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Rapporto Fondazione Edison Fab13 2025

Roma, 20 gennaio 2026 - Presso la Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, alla Camera dei Deputati, è stato presentato il rapporto della Fondazione Edison dedicato alle “FAB 13”, le tredici aziende farmaceutiche storiche del Made in Italy a capitale italiano. Un appuntamento nato per mettere in fila numeri e tendenze di un comparto che, nel racconto di istituzioni, imprese ed economisti, non rappresenta più solo una eccellenza tra le tante della manifattura nazionale, ma un asse portante della competitività italiana. Dal valore dell’export alla crescita degli investimenti, dalla qualità della forza lavoro alla capacità di reggere shock globali e turbolenze geopolitiche, il dibattito ha ruotato attorno al ruolo strategico dell'industria farmaceutica. Strategico per l’economia, per l’innovazione, ma anche per la sicurezza sanitaria e l’autonomia produttiva del Paese.

L’apertura e il quadro politico-industriale

L’incontro è stato introdotto ricordando l’arrivo in sala del ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, presente in ascolto, e la lettera del ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, letta in estratto. Nella lettera Urso ha dichiarato:

 L’industria farmaceutica italiana si distingue come uno dei settori trainanti del nuovo Made in Italy e le FAB13 sono riconosciute come ambasciatori dell’industria italiana nel mondo. L’industria farmaceutica è cresciuta tantissimo negli ultimi 15 anni, in termini di produzione, ricerca, occupazione ed export anche grazie al vostro impegno. Siete un modello di sviluppo che ha saputo trasformare alcune peculiarità del sistema italiano in leve di competitività e di crescita. Siamo consapevoli dell’importanza del settore: per questo abbiamo avviato da subito un tavolo dedicato al comparto raccogliendo indicazioni, poi confluite anche nel Libro bianco di politica industriale di prossima pubblicazione. Concludo ricordando che tra gli strumenti più graditi anche alle vostre imprese, troviamo gli Accordi di Innovazione: l’ultimo bando è stato aperto la scorsa settimana, mettendo a disposizione 731 milioni di euro a favore di interventi di ricerca e sviluppo di rilevante impatto tecnologico.

Il messaggio politico è stato chiaro fin dall’inizio: se l’export italiano vuole continuare a crescere e a spostarsi su produzioni ad alto valore, la farmaceutica è una delle leve più solide. Il rapporto Edison diventa così non solo un’analisi settoriale, ma una lente su come sta cambiando il Made in Italy, sempre meno legato alla competizione di prezzo e sempre più fondato su qualità, innovazione e capacità scientifica.

I saluti istituzionali: un’eccellenza riconosciuta dopo la pandemia

Nei saluti istituzionali, l’onorevole Francesco Battistoni ha inquadrato le FAB 13 come tredici aziende “nate in Italia e cresciute nel mondo” senza perdere radicamento nazionale. Ha ricordato come la pandemia abbia cambiato la percezione collettiva del ruolo dell’industria farmaceutica: dal Covid in poi, ha sostenuto, ricerca e produzione sono state viste dai cittadini come un presidio di sicurezza, affidabilità e vicinanza, capaci di rispondere in tempi rapidi a bisogni nuovi.

Battistoni ha collegato il tema a un dato considerato emblematico: nel 2024 l’export farmaceutico italiano ha sfiorato i 54 miliardi di euro, diventando uno dei principali biglietti da visita dell’Italia nel mondo. Nel suo intervento ha poi aggiunto un elemento di struttura: nel 2024 il 76% dei ricavi delle FAB 13 sarebbe stato generato all’estero ma “interamente consolidato” in Italia, con ritorni diretti sull’economia nazionale. Sul piano della sicurezza sanitaria, ha citato i 29 siti produttivi in Italia come garanzia di continuità terapeutica e come argine alle carenze di medicinali, mentre sul fronte occupazionale ha richiamato oltre 50 mila addetti nel mondo, con competenze altamente qualificate.

Le FAB 13: un elenco che diventa sistema

Nel corso dell’introduzione sono state ricordate le aziende che compongono il gruppo: Alfa Sigma, Abiogen Pharma, Angelini Pharma, Chiesi Farmaceutici, Dompé Farmaceutici, Ibsa, Italfarmaco, Kedrion, Menarini, Molteni, Neopharmed Gentili e Zambon. L’elenco, più che una formalità, ha avuto la funzione di trasformare un acronimo in un corpo industriale concreto: aziende diverse per dimensioni e specializzazioni, ma accomunate dall’essere cresciute in un mercato globale mantenendo in Italia cuore industriale e decisionale.

Alberto Chiesi: ricerca che diventa benessere e valore economico

Nei saluti iniziali, Alberto Chiesi, presidente di Industrie Farmaceutiche Italiane (FAB 13), ha definito il rapporto Edison “illuminante” e lo ha presentato non come un semplice documento, ma come una testimonianza di come l’imprenditoria italiana sappia trasformare la ricerca in benessere per le persone e in motore economico. Nel suo intervento ha insistito su un doppio livello: il valore sociale dei farmaci, in un Paese attraversato da sfide demografiche e sanitarie, e il peso della filiera come pilastro produttivo.

Chiesi ha richiamato il senso di un’industria farmaceutica “forte” — italiana e multinazionale — per la tenuta del Servizio sanitario nazionale, e ha quantificato l’impatto delle FAB 13: un fatturato aggregato vicino ai 20 miliardi di euro, oltre 50 mila professionisti impiegati e una contribuzione sostanziale al PIL. Il tono, più che celebrativo, è stato un invito a proteggere e sostenere un settore che combina ricerca, etica e responsabilità sociale, con una convinzione ribadita: nel successo industriale “c’è il futuro della nostra salute e della nostra prosperità”.

Il tema europeo: tra direttive e proprietà intellettuale

Prima dell’esposizione dei dati, è stato anticipato un nodo che avrebbe attraversato più interventi: la preoccupazione per alcune politiche europee considerate miopi verso un settore strategico, dalla direttiva sulle acque reflue urbane alla nuova legislazione farmaceutica europea, citata come causa di una riduzione dei tempi di protezione della proprietà intellettuale. Sullo sfondo, la competizione globale e le turbative geopolitiche: Stati Uniti e Cina come poli industriali e tecnologici, e un’Europa chiamata a scegliere se difendere e rafforzare la propria capacità produttiva o accettare un indebolimento relativo.

Marco Fortis e il “boom” che cambia la classifica dell’Italia nel mondo

La presentazione del rapporto è stata affidata a Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison, che ha collocato la farmaceutica — insieme all’agroalimentare — tra le due grandi forze che nel post-Covid hanno trainato manifattura ed export. Fortis ha richiamato un confronto di lungo periodo: dieci anni fa l’Italia era il settimo esportatore mondiale; oggi compete con il Giappone per il quarto posto, con uno scarto ridotto. La chiave, secondo l’analisi proposta, è il “boom” della farmaceutica, sostenuto da due gambe: la gamba italiana, composta soprattutto dalle FAB 13 e da un gruppo di terzisti, e quella delle multinazionali estere che hanno investito in Italia contribuendo in modo significativo alle esportazioni.

I numeri richiamati per il 2024, in attesa del rapporto successivo, sono stati descritti come notevolissimi: ricavi in aumento del 12%, esportazioni cresciute del 16%, investimenti +21%, occupati +3% in un biennio considerato difficile. Fortis ha citato anche un elemento di “riconoscimento pubblico” del fenomeno: la nota mensile dell’Istat che avrebbe dedicato un paragrafo specifico al boom dell’industria e dell’export farmaceutico, segno — nel ragionamento — di una trasformazione ormai macroscopica.

Export: da 19 miliardi a oltre 51 in otto anni

Uno dei passaggi centrali dell’esposizione è stato l’andamento del commercio estero: l’export farmaceutico italiano, ha ricordato Fortis, è passato dai 19,2 miliardi del 2016 ai 51,3 miliardi del 2024, con l’aspettativa che i dati definitivi del 2025 segnino un nuovo record. La dinamica non è stata presentata solo come crescita quantitativa, ma come cambiamento di ruolo: l’Italia avrebbe trasformato il proprio profilo da Paese deficitario nel farmaco a Paese con surplus commerciale, aggiungendo la specializzazione farmaceutica alle tradizionali vocazioni del Made in Italy (moda, casa, meccanica, nautica, cosmetica), e rafforzando la capacità del Paese di reggere la competizione globale su beni meno vulnerabili alla concorrenza basata sul basso costo del lavoro.

Il dato, nel racconto, ha una valenza simbolica: se l’Italia “sa fare quasi tutto”, la farmaceutica rappresenta l’ultima grande specializzazione ad alto valore aggiunto entrata con forza tra i motori dell’export nazionale.

Il cambiamento del “paniere”: la farmaceutica ai primi posti

Fortis ha insistito su un’immagine comparativa che mira a spiegare il cambiamento del Made in Italy. Nel 2001, tra i primi prodotti per surplus commerciale con l’estero, dominavano voci legate a settori tradizionali; la farmaceutica compariva con una sola categoria. Nel 2024, invece, due categorie farmaceutiche sarebbero diventate le prime due voci di surplus commerciale, e nei primi nove mesi del 2025 le categorie farmaceutiche salirebbero addirittura a tre, occupando i primi tre posti. Il messaggio non è solo statistico: è una riscrittura della gerarchia industriale del Paese, in cui ricerca, qualità e innovazione diventano determinanti più del prezzo.

Le FAB 13 come “gamba italiana”: crescita e internazionalizzazione

Quando l’attenzione si è spostata sulle tredici aziende, Fortis ha evidenziato l’aumento di ricavi, investimenti e occupazione, e soprattutto una caratteristica considerata decisiva: le FAB 13 mantengono in Italia “cuore e cervello”, ma hanno anche una presenza estera rilevantissima. Questo, nella lettura proposta, consente loro di essere al tempo stesso radicate e globali: esportano prodotti realizzati in Italia e producono anche all’estero tramite stabilimenti propri, contribuendo a una forma di internazionalizzazione che rafforza la proiezione italiana nel mondo.

Qui Fortis ha fornito una cifra che ha dato la misura dell’ordine di grandezza: 7,2 miliardi di esportazioni dall’Italia di prodotti delle FAB 13 e 7,6 miliardi realizzati in stabilimenti esteri, entrambi in crescita rispetto al 2023. Per rendere comprensibile l’entità, ha proposto un paragone: esportare 7,2 miliardi, per le FAB 13, equivale a esportare più di quanto l’Italia esporti complessivamente verso il Canada, e poco meno di quanto esporti verso il Giappone. Una comparazione pensata per raccontare che, nel bilancio estero, il contributo di un singolo gruppo di imprese può valere quanto un intero mercato nazionale.

La “camera di compensazione” durante il rallentamento di altri mercati

Un altro passaggio chiave dell’intervento di Fortis ha collegato l’andamento delle FAB 13 alle difficoltà dei mercati tradizionali. Secondo i numeri presentati, tra 2023 e 2024 rispetto al 2022 l’export delle FAB 13 sarebbe aumentato di circa 2 miliardi, mentre l’export complessivo verso Stati Uniti, Cina, Canada e Francia sarebbe diminuito di 1,9 miliardi. In questa lettura, la farmaceutica italiana avrebbe funzionato come camera di compensazione: mentre alcuni mercati rallentavano, l’aumento delle esportazioni farmaceutiche ha contribuito a tenere la rotta complessiva del Paese.

Fortis ha aggiunto un indicatore qualitativo: la crescita dei ricavi per occupato, interpretata come segnale di aumento di produttività legato non solo a efficienza, ma alla qualità e innovatività dei prodotti. Ha chiuso richiamando un ricordo storico — l’idea, diffusa per anni, che “non ci sarebbe più stata una farmaceutica italiana” — per ribaltarla: la farmaceutica italiana esiste e ha un nucleo riconoscibile, rappresentato dalle FAB 13.

Garavaglia: domanda interna, regole europee e “warning” del payback

L’intervento del senatore Massimo Garavaglia, presidente della Commissione Finanze del Senato, ha spostato il focus dall’orgoglio dei numeri alle questioni di policy. Ha iniziato collegando qualità della vita e aspettativa di vita italiana a due fattori: la dieta mediterranea “che facciamo finta di seguire” e soprattutto un sistema sanitario universalistico sostenuto da farmaceutica di qualità. Da lì, il passaggio alla domanda interna: se le esportazioni esplodono e il mercato domestico cresce più lentamente, significa — ha sostenuto — che sul mercato interno si può fare di più.

Garavaglia ha citato esempi concreti, come la scarsa diffusione dei generici proprio nelle regioni con più povertà, indicando un tema culturale e organizzativo. Ha poi criticato la lentezza europea nel gestire regole che rischiano di gravare sui produttori continentali — richiamando la direttiva sulle acque reflue — mentre i competitor globali non sarebbero sottoposti a vincoli equivalenti. La conclusione è stata una richiesta di realismo: il mondo è “post-globalizzazione”, e regole diverse producono competizione distorta.

Nella parte più tecnica, Garavaglia ha sollevato due questioni: la contabilizzazione degli investimenti in farmaci innovativi come spesa corrente e il payback. Su quest’ultimo ha evocato un “warning” percepito a Wall Street sugli investimenti in Italia, legato a un meccanismo considerato incomprensibile all’estero e penalizzante. Ha sostenuto che una recente scelta legislativa — premiare le regioni che sforano di più — sposterebbe di fatto la responsabilità dello sforamento sulle regioni, aprendo lo spazio per rivedere l’impianto e rimuovere un “tappo” agli investimenti.

Gusmeroli: Made in Italy, ricerca e la sfida dell’intelligenza artificiale

L’onorevole Alberto Gusmeroli, presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, ha collegato i dati del rapporto a due indagini conoscitive svolte in commissione: quella sul Made in Italy e quella sull’intelligenza artificiale, confluite — ha ricordato — in due leggi dedicate. Il suo intervento ha insistito sul valore del posizionamento qualitativo: in una fase segnata da dazi, barriere e fragilità delle PMI, uscire dalla competizione di prezzo e puntare su eccellenza e ricerca diventa decisivo.

Sul fronte digitale, Gusmeroli ha evidenziato una frattura competitiva tra aziende che adottano l’IA e aziende che non la adottano: il 61% delle grandi imprese userebbe sistemi di intelligenza artificiale, contro il 16% delle PMI. Ha poi richiamato un dato sociale: solo il 56% dei cittadini avrebbe una minima dimestichezza con il digitale, aprendo un rischio di esclusione che riguarda anche sanità e accesso ai servizi. Il messaggio è stato che sostenere le FAB 13 significa anche usarle come benchmark, ma senza dimenticare che l’innovazione deve restare inclusiva.

Capellacci: tenere insieme accesso alle cure e competitività

Nel contributo video, l’onorevole Ugo Capellacci, presidente della Commissione Affari Sociali, ha ribadito la centralità dell’industria farmaceutica come settore trainante che unisce produzione, ricerca, lavoro qualificato e capacità di competere. Ha richiamato il dato dell’export 2024 vicino a 54 miliardi e ha definito la sfida istituzionale come equilibrio tra accesso alle cure, sostenibilità del SSN e spinta all’innovazione.

Capellacci ha elencato alcune priorità: ricerca clinica, trasferimento tecnologico, competenze e sicurezza delle forniture. E ha presentato il rapporto come strumento utile non solo per leggere risultati, ma per orientare scelte che incidono sulla vita e sulla salute dei cittadini.

Durigon: lavoro qualificato e cultura contrattuale del settore

Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha impostato il suo intervento in modo personale, ricordando di provenire dal mondo farmaceutico e descrivendo il settore come una realtà che ha saputo mantenere in Italia grandi gruppi grazie a una combinazione di forza lavoro preparata, cultura industriale e capacità di innovare anche nelle relazioni contrattuali. Ha sostenuto che farmaceutica e metalmeccanica hanno spesso anticipato innovazioni contrattuali poi replicate altrove, e ha collegato la tenuta del comparto a una “fidelizzazione” favorita da contratti stabili e da una gestione bilaterale attenta alla formazione.

Per spiegare il salto culturale, ha ricordato un episodio di inizio carriera legato a un premio natalizio “importante” per tutti i dipendenti, come simbolo di un settore che investiva sulle persone già trent’anni fa. Ha poi richiamato la necessità di semplificazione normativa e ha guardato all’intelligenza artificiale non come minaccia, ma come nuova rivoluzione che il comparto saprebbe governare, proprio perché storicamente abituato a integrare innovazione e produttività.

Lorenzin: farmaceutica come sicurezza nazionale e asset da difendere

La senatrice Beatrice Lorenzin, già ministro della Salute, ha letto i dati come una notizia “che fa bene al cuore” ma anche come una chiamata alla strategia. Il suo auspicio, formulato in modo diretto, è che le FAB 13 diventino 14, 15, 16: crescere di numero e massa critica per competere con le big pharma globali. Ma soprattutto ha posto il tema in termini di sicurezza nazionale: nella fase attuale, ha sostenuto, life science e farmaceutica non sono un comparto “tradizionale”, bensì un asset strategico che va concepito come difesa e autonomia produttiva.

Lorenzin ha insistito sul tema dei principi attivi: per anni si è pensato di poterne fare a meno, ma non è così, e chi li produce in Italia non può essere messo sullo stesso piano competitivo di chi lo fa in Cina o India. Ha poi indicato una visione di medio-lungo periodo per l’industria: tra gli assi del futuro, ha citato life science, intelligenza artificiale e quantistica computazionale, sostenendo che sul pharma l’Italia “ha già” un vantaggio e deve difenderlo e farlo crescere.

Nel capitolo delle criticità, ha richiamato il payback come tema non risolto che incide sulla competitività e che va affrontato tenendo insieme sostenibilità e capacità di investimento. Ha allargato la cornice a energia, ambiente, regolazioni europee, capitale umano e fiscalità per la ricerca: una filiera complessa, intrecciata con il SSN e con il sistema regionale, che richiede politiche coerenti.

Misiani: il settore non è più “uno tra tanti”, serve stabilità

Il senatore Antonio Misiani ha definito il rapporto un documento che dimostra, numeri alla mano, che la farmaceutica è diventata un asse portante dell’economia italiana: produzione, export e qualità della forza lavoro lo confermano. Ha inserito il dato in un contesto più ampio: l’Italia vive un calo della produzione industriale in molti mesi recenti, ma non è “condannata al declino”; la traiettoria della farmaceutica e delle FAB 13 dimostra che esiste un capitalismo italiano capace di crescere, fare innovazione e competere.

Misiani ha però avvertito che l’ecosistema che ha favorito la crescita è sotto pressione: frammentazione geopolitica, rischio dazi, incertezza dei mercati. Da qui la richiesta di politiche pubbliche solide e stabili, possibilmente condivise tra maggioranza e opposizione. Ha citato il payback come fattore distorsivo che scoraggia investimenti e ha richiamato anche il tema delle tempistiche regolatorie e della domanda interna: non si può immaginare un futuro legato solo all’export in una fase di ritorno del protezionismo. Ha invocato un salto di qualità nazionale ed europeo, richiamando l’esigenza di una cornice che tenga insieme vincoli di bilancio, accesso alle cure e condizioni competitive per chi investe.

Un sostegno virtuale: il contributo video di Marco Osnato

Nel video, l’onorevole Marco Osnato ha ringraziato la Fondazione Edison e ha ribadito l’importanza della farmaceutica come eccellenza non solo quantitativa, per la crescita dell’export, ma anche qualitativa perché intorno alla produzione si concentrano ricerca, sviluppo e innovazione. Ha collegato questa evidenza alla necessità, sottolineata da più parti, di un supporto politico continuativo e non episodico.

De Santis: ottimismo moderato e preoccupazione per la miopia europea

In chiusura, Francesco De Santis (Italfarmaco), vicepresidente Confindustria con delega a ricerca e sviluppo, ha descritto il “sentimento” degli imprenditori guardando ai dati: moderato ottimismo, perché è nel mestiere dell’impresa vedere possibilità di crescita, ma anche attenzione alle preoccupazioni di un contesto geopolitico frammentato. Ha riconosciuto che negli anni, con governi diversi, si è consolidata una politica industriale farmaceutica che ha reso il settore più competitivo.

La parte più critica del suo intervento ha riguardato l’Europa: la direttiva sulle acque reflue e la legislazione farmaceutica vengono viste come esempi di un approccio che rischia di penalizzare il comparto. De Santis ha riassunto la perplessità con un argomento di principio: si chiedono costi e adempimenti crescenti a un’industria che produce beni essenziali, mentre sul piano della proprietà intellettuale l’Europa ridurrebbe protezioni proprio mentre Stati Uniti e Cina le rafforzano. Una “miopia industriale”, l’ha definita, che richiede un cambio di passo.

Ha chiuso con ringraziamenti alla Camera, alla Fondazione Edison e al professor Fortis, ma soprattutto con un richiamo ai lavoratori: le oltre 50 mila persone del settore, spesso invisibili nelle fotografie ufficiali, che ogni giorno rendono possibile ricerca, produzione e crescita.

Un settore che ridisegna il Made in Italy

La presentazione del rapporto Edison sulle FAB 13 ha restituito un’immagine chiara: la farmaceutica italiana non è più un comparto “di eccellenza” tra altri, ma una colonna della competitività nazionale, capace di spostare l’ago della bilancia commerciale e di sostenere l’industria in fasi di rallentamento di mercati tradizionali. Allo stesso tempo, il dibattito ha mostrato che la forza dei numeri non basta se l’ecosistema si indebolisce: payback, regole europee, costi regolatori, attrattività degli investimenti e domanda interna sono i nodi su cui la politica è chiamata a costruire scelte stabili.

Il messaggio che unisce interventi diversi è questo: un Paese che ha già un vantaggio competitivo nelle scienze della vita non deve reinventarsi da capo, ma deve proteggere ciò che funziona, farlo crescere e renderlo più robusto.

 

 

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