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Presentazione libro Anaao - Conferenza stampa di Ugo Cappellacci

Roma, 17 dicembre 2025 - Alla Camera dei Deputati Anaao Assomed ha presentato il Libro Bianco sull’applicazione del contratto di lavoro della dirigenza medica e sanitaria. Il tono scelto dai relatori è stato subito chiaro: non una disputa di categoria, ma un tema che riguarda la solidità del Servizio sanitario nazionale. Nel racconto che ha accompagnato i dati, il contratto è stato descritto come la “cerniera” che tiene insieme diritti e doveri, responsabilità e tutela. E quando quella cerniera si inceppa, hanno insistito più voci, a risentirne non è solo la vita lavorativa di medici e dirigenti sanitari: è la sicurezza stessa dell’assistenza, cioè ciò che ogni cittadino si aspetta quando entra in un ospedale.

Un contratto come infrastruttura del Servizio sanitario

Il cuore politico dell’iniziativa sta in una singola intuizione: se lo Stato e le Regioni chiedono alla dirigenza medica e sanitaria di reggere l’urto di carenze di personale, liste d’attesa, pressioni organizzative, aggressioni, mobilità interna e turnazioni difficili, allora lo stesso sistema deve garantire che le regole contrattuali siano applicate in modo coerente. Non per “concedere” qualcosa, ma per rendere sostenibile ciò che già si pretende.

In sala è stata ribadita una distinzione: il contratto non è un dettaglio amministrativo, né un capitolo separato dal lavoro clinico. È ciò che definisce la cornice entro cui si può lavorare con serenità: progressioni, incarichi, orario, guardie, pronte disponibilità, tutela della sicurezza. La tesi sostenuta dai promotori è che venir meno al contratto significa indebolire un patto più ampio: quello tra chi ha la responsabilità quotidiana delle cure e l’insieme degli attori – aziende, Regioni, politica – che definiscono e governano il sistema. Da qui la scelta di presentare il Libro Bianco in un luogo istituzionale, non per formalità, ma per chiedere che il tema venga assunto come problema “di tenuta” del SSN.

Perché un “Libro Bianco”

La definizione non è casuale. I promotori hanno spiegato di aver scelto l’etichetta di “Libro Bianco” per evitare l’idea di un elenco di prescrizioni o di una lista di accuse. L’obiettivo dichiarato è produrre una fotografia e, soprattutto, renderla utilizzabile: per la politica, che ha bisogno di capire dove intervenire; per le aziende, chiamate a riallineare comportamenti e procedure; per i professionisti, che chiedono regole esigibili e verificabili.

È stata rivendicata anche una dimensione “democratica” del lavoro: il documento, hanno spiegato, nasce dal contributo capillare della rete sindacale, dalle segreterie aziendali e regionali fino agli iscritti. In altre parole: non un dossier costruito dall’alto, ma un monitoraggio che si alimenta dal basso e che prova a tradurre il disagio quotidiano in indicatori leggibili e confrontabili.

I punti che tornano sempre: carriere, turni, incarichi, sicurezza

Nel corso della conferenza stampa, le criticità sono state ricondotte più volte a un gruppo di nodi ricorrenti. A fare da filo rosso è il tema dell’esigibilità: un contratto può essere firmato, rinnovato, finanziato, ma se poi nelle aziende non diventa prassi, la distanza tra norma e realtà continua a produrre frustrazione e disaffezione.

Tra i capitoli più citati ci sono la contrattazione integrativa aziendale (avviata tardi, non conclusa o mai partita), l’assegnazione degli incarichi professionali e gestionali (con blocchi o incongruenze percepite come ingiuste), il rispetto dell’orario e dei limiti di guardie e pronte disponibilità, e infine le misure per salute e sicurezza sul lavoro, con un’attenzione particolare al tema delle aggressioni. La lettura proposta è che questi elementi non sono “comfort” organizzativi, ma fattori che incidono sul rischio clinico e sulla qualità dell’assistenza.

Nord: molte diffide, contrattazione decentrata ferma e lavoro su più sedi

La parte dedicata al Nord è stata presentata come una carrellata ampia, con numeri e casi regionali, ma soprattutto con un messaggio: le inadempienze non sono concentrate in un solo territorio. Nella sintesi dei relatori, uno dei problemi più persistenti è la contrattazione decentrata: in diverse realtà risulta ancora incompleta o bloccata, e questo è rilevante perché da quel tavolo dipendono aspetti concreti della vita lavorativa e della retribuzione accessoria.

È stato inoltre sottolineato che in alcune aziende si registrano sforamenti dei limiti di guardie e pronte disponibilità e che non è raro, in certe configurazioni, svolgere turni e reperibilità su sedi diverse. Questo, hanno osservato, aumenta l’usura e rende più fragile l’organizzazione, soprattutto quando la mobilità non è governata da criteri stabili e condivisi. Altro punto evidenziato riguarda gli incarichi, con segnalazioni di attribuzioni considerate non coerenti o non meritocratiche, che alimentano la sensazione di “carriere bloccate” e, di conseguenza, la perdita di appeal della sanità pubblica.

Centro: il Lazio e la debolezza delle tutele sul lavoro

Per il Centro Italia il quadro è stato raccontato regione per regione, con un accento particolare sul Lazio, anche perché è la regione che ospita le istituzioni centrali e che, nel ragionamento dei relatori, dovrebbe essere un riferimento. Qui il punto più sensibile emerso è quello delle misure di sicurezza e salute sul lavoro, giudicate adeguate solo in una parte minoritaria delle aziende citate.

Accanto alla sicurezza, è tornato il tema della contrattazione integrativa: in molte aziende risulta non conclusa e in alcune non avviata. È stata segnalata anche la mancata attribuzione di incarichi in un numero rilevante di casi, con l’effetto – hanno avvertito – di deprimere il merito e di scoraggiare soprattutto chi è all’inizio del percorso professionale.

Sud e Isole: la contrattazione integrativa come “cartina di tornasole”

La sezione dedicata al Sud ha assunto un tono particolarmente netto, anche perché uno degli indicatori scelti è stato definito “paradigmatico”: l’avvio e la conclusione della contrattazione integrativa aziendale. È uno strumento che, nel racconto dei relatori, pesa su due piani: qualità della vita lavorativa e retribuzione accessoria, cioè la parte che spesso fa la differenza tra aziende e tra territori. Il dato ribadito è che, in una larga parte delle aziende considerate, quella contrattazione non risulta conclusa e, in diversi casi, non risulta nemmeno avviata.

A rendere più forte il messaggio è stata la connessione con la sicurezza: in una quota significativa di strutture sono state indicate carenze nelle misure di tutela della salute dei lavoratori. In sala è stato spiegato che queste inadempienze non hanno soltanto valore amministrativo: hanno un significato sociale e politico, perché alimentano la migrazione dei professionisti verso contesti percepiti come più sostenibili, spaccando di fatto il Paese. Il passaggio chiave è che a pagare questa frattura non sono solo medici e dirigenti sanitari, ma anche i cittadini: chi cura e chi è curato.

“Non chiediamo privilegi”: il senso politico della richiesta

A più riprese è stato ribadito che l’obiettivo non è ottenere condizioni speciali, ma normalità. La formula, ripetuta con intenzione, è che la sanità non può funzionare se ai professionisti vengono richiesti solo doveri e se i diritti previsti “nero su bianco” vengono disattesi. In questo ragionamento, il contratto diventa il terreno minimo di fiducia: se non regge quello, diventa difficile convincere chi lavora a restare dentro il perimetro pubblico.

Questo è anche il punto in cui il discorso esce dal linguaggio sindacale tradizionale e si avvicina a quello della governance: regole certe, verifiche, conseguenze. La discussione non è stata impostata come scontro ideologico, ma come domanda di credibilità del sistema.

Diffide e “D-Day”: cosa succede quando si alza il livello di pressione

Durante le domande dei giornalisti è stato richiamato un precedente momento di mobilitazione, definito “D-Day”, quando – è stato ricordato – sarebbe partita un’ondata iniziale di diffide. La narrazione offerta dai promotori è che quell’azione abbia prodotto, in una parte consistente dei casi, un cambio di atteggiamento: soprattutto sull’avvio della contrattazione decentrata e, in alcune aziende, sull’attribuzione di incarichi.

Il messaggio implicito è duro: se per far partire processi ordinari serve la pressione straordinaria, allora il problema è strutturale. Ed è qui che è stata ribadita una richiesta: non limitarsi a firmare contratti e a stanziare risorse, ma costruire un sistema di controllo e di responsabilizzazione che impedisca alle aziende di “trascinare” nel tempo le inadempienze senza conseguenze.

Università e ospedali: l’anomalia tra formazione e assistenza

Uno dei capitoli più lunghi e controversi ha riguardato il rapporto tra università e ospedale. Il tema è stato descritto come un’anomalia che il Paese si porta dietro da anni: la difficoltà di integrare correttamente la funzione formativa con quella assistenziale, senza che una finisca per scaricarsi sull’altra. Sono stati evocati casi di “clinicizzazione” e di reparti affidati con logiche considerate non trasparenti, con l’effetto – hanno denunciato alcuni interventi – di indebolire la meritocrazia e di confondere i confini tra carriera universitaria e responsabilità clinico-gestionale ospedaliera.

La posizione espressa non è stata “contro l’università”, ma a favore di regole chiare: l’ospedale ha la missione dell’assistenza, l’università quella della formazione; l’integrazione è necessaria, ma deve avvenire in modo controllato, rispettando percorsi pubblici, competenze gestionali, bisogni reali dei territori e dotazioni organiche. In caso contrario, hanno avvertito, il rischio è doppio: indebolire la qualità della cura e disorientare i giovani professionisti che cercano percorsi chiari e credibili.

Formazione medica e futuro dei giovani: il punto più fragile

Il tema dei giovani è tornato in un passaggio carico di preoccupazione. È stata contestata l’idea di una formazione che diventi “meccanica”, svuotata di pratica sul campo e di infrastrutture adeguate. Nella narrazione dei relatori, la formazione specialistica resta in larga parte un apprendimento concreto, che si regge anche sul lavoro quotidiano degli ospedalieri.

In questo quadro, è stata richiamata la fuga all’estero di giovani medici formati in Italia: un fenomeno presentato come perdita secca, perché il sistema investe e poi non trattiene. La domanda implicita è: come può reggere il SSN se non riesce a offrire condizioni di lavoro e percorsi di crescita capaci di competere?

“Chi decide davvero”: il ruolo dei direttori generali

Dalla platea è arrivata una riflessione che ha alzato il tiro: se le inadempienze contrattuali sono così diffuse, non si può leggerle solo come somma di casi isolati. Da qui la domanda su chi abbia in mano, nella pratica, l’applicazione delle regole. La risposta proposta, esplicitamente, è che molto passa dal livello aziendale e dalla catena di responsabilità che fa capo ai direttori generali.

Il punto non è stato formulato come attacco personale, ma come richiesta di strumenti più stringenti: se il contratto non viene rispettato, servono meccanismi che rendano rapida la correzione, senza tempi lunghi e senza che tutto si esaurisca in un contenzioso che arriva quando il danno organizzativo è già stato prodotto.

Una piattaforma aperta per monitorare e aggiornare i dati

Prima delle conclusioni istituzionali, Anaao ha annunciato un seguito operativo: una piattaforma di monitoraggio pensata per aggiornare in modo costante ciò che accade nelle aziende. L’idea è allargare gli indicatori, inserendo in maniera più dettagliata anche il rispetto delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, e produrre aggiornamenti periodici del Libro Bianco.

È un passaggio che sposta l’iniziativa dal “giorno della presentazione” a un processo: un monitoraggio continuo da condividere con le istituzioni, nella convinzione che una fotografia una tantum non sia sufficiente.

Il ministro della Salute: applicare le regole è parte della valorizzazione

L’intervento del ministro ha riconosciuto il valore dell’indagine e la durezza della fotografia: un’immagine che, nelle sue parole, nessuno metterebbe volentieri in vetrina. Ma proprio per questo – ha sottolineato – la finalità non è puntare il dito, bensì operare con trasparenza per cambiare. Il ministro ha legato direttamente la mancata applicazione contrattuale a demotivazione e burnout, con possibili ripercussioni sulla qualità delle cure: un modo per ribadire che non si tratta di un tema interno alla categoria.

Ha ricordato che il governo ha puntato su risorse e rinnovi, ma ha insistito su un concetto: la contrattazione non è un adempimento, è uno strumento di crescita del sistema e di attrattività della sanità pubblica. Ha poi evocato la necessità di una riflessione sul ruolo del Ministero nella contrattazione, per renderla più aderente ai bisogni reali del SSN e più incisiva nella risposta alle criticità. Infine, ha rimarcato il punto forse più vicino allo spirito del Libro Bianco: in Italia si approvano norme e misure innovative, ma la sfida decisiva è che vengano applicate.

Quando la tutela di chi cura diventa sicurezza delle cure

Il messaggio più netto consegnato alla platea e alla stampa è stato quello rivolto ai cittadini. È qui che la conferenza stampa ha cercato di rompere il recinto tecnico e sindacale con una frase volutamente diretta: “Il medico e il dirigente sanitario oggi non si sente sicuro. Il cittadino deve sapere che se va in una struttura rischia di non essere sicuro.” Nel ragionamento dei promotori, non è un allarme strumentale, ma un modo per dire che la sicurezza delle cure passa da condizioni di lavoro sostenibili, regole rispettate, percorsi trasparenti e un’organizzazione che non scarichi sulle persone l’assenza di governance.

 

 

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