Roma, 13 gennaio 2026 – Nella Sala Caduti di Nassyria del Senato della Repubblica, la presentazione di Etica ed economia si è trasformata in una discussione concreta su come si tengono insieme valori e sviluppo, responsabilità individuale e scelte collettive. Il libro, firmato da Daniele Damele, è stato raccontato come un testo “da leggere” davvero: scorrevole, con stile giornalistico, costruito per far emergere idee sintetiche ma spendibili nella vita quotidiana di chi lavora nelle imprese, nelle istituzioni e nel mondo associativo. Attorno all’autore si sono alternati gli interventi del senatore Massimo Garavaglia e di Gerardo Zei, vicepresidente di Federmanager, mentre la conduzione ha guidato la conversazione lungo un filo preciso: comunicazione, fiducia, lavoro, sanità, intelligenza artificiale e organizzazione dello Stato.
Un libro che nasce da una rubrica e diventa antologia
Daniele Damele ha spiegato che Etica ed economia non nasce come progetto editoriale tradizionale, ma come raccolta di articoli maturati nel tempo. L’origine è una rubrica affidatagli anni prima dal presidente della Camera di Commercio di Pordenone-Udine: uno spazio su un mensile di riflessione, non “gridato” e non pensato per orientare artificialmente le opinioni. Proprio questa cornice, ha raccontato, gli ha permesso di affrontare temi civili ed economici con un taglio asciutto, ragionato, capace di stare lontano dall’urgenza quotidiana del dibattito urlato.
Da lì l’idea di riunire i testi in un’antologia: un modo per rendere disponibili a più lettori quei ragionamenti, fuori dalla scansione mensile e fuori dalla dispersione del singolo articolo. Damele ha anche precisato che il libro è pubblicato da Kipon, casa editrice online: l’accesso è legato a una registrazione gratuita e la consultazione avviene in rete, con l’intenzione dichiarata di ridurre le barriere e favorire la circolazione.
Il binomio “etica ed economia” come scelta di campo
Il punto politico e culturale dell’incontro era già nel titolo: “Etica ed economia”, accostamento volutamente provocatorio, presentato come una direzione di marcia più che come uno slogan. Il moderatore ha insistito su questo aspetto fin dall’apertura: la persona al centro, un messaggio rivolto a fasce d’età diverse, dagli adolescenti che si affacciano alle scelte formative fino a chi è già immerso nel lavoro e cerca un senso, un obiettivo, perfino una missione nel proprio impegno quotidiano.
Damele ha ripreso quel passaggio in modo netto: etica ed economia, a suo avviso, non possono semplicemente convivere; “devono” diventare due facce della stessa medaglia. Il motivo, nella sua lettura, è pratico prima che filosofico: senza etica l’economia scivola in una ricerca spasmodica del profitto “ad ogni costo”, fino a forzare regole e confini. La competizione, ha detto, è legittima e persino necessaria, ma funziona soltanto se è una gara con regole valide per tutti, dove davvero “vince il migliore” perché ha capacità e intuizioni, non perché bara o sfrutta asimmetrie.
Etica è comunicare: correttezza, ascolto, condivisione
Tra le pagine del volume, un passaggio ha avuto un ruolo da protagonista nell’introduzione: l’idea che “etica è comunicare”. Il moderatore l’ha tradotta in tre insegnamenti che, a suo giudizio, vanno oltre la retorica e intercettano un problema contemporaneo.
Il primo è comunicare correttamente, in un contesto in cui i media sono “alla portata di tutti” e la tentazione di dire l’inutile, o di dirlo male, è costante. Il secondo è l’ascolto, descritto come capacità sempre più rara proprio mentre gli strumenti di comunicazione moltiplicano i canali e comprimono i tempi. Il terzo è la condivisione: comunicare non come sfogo, ma come costruzione di un futuro comune, con l’idea che la crescita non sia un fatto individuale ma un processo collettivo. È su questa triade che la discussione ha agganciato il tema, più ampio, della fiducia.
Garavaglia: un ossimoro che obbliga a discutere
Quando ha preso la parola, Massimo Garavaglia ha scelto un tono diretto, quasi didattico, partendo dal titolo. “Etica ed economia, già il titolo è un ossimoro”, ha osservato, mettendo sul tavolo la domanda che, implicitamente, guidava tutta la sala: l’economia è etica o è, per definizione, il regno dell’interesse? La risposta, nella sua impostazione, non poteva essere assoluta; doveva essere contestualizzata.
Garavaglia ha ricordato che i parlamenti nascono per gestire bilanci e tasse dei cittadini: lì, ha sostenuto, l’etica è inseparabile dall’economia, perché amministrare risorse pubbliche significa assumere responsabilità verso una comunità. Da questa base ha spostato l’attenzione sull’attualità, collegandosi al tema della comunicazione: in un’epoca di accelerazioni, conflitti e flussi informativi frammentati, l’etica diventa un’ancora, una regola che impedisce al cambiamento di trasformarsi in caos.
E, su questo punto, ha infilato un’osservazione che ha fatto da snodo al dibattito: senza alcuni canali di informazione non saprebbe quasi nulla di ciò che avviene in contesti internazionali delicati, come l’Iran. Non era una parentesi, ma un modo per dire che la qualità della comunicazione determina la qualità delle scelte, e che l’etica non è un add-on morale: è una condizione per capire la realtà.
Tre “orecchie” nel libro: glocal, fiducia, occupazione
Garavaglia ha raccontato il suo metodo di lettura con un dettaglio personale: per non rovinare i libri, non li sottolinea, ma fa le “orecchie” alle pagine. E da quelle pieghe ha estratto tre passaggi che, nella sua interpretazione, riassumono la parte più operativa del volume.
- Essere “glo-cal”, cioè aprirsi al mondo senza perdere se stessi e le proprie radici
- Avere fiducia, perché l’economia vive di aspettative e senza fiducia non produce sviluppo
- Favorire l’occupazione “senza se e senza ma”, perché lavoro significa dignità e libertà
Il riferimento al glocalismo è stato legato ai cambiamenti geopolitici e culturali: il “fine del globalismo” e il ritorno a un equilibrio in cui le identità contano, purché non diventino chiusura. La fiducia è stata letta come carburante della crescita, capace di trasformare scelte pubbliche e investimenti in prospettiva. L’occupazione, infine, come criterio etico che supera le appartenenze: più persone lavorano, più il futuro è stabile.
La legge di bilancio e il problema di spiegare la sostanza
Nel passaggio sulla fiducia, Garavaglia ha inserito un esempio politico preciso: la legge di bilancio, descritta come “di una semplicità immensa” dentro un contesto di grande caos. Il succo, nella sua ricostruzione, è un bivio: mantenere i conti in ordine per poter sostenere spese inevitabili senza mettere a rischio sanità, pensioni e sociale. Ha richiamato il tema della spesa in armamenti e la logica di rimanere fuori dal deficit, così da proteggere altri capitoli fondamentali.
La parte più interessante, però, è arrivata subito dopo: non tanto il merito della misura quanto la constatazione che quel tipo di sostanza non passa nell’informazione. “L’avete letto su qualche giornale così? No”, ha detto, trasformando il caso in un punto strutturale: se la politica non riesce a trasferire la sostanza, la fiducia evapora. E se la fiducia evapora, l’economia si spegne. In quel momento il discorso sul libro è diventato un discorso sul rapporto tra istituzioni, media e cittadinanza.
Zei e Federmanager: la cultura dell’impresa come infrastruttura sociale
L’intervento di Gerardo Zei ha riportato la conversazione dentro il mondo manageriale, con un obiettivo dichiarato: “portare Federmanager dentro questa storia”. Zei ha definito il libro una raccolta di “pillole” brevi, compendiose, dense di significato, e ha spiegato perché, a suo giudizio, quel linguaggio risuona in un’associazione che rappresenta dirigenti industriali: Damele, ha detto, “è uno di noi”, e porta una cultura che coincide con la cultura delle imprese industriali.
Per rendere l’idea, Zei ha fatto un passo indietro storico: l’Italia del dopoguerra, un Paese in macerie, con una popolazione in larga parte agricola e un analfabetismo elevato. In quella fase, ha sostenuto, imprese e dirigenti hanno rappresentato una “cabina di regia” dello sviluppo. Non come narrazione celebrativa, ma come spiegazione di una catena: crescita economica, effetti sociali, e quindi dimensione etica. Il welfare, nella sua lettura, non nasce dall’aria: nasce dalla ricchezza prodotta, e senza quella ricchezza l’aiuto reciproco resta un principio astratto.
Fasi, sanità integrativa e l’idea di “aiutare chi è più fragile”
Zei ha citato un punto specifico della biografia di Damele: la presidenza del Fasi, fondo di assistenza sanitaria integrativa legato al mondo dei dirigenti. Lo ha fatto per mostrare un esempio concreto di etica organizzata: i dirigenti in servizio, che usano meno l’assistenza sanitaria, contribuiscono a sostenere i dirigenti in pensione, che tendono ad avere bisogni maggiori. È un meccanismo solidale, ha detto, in cui “le persone più fortunate aiutano quelle più sfortunate”.
Questa dinamica è diventata una chiave di lettura del libro: l’umanità che Zei attribuisce a Damele nella gestione di Fasi si ritroverebbe nelle pagine come tono, come attenzione alla persona e come consapevolezza che l’economia reale, per funzionare, deve guardare al benessere complessivo. Per Zei, la crescita non è una partita a somma zero: è una costruzione che, se è sana, fa prosperare aziende e Paese insieme.
Damele: “Etico è comunicare” anche nel rispondere alle domande
Quando è tornato a parlare, Daniele Damele ha giocato con il concetto che il moderatore aveva evidenziato: se etico è comunicare, allora etico è anche rispondere subito alle domande. Da qui ha ripercorso, con ordine, la nascita della rubrica, la decisione di darle proprio quel titolo e la scelta di mantenere un tono non urlato, libero da imposizioni e “mainstreaming”.
La sua preoccupazione, espressa in modo esplicito, è che la comunicazione contemporanea spinga le persone a cercare notizie altrove perché non le trovano nei canali tradizionali. Non era un attacco generico, ma un richiamo al pluralismo e alla libertà dell’informazione come precondizione del ragionamento pubblico. In questa cornice ha collocato anche un elemento personale: la dedica del libro alla moglie, Alessia Menis, descritta come una presenza capace di stimolarlo e di aprirgli orizzonti nuovi, anche rispetto a convinzioni precedenti. La dimensione privata è stata evocata non come abbellimento, ma come esempio di quella “apertura” che il libro propone.
La “ribellione etica” e la voce delle maggioranze silenziose
Tra i passaggi più caratterizzanti del suo intervento, Damele ha introdotto l’idea di una “ribellione etica”: la capacità di opporsi con argomenti, non con rabbia, alle cose che non funzionano. La ribellione, nel suo lessico, non coincide con il rifiuto; è un atto di responsabilità che implica preparazione, studio, capacità di sostenere una tesi e di proporre correzioni.
In questo discorso ha inserito una lettura sociale: esistono minoranze “chiassose”, molto visibili, e maggioranze “silenziose” che per pudore o per rispetto non alzano la mano. Damele ha detto di voler dare voce a queste maggioranze, alle persone che hanno un senso etico forte e che, spesso, non trovano spazio nel rumore. Il perimetro che ha tracciato era ampio: imprese, politica, volontariato, società civile. L’idea di fondo è che l’etica non può restare una qualità individuale; deve diventare una cultura condivisa, capace di orientare comportamenti e scelte.
E qui è arrivato uno dei virgolettati più netti dell’incontro, pronunciato con un tono quasi programmatico: “Etica ed economia non possano, ma debbano andare a braccetto: devono diventare due facce di una identica medaglia.” In quella frase c’era insieme una tesi e una richiesta di coerenza.
La sfida di coniugare profitto e valori senza ipocrisie
Il moderatore ha rilanciato parlando di “sfida”: coniugare etica e finanza, profitto ed equità, per costruire “l’economia di domani”. Zei ha risposto senza negare le zone d’ombra. Ha riconosciuto che i rischi esistono e che sarebbe ingenuo parlare di economia come spiritualità, ma ha insistito su un principio: chi opera nell’economia reale sa che senza crescita complessiva non c’è benessere per nessuno.
Per sostenerlo ha portato un esempio attuale: il tavolo al Mimit sulle frequenze per la telefonia mobile, un tema tecnico ma strategico perché abilitante per il resto dell’industria. Nella commissione di Federmanager siedono dirigenti in servizio provenienti da aziende concorrenti, con interessi differenti. Eppure, ha raccontato, hanno lavorato a documenti condivisi e a suggerimenti unanimi nell’interesse del Paese e del settore nel suo complesso. Anche quando qualche proposta poteva favorire più uno che un altro, non ci sono stati dissidi: l’obiettivo comune era far crescere il comparto, e quindi far crescere il Paese.
Il senso dell’esempio era chiaro: l’etica non è un freno, è un moltiplicatore quando consente di superare la logica del “toglierci qualcosa a vicenda” per concentrarsi su come aumentare ciò che esiste.
Sanità: fondi record e responsabilità organizzativa
Il tema sanitario è entrato nella seconda parte del confronto, con una domanda diretta sul ruolo della sanità integrativa e sul rapporto con il Servizio Sanitario Nazionale. Damele ha risposto ricordando un dato politico: nel 2026, ha detto, mai come ora sono destinati fondi “miliardi e miliardi” al SSN, più che in passato, persino rispetto alla fase pandemica. Per lui questo è un primo passo, ma non basta.
Il secondo passo, ha sottolineato, riguarda l’organizzazione e non è attribuibile solo al Parlamento: entra in gioco la filiera di responsabilità regionale e gestionale. Ha fatto un esempio volutamente concreto: se in un ospedale come quello di Udine aumentano le liste d’attesa, non è automatico imputarlo al ministro; occorre guardare all’organizzazione locale, alle scelte regionali, alla direzione. Il punto non era scaricare colpe, ma ricondurre il discorso alla sua parola chiave: etica della responsabilità. Ognuno, nella parte di competenza che possiede, deve rispondere dei risultati.
Fasi e “nessuno escluso”: l’intelligenza artificiale come banco di prova
Il passaggio più denso, e anche più tecnico, è arrivato quando Damele ha collegato la gestione di Fasi all’intelligenza artificiale. Ha spiegato che Confindustria e Federmanager hanno chiesto di impegnarsi su un uso corretto dell’IA e che, per questo, è stato istituito un comitato etico con docenti universitari provenienti da diverse città. Il comitato si è già riunito più volte e lavora su un principio guida: usare l’IA dove migliora processi e tempi senza toccare direttamente la persona.
Ha fatto un esempio semplice: se l’intelligenza artificiale accelera il pagamento delle fatture ai fornitori, aiuta l’economia e non coinvolge dati sensibili. Ma quando si entra nell’area sanitaria, dove si trattano dati delicatissimi, la cautela deve essere massima. Qui Damele ha introdotto il concetto di “nessuno escluso”, legato al rischio dell’algoritmo: la semplificazione statistica tende a eliminare le “ali” e a concentrarsi sulla media, ma nella sofferenza e nella malattia anche le eccezioni contano, e ignorarle può diventare una tragedia. Da questo deriva la sua posizione di principio: non deve comandare il sistema informatico, deve comandare l’uomo. L’IA, per lui, è uno strumento, e come strumento va guidata da regole che mettano la persona “con la U maiuscola” al primo posto.
Garavaglia: orgoglio del sistema e differenze che non sono destino
Nell’intervento finale, Garavaglia ha ripreso i temi sanitari e li ha riportati a una visione politica più ampia. Ha iniziato con una fotografia volutamente controcorrente: l’Italia, ha detto, è tra i Paesi con la vita più lunga al mondo, in competizione con il Giappone. Questo dato, nella sua lettura, smentisce la narrazione semplicistica di un sistema sanitario “che fa schifo”: con tutti i difetti, resta tra i migliori.
Ha aggiunto un altro elemento: l’Italia è citata come sistema che costa meno rispetto ad altri, pur mantenendo buone performance. Da qui l’aggancio al tema dell’incontro: etica ed economia possono convivere in un grande sistema pubblico quando le risorse sono usate con intelligenza, quando l’organizzazione fa la differenza e quando le scelte non sono dettate da interessi di posizione.
Poi ha scelto due esempi opposti, uno positivo e uno negativo. Il positivo riguarda la Lombardia e la velocità dei pagamenti in sanità attraverso una finanziaria regionale che anticipa e poi gestisce il back office: per Garavaglia è “semplice organizzazione” che produce un effetto enorme in termini di sostenibilità. Il negativo riguarda la resistenza al cambiamento tecnologico in alcune pratiche mediche: se esiste una soluzione meno invasiva e più efficiente, ma si continua a usare quella vecchia per conservare ruoli e assetti, allora l’etica si perde.
Da qui è arrivato al punto più politico: le differenze regionali non devono essere lette come destino scritto nella pietra. Se il budget è pro capite, ha sostenuto, le differenze dipendono dall’organizzazione. E per dimostrarlo ha richiamato un parallelo con la scuola: anche lì esistono divari simili, pur essendo un ambito governato dallo Stato. La conclusione operativa, nel suo ragionamento, è che non basta cambiare “chi comanda”; occorre migliorare “come si organizza”.
Il senso dell’incontro: portare l’etica dentro le responsabilità quotidiane
Nel momento dei saluti, Damele ha riportato l’attenzione su una richiesta semplice: non lasciare che l’evento resti soltanto una testimonianza. La testimonianza è utile, ha detto, ma non è sufficiente se non diventa pratica dentro le responsabilità concrete di ciascuno, “chi ne ha di più e chi ne ha di meno”. Il moderatore ha chiuso con un richiamo alla dimensione generazionale e al futuro: l’idea di un patto tra generazioni come messaggio centrale di un libro che invita a costruire sviluppo senza separarlo dai valori.
Il pomeriggio al Senato ha restituito soprattutto questo: l’etica non come parola cerimoniale, ma come metodo di lavoro. Nella politica che deve spiegare la sostanza e non solo la polemica; nelle imprese che crescono davvero quando non si limitano a contendersi quello che c’è; nella sanità che richiede risorse ma soprattutto organizzazione; nell’intelligenza artificiale che può migliorare processi solo se resta in mano all’uomo. E, sullo sfondo, una convinzione condivisa dai relatori pur da prospettive diverse: se economia e responsabilità non camminano insieme, la crescita diventa fragile e il futuro si restringe.
