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Come guidare la trasformazione del sistema previdenziale: i giovani da spettatori a protagonisti

Roma, 11 dicembre 2025 - La conferenza stampa si è svolta nella Sala Caduti di Nassirya del Senato della Repubblica e ha avuto un duplice obiettivo: presentare l’Osservatorio del Futuro, un tavolo stabile di confronto sulle politiche di welfare e previdenza, e annunciare il convegno del 25 febbraio nella Sala Capitolare, dedicato al tema “Come guidare la trasformazione del sistema previdenziale: i giovani da spettatori a protagonisti”.

Attorno allo stesso tavolo si sono seduti la senatrice Maria Ida Germontani, il presidente di Assofondipensione Giovanni Maggi, il capo di gabinetto del Ministero del Lavoro Mauro Nori, il direttore generale del Dipartimento delle Finanze del MEF Giovanni Spalletta, il presidente Covip Mario Pepe e lo studente Niccolò Francesco Calvelli, chiamato a moderare l’incontro. Ne è emerso un quadro lucido delle fragilità del sistema pensionistico italiano, ma anche una serie di proposte concrete che guardano ai giovani, alle donne e alle nuove tecnologie come leve decisive per il futuro.

L’Osservatorio del Futuro: un tavolo stabile al Senato

La senatrice Germontani ha spiegato come, lo scorso aprile, all’interno del Senato sia stato costituito un osservatorio che riunisce una trentina di esperti del mondo della previdenza e del welfare a 360 gradi. L’Osservatorio del Futuro nasce con l’intento di concentrare competenze e analisi in un luogo istituzionale, capace di dialogare in modo strutturato con il Ministero del Lavoro e con il Ministero dell’Economia.

Il metodo di lavoro prevede incontri periodici, almeno una volta al mese, per individuare i punti su cui intervenire, elaborare proposte emendative e ordini del giorno, e accompagnare in modo continuativo passaggi chiave come la legge di bilancio. Per Germontani è anche il tentativo di cambiare il modo di raccontare il tema: «Si parla sempre di previdenza complementare, a me piacerebbe parlare di previdenza, senza aggiungere il termine complementare», ha detto, sottolineando la necessità di una visione unitaria del sistema.

L’obiettivo dichiarato è “dare un’immagine nuova a tutto questo settore”, spesso evocato nel dibattito pubblico, ma raramente affrontato in modo organico e sistematico, coinvolgendo da subito i ministeri competenti e gli operatori del comparto.

Un sistema in affanno tra demografia e adesioni deboli

Giovanni Maggi ha portato l’attenzione sullo stato della previdenza complementare in Italia, che continua a rappresentare l’anello debole di un sistema pensionistico messo alla prova dall’invecchiamento della popolazione e dalla trasformazione del mercato del lavoro. Il tasso di adesione ai fondi pensione si ferma attorno al 30–35%, ben al di sotto di quanto sarebbe necessario per sostenere il futuro reddito dei lavoratori in un Paese dove la componente pubblica si regge sul meccanismo a ripartizione.

Maggi ha ricordato che l’INPS oggi funziona grazie al patto implicito per cui “un trentenne lavorando e versando i contributi paga la pensione ai genitori e ai nonni”, ma ha avvertito che questo equilibrio è destinato a diventare sempre più fragile man mano che il rapporto tra occupati e pensionati peggiora. Non si tratta solo di quantità, ma di struttura delle adesioni: sono pochi i giovani sotto i 35 anni che scelgono un fondo pensione, le donne continuano a essere meno presenti e il Centro-Sud resta indietro rispetto al Nord.

Di fronte a questi dati, Maggi ha parlato apertamente di responsabilità generazionale: se la generazione attuale non sarà in grado di garantire ai giovani un futuro economico almeno equivalente a quello vissuto dai “boomer”, avrà «fallito clamorosamente» il proprio compito storico. Da qui, la decisione di dedicare il primo grande appuntamento pubblico dell’Osservatorio proprio ai giovani e al loro rapporto con la previdenza.

Il lavoro non è più quello di una volta: perché lo schema è saltato

Per Mauro Nori, parlare di previdenza significa innanzitutto parlare di lavoro, e il nodo principale è che il sistema pensionistico italiano è stato costruito su un modello di vita che oggi non esiste più. Nel dopoguerra, e ancora per molti anni, la traiettoria era chiara: studio fino ai 15–18–22 anni, poi lavoro continuo fino a 55–60–65 anni e infine pensione per il resto dell’esistenza. Il lavoro era “il lavoro della vita”, stabile e lineare, e anche il calcolo della pensione era semplice: «ogni anno valeva il 2%» della retribuzione di riferimento.

Oggi, invece, lo schema è saltato. Non c’è più una separazione netta tra lavoro dipendente e autonomo, le carriere sono ibride, frammentate, spesso intermittenti. La conciliazione tra tempi di vita e lavoro non riguarda più solo le madri, ma l’intera generazione dei giovani adulti, che chiede flessibilità e spazi di autodeterminazione.

In questo scenario, intervenire sulle pensioni pubbliche è complicato perché lo stock di debito accumulato e gli impegni verso i 16 milioni di pensionati attuali non consentono correzioni improvvise. Nori ha ricordato che interventi troppo bruschi significherebbero incidere sulla “carne viva” di chi ha versato contributi per decenni, per cui ogni riforma richiede gradualità e attenzione agli equilibri sociali. Una parte della riflessione va quindi nella direzione di uno “zoccolo duro” garantito dalla fiscalità generale, una sorta di trattamento minimo universale che assicuri a tutti un livello dignitoso di pensione pubblica, su cui innestare poi l’integrazione garantita dal secondo pilastro.

Fiscalità generale e TFR: dove trovare le risorse

La domanda successiva è come finanziare questo doppio binario senza aggravare ulteriormente il carico sul lavoro. Nori ha definito i contributi previdenziali una vera e propria tassa capitaria, che colpisce soprattutto le imprese labour intensive, quelle che assumono più persone e che, paradossalmente, dovrebbero essere più favorite. Ridurre drasticamente l’aliquota contributiva, però, significherebbe mettere a rischio il pagamento delle pensioni in essere.

Per questo il capo di gabinetto del Ministero del Lavoro è un sostenitore dell’idea che «il fisco dovrà sempre più partecipare al finanziamento della previdenza», perché il sistema tributario è più flessibile nel recuperare risorse e può intercettare meglio i nuovi fattori produttivi, dall’automazione alla robotica.

In questa prospettiva, il trattamento di fine rapporto rappresenta un cantiere decisivo. Oggi il TFR è un accantonamento virtuale iscritto a bilancio come costo, che riduce l’utile imponibile delle imprese e viene liquidato al lavoratore solo al momento della cessazione. Secondo Nori, sarebbe possibile, riprendendo esperienze già viste in passato, creare meccanismi che liberino quel flusso a favore della previdenza complementare, a condizione di riconoscere alle imprese adeguate compensazioni finanziarie e fiscali.

Un’operazione di questo tipo, ha spiegato, consentirebbe di destinare a fondi pensione risorse che oggi sono “congelate” nei bilanci, con un costo relativamente contenuto per lo Stato e un beneficio diretto per i giovani lavoratori, aumentando in modo strutturale le adesioni.

Il ruolo del fisco e i limiti imposti da Bruxelles

Sul versante fiscale è intervenuto Giovanni Spalletta, che ha ricostruito l’evoluzione della disciplina tributaria dei fondi pensione. La scelta italiana è quella di un modello ETT: i contributi sono deducibili entro una soglia annuale, i rendimenti sono tassati con un’aliquota del 20% – comunque più bassa rispetto al 26% dei redditi finanziari ordinari – e le prestazioni sono colpite da un’imposta sostitutiva che parte dal 15% e può ridursi fino al 9% per chi mantiene una lunga permanenza nel fondo.

Questo schema, ha ricordato Spalletta, ha oggettivamente favorito la crescita del settore, pur non essendo sufficiente da solo a determinare un salto quantitativo nelle adesioni. Nell’ambito della legge delega fiscale, il MEF sta ragionando sul possibile passaggio da una tassazione “sul maturato” a una tassazione “sul realizzato”, cioè sui rendimenti effettivamente incassati, ma il vincolo di neutralità finanziaria rende complessa l’attuazione di questa riforma nei tempi stretti della delega.

Ancora più delicato è il capitolo degli investimenti: politicamente è intuitivo premiare i fondi che scelgono di investire nell’economia italiana, ma le regole europee sulla libertà di circolazione dei capitali e sugli aiuti di Stato rendono arduo costruire regimi troppo favorevoli per gli asset domestici. La procedura di infrazione aperta sui PIR, che incentivano una quota di investimenti in strumenti italiani, dimostra quanto il margine di manovra sia ristretto.

Spalletta ha spiegato che il MEF sta comunque lavorando per perfezionare le norme esistenti e introdurre “pezzetti” di disciplina più favorevoli, ma ha invitato a non considerare la leva fiscale sugli investimenti come una panacea, ricordando anche i vincoli della nuova governance europea di bilancio.

Più elasticità per gli iscritti e attenzione ai giovani lavoratori

Un’altra area su cui si sta intervenendo riguarda le scelte che il lavoratore può compiere all’interno del fondo pensione. Spalletta ha segnalato che nelle proposte in discussione per la legge di bilancio compare un lieve aumento della soglia di deducibilità dei contributi, da 5.164 a 5.300 euro l’anno, in linea con l’andamento dell’inflazione, e l’adeguamento automatico dei limiti previsti per i lavoratori in prima occupazione, che possono versare meno nei primi cinque anni e recuperare successivamente, entro determinati massimali.

Ma la novità più significativa è sul fronte delle prestazioni. Il legislatore intende portare dal 50% al 60% la quota di montante che può essere erogata in capitale e introdurre nuove modalità di uscita: una rendita temporanea legata all’aspettativa di vita, piani di prelievo parziale delle somme maturate e non ancora riscosse, nonché forme di frazionamento del montante su un arco di almeno cinque anni, con una specifica disciplina fiscale.

Sul versante degli investimenti, si guarda inoltre a un modello “life cycle”, in cui l’allocazione del portafoglio viene automaticamente adeguata all’età dell’iscritto: più rischio e potenziale rendimento nelle fasi iniziali della carriera, maggiore prudenza man mano che ci si avvicina all’età pensionabile.

È un modo per avvicinare i risultati dei fondi pensione a quelli che il TFR ha storicamente garantito, ma con una gestione più mirata e consapevole del rischio, in particolare per i lavoratori più giovani e per chi ha carriere non lineari.

Il nanismo dei fondi pensione e la missione smarrita

Il presidente Covip, Mario Pepe, ha invitato a guardare alla previdenza non solo come a un ingranaggio del sistema economico, ma come a «una infrastruttura culturale, economica e sociale del Paese» e come «la continuità del patto fra le generazioni». Oggi, ha ricordato, la previdenza pubblica garantisce il 70% del reddito complessivo degli over 65, ma nei prossimi anni questi ultimi diventeranno circa il 30% della popolazione e la spesa dovrà comunque essere contenuta, con un’inevitabile pressione verso il basso sulle prestazioni.

Da qui l’appello dello Stato alla previdenza complementare, chiamata a colmare il divario tra ultima retribuzione e pensione pubblica. Eppure, in Italia il patrimonio dei fondi pensione si ferma intorno all’11,7% del PIL, mentre in altri Paesi europei singoli fondi arrivano a valere più del 200% del PIL nazionale.

Per Pepe il “nanismo” dei fondi è strutturale e si accompagna a un altro fenomeno: la vita dei fondi è troppo breve. Nascono tardi, con un’età media degli iscritti di 47 anni, e “muoiono presto”, nel momento dell’erogazione delle prestazioni, quando la maggioranza degli aderenti sceglie di incassare tutto il capitale invece di optare per la rendita vitalizia.

«La previdenza complementare ha perso la sua missione, è diventata un TFR complementare», ha osservato, con un’immagine efficace: «I fondi pensione sono come i figli di Crono, nascono vecchi e muoiono bambini». Da qui la necessità di immaginare strategie completamente nuove per allungare la vita dei fondi e intercettare chi oggi resta ai margini del sistema.

Salvadanaio alla nascita, educazione previdenziale e autonomia delle donne

Per invertire questa tendenza, Pepe ha proposto un’idea che unisce dimensione economica, educativa e sociale: creare un “fondo previdenziale alla nascita”, un salvadanaio che accompagni la persona per tutta la vita. Questo strumento permetterebbe di includere nel perimetro previdenziale categorie oggi quasi del tutto escluse, come i giovani in età prescolare, gli adolescenti, i lavoratori con carriere discontinue e i cosiddetti lavoratori fragili con redditi intorno ai 15 mila euro l’anno, che non possono sfruttare i vantaggi fiscali perché non hanno sufficiente capienza d’imposta.

Invece di puntare solo sulla deducibilità, Pepe ha suggerito di immaginare, per questi soggetti, forme di decontribuzione sulle retribuzioni più basse, che alimentino direttamente il loro montante previdenziale. Il salvadanaio alla nascita avrebbe anche una forte valenza educativa: all’interno delle famiglie, potrebbe sostituire il tradizionale “regalo simbolico” alla nascita con un versamento in un fondo, trasformando la cultura del dono in cultura dell’investimento di lungo periodo.

Il presidente Covip ha legato questa idea anche al tema della violenza economica, spesso nascosta dentro relazioni familiari in cui un partner controlla conti e spese, impedendo all’altro – spesso la donna – di rendersi autonomo. In questo contesto, un fondo pensione personale, intangibile e costruito nel tempo, può diventare uno strumento di libertà: «Il fondo pensione vi salva la vita», ha affermato, proponendolo come slogan per sensibilizzare soprattutto le donne alla costruzione di una propria sicurezza economica.

L’intelligenza artificiale cambia il lavoro e il welfare

La voce dei giovani è arrivata con l’intervento di Niccolò Francesco Calvelli, studente di Tor Vergata e moderatore dell’incontro, che ha legato i temi previdenziali alla trasformazione tecnologica in corso. Ha ricordato come il 42% delle professioni italiane sia destinato a cambiare profondamente entro il 2035 e come milioni di lavoratori utilizzino già strumenti di intelligenza artificiale nelle proprie attività, con effetti diretti su occupazione, redditi e basi contributive.

Se non si interverrà con riforme mirate, queste dinamiche potrebbero tradursi in minori contributi annui, montanti più bassi e tassi di sostituzione in calo. Allo stesso tempo, le stesse tecnologie possono diventare un alleato dei fondi pensione, migliorando gestione e rendimenti.

Calvelli ha indicato tre linee operative prioritarie:

  • adottare da subito IA, chatbot e automazione per ridurre i costi, migliorare il servizio agli iscritti e gestire in modo più efficiente portafogli e liquidità;
  • creare una piattaforma tecnologica condivisa tra i fondi, con una academy dedicata e prodotti previdenziali più flessibili, inclusi quelli per la gig economy;
  • aprire un tavolo tecnico con il Ministero del Lavoro per aggiornare il modello previdenziale alla luce di longevità, carriere discontinue e impatto dell’IA su occupazione e contributi.

Secondo Calvelli, l’intelligenza artificiale «non è una minaccia inevitabile, ma uno strumento che può rafforzare la sostenibilità del sistema», a condizione che le scelte vengano fatte nei prossimi anni e non quando gli effetti negativi saranno già consolidati.

Verso il convegno del 25 febbraio: giovani da spettatori a protagonisti

La senatrice Germontani è tornata sul tema del ruolo dei giovani, ricordando che la conferenza stampa è solo il primo passo di un percorso che avrà il suo momento centrale il 25 febbraio nella Sala Capitolare del Senato. In quella occasione, il titolo “Come guidare la trasformazione del sistema previdenziale: i giovani da spettatori a protagonisti” sarà preso alla lettera: a intervenire nei tavoli di confronto saranno giovani con incarichi nazionali nel mondo associativo, rappresentanti dei giovani industriali, delegati delle organizzazioni sindacali e giovani professionisti che operano già nei fondi pensione.

L’obiettivo è ascoltare direttamente da loro come vedono il welfare “a 360 gradi”, cosa pensano della previdenza complementare e quali condizioni considerano essenziali per aderire e restare nel sistema. Il presidente Covip ha ricordato anche l’importanza di una vigilanza che non sia solo sanzionatoria, ma di accompagnamento, citando la “giornata delle idee” che ogni anno riunisce vigilanti e vigilati per discutere di regole spesso pensate per contesti diversi.

«La previdenza è innanzitutto una promessa di futuro», ha detto Pepe, spiegando che ogni contributo versato è un impegno verso la dignità del lavoro e la sicurezza delle generazioni che verranno.

 

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