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Liberi di scegliere

Roma, 15 gennaio 2026 - Nella Sala della Regina di Montecitorio si è discussa una questione che attraversa generazioni: la possibilità, per ragazzi e ragazze nati in famiglie mafiose, di avere davvero una scelta. “Liberi di scegliere” è il titolo della proposta di legge presentata con un consenso dichiaratamente trasversale e con l’obiettivo di rendere organiche e uniformi, su tutto il territorio nazionale, misure già sperimentate attraverso un orientamento giurisprudenziale nato nel 2012 a Reggio Calabria e un protocollo di accoglienza costruito con il contributo della società civile. Il punto di partenza, emerso dagli interventi, è netto: l’azione dello Stato contro le mafie non può fermarsi alla repressione, perché in molti contesti la criminalità organizzata “arriva prima”, si insinua nell’educazione e nella cultura familiare, e lì recluta e addestra.

Una proposta per arrivare prima

La proposta di legge mira a intervenire quando esiste un pregiudizio grave, concreto e attuale per il minore, valutato caso per caso, e quando la permanenza nel contesto d’origine rischia di compromettere integrità psicofisica, sviluppo affettivo e percorso educativo. In questa impostazione, la tutela non è automatica né generalizzata: viene presentata come un intervento mirato, costruito su presupposti verificabili e accompagnato da misure di supporto. La prevenzione, nelle parole dei relatori, non è una “morale pubblica” imposta dall’alto, ma un modo per togliere terreno alle mafie dove più facilmente attecchiscono: nell’abitudine e nell’assenza di alternative.

Adolescenza come territorio di conquista

Molti giovani continuano a essere coinvolti e reclutati per attività illecite — traffico di stupefacenti, estorsioni, intimidazioni — spesso in contesti sociali difficili, dove la “cultura dell’illegalità” viene respirata precocemente e, prima ancora che nei quartieri, si eredita in casa. La promessa è quella dell’ascesa facile: potere, prestigio, denaro. Il risultato, invece, è una trappola. I ragazzi finiscono per essere insieme vittime e strumenti, mentre i veri beneficiari restano i vertici criminali, mossi da interessi affaristici e clientelari.

La conseguenza che è stata più citata negli interventi non è solo giudiziaria: è educativa e psicologica. Abituandosi alla violenza, cresce una percezione distorta delle istituzioni, viste come un nemico, non come un presidio. Per questo, l’idea che torna è sempre la stessa: quando lo Stato riesce a entrare nella vita di un adolescente prima della mafia, non sta “togliendo” qualcosa, ma sta restituendo la possibilità di scegliere un futuro diverso fatto di scuola, lavoro dignitoso, relazioni sane e regole di convivenza.

Un patto tra istituzioni e territorio

La proposta viene raccontata come un progetto che richiede un apporto integrato: famiglie, scuole, servizi sociali, magistratura e terzo settore. Il messaggio politico è che nessuno può reggere da solo una sfida così complessa, e che la prevenzione — se deve essere credibile — non può ridursi a un annuncio o a un protocollo lasciato alla buona volontà dei singoli. In questa cornice, la legge viene presentata come lo strumento capace di dare continuità e di mettere in rete competenze diverse, evitando disomogeneità territoriali e vuoti di tutela.

Consenso trasversale e urgenza operativa

La natura trasversale del testo è stata sottolineata più volte: un disegno di legge presentato alla Camera e al Senato con firme e sostegno di tutti i gruppi parlamentari, in un contesto in cui la lotta alle mafie e la protezione dei minori vengono indicate come valori che superano le appartenenze. Ma al consenso si accompagna una richiesta precisa: fare in fretta. La rapidità, per i relatori, non è un vezzo procedurale: riguarda persone già in fuga, già esposte, già costrette a vivere con strumenti insufficienti e con una burocrazia che non riconosce la loro condizione.

È in questo passaggio che Don Luigi Ciotti ha invocato una “corsia preferenziale”. Il ragionamento è semplice: quando sono in gioco vita e sicurezza, non basta “condividere” un testo, occorre rendere immediatamente praticabili le tutele. Ciotti ha ricordato che in molte fasi precedenti, e in più governi, si sono ascoltate promesse e intenzioni, ma la struttura concreta dell’accoglienza ha spesso retto grazie a reti associative e al contributo di soggetti esterni, tra cui la Conferenza Episcopale Italiana.

Una storia lunga, prima ancora del 2012

Nel suo intervento, Ciotti ha insistito su un elemento di memoria: “Liberi di scegliere” non nasce dal nulla. Ha evocato gli anni più violenti di Reggio Calabria tra metà anni Settanta e primi anni Novanta, le faide, le guerre di mafia e i primi tentativi di sottrarre bambini a quel clima. Ha citato figure che, già negli anni Ottanta, provarono a muoversi sul confine tra tutela e protezione: il sacerdote don Italo Calabrò, per cui è stato avviato un percorso di beatificazione, e magistrati come Ilario Pachì, presidente del Tribunale per i minorenni, che firmò provvedimenti di affidamento.

Il senso di questa ricostruzione non è celebrativo: è un monito. Se oggi si discute una legge, è anche perché in passato intuizioni importanti si sono fermate, si sono disperse, o sono rimaste circoscritte. La proposta viene presentata proprio come la possibilità di evitare che tutto dipenda ancora una volta dall’eccezione, dalla sensibilità del singolo ufficio o dalla casualità di un incontro.

Il cuore dell’origine: Reggio Calabria 2012

Roberto Di Bella colloca la nascita dell’orientamento giurisprudenziale nel 2012, nel lavoro del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, come risposta maturata sul campo e non come reazione emotiva a un singolo episodio. Nel suo racconto, l’esperienza personale e professionale diventa la lente attraverso cui leggere la trasmissione familiare della cultura mafiosa: “processavamo prima i padri e poi i figli”, ha spiegato, descrivendo un circuito in cui l’identità criminale sembra passare di generazione in generazione con una naturalezza inquietante. La proposta di legge, per come è stata presentata, nasce per spezzare proprio quel passaggio di consegne.

“Processavamo prima i padri e poi i figli”

Di Bella ha raccontato di avere lavorato come giudice minorile dal 1993, di aver trascorso venticinque anni a Reggio Calabria e di operare da cinque anni a Catania. Questa continuità gli avrebbe consentito — nelle sue parole — un punto di osservazione privilegiato sulle dinamiche familiari e criminali. L’immagine che restituisce è cruda: incontrare le stesse famiglie, assistere alla ripetizione degli stessi schemi, vedere come la mafia distorca il rapporto con le istituzioni, insegnando a considerarne la presenza come una minaccia, non come una garanzia.

Nel racconto emergono episodi che segnano il confine tra tutela e orrore: ragazzini coinvolti in tentativi di omicidio delle proprie madri, punite per avere “trasgredito” regole interne; minori inseriti nel narcotraffico; giovanissimi usati come manodopera nello spaccio al dettaglio; perfino bambini impiegati come scudo per ostacolare le investigazioni. È a partire da questa casistica che, ha spiegato, lui e altri giudici hanno compreso che il solo piano penale non bastava: bisognava anticipare i livelli di prevenzione e intervenire sui modelli educativi, usando misure civili di limitazione o decadenza della responsabilità genitoriale quando c’era un concreto pregiudizio.

Un’idea semplice: creare condizioni, non imporre destini

Secondo l’impostazione descritta in sala, il punto non è “punire” la famiglia mafiosa in quanto tale, ma proteggere il minore quando la famiglia diventa un ambiente maltrattante perché veicola un modello culturale incompatibile con i valori minimi di convivenza democratica. L’intervento dello Stato, così viene rivendicato, non si sostituisce alle persone: crea condizioni, accompagna percorsi, rende possibile una scelta altrimenti solo formale. È in questa chiave che la proposta viene presentata come una politica antimafia “positiva”, che affianca alla fermezza repressiva una costruzione di opportunità.

“Un Erasmus della legalità”

Per sintetizzare il senso del percorso, Di Bella ha usato un’immagine volutamente leggera, quasi disarmante: «si tratta di una sorta di progetto Erasmus della legalità». L’espressione non serve a minimizzare, ma a rendere comprensibile l’obiettivo: sottrarre temporaneamente il minore a un contesto che lo educa all’illegalità e offrirgli un’esperienza alternativa, capace di ampliare orizzonti culturali e relazionali. In questa prospettiva, l’allontanamento non è il fine, ma l’inizio di un accompagnamento: scuola, lavoro, relazioni sane, rispetto delle regole, e soprattutto la possibilità di non essere definito per sempre dal cognome e dall’appartenenza.

La rete di accoglienza e l’incontro con Libera

Di Bella ha descritto un passaggio molto importante: l’emersione della richiesta di aiuto delle madri. In diversi casi, donne legate a famiglie mafiose hanno smesso di opporsi ai provvedimenti quando hanno compreso che non si trattava di una sanzione, ma di tutela per i figli. Alcune hanno scelto di diventare testimoni o collaboratrici; altre hanno chiesto semplicemente di essere aiutate a lasciare il territorio con i bambini, pur non avendo informazioni rilevanti da offrire per accedere ai programmi di protezione tradizionali.

È in questo vuoto — donne esposte, minori a rischio, ma strumenti insufficienti — che si inserisce la rete creata con Libera. Di Bella ha parlato delle cosiddette “vedove bianche”, donne con mariti detenuti, latitanti o condannati all’ergastolo, prigioniere culturalmente e fisicamente della famiglia. Per gestire un fenomeno che stava diventando più grande dei singoli tribunali, il progetto si è appoggiato a una rete nazionale di accoglienza, che nel tempo ha portato alla formalizzazione di un protocollo firmato anche da più ministeri, con il coinvolgimento della Direzione Nazionale Antimafia e il contributo della CEI attraverso fondi dell’8x1000.

Numeri e risultati: il progetto come leva investigativa e culturale

Nel suo intervento, Di Bella ha fornito dati riferiti alle esperienze di Reggio Calabria e Catania: più di 200 minori entrati nel progetto, 34 donne coinvolte, 7 diventate collaboratrici o testimoni di giustizia, e tre uomini — definiti “boss importanti” — che avrebbero intrapreso un percorso di collaborazione dopo l’intervento sui figli, con ricadute investigative e giudiziarie rilevanti. La tesi sottostante è che sottrarre i minori non è solo tutela sociale: è anche un colpo strutturale alle organizzazioni, perché colpisce la loro capacità di riprodursi nel tempo.

È in questo punto che Di Bella ha indicato l’ambizione della proposta di legge: trasformare una prassi in una disciplina organica, con formazione e finanziamenti adeguati, colmando vuoti di tutela e rendendo uniformi strumenti oggi ancora disomogenei. Ha citato, come segnali già presenti, leggi regionali in Sicilia e Calabria e un richiamo nell’articolo 7 della cosiddetta legge Caivano, ma ha sottolineato che manca “il tassello definitivo”.

Il diritto come argine: l’intervento di Piero Gaeta

Il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, Piero Gaeta, ha affrontato il nodo più delicato: il rapporto tra intervento dello Stato e “isola” della famiglia. Ha richiamato un ammonimento noto nella cultura giuridica italiana — la famiglia come isola lambita dal mare del diritto — per porre la domanda decisiva: cosa accade quando su quell’isola la vita e la crescita di un minore sono in pericolo? In quel caso, ha sostenuto, il diritto non può limitarsi a lambire.

Gaeta ha difeso la proposta sul piano dei presupposti e della proporzionalità, sostenendo che l’intervento è legato a una condizione fattuale accertabile: la lesione dell’integrità psicofisica del minore e un modello educativo incompatibile con la convivenza democratica. Ha insistito su un punto: non è pedagogia autoritativa dello Stato, ma tutela del superiore interesse del minore quando il diritto a crescere in famiglia entra in conflitto con la sua sicurezza e con la possibilità di sviluppo.

La parte “propositiva” della legge

Nel ragionamento di Gaeta, la proposta non va letta solo come sottrazione o limitazione della responsabilità genitoriale (richiamando gli strumenti civilistici), ma soprattutto per ciò che aggiunge: una cornice di protezione e accompagnamento. È questa parte, ha spiegato, a ridimensionare l’aspetto afflittivo: collocamenti protetti, assistenza economica, supporto psicologico e pedagogico, reinserimento scolastico, e strumenti di sicurezza come documenti di copertura e cambio di generalità.

Da un punto di vista culturale, Gaeta ha definito l’allontanamento del minore un “fallimento autentico” per la famiglia mafiosa: più di una condanna lunga o di una confisca ingente, perché incrina l’idea di onnipotenza e di discendenza come garanzia di continuità.

Il ruolo dell’arte: Alessandro Preziosi e la responsabilità culturale

Nella parte definita “intermezzo narrativo”, l’attore Alessandro Preziosi — interprete di Di Bella nel film “Liberi di scegliere” — ha spostato l’attenzione sulla dimensione culturale. Si è definito “operatore culturale” e ha raccontato la difficoltà, da attore, di raggiungere la mitezza e la sensibilità del magistrato che aveva interpretato. Il suo intervento ha ruotato intorno a un’idea: l’arte, spesso destinata a “scrivere sulla sabbia”, può invece diventare uno strumento di responsabilità quando racconta storie che incidono sulla percezione collettiva.

Preziosi ha rivendicato il desiderio di non lasciare quel lavoro come un ricordo di carriera, ma come parte di un percorso che continua, a distanza di anni, fino alla possibilità di una legge. È stato un momento laterale rispetto alla tecnica normativa, ma coerente con il messaggio generale: la lotta alle mafie non è solo giudiziaria, è anche culturale.

Il punto di rottura: Maria Concetta Cacciola e l’origine del dolore

La sostituta procuratrice Alessandra Cerretti, che all’inizio dell’esperienza operava nella DDA di Reggio Calabria, ha riportato l’attenzione su un caso che, nel suo offrire uno “spunto di riflessione”, mostra cosa accade quando la protezione non basta: la morte di Maria Concetta Cacciola, testimone di giustizia di 29 anni, madre di tre figli, uccisa — ha ricordato — con una modalità che simula il suicidio. Cerretti ha parlato del dramma personale e professionale di chi raccoglie dichiarazioni e si assume anche una responsabilità di sicurezza, per poi vedere la persona protetta morire.

Ha spiegato che proprio i bambini, in quella vicenda, furono usati contro la madre per indurla a tornare nel luogo d’origine. E ha ricordato una frase che, nella sua memoria, conteneva già tutto: “lui è come loro”, riferita al figlio più grande, paura e consapevolezza insieme.

Non è solo Sud: la storia di Legnano

Cerretti ha voluto sgombrare il campo da un pregiudizio: “Liberi di scegliere” non riguarda solo il Mezzogiorno. Ha raccontato un caso avvenuto in Lombardia, quando Milano non aveva ancora aderito formalmente al protocollo: una bambina di 13 anni a Legnano, segnalata per comportamenti violenti e uso di droghe leggere, scrive un tema su Falcone che diventa un campanello d’allarme. Il testo, ha riferito, iniziava così: “Io odio Giovanni Falcone… per colpa sua mio padre sta in carcere”. Da lì, una catena di incontri casuali e decisivi: un’insegnante che chiama la madre, una assistente sociale che incrocia quella madre in treno, l’arrivo in procura, l’applicazione del protocollo.

La bambina — ha raccontato — dormiva con un coltello sotto il cuscino, convinta che avrebbe dovuto difendere la madre dal padre. La storia, nella ricostruzione, finisce bene: maturità, prospettive, sogno di diventare poliziotta. Il senso è evidente: la mafia non è una geografia, è una relazione di potere che può riprodursi ovunque.

Europa e scenari futuri

Da rappresentante italiana in una commissione del Consiglio d’Europa competente in materia di antiterrorismo, Cerretti ha aggiunto un elemento di prospettiva: l’interesse suscitato dal modello italiano in discussioni sulla tutela di donne e minori in contesti di estremismo. Con le dovute differenze, ha spiegato, l’esperienza italiana potrebbe diventare una traccia anche oltre confine. “Anche l’Europa aspetta”, ha detto, collegando la credibilità internazionale del modello alla necessità che la legge arrivi.

Le testimonianze: vivere senza identità

Due video hanno portato nella sala la voce di donne che hanno aderito al protocollo. La prima ha raccontato la fuga da un compagno detenuto al 41 bis, la consapevolezza di non avere un’identità, i trasferimenti ripetuti perché rintracciate, la difficoltà di lavorare e di studiare. Ha descritto una vita fatta di ostacoli burocratici e di paura quotidiana, ma anche di piccoli segni di rinascita, come il volontariato in una biblioteca: “essere circondata da libri” come rivincita personale dopo anni di umiliazioni e violenze. Il messaggio, però, è stato soprattutto pratico: senza legge, tutto resta più fragile, più esposto, più precario.

La seconda testimonianza ha insistito sul tema del cognome come marchio e rischio. Ha descritto l’assenza di residenza come porta chiusa su servizi essenziali, persino sanitari, e l’assurdità di procedure scolastiche che pretendono la firma di entrambi i genitori, rendendo necessario mostrare decreti e spiegare situazioni che, per sicurezza, dovrebbero restare riservate. In entrambi i video, la richiesta è stata la stessa: una norma capace di rendere davvero possibile la libertà promessa dal nome del progetto.

Il Presidente del Senato: ricordare i confini, percorrere il percorso

Intervenendo con pochi minuti, il Presidente del Senato ha riconosciuto la logica generale della proposta: colpire le cause, non solo gli effetti, e impedire che un minore cresca in un ambiente criminogeno fino a considerare normale l’ostilità verso lo Stato. Ha ribadito però la difficoltà del compito: il sentiero è “stretto”, perché la libertà educativa familiare resta un principio da rispettare, ma non può diventare uno scudo per modelli che negano i valori condivisi. Da qui l’idea di un percorso necessario e doveroso, che richiederà equilibrio nell’applicazione.

Enza Rando: la responsabilità di non deludere

La senatrice Enza Rando ha ricostruito il lavoro del comitato dedicato a cultura della legalità e protezione dei minori, voluto in seno alla Commissione antimafia, e il metodo seguito: audizioni, ascolto delle donne, raccolta delle prassi e loro traduzione in un impianto tecnico-giuridico. Ha insistito su un punto: il protocollo non poteva restare un protocollo. Serviva una legge perché lo Stato si assumesse fino in fondo il carico — giuridico, sociale, economico — di una protezione che oggi dipende troppo dalle reti e dalla capacità di “aggiustare” procedure nate per altri casi.

Rando ha collegato il tema alla fiducia: queste donne, ha detto, hanno ancora fiducia nel legislatore e chiedono “fate presto”. E ha ricordato come, nelle famiglie mafiose, la violenza di genere si sommi alla subcultura mafiosa, costruendo un destino quasi scritto per chi tenta di rompere l’equilibrio. La legge viene indicata come lo strumento per interrompere quel destino. Nel suo intervento è comparso anche un messaggio affidato a un’immagine: un ragazzo che diceva di avere “il libro con i fogli bianchi” e di non volerlo far scrivere al padre, ma a sé stesso. È l’idea che la norma vorrebbe rendere concreta.

Chiara Colosimo: “la terza via” della lotta alle mafie

Nel suo intervento conclusivo, la presidente della Commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, ha definito la proposta come “terza via” della lotta alla mafia, accanto alla repressione tradizionale e ai programmi di protezione per collaboratori e testimoni di giustizia. Ha richiamato il 35° anniversario del Servizio centrale di protezione, nato da un’intuizione di Falcone, per collocare “Liberi di scegliere” dentro una linea di continuità: dare alternative, costruire possibilità, offrire identità nuove. Ma qui — ha sostenuto — l’oggetto è diverso: donne e minori che “senza paracadute” decidono di sottrarsi a un mondo che li imprigiona.

Colosimo ha insistito su un punto simbolico: la Costituzione non prevede che a un bambino si insegni a sparare, eppure ciò accade, come emerso negli atti ascoltati. Per questo, ha detto, alla schiavitù si risponde con la legge. Non uno spot, ma una norma da inserire stabilmente nella legislazione antimafia, con l’ambizione di parlare “all’Italia e al mondo” e di offrire uno strumento capace di colpire la mafia dall’interno, laddove più teme: la sua continuità familiare.

Un passaggio che misura lo Stato

La proposta “Liberi di scegliere” è stata presentata come una prova di maturità istituzionale: se lo Stato chiede a una madre di fare un salto nel vuoto, deve costruire la rete sotto di lei. Identità, residenza, scuola, sanità, lavoro, protezione: sono questi i nodi concreti che le testimonianze hanno portato al centro, e che la legge intende sciogliere rendendo uniformi procedure e tutele. La promessa politica è che ogni minore sottratto all’influenza mafiosa è una sconfitta per le organizzazioni criminali e una vittoria per lo Stato di diritto. La promessa civile è più semplice e più difficile insieme: dare a bambini e ragazzi la possibilità di crescere senza che il loro futuro sia deciso dal cognome.

 

 

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