Roma, 4 febbraio 2026 - L’incontro alla Camera dei Deputati per la presentazione del Rapporto 2025 di Italia Decide ha messo a fuoco un tema di policy: le aree interne come componente strutturale del Paese, non come categoria residuale. Gli interventi hanno seguito una linea comune: senza strumenti capaci di leggere la varietà territoriale e senza processi che rendano le comunità parte attiva, spopolamento, fragilità dei servizi e disuguaglianze territoriali tendono a consolidarsi.
La cornice istituzionale del Rapporto
Nel saluto iniziale è stato richiamato il Rapporto come strumento di analisi e proposta sulle aree interne, in un quadro segnato da cambiamenti sociali che indeboliscono il tessuto locale. La decrescita demografica è stata citata come fattore che produce effetti a catena su servizi, opportunità e vita quotidiana.
È stata indicata la necessità di interventi “di ampio respiro” e non episodici, con un’attenzione particolare al ruolo della cultura quando è collegata a risultati concreti: opportunità di lavoro, qualità della vita, possibilità per i giovani di restare o tornare. La cornice proposta è multilivello: istituzioni, comunità, attori economici e amministrazioni.
Italia Decide e la continuità del lavoro sui territori
La presentazione del Rapporto 2025 è stata collocata dentro un percorso di ricerca di Italia Decide sui “luoghi del vivere”, con un passaggio dalla scala urbana a quella territoriale. L’assunto esplicito è che il tema non sia “settoriale”, ma richieda un punto di vista trasversale che tocchi servizi, infrastrutture, economia locale e coesione.
È stato ribadito il carattere policentrico dell’Italia: poche grandi città, molte città medie, migliaia di piccoli comuni, aree costiere e montane, sistemi territoriali differenziati. Da qui la critica alle dicotomie (centro-periferia, città-campagna, nord-sud) che hanno semplificato la lettura del Paese e, di conseguenza, orientato politiche non sempre aderenti alle condizioni reali.
Numeri e geografia: dimensione del fenomeno
Sono stati richiamati dati per qualificare la scala: i comuni ultraperiferici coprono circa il 60% del territorio nazionale e sono 3.800 su circa 8.000 comuni; vi risiede quasi un quarto della popolazione e si concentra il 13,2% del fatturato nazionale. La tesi collegata a questi numeri è che non sia corretto trattare le aree interne come un tema locale o circoscritto.
Il ragionamento conseguente è operativo: se le condizioni di abitare, lavorare, studiare e accedere ai servizi cambiano in modo netto tra luoghi diversi, servono strumenti differenziati. L’etichetta di “marginalità” è stata descritta anche come esito possibile di scelte pubbliche: se un’area viene definita marginale in modo rigido, diventa più probabile che su quell’area si disinvesta, innescando un circolo che rende “vera” la marginalità.
PNRR e SNAI: lettura territoriale più dettagliata
È stato evidenziato che PNRR e Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI) hanno contribuito a una rappresentazione più minuta del territorio, rendendo meno utile la divisione in blocchi contrapposti e più necessario misurare le politiche sulla varietà delle condizioni locali.
È stato richiamato anche il ciclo di programmazione 2021–2027, per l’affiancamento tra crescita economica e obiettivi di coesione e capitale sociale. In questo schema, cultura, natura e turismo sostenibile sono stati presentati come driver di sviluppo sociale, economico e ambientale, non come ambiti “decorativi”.
Cultura: evitare l’equivoco della sola redditività
Un passaggio centrale ha riguardato i fraintendimenti già sperimentati nelle politiche culturali. È stato indicato il rischio di ridurre la cultura a metrica di redditività o a consumo individuale, trattandola come prodotto di mercato.
Sono stati citati effetti osservabili: borghi trasformati in scenografie ma spopolati, centri storici che perdono funzioni produttive e artigianali, sostituzione di attività permanenti con usi temporanei. L’impostazione proposta dal Rapporto sposta l’asse su criteri diversi: capacità trasformativa per comunità e amministrazioni, crescita della partecipazione, cittadinanza attiva, volontariato e pratiche di comunità, con connessioni esplicite a rigenerazione urbana, politiche giovanili, tutela ambientale e servizi.
Partecipazione debole e rischio di impatti asimmetrici
L’intervento della direttrice scientifica Daniela Viglione ha insistito su un limite di efficacia: una quota molto ampia degli abitanti delle aree interne dichiara di non sapere nulla degli interventi approvati o in corso. Questo dato è stato usato per descrivere una criticità strutturale: politiche anche ben finanziate rischiano di produrre risultati diseguali, forti dove esistono ecosistemi territoriali maturi e deboli dove l’energia sociale è già scarsa.
La proposta è stata formulata in termini di cultura come prerequisito della partecipazione: una grammatica comune che consenta di trasformare investimenti e progetti in relazioni, fiducia e capacità di collaborazione tra attori locali, pubblico e privato.
Struttura del Rapporto 2025: sezioni e logica
Il Rapporto è stato presentato come lavoro collettivo articolato in cinque sezioni, costruite per passare da cornici generali a modelli, attori e casi. La sezione “scenari” propone chiavi di lettura sulle aree interne come laboratori di futuro e sull’Europa dei territori, con un focus sulla necessità di includere stabilmente la cultura nei cicli di bilancio.
Le sezioni successive seguono una logica funzionale: “ambiti” per i settori in cui la cultura agisce come attivatore (welfare, cura, benessere, rapporto con la terra, turismo), “attori” per le reti che possono rendere le politiche più robuste (fondazioni, imprenditorialità culturale, beni comuni), “percorsi” per progettualità e strumenti (spazi culturali, rigenerazione, misurazione e indicatori), “sguardi” per casi che mostrano la cultura come fattore di legame e capacità di azione in contesti fragili.
Il riferimento al ciclone e il tema del “noi”
Nella lectio del Presidente del CNEL Renato Brunetta, l’apertura è stata legata al ciclone che ha colpito aree di Calabria, Sicilia e Sardegna. Il riferimento è stato usato per evidenziare un registro ricorrente: attribuzione di responsabilità sempre a un “loro”, con scarsa assunzione collettiva del “noi”.
In questo quadro è stata contestata l’equazione automatica tra “aree interne” e sottosviluppo. Brunetta ha scandito una formula netta: “Aree interne in sé non vuol dire nulla”, sostenendo che il significato emerge solo se le si colloca storicamente dentro la traiettoria dello sviluppo economico che ha prodotto crescita e, insieme, svuotamento e concentrazione.
Dallo svuotamento alla perimetrazione delle politiche
L’argomento ha ricondotto lo svuotamento demografico e dei servizi a una dinamica lunga: lo sviluppo ha riempito le città e svuotato parti del Paese, e solo in tempi relativamente recenti il fenomeno è stato trattato come problema specifico. È stata richiamata la SNAI 2013–2014 come primo tentativo di definire e perimetrare il tema, con l’idea che nel tempo la scala del fenomeno sia risultata più ampia di quanto inizialmente rappresentato.
È stato inoltre accostato il tema delle aree interne a quello delle periferie urbane, come esito della stessa dinamica: vuoti nei territori interni e pieni urbani che generano marginalità diverse. La lettura proposta è che il nodo non sia “locale”, ma nazionale.
Cultura come rete: definizione operativa
La parte più operativa della lectio ha proposto una definizione funzionale di cultura: rete, connessione, relazionalità, trasmissione. Il punto è stato espresso in modo tecnico: le idee, a differenza delle risorse materiali, aumentano valore quando circolano; la cultura diventa leva pubblica quando produce scambio, apprendimento e capacità collettiva.
In questa chiave è stato sostenuto che la risposta non possa essere solo un elenco di interventi, ma una capacità di connettere reti già esistenti e reti nuove, rendendo la cultura un’infrastruttura sociale che abilita cooperazione e progettazione territoriale. La stessa logica è stata collegata alla necessità di politiche di lunga durata, coerenti con dinamiche demografiche e climatiche non reversibili nel breve periodo.
Premi ai comuni del cratere: tre esempi di progettualità
La chiusura dell’incontro ha previsto la consegna di premi a tre comuni del cratere, come collegamento tra analisi e pratiche. I progetti premiati sono stati descritti come esempi di rigenerazione culturale e sviluppo locale: un campus di formazione legato all’accoglienza e all’agroalimentare; un processo partecipativo di comunità con riattivazione di spazi; una rassegna musicale con masterclass e residenza artistica diffusa.
La selezione è stata presentata come indicazione di metodo: progetti che combinano risorse pubbliche e private, legame territoriale e continuità, con un’impostazione che non separa cultura da servizi, formazione, lavoro e coesione sociale.
