il principale indicatore di sofferenza del sistema: milioni di cittadini rinunciano alle prestazioni per tempi d’attesa troppo lunghi o per costi insostenibili, con forti disuguaglianze territoriali.
Farmaci, digitale e sostenibilità: ripensare il sistema nel suo insieme
Dal mondo dell’industria farmaceutica è arrivato un invito a superare la logica dei compartimenti stagni. L’innovazione farmacologica ha già spostato il luogo di cura dall’ospedale al territorio, riducendo ricoveri e complicanze. Ma se i benefici non vengono misurati e reinvestiti lungo il percorso assistenziale, il sistema resta bloccato in una lettura puramente contabile.
Lo stesso vale per il digitale: interoperabilità, telemedicina, real-world evidence non possono essere slogan. Servono investimenti, regole e una visione di sistema che tenga insieme clinica, organizzazione e dati.
La politica davanti alla scelta
Il senatore promotore ha rivendicato il “coraggio” del Governo nel mettere mano a una riforma complessa, respingendo l’idea che la paura del cambiamento possa essere una guida. La legge delega, ha sostenuto, è lo strumento necessario per evitare riforme interminabili e per fornire indirizzi chiari ai decreti attuativi.
Ma il messaggio che emerge dall’intera mattinata è più articolato: la riforma del Sistema Sanitario Nazionale non sarà giudicata dalle etichette o dagli schemi organizzativi, ma dalla capacità di migliorare la presa in carico dei pazienti, ridurre le disuguaglianze, valorizzare il personale e rendere sostenibile l’innovazione.
Il confronto è appena iniziato. E, come è stato detto più volte, l’alternativa a una riforma imperfetta non è lo status quo, ma il rischio di un sistema che continua a perdere pezzi, lentamente, sotto il peso dei suoi stessi ritardi.
