Roma, il 2 dicembre alle ore 11, la vigilia della Giornata internazionale delle persone con disabilità, nella Sala degli Atti Parlamentari del Palazzo della Minerva si è tenuto un incontro dedicato a sport e lavoro come leve decisive di inclusione. A condurre la mattinata è stata la senatrice e atleta paralimpica Giusy Versace, affiancata dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, da rappresentanti del Ministero del Lavoro, del Dipartimento per lo Sport, del Comitato Italiano Paralimpico, del terzo settore, del mondo imprenditoriale e da numerosi atleti. In sala, anche gli studenti dell’Istituto comprensivo “Via Merope” di Roma, arrivati apposta per seguire i lavori, oltre al pubblico collegato via web tv del Senato. Il filo rosso è stato chiaro fin dall’inizio: non parlare di assistenza, ma di diritti, opportunità e talenti delle persone con disabilità.
Una vigilia che chiede impegni concreti
Versace ha ricordato che il 3 dicembre non può restare una data simbolica, ma deve tradursi in scelte politiche e amministrative. La presenza in una sala parlamentare e la diretta streaming sono state presentate come un segnale di responsabilità: «Non sempre si può risolvere tutto con le leggi, ma sicuramente le leggi si possono migliorare e rafforzare». Lo sport e il lavoro, ha sottolineato, sono due campi dove si vede immediatamente se l’inclusione esiste davvero o resta solo nelle dichiarazioni.
La riforma “epocale” e il progetto di vita
Nel suo intervento, la ministra Alessandra Locatelli ha definito la riforma in corso sulla disabilità una “riforma epocale”, capace di superare un welfare nato oltre cinquant’anni fa e ancora troppo centrato sull’assistenza. Al centro c’è il progetto di vita, uno strumento personalizzato che dovrà tenere insieme salute, scuola, lavoro, relazioni, abitare, tempo libero e sport, restituendo unità a percorsi oggi frammentati. La ministra ha ricordato anche la riorganizzazione delle commissioni di invalidità civile, chiamate a superare un approccio meccanico alle percentuali e a considerare l’impatto reale delle condizioni di salute sulla partecipazione alla vita sociale. Tutto questo, ha spiegato, avviene nel solco della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, che per l’Italia è legge dello Stato e dovrebbe essere «un faro» per ogni scelta normativa.
Parole che cambiano lo sguardo
Un passaggio molto simbolico ma non meno incisivo riguarda il linguaggio. Con la riforma, sono stati eliminati dalle leggi ordinarie i termini “handicappato” e “portatore di handicap”. Locatelli ha chiarito che non si tratta di una mania terminologica, ma di coerenza con il modello dei diritti umani: la disabilità non è una “malattia” né una condanna, bensì il risultato di una interazione negativa tra persona e ambiente. Cambiare le parole serve a cambiare lo sguardo: non più individui da compatire, ma cittadini con competenze, aspirazioni e responsabilità, parte di una comunità che deve rimuovere barriere fisiche, culturali e organizzative.
Lavoro, numeri che pesano sulla pelle delle persone
Sul fronte occupazionale, la ministra ha portato alcuni dati che restano critici. A fronte di una disoccupazione generale intorno al 6%, tra le persone con disabilità la percentuale sale al 17%; e di queste, circa il 70% ha una disabilità intellettiva o relazionale. È la prova di un sistema che ancora fatica a riconoscere e valorizzare il potenziale di molte persone. Per Locatelli, è arrivato il momento di ripensare la legge 68/1999 sul collocamento mirato: una norma importante, ma non più sufficiente. Il coinvolgimento più strutturato del terzo settore viene indicato come chiave per costruire ponti tra aziende e lavoratori, superando una logica meramente numerica di “quote da riempire” e puntando a percorsi di inserimento realmente coerenti con competenze e inclinazioni.
In questo percorso, è emersa la figura del disability manager, spesso fraintesa o poco conosciuta. Versace e Locatelli l’hanno descritta come una figura interna in grado di lavorare sul clima aziendale, sull’accessibilità, sugli accomodamenti ragionevoli e sull’accompagnamento nel tempo delle persone con disabilità. Non un garante simbolico, ma un professionista che aiuta l’organizzazione a evitare fallimenti nell’inserimento e a fare in modo che chi viene assunto non resti isolato. Per la ministra, il disability manager, nelle realtà medio-grandi pubbliche e private, rappresenta un vero investimento sulla qualità del lavoro, a beneficio di tutta la comunità professionale.
L’orizzonte del Ministero del Lavoro
Nel videomessaggio della vice ministra Maria Teresa Bellucci è stata ribadita la volontà di rendere i diritti “pienamente esigibili”, e non solo dichiarati. Anche per il Ministero del Lavoro, il progetto di vita è il baricentro di una presa in carico integrata, che tiene insieme occupazione, formazione e sostegni sociali. Bellucci ha ricordato gli oltre 75 milioni di euro del Fondo per il diritto al lavoro delle persone con disabilità, destinati a iniziative di inserimento e aggiornamento delle competenze. Il lavoro è stato definito strumento di indipendenza, autorealizzazione e riconoscimento sociale, e per questo va considerato parte essenziale dei percorsi di inclusione al pari della scuola e dello sport.
Sport in Costituzione e impianti davvero per tutti
Il capo Dipartimento per lo Sport, Flavio Siniscalchi, ha richiamato il passaggio dello sport in Costituzione, ricordando però che un principio, da solo, non basta. Perché il diritto allo sport sia “di tutti e per tutti” servono strutture accessibili, programmi dedicati e fondi stabili. Siniscalchi ha illustrato il ritorno dei Giochi della Gioventù, resi per la prima volta pienamente inclusivi per gli studenti con disabilità grazie al coinvolgimento dei comitati paralimpici, l’istituzione di un fondo per gli ausili sportivi e uno stanziamento di 2,6 miliardi di euro in tre anni per l’impiantistica sportiva. Ha citato anche il baskin, variante inclusiva del basket, come esempio concreto di come ragazzi con e senza disabilità possano giocare insieme da pari.
Versace ha portato sul tavolo un tema molto concreto: il costo di protesi e ausili sportivi. Una gamba da corsa o un monosci con stabilizzatori può raggiungere cifre proibitive per la maggior parte delle famiglie. «Possiamo anche scrivere lo sport in Costituzione – ha osservato – ma se una persona amputata non può permettersi la protesi per correre al parco la domenica, non possiamo dire che lo sport è davvero per tutti». Da qui la richiesta di un fronte comune con il ministro dello Sport Andrea Abodi e il ministro della Salute Orazio Schillaci per inserire gli ausili sportivi nei LEA, i Livelli essenziali di assistenza, così da trasformare la pratica sportiva da privilegio a normale possibilità di vita quotidiana.
Milano Cortina 2026 come banco di prova nazionale
Lo sguardo al futuro si è naturalmente posato su Milano Cortina 2026, quando l’Italia ospiterà Olimpiadi e Paralimpiadi invernali. Versace ha parlato di «doppia opportunità»: da un lato un grande evento capace di generare turismo ed economia, dall’altro una spinta per abbattere barriere architettoniche e culturali. Siniscalchi ha ricordato che la vera sfida sarà la legacy, ciò che resterà dopo la chiusura dei Giochi: impianti accessibili, procedure inclusive collaudate, maggiore visibilità del movimento paralimpico. Il presidente del CIP Junio De Santis, in un saluto video, ha definito il diritto allo sport delle persone con disabilità «inalienabile, come il diritto all’uguaglianza», auspicando che dopo Milano Cortina la pratica sportiva paralimpica sia davvero aperta a tutte le disabilità.
Un momento particolarmente coinvolgente è stato la proiezione, in anteprima nazionale, dello spot “Sport e disabilità, una marcia in più per tutti”, realizzato da Fondazione Allianz Umanamente con il Ministero per le Disabilità. Il segretario generale Nicola Corti ha spiegato che la fondazione, attiva dal 2001 e dal 2018 impegnata in modo strutturato nello sport inclusivo, ha scelto il linguaggio delle immagini per raccontare come «gli ostacoli diventano possibilità» e «le persone diventano squadra». Lo spot, che sarà diffuso su tv nazionali, reti locali, stazioni ferroviarie, navi da crociera e stadi, mostra atleti in bici, sulla neve e in acqua, sottolineando che lo sport non è solo performance, ma libertà, incontro e storia condivisa.
Storie di pista, neve e pista d’atletica
Le parole dei rappresentanti istituzionali sono state affiancate dalle voci degli atleti. Tommaso Roccato, ex promessa del motociclismo oggi in carrozzina dopo un incidente, ha raccontato come lo sport lo abbia aiutato a «uscire dalla riabilitazione in tre mesi» e a ritrovare un progetto di vita attraverso il tennis in carrozzina e poi lo sci alpino paralimpico. Con lui, la storia di Giovanni Zaramella, atleta FISDIR reduce dai mondiali in Australia con due ori e un record del mondo, ha dato un volto alla tenacia. Il suo motto, «Non posso mollare», riassume un percorso iniziato con un intervento a cuore aperto alla nascita e proseguito grazie a una allenatrice che ha creduto nelle sue capacità senza pietismi. Il padre, Matteo Zaramella, ha raccontato di un padre incontrato in treno che, dopo aver letto il loro libro “L’Italia chiamò”, ha deciso di portare il figlio autistico a fare sport: un esempio di come le storie positive possano generare altre scelte coraggiose.
BB Holding: lusso, precisione e inclusione
Sul versante del lavoro, la testimonianza dell’imprenditore fiorentino Marco Bartoletti, alla guida della BB Holding, ha mostrato cosa significhi costruire un’azienda inclusiva nel settore del lusso. Il gruppo, nato da una piccola realtà artigianale, conta oggi oltre 250 collaboratori, un fatturato superiore ai 50 milioni di euro e produce accessori di altissima gamma per i principali marchi della moda. In questa realtà, più del 30% dei dipendenti è una persona con disabilità. Bartoletti, insignito dal Presidente della Repubblica dell’onorificenza di Ufficiale al merito, ha voluto chiarire un punto: «Non siamo qui per fare opere di bene, siamo qui per fare bene il nostro lavoro». In azienda sono stati progettati macchinari su misura per permettere, ad esempio, a una lavoratrice in carrozzina arrivata dalla Calabria di diventare saldatrice specializzata, dimostrando che l’innovazione organizzativa può partire dai bisogni di chi è più fragile.
Bartoletti ha messo in discussione un’idea di inclusione legata solo a quote obbligatorie e sgravi, perché rischia di trasmettere alle persone il messaggio che, senza incentivi, non sarebbero abbastanza. Nelle sue aziende lavorano persone con distrofie, SLA, autismo, sindrome di Down, tumori, sordità, anoressia, oltre a genitori di bambini con gravi patologie. Molte di queste situazioni non sono nemmeno formalmente certificate, ma richiedono comunque attenzione e flessibilità. L’imprenditore ha raccontato un progetto di collaborazione con il Comune in cui tre lavoratrici in carrozzina hanno mappato le barriere architettoniche nelle scuole, individuando criticità che erano sfuggite a tecnici e progettisti. Il loro sguardo, maturato nell’esperienza quotidiana, è diventato strumento di miglioramento per tutta la comunità.
Leggi avanzate, cultura da raggiungere
Il presidente della FISH, Vincenzo Falabella, ha ricordato come l’Italia sia spesso indicata come Paese avanzato sul piano normativo: dall’abolizione delle scuole speciali nel 1977 alla legge 68 sul collocamento mirato, fino alla recente legge delega che recepisce la Convenzione ONU. Eppure il tasso di occupazione delle persone con disabilità resta basso, e molti laureati e diplomati faticano a trovare un lavoro coerente con le loro competenze. Per Falabella, la legge 68 va aggiornata, ma soprattutto è necessario un salto culturale: superare gli stereotipi che vedono la disabilità solo come limite, e riconoscere che la partecipazione di tutti è valore per l’intero Paese.
Una responsabilità condivisa
Nel videomessaggio del Garante nazionale per le persone con disabilità, l’avvocato Maurizio Borgo, è stato illustrato il concorso per la scelta del logo dell’Autorità, affidato alle scuole italiane, proprio per coinvolgere le nuove generazioni nella riflessione su diritti e inclusione. Accanto a lui, le esperienze del terzo settore e delle fondazioni d’impresa hanno mostrato come la filantropia possa sostenere progetti di sport, lavoro e vita indipendente. Ai ragazzi presenti, Versace ha chiesto di portare a casa e a scuola ciò che hanno ascoltato, perché il cambiamento passa anche dai loro sguardi. La mattinata al Senato ha lasciato un messaggio chiaro: sport e lavoro sono luoghi dove l’Italia può scegliere ogni giorno se lasciare indietro qualcuno o costruire una comunità in cui ognuno “vale” davvero.
