Roma, giovedì 6 novembre alle 17:30. Presso la Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto,la serata si apre con i saluti istituzionali e con l’annuncio del tema che guiderà l’incontro: le “comunità della conoscenza” raccontate da Chiara Fagiolani, ovvero quelle esperienze che trasformano la lettura da pratica individuale a motore di benessere, coesione e partecipazione civica. L’appuntamento prende forma come dialogo fra istituzioni, mondo dell’editoria, biblioteche, scuole e realtà sociali, con l’ambizione esplicita di non restare un episodio, ma di avviare un percorso.
Il messaggio di Anna Ascani: cultura come infrastruttura democratica
In apertura viene trasmesso il saluto della vicepresidente della Camera, Anna Ascani. Il suo intervento, tanto breve quanto denso, mette al centro un’idea semplice e radicale: la cultura non è un lusso, ma un’infrastruttura fondamentale della democrazia. Ricordando la Biblioteca della Camera, dedicata a Nilde Iotti e aperta al pubblico per intuizione della stessa presidente, Ascani richiama il valore della lettura come condivisione di parole che aprono spazi di libertà. Non si tratta solo di “leggere di più”, ma di ritrovare il senso profondo del leggere insieme: integrare patrimoni documentali e intelligenze vive, far incontrare archivi e studenti, ricercatori e cittadine, in una pratica di crescita che è personale e al tempo stesso collettiva. Da qui l’appello, rivolto anche al Ministero della Cultura, a restituire alla cultura piena centralità nelle scelte di bilancio e nel racconto dell’azione di governo, perché è “ciò che siamo e ciò che saremo”.
La voce del Ministero: il Piano Olivetti contro la “siccità culturale”
A seguire viene letto il messaggio del Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, portato dal dottor Riccardo Paradisi. Il ministro si riconosce nel percorso tracciato dal libro di Fagiolani: esperienze che hanno fatto del libro uno strumento di connessione, cura e innovazione sociale, nate in luoghi diversi – biblioteche, librerie, gruppi di lettura – e accomunate dalla condivisione. È in questa scia che il Ministero colloca il Piano Olivetti, intervento pensato per contrastare la “siccità culturale” che priva molte periferie – geografiche ed esistenziali – di offerte e occasioni. La dotazione destinata a biblioteche e librerie, soprattutto quelle storiche e di prossimità, intende ribadire il libro come “bene primario”, ossigeno di memoria, socialità e benessere. Il saluto si chiude con un ringraziamento all’autrice per aver dato forma e sguardo a una realtà in rapido movimento.
Da dove nasce la serata: stimoli, scuola e biblioteche
Prima di entrare nel merito del volume, viene ricostruita la genesi dell’iniziativa: alcune riflessioni pubbliche di Giuseppe Laterza sul potere del libro, il ruolo delle biblioteche scolastiche e il nesso – evidenziato anche da dati internazionali – tra diseguaglianze socio-economiche e desertificazione culturale. Da qui l’idea di un confronto aperto, con la Commissione Cultura e Scuola in prima linea, sugli strumenti capaci di ridurre i divari fin dai primi anni di vita. Le biblioteche scolastiche emergono come snodo strategico di una filiera dell’opportunità che, a partire dalla scuola, mette in rete territori, istituzioni e comunità.
Il metodo di lavoro: tra università e Forum del Libro
Prendendo la parola, Chiara Fagiolani colloca subito il libro dentro due “laboratori” che ne hanno formato metodo e sguardo: il Dipartimento di Lettere e Culture Moderne della Sapienza, contesto interdisciplinare che incoraggia ricerche con solide fondamenta empiriche, e il Forum del Libro, luogo di dialogo fra editori, bibliotecari, librai e insegnanti. È qui che l’autrice matura un approccio etnografico, attento alle storie di vita e alle pratiche, capace di far emergere ciò che sfugge ai radar statistici: quella costellazione di iniziative dal basso che non si limitano a “promuovere la lettura”, ma la usano come leva per far accadere altro.
Le radici: da Einaudi a Olivetti, la biblioteca come azione sociale
Il lavoro recente di Fagiolani affonda in una genealogia che passa dall’editore Giulio Einaudi – con il primo esempio italiano di public library donato nel 1963 a Togliatti – ad Adriano Olivetti. In Olivetti, le biblioteche sono parte dell’organigramma dei servizi sociali d’impresa, accanto ad asili nido e trasporti pubblici: strumenti di azione culturale e sociale che ricordano “che la vita vera è fuori dalla tuta di lavoro”. L’idea di comunità che ne discende non coincide con lo “stare insieme” in sé, ma con uno scambio donativo tra persone legate da un territorio; e il libro, pratica intima per eccellenza, diventa paradossalmente il motore più potente di trasformazione sociale.
Le comunità della conoscenza: 17 storie e molte oltre
Da questa domanda – “chi lo sta facendo, oggi?” – nasce l’indagine sulle “comunità della conoscenza”: gruppi che non hanno come fine la promozione della lettura, ma impiegano la lettura come mezzo per rigenerazione urbana, contrasto alla solitudine, riduzione della frattura intergenerazionale, persino promozione della salute. Il libro racconta 17 microstorie, selezionate per risonanza, che innescano riconoscimento reciproco: festival per ragazze e ragazzi (Libro Aperto), club urbani di lettura, biblioteche “di frontiera” nei quartieri difficili, reparti ospedalieri di “rianimazione letteraria” a Ravenna. Presentazione dopo presentazione, altre storie affiorano dal pubblico, confermando che si tratta di un movimento carsico e vitale.
Una “casa a tre piani”: storie, dispositivi, teoria
Fagiolani descrive il volume come una casa a tre piani. Al pianterreno ci sono le fondamenta: le microstorie, raccolte con strumenti qualitativi per far emergere ciò che non è mappato e ridare dignità a esperienze che lavorano nell’ombra. Al primo piano si trovano i “dispositivi”: istruzioni replicabili per biblioteche viventi, book-crossing, biblioteche di condominio e altre pratiche. Al piano alto, infine, la teoria: una proposta di “dinamizzazione della lettura” che non sostituisce educazione e promozione della lettura, ma le integra spostando l’asse dal libro-fine al libro-mezzo. La domanda non è “come convincere a leggere”, bensì “quale trasformazione positiva genera la lettura nella vita delle persone e dei quartieri”.
Lettura e benessere: oasi di decelerazione e “salutogenesi”
Nel confronto con i relatori, la riflessione approda al nesso fra lettura e salute. La lettura, praticata in contesti comunitari, funziona da “oasi di decelerazione” in un tempo accelerato; e si inserisce in un cambio di paradigma, dalla patogenesi (come nasce la malattia) alla salutogenesi (come si costruisce salute). Qui entrano in gioco i “determinanti sociali”: le condizioni in cui si nasce, cresce e vive, che incidono sullo star bene ben oltre i confini del sistema sanitario. Biblioteche e infrastrutture culturali diventano quindi presidi di salute pubblica. A supporto, l’autrice richiama dati drammatici sulle disparità territoriali nella speranza di vita in buona salute e segnala percorsi in atto: dal Cultural Welfare Center di Torino alla prescrizione sociale, processo che consente ai professionisti sanitari di valorizzare risorse non sanitarie della comunità (formazione permanente, pratiche artistiche, lettura, volontariato). Anche a livello europeo, la cornice si rafforza con il primo rapporto OMC su cultura e salute, che orienta le strategie dei prossimi anni.
Il punto di vista di Paolo Di Paolo: comunità contro la frontalità
Paolo Di Paolo osserva come il libro – per concretezza e cautela verso ogni “modellizzazione” – fotografi un arcipelago di pratiche difformi, capace di rigenerare ciò che i format più esposti (come i grandi festival letterari) spesso appiattiscono in frontalità. La sua esperienza con “Lezioni di Storia” alla Musica di Roma mostra che si può costruire una “comunità della conoscenza” ampia e autentica, simile a un’aula che condivide sapere senza timore di ambizione concettuale. Soprattutto, ricorda la lezione di Tullio De Mauro sull’istruzione permanente degli adulti: un’urgenza rimossa nel dibattito pubblico italiano, che i luoghi del libro possono riattivare. Nei circoli di lettura, il libro non è sempre un punto di partenza: spesso diventa un punto di arrivo, il precipitato desiderato di un’esperienza condivisa. Qui la forza è la parità tra partecipanti, la misura delle parole, la libertà di rivedere opinioni alla luce dello sguardo altrui. Contano il riconoscimento e il racconto: il “passaparola” non come slogan generico (“io leggo perché…”), ma come testimonianza concreta di un contenuto che muove domande e offre risposte – spesso attraverso la saggistica accessibile, oggi più capace che in passato di parlare a pubblici larghi.
L’intervento di Giuseppe Laterza: vent’anni di “passaparola” e un tavolo permanente
Giuseppe Laterza riannoda la storia dei “Presìdi del libro” e del Forum del Libro, nati nei primi anni Duemila per mettere allo stesso tavolo – non senza resistenze iniziali – editori, bibliotecari, librai, insegnanti, saloni e premi. Dai “passaparola” itineranti sono emerse centinaia di pratiche di promozione della lettura in contesti imprevedibili: ospedali, carceri, spiagge, piccoli comuni. La tesi è netta: l’Italia possiede una potenzialità straordinaria che tuttavia non è messa a sistema. Per questo Laterza propone di istituire, presso il Centro per il Libro e la Lettura, un tavolo consultivo di ascolto periodico delle esperienze, aperto, leggero, trasparente (anche in streaming), capace di scambiare idee, migliorare per imitazione e offrire alle istituzioni una bussola senza vincoli. Non si tratta di “centralizzare” o abbracciare modelli unici, ma di favorire trasmissione, ricombinazione e invenzione – tre parole che Laterza mutua da De Mauro come definizione operativa di cultura.
La chiave politica secondo Riccardo Paradisi: libertà, parola e comunità
Paradisi, chiamato a riflettere sul nesso lettura-benessere, legge il libro come una “buona notizia”: un racconto di persone concrete che generano comunità concrete. La liturgia laica della parola, praticata in comune, non nasce da un dover-essere funzionale (marketing, promozione, acculturamento), ma da un desiderio di senso che reagisce al dominio del rumore e dell’iperfunzionalismo. È una forma di resistenza umana e culturale, un’educazione alla libertà: non a caso, i totalitarismi storicamente bruciano libri e perseguitano parole. Qui il richiamo a Olivetti torna decisivo: non un’ideologia da applicare, ma un’attitudine di comunità che fa fraternizzare differenze e mette in circolo idee e responsabilità. Il messaggio è pragmatico: le comunità non si “creano dall’alto”, si riconoscono e si accompagnano, togliendo ostacoli e offrendo occasioni.
Politiche possibili: tra Piano Olivetti, prescrizione sociale e cooperazione intersettoriale
Dalle diverse voci emerge un’agenda minima e concreta. Primo: rafforzare luoghi e reti (biblioteche pubbliche e scolastiche, librerie di prossimità, associazioni) come infrastrutture culturali e, per ricaduta, di welfare leggero. Secondo: istituire un tavolo consultivo stabile presso il Centro per il Libro e la Lettura che ascolti, mappi e faccia circolare pratiche, senza irrigidirle in modelli o “bandi a stampo”. Terzo: costruire ponti strutturali con il sistema della salute, sostenendo la prescrizione sociale e la misurazione degli impatti della lettura su benessere e coesione. Quarto: investire sull’istruzione permanente degli adulti, aprendo scuole e università al territorio e riconoscendo biblioteche come hub intergenerazionali. Quinto: orientare la comunicazione pubblica dal generico al concreto – non “leggere è bello”, ma “io ho letto questo, e perché”: una responsabilità che riguarda anche la classe dirigente.
Un lessico comune: desiderio, misura, prossimità
Se c’è un lessico condiviso che la serata consegna, è fatto di parole precise. “Desiderio”: perché il libro, come mezzo, nasce dal bisogno di capire, da domande reali, non da campagne astratte. “Misura”: la cifra dei gruppi di lettura e delle pratiche comunitarie, che sostituiscono l’esibizione con l’ascolto reciproco. “Prossimità”: biblioteche e librerie radicate, festival diffusi, presidi nei quartieri e nelle periferie; luoghi dove il libro circola come ossigeno, accendendo relazioni, fiducia e responsabilità. Tutto questo non reclama grandi apparati, ma manutenzione: continuità, attenzione, cura delle esperienze che già esistono.
Conclusioni: dal racconto all’azione
La serata si chiude com’è iniziata: con un invito a non fermarsi. Il libro di Chiara Fagiolani – “Libri insieme. Viaggi nella comunità della conoscenza” – ha offerto una mappa di storie, dispositivi e concetti per guardare al libro come mezzo di trasformazione. I messaggi istituzionali hanno riconosciuto che la cultura è infrastruttura democratica e che la “siccità culturale” si vince con politiche di prossimità, non di vetrina. Gli interventi hanno indicato leve operative: un tavolo di ascolto presso il Centro per il Libro e la Lettura; un’alleanza stabile fra cultura, scuola e salute; una comunicazione pubblica che si esponga in prima persona; un investimento sull’istruzione permanente. In filigrana, un’idea esigente di comunità: non il semplice “stare insieme”, ma uno scambio donativo fondato su gentilezza, empatia, solidarietà, cura reciproca, intelligenza collettiva e fiducia. Se la cultura è davvero ciò che siamo e ciò che saremo, la sfida è passare dal racconto all’azione, dalla somma di episodi alla costruzione di una trama durevole. È qui che le “comunità della conoscenza” possono diventare, a tutti gli effetti, politica pubblica: leggera, concreta, verificabile. Una politica che parte dai libri per parlare di vita. E che, proprio per questo, ha la forza di allungarla.
