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Scompenso cardiaco terminale, trapianto di cuore e xenotrapianto: alla Camera si apre il cantiere del futuro

Roma, nel quarantesimo anniversario del primo trapianto di cuore eseguito in Italia dal professor Vincenzo Gallucci – realizzato nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1985 a Padova – la Camera dei Deputati ha ospitato un convegno dedicato a una delle condizioni più gravi e spesso sottovalutate della cardiologia: lo scompenso cardiaco terminale. L’incontro si è svolto alla presenza del Presidente della Camera, del Presidente della Pontificia Accademia per la Vita monsignor Renzo Pegoraro, del professor Gino Gerosa, del dottor Fabrizio Oliva e del consigliere Giordano del Ministero della Salute, riunendo nello stesso luogo competenze mediche, giuridiche e religiose. Il contesto non era solo celebrativo: la memoria del primo trapianto di Gallucci ha fatto da sfondo a una riflessione molto concreta sulle sfide di oggi, a partire dall’urgenza di offrire risposte a chi non trae più beneficio dalla terapia farmacologica. Al centro del confronto sono emersi il crescente divario tra il numero di pazienti che avrebbero bisogno di un trapianto e la reale disponibilità di organi, le potenzialità – ma anche i limiti – dei dispositivi meccanici di assistenza e dei cuori artificiali, fino alle prospettive dello xenotrapianto e alle delicate questioni giuridiche, etiche e religiose che esso porta con sé. Aprendo i lavori, il Presidente della Camera ha ricordato che in Italia lo scompenso cardiaco interessa circa un milione di persone e che i ricoveri sono particolarmente frequenti tra gli anziani. Ha sottolineato come si tratti di una delle sfide più complesse per il Servizio sanitario nazionale, non solo per la gravità clinica, ma anche per l’impatto economico e sociale. Per i pazienti più giovani, quando i farmaci e gli interventi tradizionali non sono più sufficienti a controllare la malattia, il trapianto di cuore resta l’unica opzione concreta. Tuttavia, il progressivo calo della disponibilità e della qualità degli organi donati obbliga a guardare con attenzione a soluzioni alternative: cuori artificiali totali, dispositivi di assistenza ventricolare e, in prospettiva, xenotrapianto. Il convegno è stato pensato proprio per aprire uno spazio di confronto interdisciplinare, in cui competenze cliniche, giuridiche e religiose possano contribuire a orientare politiche sanitarie e scelte legislative in un’ottica di cura che rimanga saldamente centrata sulla persona malata.

Lo scompenso cardiaco: diffusione, prognosi e peso economico

A definire il quadro clinico è stato il dottor Fabrizio Oliva, direttore del Dipartimento cardio-toraco-vascolare della Fondazione IRCCS Ca’ Granda di Milano, che ha presentato la sua relazione come un’introduzione ai temi affrontati poi dal professor Gerosa. Oliva ha ricordato innanzitutto che nel mondo oltre 65 milioni di persone convivono oggi con l’insufficienza cardiaca, un numero che si è raddoppiato dalla fine degli anni Ottanta e che cresce in parallelo con l’aumento dell’età media della popolazione. La situazione italiana è sovrapponibile a quella degli altri Paesi occidentali, ma presenta una criticità marcata: lo scompenso cardiaco è ancora la prima causa di ospedalizzazione tra i soggetti con più di 65 anni. A cinque anni dalla diagnosi, la mortalità raggiunge il 50%, con ripercussioni molto pesanti sulla qualità di vita. Molti pazienti faticano a svolgere persino le attività quotidiane più semplici e, per chi è ancora in età lavorativa, diventa difficile mantenere un’occupazione stabile. Oliva ha sottolineato come, contrariamente alla percezione diffusa nel cosiddetto “mondo laico”, la prognosi dell’insufficienza cardiaca sia in molti casi peggiore di quella di diverse forme di tumore: un dato che raramente emerge nel dibattito pubblico, ma che per chi lavora in cardiologia è un’evidenza costante e quotidiana. Passando ai dati nazionali, Oliva ha ricordato che in Italia si stimano circa 900.000 pazienti affetti da insufficienza cardiaca, con circa 160.000 ospedalizzazioni all’anno. La parte più consistente dei costi non deriva dai farmaci o dalle visite di controllo, bensì dalle degenze ospedaliere, che rappresentano circa l’85% della spesa totale legata allo scompenso cardiaco. Ogni anno si registrano nel nostro Paese circa 12.000 nuovi casi di scompenso cardiaco terminale; in una regione come la Lombardia, con circa 10 milioni di abitanti, questo significa 2.300 nuovi pazienti l’anno. Circa il 14% dei pazienti a cui viene diagnosticata un’insufficienza cardiaca sviluppa, nell’arco di sei anni, un quadro di scompenso terminale, soprattutto se sono presenti fattori di rischio come obesità, ipertensione, ipercolesterolemia e diabete. Il dato più drammatico resta quello della mortalità: il 50% dei pazienti in fase terminale muore entro dodici mesi. A fronte di questo scenario, Oliva ha evidenziato i progressi ma anche i limiti dell’attuale modello di presa in carico. Oggi i cardiologi hanno a disposizione farmaci molto più efficaci rispetto al passato, in grado di ridurre il rischio di peggioramento e di migliorare gli esiti clinici; tuttavia esiste ancora un “rischio residuo” rilevante, perché una quota significativa di pazienti, pur trattata secondo le linee guida, va incontro allo sviluppo di uno scompenso avanzato. L’obiettivo condiviso della cura è migliorare i sintomi, aumentare la qualità di vita, ridurre i ricoveri e, quando possibile, prolungare la sopravvivenza. In termini numerici, però, la terapia farmacologica garantisce una sopravvivenza a un anno intorno al 50-60%, mentre i trattamenti sostitutivi – trapianto cardiaco e dispositivi di assistenza meccanica – possono portare la sopravvivenza fino all’85-90% nello stesso arco di tempo. Da qui la necessità, ribadita con forza, di individuare in tempo i pazienti che potrebbero beneficiare di queste opzioni avanzate e indirizzarli verso centri di terzo livello prima che le condizioni diventino irreversibili.

Reti di cura, organizzazione e ruolo delle istituzioni

Su questo sfondo clinico si innesta un problema organizzativo che non è secondario. Secondo i dati presentati, in Italia meno del 20% dei pazienti con scompenso è seguito all’interno di reti strutturate dedicate e poco più del 50% delle cardiologie dispone di un ambulatorio specifico per lo scompenso cardiaco. Questo significa che per molti malati il percorso di cura rimane frammentato, dipendente dalla singola struttura o dal singolo professionista, con il rischio concreto di ritardi nel riconoscimento della fase avanzata e nell’invio ai centri in grado di offrire terapie sostitutive. Le barriere da superare riguardano la continuità tra territorio e ospedale, la comunicazione tra centri periferici “spoke” e centri di riferimento “hub”, lo sviluppo di team multidisciplinari che integrino competenze cardiologiche, chirurgiche, infermieristiche, riabilitative e psicosociali, ma anche la formazione continua degli operatori e il sostegno ai caregiver. In questo contesto, telemedicina e percorsi condivisi con i centri di terzo livello vengono indicati come strumenti cruciali per superare la logica dell’“invio tardivo” e costruire una vera rete di presa in carico, capace di intercettare precocemente i segnali di peggioramento e di attivare in tempo le opzioni terapeutiche più complesse. Oliva ha ricordato come le istituzioni abbiano una responsabilità diretta nel rimuovere gli ostacoli organizzativi e nel garantire una maggiore omogeneità delle cure sul territorio nazionale. L’obiettivo è che un paziente con scompenso cardiaco, indipendentemente dalla regione in cui vive, possa accedere allo stesso livello di assistenza e alle stesse possibilità terapeutiche, inclusi il trapianto e i dispositivi di assistenza meccanica quando indicati. Un obiettivo che richiede interventi programmatori, investimenti mirati e una chiara assunzione di responsabilità politica.

Trapianto di cuore, VAD e cuore artificiale: opportunità e limiti

A partire da questo quadro, il professor Gino Gerosa ha approfondito il tema dei trattamenti sostitutivi per lo scompenso cardiaco terminale. La sua premessa è stata molto netta: quando è clinicamente indicato e tecnicamente possibile, il trapianto di cuore resta la migliore opzione terapeutica per questi pazienti. I dati storici mostrano una sopravvivenza superiore al 50% a dieci anni dal trapianto, con esiti molto positivi anche in termini di qualità di vita; a un anno dall’intervento, il 98% dei pazienti torna a svolgere un’attività lavorativa o comunque una vita sociale piena e soddisfacente. La realtà attuale, però, è segnata da due fattori strutturali. Il primo è l’invecchiamento della popolazione italiana: nel 2022 il 25% dei cittadini aveva più di 65 anni e le proiezioni per il 2050 indicano una quota vicina al 40%. Il secondo è il cambiamento del profilo del donatore. La rigorosa applicazione della legge sul casco ha ridotto drasticamente il numero di traumi cranici fatali tra i giovani, con un impatto positivo enorme sulla sicurezza stradale, ma anche con la conseguenza di ridurre la disponibilità di donatori in età giovanile. Quando Gallucci realizzò il primo trapianto a Padova nel 1985, l’età media dei donatori era di circa 18 anni; oggi supera ampiamente i 55. Organi che in passato sarebbero stati considerati “marginali” per l’età avanzata del donatore sono ora diventati la normalità nella pratica trapiantologica. I dati del Centro Nazionale Trapianti mostrano comunque un incremento dei trapianti di cuore negli ultimi anni, con un aumento superiore al 40% nell’ultimo biennio, che supera il 50% se si considera anche la crescita osservata tra il 2023 e il 2024. Nonostante questo, meno del 40% dei pazienti in lista d’attesa riesce a ricevere un organo. Inoltre, l’innalzamento dell’età dei donatori incide sugli esiti clinici: negli ultimi due anni, la mortalità a un anno dopo trapianto cardiaco in Italia è intorno al 25%, il che significa che un paziente su quattro non supera il primo anno dall’intervento. In questo scenario assumono un ruolo centrale i sistemi di assistenza ventricolare (VAD, Ventricular Assist Devices), dispositivi meccanici impiantabili che supportano la funzione del cuore, in particolare del ventricolo sinistro. Nei casi in cui lo scompenso è dovuto prevalentemente alla disfunzione di un solo ventricolo, soprattutto il sinistro, i VAD rappresentano oggi una terapia consolidata e in continua evoluzione. I dispositivi di nuova generazione, a flusso continuo, sono sempre più miniaturizzati – circa 150 grammi di peso e 7-8 centimetri di dimensioni – e permettono una buona qualità di vita, con la ripresa delle attività quotidiane e, spesso, anche di un’attività fisica significativa. Il registro italiano ITAMAX registra circa 1.500 pazienti impiantati con VAD, con un’ampia esperienza maturata in vari centri, tra cui quello di Padova, primo per numero di impianti. Nonostante ciò, l’Italia si trova in una posizione paradossale: è tra i primi Paesi al mondo per numero di centri che si occupano di scompenso cardiaco, ma è agli ultimi posti per numero di VAD impiantati, “tra il Kazakistan e il Portogallo”, come ha osservato con una battuta lo stesso Gerosa. Questo scollamento indica un problema di accesso e di invio ai centri appropriati: se uno scompenso monoventricolare non viene intercettato per tempo, rischia di evolvere in una disfunzione biventricolare, per la quale le alternative si riducono al trapianto o, in prospettiva, al cuore artificiale totale. Gerosa ha richiamato i risultati dello studio Momentum 2, che aveva confrontato l’uso dei VAD allora disponibili – dispositivi di generazione precedente – con la migliore terapia medica del tempo, evidenziando una chiara superiorità in termini di sopravvivenza a favore dei dispositivi. Oggi sia la terapia farmacologica sia la tecnologia dei VAD si sono ulteriormente evolute. Per questo il professore ha lanciato la proposta, rivolta anche alle istituzioni presenti, di finanziare uno studio prospettico randomizzato italiano che confronti l’attuale terapia medica ottimale con i VAD di ultima generazione, sotto l’egida dell’Associazione nazionale dei cardiologi ospedalieri e con il possibile sostegno del Centro Nazionale Trapianti. L’obiettivo è aggiornare le evidenze e definire in modo più preciso indicazioni e percorsi di cura per i pazienti con scompenso avanzato. Alla frontiera della ricerca resta il cuore artificiale totale, dispositivi in grado di sostituire integralmente la funzione cardiaca biventricolare. Si tratta di tecnologie ancora in fase di sviluppo e non disponibili su larga scala, ma che assumono un interesse crescente in un contesto di carenza di organi e di progressivo invecchiamento dei donatori. È proprio in questa prospettiva – nel tentativo di offrire una risposta ai pazienti per i quali né la terapia farmacologica, né i VAD, né il trapianto sono praticabili – che si inserisce il dibattito sullo xenotrapianto.

La frontiera dello xenotrapianto e il ruolo della ricerca

Lo xenotrapianto, cioè il trapianto di organi da animale a essere umano, è stato al centro della seconda parte del convegno. Gerosa ha ripercorso alcune tappe simboliche: il caso di “Baby Fae” nel 1984, la neonata alla quale il cardiochirurgo Leonard Bailey trapiantò il cuore di un babbuino, e il caso più recente di Mr. Bennett nel 2022, sottoposto all’impianto di un cuore di maiale geneticamente modificato. Per rendere possibili questi interventi sono state effettuate complesse modifiche genetiche sui maiali donatori: sono stati “spenti” quattro geni porcini (knock-out) e introdotti sei geni umani (knock-in), con l’obiettivo di ridurre il rischio di rigetto e le complicanze gravi legate alla risposta immunitaria. Gerosa ha sottolineato come in Italia esista già un’istituzione in grado di produrre maiali geneticamente modificati per questi scopi, un elemento che apre la possibilità di sviluppare programmi nazionali di ricerca senza dipendere esclusivamente da strutture estere. Lo xenotrapianto non è soltanto una sfida scientifica e tecnica, ma tocca anche il modo in cui società e ordinamenti giuridici interpretano il rapporto tra uomo e animale, il bilanciamento tra diritto alla salute e tutela degli esseri viventi non umani, i rischi per la salute pubblica legati a possibili zoonosi. È su queste questioni che si sono innestati gli interventi successivi, di taglio giuridico ed etico.

Il quadro giuridico: divieti, tutele e “scienza del limite”

Il consigliere Giordano, responsabile dell’ufficio legale del Ministero della Salute, ha inquadrato lo xenotrapianto nel contesto del diritto interno e dell’ordinamento europeo. Il punto di partenza è la direttiva europea 2010/63 sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, che introduce i principi delle cosiddette 3R – replacement, reduction, refinement – ovvero sostituzione, riduzione e raffinamento nell’uso degli animali nella sperimentazione. L’Italia ha recepito la direttiva con il decreto legislativo 26 del 2014, che disciplina, tra l’altro, provenienza, allevamento, marcatura, benessere e soppressione degli animali da laboratorio. L’articolo 1 del decreto definisce l’ambito e le finalità della norma, sottolineando che gli animali possono essere usati a fini scientifici solo se non esistono metodi alternativi scientificamente validi. L’articolo 13 stabilisce che non possono essere autorizzate procedure che prevedano l’impiego di animali vivi quando sono disponibili altre strategie o se i metodi sono vietati dalla normativa nazionale. Elemento cruciale, richiamato da Giordano, è l’articolo 5 del decreto, che prevede espressamente il divieto di xenotrapianto nel nostro Paese. Tale divieto si inserisce in un quadro più ampio, in cui il diritto cerca di bilanciare la promozione della ricerca scientifica e la tutela del diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, con una crescente attenzione al benessere animale. Questa attenzione è stata rafforzata anche dalla riforma dell’articolo 9 della Costituzione, che ha inserito la tutela dell’ambiente, degli ecosistemi e degli animali tra i principi fondamentali. Giordano ha ricordato anche i lavori del Comitato Nazionale per la Bioetica e il ruolo del diritto europeo, che con l’articolo 13 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea riconosce gli animali come “esseri senzienti”. In questo contesto il diritto viene descritto come “scienza del limite”, chiamata, nel caso dello xenotrapianto, a comporre un bilanciamento delicato tra valori fondamentali: da un lato la vita e la salute dei pazienti affetti da patologie terminali, dall’altro la tutela degli animali e la prevenzione dei rischi sanitari, in particolare le zoonosi. In un quadro così complesso, il consenso informato assume un ruolo ancora più centrale. Per procedure ad altissimo contenuto sperimentale, che possono avere conseguenze profonde sulla vita del paziente e dei suoi familiari, il consenso deve essere rafforzato, dettagliato, comprensibile, verificabile. Non basta un modulo standard: serve un percorso informativo che accompagni il paziente nella comprensione dei rischi, dei benefici attesi, delle alternative disponibili e delle eventuali implicazioni anche a lungo termine.

La prospettiva etica e religiosa: il lavoro della Pontificia Accademia per la Vita

Sul versante etico e religioso è intervenuto monsignor Renzo Pegoraro, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Ha ricordato come la stessa Accademia avesse già pubblicato, nel 2001, un documento sullo xenotrapianto, in un periodo in cui si immaginava uno sviluppo rapido della ricerca in questo campo. Negli ultimi anni è stato avviato un lavoro di aggiornamento di quel testo – che sarà pubblicato a breve – con l’obiettivo di integrare i nuovi dati scientifici, i progressi dell’ingegneria genetica, una riflessione più matura sul tema delle zoonosi e una considerazione antropologica ed etica più articolata. Il nuovo documento si articola in due parti: una più scientifica e una antropologico-etica. Nella prima vengono analizzate le modifiche genetiche apportate agli animali, i meccanismi di rigetto, le strategie per prevenirlo e controllarlo, e in particolare il rischio di trasmissione di virus di origine animale all’uomo. Nella seconda parte si affronta il rapporto con l’animale alla luce del magistero recente, in particolare dell’enciclica Laudato si’, che invita a considerare la creazione come un insieme di relazioni, in cui l’animale ha un valore intrinseco, pur rimanendo distinto dalla persona umana. L’uso del maiale come donatore di organi viene valutato all’interno di questa prospettiva, cercando di tenere insieme rispetto dell’animale, tutela del suo benessere e possibilità di salvare vite umane, definendo condizioni e limiti eticamente accettabili. Un capitolo specifico è dedicato alla dimensione psicologica e identitaria del paziente che riceve un organo di origine animale: come integrare questa realtà all’interno della propria esperienza corporea e personale, quali domande di senso può suscitare, quali fragilità può far emergere. Il documento insiste sull’importanza di proteggere la dignità del paziente, il suo diritto a un’informazione completa e comprensibile, il coinvolgimento della famiglia e la chiarezza sulle eventuali condizioni poste dopo l’intervento: la richiesta di monitoraggi prolungati, i controlli periodici, le possibili limitazioni alla libertà di movimento se dovessero emergere rischi per la salute pubblica legati a zoonosi. Vengono affrontati anche i temi dell’allocazione delle risorse, dell’accesso equo a queste nuove terapie e della brevettabilità degli organi di origine animale, con le implicazioni economiche e giuridiche che ne derivano. Dal punto di vista strettamente cattolico, Pegoraro ha ribadito che non esiste una preclusione di principio nei confronti dello xenotrapianto: la Chiesa non lo considera di per sé moralmente inaccettabile, purché siano rispettate condizioni rigorose di sicurezza, tutela del paziente, proporzionalità del rischio, rispetto per l’animale e attenzione al bene comune. L’invito è a proseguire la ricerca in modo prudente, trasparente e regolamentato, evitando sia entusiasmi ingenui sia rifiuti pregiudiziali, e a curare con particolare attenzione la comunicazione verso opinione pubblica, pazienti e associazioni, per non alimentare né aspettative irrealistiche né paure irrazionali.

Bilanci delicati e impegni per il futuro

Nelle battute finali del convegno, il professor Gerosa è tornato a sottolineare il valore dei panel e dei gruppi di lavoro interdisciplinari, richiamando l’esperienza dei centri trapianto italiani nel dibattito – inizialmente molto divisivo – sulla possibilità di effettuare trapianti da donatore a cuore fermo, dopo la verifica prolungata dell’arresto elettrico. Un percorso iniziato tra molte resistenze, che ha portato nel 2023 al primo trapianto di questo tipo a Padova e, da allora, a quasi cento interventi, grazie ai quali altrettanti pazienti hanno potuto ricevere un organo che altrimenti sarebbe andato perduto. Un esempio concreto di come il confronto, la ricerca e la costruzione graduale di consenso possano tradursi in nuove opportunità di cura. Riprendendo la parola, il Presidente della Camera ha ringraziato i relatori per l’alto livello del confronto scientifico, giuridico ed etico, e ha riconosciuto la complessità delle sfide poste dallo scompenso cardiaco terminale, dal trapianto di cuore, dallo sviluppo dei cuori artificiali e dallo xenotrapianto. Ha assicurato la disponibilità delle istituzioni a lavorare insieme ai professionisti per individuare interventi legislativi e politiche sanitarie che migliorino le condizioni di cura, aumentino aspettativa e qualità di vita dei pazienti e accompagnino con responsabilità lo sviluppo delle nuove tecnologie biomediche. In un passaggio personale ha ricordato come questi temi lo tocchino direttamente, pur non in forma grave, e come questo renda ancora più forte la sua attenzione verso le problematiche dei pazienti cardiopatici e delle loro famiglie. Il convegno si è chiuso con un messaggio duplice. Da un lato, la consapevolezza che lo scompenso cardiaco terminale rappresenta una vera emergenza sanitaria e sociale, con numeri e costi che impongono una risposta strutturata, organica e lungimirante. Dall’altro, la convinzione che il futuro della cura passerà sempre più attraverso percorsi integrati in cui la tecnologia – dai VAD al cuore artificiale fino allo xenotrapianto – dovrà essere accompagnata da un solido impianto normativo, da una riflessione etica rigorosa e da un impegno politico in grado di tradurre le innovazioni in diritti effettivi per i pazienti. Medici, giuristi, istituzioni e mondo religioso sono chiamati, insieme, a costruire un modello di sanità che tenga insieme sicurezza, equità e umanità, perché al centro di ogni decisione resti davvero, e non solo a parole, la persona malata.

 

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