Il convegno di presentazione del Rapporto Svimez 2025 racconta un Mezzogiorno in movimento. Il Sud, per la prima volta dopo anni, cresce più del resto del Paese e guida la ripresa post-pandemica. Ma dietro i numeri positivi si nasconde una realtà più complessa: giovani che continuano a partire, salari bassi, servizi essenziali ancora disomogenei e grandi crisi industriali irrisolte. Il tema non è più solo “quanto” cresce il Mezzogiorno, ma come trasformare questa crescita in un vero diritto a restare.
Cinquant’anni di rapporti, cinquant’anni di Mezzogiorno osservato
Nel suo intervento introduttivo, l’onorevole Anna Ascani ricorda che il primo rapporto Svimez fu presentato nel 1975. Da allora, anno dopo anno, l’Associazione ha seguito l’evoluzione del Mezzogiorno, attraversando stagioni molto diverse: l’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno, le misure dell’AgenSud, le politiche ordinarie per le aree depresse, fino alle politiche di coesione europee.
Il Rapporto 2025 si inserisce in questa lunga traiettoria. È un documento che, sottolinea Ascani, non si limita a raccogliere numeri, ma offre un quadro organico di dati, analisi e indicazioni. È diventato uno strumento di lavoro per la politica nazionale e locale, ma anche un punto di riferimento per chiunque voglia discutere seriamente di Mezzogiorno.
Ascani ricorda come la Svimez abbia allargato progressivamente lo sguardo, includendo nelle sue analisi non solo l’economia ma anche demografia, istruzione, sanità, servizi universali. Un modo per misurare non soltanto la crescita, ma la qualità della cittadinanza nel Sud d’Italia.
La crescita del Sud: numeri che segnano una discontinuità
Il Rapporto certifica un fatto inedito: negli ultimi anni il Mezzogiorno ha fatto meglio del Centro-Nord. Tra il 2021 e il 2024, il Pil è cresciuto dell’8,5% al Sud, contro il 5,8% del resto del Paese. Uno scarto di tre punti percentuali che rovescia lo schema tradizionale del dualismo italiano.
Le ragioni sono molteplici. Il ciclopico impulso agli investimenti legato al PNRR e alla chiusura della programmazione 2014-2020 della coesione. Il ciclo molto favorevole dell’edilizia, sostenuto prima dai bonus e poi dai cantieri del Piano. Una minore esposizione dell’industria meridionale agli shock globali delle catene del valore. La forte ripresa del turismo e dei servizi, che ha riportato domanda interna in territori duramente colpiti dal Covid.
Secondo le stime Svimez, il PNRR nel 2024 ha contribuito alla crescita del Pil per 0,6 punti percentuali nel Mezzogiorno e 0,4 nel Centro-Nord. Il Sud, insomma, ha beneficiato in modo particolare di questa iniezione di risorse, anche grazie alla clausola del 40% che ha vincolato una quota minima di investimenti alle regioni meridionali.
Il messaggio del Quirinale: coesione come interesse nazionale
In apertura del convegno viene letto il messaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il Capo dello Stato definisce la presentazione del Rapporto un’occasione preziosa per comprendere “le evoluzioni sociali, demografiche ed economiche del Mezzogiorno”.
Mattarella riconosce alla Svimez il merito di fornire dati e proposte che aiutano a individuare linee di sviluppo per la comunità nazionale. La coesione non viene descritta come un tema di nicchia, ma come parte integrante dell’interesse generale del Paese. Il messaggio è chiaro: la questione meridionale è anche una questione italiana ed europea.
“Freedom to move, right to stay”: il cuore del rapporto
Il direttore generale Luca Bianchi prende la parola dopo un breve video omaggio a Massimo Troisi, che gioca ironicamente sul confine tra viaggio ed emigrazione. È la porta d’ingresso ideale al titolo del Rapporto 2025: “Freedom to move, right to stay”.
Bianchi ricorda che la libertà di movimento è un pilastro dell’Unione europea, ma non può essere considerata piena se manca il diritto di restare. «Rendere effettivo il diritto a rimanere – afferma – è una delle condizioni essenziali perché anche la libertà di muoversi sia una libertà compiuta».
Il punto centrale è che la mobilità, nel Mezzogiorno, spesso non è una scelta ma una necessità. E il paradosso è che questo avviene proprio mentre il Sud cresce più del resto del Paese e aumenta l’occupazione.
La trappola del capitale umano e l’emorragia di giovani
I numeri sulle migrazioni interne ed esterne sono tra i più preoccupanti del Rapporto. Nel triennio 2022-2024, ogni anno circa 106.000 giovani meridionali hanno lasciato la propria area di residenza per trasferirsi nel Centro-Nord o all’estero. Sono 3.000 in più rispetto al triennio pre-pandemia 2017-2019.
La composizione di questi flussi è cambiata. Se in passato partivano soprattutto giovani con titoli medio-bassi, oggi cresce la quota dei laureati, che rappresentano quasi due terzi del totale. Il Mezzogiorno investe in istruzione, ma non riesce a trattenere i profili più qualificati.
Bianchi definisce questa dinamica una “trappola del capitale umano”. Le competenze formate nelle università del Sud non trovano sbocchi adeguati sul mercato del lavoro locale. Molti laureati restano sottoutilizzati, altri scelgono – o sono costretti – a cercare altrove opportunità coerenti con il proprio percorso formativo. La Svimez stima in 8 miliardi di euro l’anno il valore degli investimenti pubblici in formazione che il Sud trasferisce, sotto forma di cervelli in fuga, al resto del Paese.
Il fenomeno, però, non riguarda solo il Mezzogiorno. Cresce anche l’emigrazione verso l’estero dei giovani del Centro-Nord. In termini complessivi, si disegna una vera e propria questione nazionale del capitale umano, che indebolisce la capacità del Paese di reggere la competizione internazionale.
Occupazione in crescita, povertà che non si riduce
La fotografia del mercato del lavoro è fatta di luci e ombre. Da un lato, il triennio recente è stato caratterizzato da una forte espansione dell’occupazione: +8% nel Mezzogiorno contro +5,4% nel Centro-Nord. Anche la presenza dei laureati tra i nuovi occupati è aumentata in modo significativo: nel Sud, circa il 60% dei nuovi occupati giovani ha un titolo universitario.
Dall’altro lato, se si guarda alla qualità dei posti di lavoro, i segnali sono meno confortanti. I due settori che più hanno contribuito alla crescita dell’occupazione giovanile sono turismo e costruzioni, comparti spesso segnati da lavoro stagionale, orari irregolari e retribuzioni contenute. La crescita dell’ICT e del pubblico impiego, pur positiva, non basta a compensare.
Sul fronte salariale, la situazione resta critica. I salari reali nel Mezzogiorno sono ancora circa il 10% inferiori ai livelli del 2021, con un calo più marcato rispetto al Centro-Nord. La conseguenza è che il lavoro, da solo, non garantisce l’uscita dalla povertà. L’indicatore europeo di in-work poverty mostra nel Sud un aumento dei lavoratori poveri dal 18,9% al 19,4% tra il 2023 e il 2024, per un totale di 1,2 milioni di persone.
La crescita delle famiglie povere con persona di riferimento occupata indica che avere un impiego non è più sufficiente. È un elemento che pesa sulle scelte dei giovani, sulle decisioni delle famiglie e, in prospettiva, sulla stessa fiducia nel futuro.
Il PNRR come motore del ciclo espansivo
Secondo la Svimez, il ciclo positivo del Mezzogiorno è strettamente legato al PNRR. Il Piano ha funzionato da grande acceleratore di investimenti e domanda interna, soprattutto in una fase di rallentamento globale. La clausola che destina al Sud almeno il 40% delle risorse ha permesso di concentrare nel Mezzogiorno una quota di investimenti superiore al suo peso economico e demografico.
Le previsioni contenute nel Rapporto indicano che anche nel 2025 e nel 2026 il Sud potrebbe continuare a crescere leggermente più del Centro-Nord. Sarebbe la prima volta, nella storia repubblicana, che si registrano cinque anni consecutivi di questa dinamica. Ma le stesse simulazioni evidenziano un rischio: dal 2027, senza una nuova stagione di politiche e risorse, il divario potrebbe iniziare di nuovo ad allargarsi.
Il monitoraggio congiunto Svimez–ANCE mostra che la grande maggioranza dei progetti PNRR locali è in fase esecutiva o avanzata. I dati SIOPE evidenziano un raddoppio degli investimenti dei comuni meridionali tra il 2022 e il 2025. La sfida ora è trasformare questo ciclo straordinario in un percorso stabile di sviluppo, evitando un “effetto scogliera” alla fine del Piano.
I comuni protagonisti inattesi della stagione degli investimenti
Una delle sorprese più significative del PNRR è il ruolo dei comuni. Per anni considerati il livello istituzionale più fragile, soprattutto nel Mezzogiorno, i municipi hanno dimostrato una notevole capacità di progettazione e spesa, in particolare sulle infrastrutture sociali.
La vice presidente Anci e sindaca di Campobasso Maria Luisa Forte ricorda come molte amministrazioni locali si siano ritrovate a gestire un volume di risorse senza precedenti, spesso con organici ridotti e competenze limitate. L’accesso alle task force di supporto, alle nuove assunzioni e ai servizi di assistenza tecnica ha permesso di colmare, almeno in parte, questi limiti.
Secondo le stime Anci, entro la fine del 2025 i comuni avranno realizzato investimenti per 21 miliardi di euro, di cui 5 miliardi nei piccoli comuni. Forte insiste sul fatto che proprio queste realtà, insieme alle città medie, sono cruciali per contrastare lo spopolamento delle aree interne e per offrire servizi di prossimità alle comunità locali.
Il tema che si apre ora riguarda la gestione futura delle opere: nidi, scuole, centri culturali, impianti sportivi. I bilanci comunali, già sotto pressione, rischiano di non reggere tutti i costi di personale e funzionamento. Da qui la richiesta che la nuova programmazione della politica di coesione destini una quota certa di risorse direttamente ai comuni, per dare continuità al lavoro avviato con il PNRR.
Selettività, valutazione, addizionalità: la lettura dell’UPB
La presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, Lilia Cavallari, commenta i dati Svimez sottolineando il grande potenziale inutilizzato del Mezzogiorno, sia sul fronte produttivo – impianti poco sfruttati – sia sul fronte del lavoro, con milioni di inattivi concentrati soprattutto nelle regioni meridionali.
Per l’UPB, la parola chiave è selettività. In un contesto in cui le risorse pubbliche non potranno rimanere ai livelli del PNRR, sarà necessario scegliere con cura obiettivi, strumenti e beneficiari. Selettività significa:
1) concentrare gli interventi dove l’impatto può essere maggiore;
2) disegnare misure che producano investimenti addizionali, non semplicemente sostitutivi;
3) legare i finanziamenti a risultati misurabili e verificabili.
Cavallari porta l’esempio dei crediti d’imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno. Le valutazioni dell’UPB mostrano che hanno avuto effetti positivi su redditività e capitalizzazione delle imprese beneficiarie. Ma, avverte, tetti di spesa troppo restrittivi e rimborsi proporzionalmente ridotti rischiano di favorire chi avrebbe investito comunque, diminuendo l’efficacia dello strumento.
Per questo, la stagione che si apre dopo il PNRR dovrà puntare su una programmazione basata su evidenze empiriche e su una sistematica valutazione d’impatto delle misure, evitando interventi “a pioggia” e dispersione di risorse.
PNRR e governo: “non un fallimento, ma un piano in movimento”
Il ministro per gli Affari europei e il PNRR, Tommaso Foti, difende con decisione il percorso del Piano. Ricorda che l’Italia ha già ottenuto 140 miliardi di euro a fronte del raggiungimento di 332 obiettivi, e che con l’ottava rata si supererà la soglia dei 153 miliardi. Non è, sottolinea, un esercizio di stile, ma la prova che il Paese sta rispettando i target concordati con Bruxelles.
Foti insiste sul carattere trasversale del PNRR, che ha coinvolto tre governi diversi e non può essere letto con le lenti della polemica politica. Sottolinea poi il valore delle riforme collegate al Piano: semplificazione amministrativa, accelerazione dei pagamenti della pubblica amministrazione, digitalizzazione dei servizi, riorganizzazione della sanità territoriale.
Anche il ministro riconosce il ruolo centrale dei comuni e richiama le regioni a una maggiore assunzione di responsabilità, soprattutto nei settori in cui finora la capacità di spesa è stata più debole. L’obiettivo, ribadisce, è portare in porto il PNRR entro le scadenze, senza chiedere proroghe e senza rinunciare alla qualità degli interventi.
ZES unica, coesione e Mezzogiorno come piattaforma del Mediterraneo
Il tema delle ZES e della politica industriale occupa una parte importante del dibattito. Nel videomessaggio del vicepresidente della Commissione europea Raffaele Fitto, la coesione viene definita una leva fondamentale per dare concretezza al diritto di restare, soprattutto nei territori più esposti allo spopolamento.
Il sottosegretario alle Politiche per il Sud Luigi Sbarra ricorda che la ZES unica si sta rivelando uno strumento decisivo per attrarre investimenti nel Mezzogiorno, grazie alla combinazione di semplificazione amministrativa e agevolazioni fiscali. Cita oltre 900 autorizzazioni uniche e migliaia di imprese che hanno richiesto il credito d’imposta, con un impatto complessivo stimato in decine di miliardi di euro di investimenti e migliaia di nuovi posti di lavoro.
Nel suo intervento, Renato Brunetta, presidente del Cnel, inserisce queste dinamiche nel quadro più ampio della nuova geoeconomia del Mediterraneo. Con la crisi delle rotte tradizionali e la centralità crescente di Mediterraneo e Nord Africa per l’energia e il commercio, il Sud Italia può diventare una piattaforma logistica e industriale strategica per tutta l’Europa. Porti, corridoi energetici, infrastrutture digitali e ZES vengono visti come tasselli di un unico disegno.
I richiami di Giannola: serve un progetto, non solo fondi
Nelle sue conclusioni, il presidente della Svimez Adriano Giannola prova a tenere insieme tutti i fili. Ricorda che la crescita degli ultimi anni è una inversione di tendenza, non un nuovo equilibrio consolidato. Senza una strategia forte, avverte, il rischio di tornare alla divergenza è concreto.
Giannola richiama i vantaggi comparati del Mezzogiorno: la posizione geografica al centro delle rotte mondiali, il potenziale delle energie rinnovabili, la possibilità di ridurre, in prospettiva, il costo dell’energia per imprese e famiglie. Denuncia però il fatto che questi vantaggi non siano ancora al centro di un vero progetto di sviluppo nazionale.
L’idea è che il PNRR e le politiche di coesione debbano essere messi al servizio di questo disegno, non viceversa. Non basta spendere bene i fondi, serve una visione di lungo periodo che faccia del Sud una risorsa, non una debolezza, per l’intero sistema Italia.
Un Sud in movimento, tra rischi e opportunità
Alla fine della giornata, il quadro che emerge dal Rapporto Svimez 2025 è quello di un Mezzogiorno attraversato da forze contrastanti. Da un lato, una crescita robusta del Pil, un forte incremento degli investimenti pubblici, un mercato del lavoro che reagisce, comuni e città medie che dimostrano capacità inattese di gestione.
Dall’altro lato, l’emorragia di giovani qualificati, il peso dei lavoratori poveri, i divari ancora profondi nei servizi essenziali, le grandi crisi industriali aperte, dalla siderurgia all’automotive. Sullo sfondo, la sfida di tradurre la straordinaria stagione del PNRR in una traiettoria di sviluppo duratura, capace di offrire a chi nasce al Sud non solo la libertà di partire, ma anche la possibilità concreta di scegliere di restare.
È qui che il Rapporto 2025 invita politica, istituzioni e società a misurarsi davvero con il titolo scelto da Svimez: freedom to move, right to stay. Non uno slogan, ma una direzione di marcia.
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