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L’educazione sessuo-affettiva nelle scuole di primo grado

Scienza, scuola e istituzioni a confronto sul DDL Valditara: perché prevenire sin dall’infanzia fa bene alla salute pubblica e alla comunità educante

Roma, Senato della Repubblica — novembre 2025. In un’aula gremita di professionisti della salute, rappresentanti del mondo accademico, associazioni, ordini professionali e parlamentari, si è svolto un convegno interamente dedicato al tema “L’educazione sessuo-affettiva nelle scuole di primo grado”. Al centro dell’attenzione, il dibattito politico e culturale aperto dal DDL Valditara sul consenso informato in ambito scolastico e, in particolare, l’emendamento che estende fino alla secondaria di primo grado l’esclusione di attività didattiche e progettuali “attinenti alla sessualità”. L’incontro ha avuto un obiettivo dichiarato: fare chiarezza sul significato di educazione sessuo-affettiva, illustrarne la base scientifica e i benefici preventivi, e promuovere un dialogo costruttivo tra scuola, famiglie, professionisti e istituzioni.

l contesto e le domande chiave

A introdurre i lavori è stata Marta Giuliani, tesoriera dell’Ordine degli Psicologi del Lazio e coordinatrice del primo gruppo di lavoro ordinistico in Italia sulla psicologia della sessualità e dell’affettività. Nel delimitare i confini della discussione, Giuliani ha ricordato come l’intero tema sia “centrale per la salute pubblica e per l’istruzione”, ma oggi al centro anche di un dibattito politico-sociale. In Italia, in assenza di una cornice nazionale, i progetti di educazione sessuo-affettiva rientrano da anni nell’autonomia scolastica, con il coinvolgimento delle famiglie e il consenso informato per attività extracurricolari. Il DDL, ha ricordato la relatrice, rafforza il meccanismo del consenso preventivo e, con il comma 4 dell’articolo 1 così come modificato, esclude tali attività per l’infanzia, la primaria e la secondaria di primo grado.

Di fronte a questo scenario, il convegno ha proposto un percorso in tre passaggi:

  1. Chiarezza terminologica: cosa si intende oggi per educazione sessuo-affettiva? In che cosa si distingue dall’educazione “solo affettiva”, dall’educazione alle relazioni, dall’educazione civica o dalla sola educazione “biologica” alla sessualità?
  2. Evidenze scientifiche: quali risultati documenta la letteratura in termini di prevenzione (infezioni sessualmente trasmesse, gravidanze indesiderate, violenza e abuso, comportamenti a rischio)? Quali indicatori di efficacia e quali condizioni (età, continuità, coinvolgimento di famiglie e docenti) rendono questi interventi realmente utili?
  3. Ruoli e alleanze: come costruire, nella scuola di primo grado, una comunità educante capace di integrare istituzione scolastica, famiglie, professionisti sanitari e servizi territoriali?

Che cos’è (davvero) l’educazione sessuo-affettiva

Nella relazione di apertura, Giuliani ha assunto come riferimento la definizione UNESCO: un percorso curricolare che integra dimensioni cognitive, emotive, fisiche e sociali della sessualità per consentire a bambini e ragazzi di sviluppare conoscenze, abilità, atteggiamenti e valori funzionali al proprio benessere e alla qualità delle relazioni. Non si tratta dunque di un modulo “tecnico” sulle funzioni biologiche, ma di un ambito educativo integrato, adattato all’età, che include:

  • conoscenza del corpo e dei suoi cambiamenti evolutivi;
  • gestione delle emozioni, riconoscimento di empatia e reciprocità;
  • consenso e confini personali (saper dire sì/no, sapere che i confini si rispettano e si comunicano);
  • prevenzione delle IST e delle gravidanze indesiderate con informazioni proporzionate all’età;
  • alfabetizzazione digitale (riconoscere fonti, proteggere la privacy, comprendere rischi di adescamento, cyberbullismo, pornografia);
  • decostruzione di stereotipi e ruoli rigidi che alimentano disparità e dinamiche di prevaricazione;
  • inclusione e rispetto delle differenze per relazioni eque e non discriminatorie.

Giuliani ha distinto questo perimetro da altri termini spesso usati come sinonimi nel dibattito pubblico. L’educazione affettiva privilegia la sfera emotiva individuale; l’educazione alle relazioni guarda alla dinamica con l’altro; l’educazione sessuale in senso stretto si concentra sui profili biologici, igienici e preventivi. L’educazione civicariguarda la vita sociale e i diritti, e può ospitare e integrare gli aspetti precedenti. L’educazione sessuo-affettiva tiene insieme tutti questi piani in un framework coerente e progressivo, tarato sulle età.

A sostegno, sono stati richiamati documenti e cornici di riferimento: linee guida OMS e UNESCO, la Carta dei Diritti Sessuali dell’Associazione Mondiale per la Salute Sessuale, le raccomandazioni europee e, sul piano interno, la Convenzione di Istanbul, ratificata in legge dallo Stato italiano, che all’articolo 14 promuove percorsi educativi per la prevenzione della violenza di genere in tutte le scuole di ogni ordine e grado.

Perché partire presto: infanzia e preadolescenza come età chiave

Una parte sostanziale del confronto ha insistito su un punto: non esiste “interruttore” della sessualità. Bambini e bambine crescono immersi in un contesto sociale, culturale e digitale che trasmette messaggi, immagini, modelli di relazione molto prima dell’adolescenza. Tra i 2 e i 4 anni il linguaggio permette le prime auto-descrizioni (“chi sono io”) e i primi riferimenti percettivi. Tra i 5 e i 10 anni si consolidano ruolo e identità di genere e si formano costrutti complessi come empatia, cooperazione, reciprocità, soprattutto attraverso il gioco e le prime relazioni paritarie. In questa fase si può introdurre, con linguaggio semplice e attività adeguate, il concetto di confine corporeo e di consenso (ad esempio: è giusto dire “non mi va”, è giusto chiedere “posso abbracciarti?”).

Nella secondaria di primo grado, lo sviluppo puberale impone l’integrazione tra un corpo che cambia e capacità emotivo-cognitive ancora in formazione. Qui l’educazione sessuo-affettiva sostiene la regolazione emotiva, la comprensione del proprio corpo senza vergogna, la relazione rispettosa con i pari, la capacità di riconoscere situazioni di rischio e l’uso corretto delle parole per chiedere aiuto.

In tutti i passaggi è emersa un’idea semplice e concreta: parlare bene e per tempo protegge. Non affrontare questi temi non cancella le domande dei ragazzi; le sposta altrove, spesso online, dove l’informazione è disomogenea, non verificata o orientata da logiche di ingaggio.

Social media e disinformazione: alfabetizzazione come prevenzione

Il medico Andrea Sansone (Università di Roma Tor Vergata), esperto di endocrinologia e medicina della sessualità, ha sottolineato come l’accesso precoce ai social e ai contenuti digitali esponga a messaggi imprecisi o fuorvianti e a comportamenti a rischio (grooming, condivisione non consensuale di immagini, esposizione a pornografia, violazioni della privacy). Se l’informazione non viene veicolata da scuola e famiglie con linguaggi adeguati, gli algoritmi riempiono il vuoto con contenuti virali ma privi di basi scientifiche. Da qui l’esigenza di un’alfabetizzazione digitaleintegrata nei percorsi di educazione sessuo-affettiva: riconoscere fonti, difendere i propri dati, conoscere i meccanismi di pressione sociale, sapere a chi rivolgersi.

I dati che contano: prevenzione primaria, salute pubblica e ritorno sociale

Lo psicologo Stefano Caruson (Ordine della Campania) ha portato dati e casi di campo maturati in contesti scolastici. Nei contesti privi di interventi strutturati emergono ansia da prestazione, disfunzioni relazionali, ricorso compulsivo alla pornografia, vergogna e inibizione; si riducono le capacità di riconoscere emozioni, limiti e consenso. Al contrario, dove l’educazione sessuo-affettiva è presente e continuativa, crescono le conoscenze di base, migliorano le abilità comunicative e si riduce l’esposizione al rischio. Caruson ha richiamato anche l’aspetto economico: programmi come Safer Choices mostrano che ogni unità di spesa in educazione sessuo-affettiva genera risparmi superiori in costi sanitari e sociali evitati (trattamenti per IST, gravidanze indesiderate, presa in carico psicologica). Un messaggio utile anche per la programmazione delle politiche pubbliche: investire prima conviene alla salute e ai bilanci.

Sul piano medico-scientifico, la prof.ssa Maria Grazia Tarsitano (Università San Raffaele di Roma) ha proposto una rassegna di revisioni e metanalisi: i programmi completi, adattati all’età, risultano associati a minori tassi di IST, a un maggiore uso del preservativo e a una diminuzione delle gravidanze indesiderate. L’assenza di educazione sistematica si accompagna a calo dell’uso di metodi protettivi e a peggiori esiti; i programmi basati sulla sola astinenza non producono gli obiettivi desiderati. Una fotografia che, per gli esperti, rende evidente lo scarto tra evidenza e desiderata culturali: se l’obiettivo è la tutela della salute, la strada più efficace è quella educativa, non il silenzio.

La scuola come istituzione civica e i confini con la famiglia

Nel suo intervento, il prof. Sergio Salvatore (Università del Salento; presidente AIP) ha richiamato il tema del metodo: ogni scelta valoriale, legittima in democrazia, richiede traduzioni tecniche fondate su competenze e procedure. La scuola non è un dispositivo “strumentale” delle singole famiglie, ma un’istituzione civica con una missione pubblica: promuovere conoscenze, diritti e sviluppo della persona entro confini professionali e organizzativi chiari. La dialetticatra progetto educativo della famiglia e funzione educativa della scuola va sostenuta, non negata; e proprio qui si colloca l’educazione sessuo-affettiva, che la ricerca definisce un presidio educativo fondamentale per la qualità della convivenza.

Il nodo normativo: consenso preventivo e rischio “scuola à la carte”

La sessione politica ha visto gli interventi delle deputate Irene Manzi (PD), Stefania Ascari (M5S) ed Elisabetta Piccolotti (AVS). Manzi ha insistito sul tema della fiducia tra scuola, famiglie e studenti. L’introduzione di un consenso scritto preventivo per ogni materiale rischia di burocratizzare la relazione educativa e di produrre classi spezzate tra chi partecipa e chi no, con la conseguente “scuola à la carte” che mina la coesione della comunità. Ha ricordato come l’ordinamento già preveda strumenti di corresponsabilità (PTOF, patti educativi) e come il tema, più che di divieti, sia di informazione e coinvolgimento.

Ascari ha richiamato i dati sul disagio giovanile e sulle violenze che interessano anche le fasce più giovani, sottolineando l’urgenza di formazione dei docenti, presenza di psicologi a scuola e spazi di parola per sviluppare l’“alfabeto delle emozioni”. Nel mondo digitale, fenomeni come deepfake, condivisione non consensuale di immagini, gruppi online con contenuti misogini o violenti impongono strumenti culturali tempestivi.

Piccolotti ha posto l’accento sul diritto soggettivo dei minori all’istruzione e sull’esigenza che le scelte pubbliche si basino su conoscenze scientifiche. Ha ricordato che la scuola serve anche a emancipare dagli svantaggi di partenza, offrendo a tutti e tutte un’educazione pluralista. In questo quadro, la possibilità per le famiglie di escludere i figli da contenuti con finalità sanitarie e civiche generali solleva interrogativi di eguaglianza e tutela.

La voce delle reti professionali e sociali: proposte operative

Nel segmento dedicato alle parti sociali sono intervenuti rappresentanti di UNICEF Italia, Save the Children, Fondazione Libellula, Società Italiana di Riproduzione Umana (SIR), Osservatorio Nazionale Adolescenza,Associazione Olga e vari ordini regionali degli psicologi. Alcune proposte ricorrenti:

  • LEP educativi: rendere l’educazione sessuo-affettiva un Livello Essenziale delle Prestazioni, per superare le disuguaglianze territoriali e garantire un’offerta minima omogenea.
  • Consultori e case di comunità: valorizzare i servizi territoriali come snodi dove scuole e famiglie possano trovare supporto, materiali, consulenze e percorsi.
  • Formazione degli adulti significativi: progettare moduli specifici per genitori e docenti, perché l’efficacia degli interventi cresce quando si allinea la rete intorno ai ragazzi. Un genitore informato riduce paure e fraintendimenti; un docente formato sa intercettare segnali e disinnescare pregiudizi.
  • Ascolto dei minori: includere metodi che diano voce agli studenti (questionari anonimi, “bigliettini”, sportelli), coerentemente con la normativa sulla capacità di discernimento, per calibrare le risposte a domande reali e non presunte.
  • Cosa fa (e cosa non fa) un buon programma a scuola

Dalle relazioni è emerso un profilo operativo condiviso:

  1. Adattamento all’età: obiettivi, linguaggio e attività coerenti con sviluppo cognitivo ed emotivo. Alla primaria si lavora su corpo, emozioni, confini e rispetto; alle medie si introducono cambiamenti puberali, consenso, paure e pressioni del gruppo dei pari, sicurezza digitale.
  2. Metodo partecipativo: attività laboratoriali, role-playing, discussioni guidate, materiali verificati; valutazione in itinere e finale dell’efficacia.
  3. Co-progettazione: la scuola coordina, professionisti esterni (psicologi, medici, educatori) portano competenze specifiche; famiglie e servizi (consultori/ASL) partecipano in modo informato.
  4. Continuità: interventi non episodici, ma percorsi progressivi lungo l’arco della primaria e della secondaria di primo grado.
  5. Tutela e privacy: strutture di ascolto e invio per chi chiede aiuto; educazione alla riservatezza e alla gestione dei dati personali.

Ciò che non fa un programma serio: anticipare contenuti non adatti all’età, sostituirsi alla famiglia, “normalizzare” comportamenti a rischio. Il focus è educativo, non prescrittivo; l’intenzione è proteggere e far crescere.

Perché è un tema di salute pubblica (e di qualità della convivenza)

Più relatori hanno insistito su una tesi: l’educazione sessuo-affettiva non è un “di più”, ma un caposaldo della prevenzione. I dati epidemiologici su IST e gravidanze indesiderate tra i 15 e i 25 anni, le difficoltà relazionali, le condotte online a rischio e i fenomeni di violenza richiedono un approccio primario e continuo. La prevenzione funziona se si parla prima, con parole semplici, con regole chiare e adulti allineati. Fa risparmiare dolore, tempo e risorse, e rafforza diritti e rispetto reciproco nelle relazioni quotidiane.

Un’alleanza educativa per crescere generazioni consapevoli

La giornata si è chiusa con un invito: qualunque sia l’esito del percorso parlamentare, professionisti, scuole, famiglie e associazioni possono continuare a cooperare per leggere i bisogni reali dei bambini e degli adolescenti e offrire risposte fondate. L’educazione sessuo-affettiva, intesa come processo graduale, è uno strumento di tutela della persona e di qualità della convivenza. La comunità di pratiche presentata in sala — ordini professionali, società scientifiche, organizzazioni civiche — ha espresso la disponibilità a mettere competenze e dati al servizio delle istituzioni, per informare, prevenire e proteggere.

Nel solco delle 5 W: chi (scuole, famiglie, professionisti); cosa (educazione sessuo-affettiva, adattata all’età e scientificamente fondata); dove (nella scuola di primo grado e nei servizi territoriali); quando (sin dall’infanzia, in continuità); perché (salute, benessere, diritti, prevenzione e qualità delle relazioni). È questa l’alleanza educativa che consente di crescere generazioni consapevoli, capaci di rispettare sé stessi e gli altri.

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