Giovedì 23 ottobre, alle ore 10, nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati, si è svolto il convegno “Giubileo della Terra: verso un nuovo umanesimo sostenibile”, appuntamento conclusivo del percorso “Filo Verde per un Giubileo Sostenibile”.
L’incontro, promosso da ISPRA e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, ha riunito esponenti del mondo istituzionale, scientifico e religioso per riflettere sulle sfide ambientali del nostro tempo e sul ruolo dell’uomo nella cura del creato.
Ha aperto i lavori con un indirizzo di saluto il Segretario di Presidenza della Camera, on. Benedetto Della Vedova, che ha sottolineato l’importanza di un dialogo concreto tra politica, scienza e fede per costruire un futuro fondato sulla responsabilità e sulla speranza.
L’evento conclusivo di un cammino nazionale
Nella Sala della Regina della Camera dei Deputati si è tenuto l’evento che ha chiuso il percorso “Filo Verde per un Giubileo Sostenibile”, promosso da Ispra e dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) insieme alle diocesi italiane, al mondo universitario e alla scuola.
Un viaggio che, nel 2025, ha attraversato l’Italia unendo ecologia, fede, scienza e responsabilità civile, nel segno del Giubileo “Pellegrini di Speranza”.
L’obiettivo: far dialogare mondi diversi – quello religioso, quello scientifico e quello istituzionale – per immaginare un nuovo umanesimo sostenibile, centrato sulla persona e sulla cura della casa comune.
A inaugurare i lavori è stato l’onorevole Benedetto Della Vedova, vicepresidente della Camera, che ha invitato a considerare la speranza non come un sentimento astratto, ma come una direzione di marcia concreta.
Ha ricordato che il Parlamento ha il compito di offrire regole stabili e verificabili, capaci di dare certezze a cittadini e imprese. Perché la transizione ecologica deve poggiare su norme chiare, partecipazione civica ed equità tra generazioni.
“L’Italia – ha detto – è un Paese bellissimo ma fragile, e proprio per questo può diventare un modello di sostenibilità nel Mediterraneo, a patto che le politiche restino coerenti nel tempo, indipendentemente dai cambi di stagione politica.”
Scienza, fede e cittadinanza per la casa comune
Il presidente di Ispra e del SNPA, Stefano Laporta, ha poi preso la parola per restituire il senso del percorso appena concluso.
Ha ringraziato la Camera, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, il Cardinale Matteo Zuppi e il Cardinale Gianfranco Ravasi per il loro sostegno, definendo il “Giubileo della Terra” un’occasione di riflessione collettiva sulla responsabilità di ciascuno verso il creato.
L’ispirazione, ha spiegato, nasce dall’enciclica Laudato si’ e dall’esortazione Laudate Deum, testi in cui la Chiesa invita a un’ecologia integrale, capace di tenere insieme transizione ecologica e giustizia sociale.
Laporta ha condiviso anche un ricordo personale dei suoi incontri con Papa Francesco, ricordando la curiosità e la competenza con cui il Pontefice affronta i temi ambientali. “È una passione autentica, una competenza sincera”, ha detto.
Oggi, ha aggiunto, questo stesso sguardo viene raccolto e rinnovato da Papa Leone XIV, che richiama tutti alla necessità di una conversione ecologica del cuore: spirituale, certo, ma anche culturale e civile.
In un tempo segnato da guerre e crisi globali, Laporta ha invitato a domandarsi che tipo di umanità vogliamo essere e quale rapporto desideriamo costruire con la natura e con gli altri.
Il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, ha ricordato, ha partecipato al cammino giubilare proprio per offrire un contributo che unisse scienza, fede e cittadinanza attiva, mostrando come conoscenza scientifica e spiritualità possano convivere e, anzi, rafforzarsi a vicenda.
Citando Einstein, ha ricordato che “la scienza senza religione è zoppa, la religione senza scienza è cieca”. Un invito a superare contrapposizioni ormai superate, per costruire alleanze culturali e morali al servizio del pianeta.
Un percorso diffuso e partecipato
Laporta ha poi ripercorso i risultati del progetto Filo Verde, che ha coinvolto agenzie regionali, diocesi, scuole e università in una rete di incontri su tutto il territorio nazionale.
Un lavoro che ha cercato di rendere più concreto il dialogo tra scienza e comunità locali, per far crescere la consapevolezza di una responsabilità condivisa verso l’ambiente.
Grazie all’impegno capillare delle agenzie territoriali, questa esperienza ha contribuito a radicare pratiche sostenibili e conoscenza ambientale nelle comunità, rafforzando il legame tra competenza tecnica e cultura civile.
Le grandi sfide di oggi – cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, inquinamento, disuguaglianze ambientali – non possono più restare terreno per “esperti”: devono entrare nel dibattito pubblico e nel percorso educativo dei giovani.
E proprio ai giovani, spesso i più sensibili ma anche i più delusi, Laporta ha rivolto un appello: serve offrire loro testimoni credibili e modelli di responsabilità.
È compito delle istituzioni, degli scienziati e degli educatori, ha detto, riconnettere conoscenza e speranza, dando strumenti per comprendere e occasioni per partecipare.
L’impegno istituzionale per una transizione giusta
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha ripreso il messaggio di Papa Francesco, evocando la figura di San Francesco d’Assisi come esempio di armonia con il creato.
Ha ricordato che la sfida ambientale è innanzitutto una responsabilità verso chi verrà dopo di noi, e che il rischio è essere ricordati come “la generazione che sapeva, ma non ha agito”.
Il ministro ha insistito sul fatto che la lotta al cambiamento climatico deve tradursi in azioni concrete sui territori: prevenire il dissesto idrogeologico, gestire le acque in modo sostenibile, accelerare la decarbonizzazione e garantire la sicurezza energetica.
Un impegno che richiede un approccio integrato, capace di unire ricerca, tecnologia e solidarietà.
Ha citato le comunità energetiche come esempio di collaborazione virtuosa tra Stato e Chiesa e di energia pulita e accessibile.
Il ministro ha poi collegato la transizione ecologica alla giustizia climatica, ricordando la responsabilità storica dei Paesi ricchi e la necessità di sostenere quelli più vulnerabili, in particolare in Africa.
In questo senso, ha richiamato il Piano Mattei per l’Africa, pensato come un partenariato basato su reciprocità e rispetto, non su logiche di dipendenza.
Parlando delle conferenze internazionali sul clima – dalle COP27 e COP28 alle prossime COP29 e COP30 in Brasile – il ministro ha raccontato la complessità dei negoziati, dove il nodo centrale resta l’impegno concreto dei Paesi sviluppati a sostenere economicamente la transizione dei Paesi più poveri.
Ha ricordato l’accordo più recente, che prevede 350 miliardi di dollari per i Paesi in via di sviluppo, ma ha anche messo in guardia contro il rischio di “distrazione” delle priorità.
Per molte comunità africane – ha detto – “la sfida ambientale significa ancora poter cucinare con meno legna e meno fumo”.
La sua riflessione si è chiusa su un punto chiave: la crisi ecologica è anche una crisi etica e culturale.
Proteggere la Terra non è solo un dovere politico, ma un atto d’amore verso le generazioni future.
Ogni impresa, ogni cittadino e ogni istituzione è chiamato a camminare insieme verso un’economia che non consumi il futuro, accompagnando la transizione con equità e riducendo le disuguaglianze.
Simboli e linguaggio dell’armonia
Il Cardinale Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e fondatore del Cortile dei Gentili, ha offerto un intervento denso di riferimenti culturali e biblici.
Ha iniziato invitando al dialogo tra generazioni, ricordando quanto sia importante restare “in sintonia con i giovani e con il loro linguaggio”.
Il suo intervento si è costruito attorno a due simboli centrali della Bibbia: il Giubileo e il Giardino dell’Eden.
Il primo, ha spiegato, non era solo un rito religioso, ma anche un grande gesto sociale: l’anno della remissione dei debiti, della liberazione degli schiavi, della restituzione delle terre e, soprattutto, del riposo della terra.
“La terra – ha detto – è una creatura viva, anch’essa ha diritto al sabato, al riposo.”
Un invito, questo, a ritrovare lo stupore e la meraviglia per la bellezza del creato, spesso soffocati dal ritmo della tecnica moderna.
Ravasi ha ricordato come “Adamo” e “Adamah” condividano la stessa radice linguistica: l’uomo e la terra sono sorelle, fatte della stessa sostanza.
Nel secondo simbolo, quello dell’Eden, ha analizzato quattro verbi fondamentali del rapporto uomo–natura – coltivare, custodire, dominare, soggiogare – spiegando che nella lingua ebraica racchiudono significati etici più profondi: coltivare è anche celebrare, custodire vuol dire osservare i comandamenti, e dominare rimanda alla responsabilità del pastore verso il suo gregge.
Il vero dominio sulla terra, ha concluso, non è di potere ma di cura, conoscenza e amore.
Con tono pacato ma fermo, il Cardinale ha ammonito che l’uomo moderno ha tradito questo equilibrio, trasformando il giardino in deserto.
“Hai reso deserto questo giardino con la tua prepotenza”, recita un passo della Genesi.
E ha aggiunto un racconto della tradizione musulmana, in cui ogni peccato dell’uomo fa cadere un granello di sabbia sul giardino del mondo: un’immagine che rende tangibile il peso morale della crisi ecologica.
La voce della scienza e la rete dei territori
A seguire, la dottoressa Anna Luttmann, direttrice generale dell’ARPA Friuli Venezia Giulia e vicepresidente dell’ANSPA, ha portato una testimonianza più tecnica ma altrettanto viva.
Ha raccontato il lavoro quotidiano delle agenzie ambientali, che monitorano aria, acqua e suolo, controllano gli ecosistemi e supportano le istituzioni nelle decisioni.
Ha paragonato il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente a una molecola d’acqua: “solida, resiliente, capace di entrare ovunque”.
Come l’acqua, il sistema ISPRA–ARPA tiene insieme legami forti di competenza scientifica e legami deboli di flessibilità, che permettono di operare con efficacia in tutto il Paese.
Ogni giorno, ha ricordato, oltre diecimila operatori raccolgono dati, controllano scarichi industriali, misurano inquinanti, tutelano la salute dei cittadini.
Luttmann ha mostrato mappe e dati che raccontano un monitoraggio continuo: quasi 7.000 corpi idrici fluviali osservati, migliaia di controlli l’anno, reti meteo diffuse ovunque.
Numeri che non sono solo statistiche, ma strumenti di conoscenza e di decisione, condivisi a livello nazionale ed europeo.
Ha poi insistito su un punto cruciale: comunicare la scienza in modo chiaro, come fa Papa Francesco nelle sue encicliche.
Rendere la conoscenza accessibile è parte della missione pubblica delle agenzie, perché solo cittadini informati possono davvero diventare custodi della casa comune.
La biodiversità come bene pubblico
A chiudere la tavola rotonda, introdotta dal giornalista Marco Frittella, è stata Giulia Bonella, direttrice della Tenuta presidenziale di Castel Porziano, bene naturale della Presidenza della Repubblica.
Bonella ha ricordato che la tenuta, oggi hotspot di biodiversità, è aperta al pubblico dal 2015 per volontà del Presidente Sergio Mattarella, diventando “la casa di tutti gli italiani”.
Ha descritto Castel Porziano come un laboratorio dove scienza, istituzioni e cittadinanza lavorano insieme per tutelare ambiente e paesaggio.
Un esempio concreto di alleanza tra conoscenza e responsabilità civica, in linea con le encicliche papali e con il principio, introdotto in Costituzione nel 2022, che riconosce la tutela dell’ambiente e della biodiversità come valori fondamentali.
Tra i progetti più significativi, Bonella ha citato gli interventi di riforestazione finanziati dal PNRR in collaborazione con il Centro Nazionale per la Biodiversità, segno tangibile di una rigenerazione ecologica reale.
E ha concluso con un simbolo: la farnia, la quercia mediterranea donata dal Presidente Mattarella a Re Carlo III, divenuta emblema di cooperazione internazionale per la sostenibilità.
La sostenibilità nelle comunità ecclesiali
Il dottor Caffi ha raccontato come le strutture ecclesiali italiane stiano traducendo in pratica un percorso di conversione culturale e operativa ispirato alla Laudato si’.
L’enciclica di Papa Francesco ha segnato un punto di svolta: ha messo al centro l’idea di ecologia integrale, tenendo insieme la cura della persona e quella del creato. Da qui una costellazione di iniziative che non si limitano al richiamo etico, ma scendono nel quotidiano di parrocchie e diocesi, trasformando consapevolezza spirituale in azioni misurabili.
Tre, in particolare, gli ambiti di intervento ricordati da Caffi.
Il primo è la produzione di energia rinnovabile: sono nate comunità energetiche solidali, sviluppate con il Ministero dell’Ambiente, il GSE e altri enti tecnici. Le parrocchie, grazie alla capillarità sul territorio, sono diventate nodi di aggregazione per progetti di autoproduzione e scambio di energia pulita, sostenuti da manuali formativi e indicazioni operative semplici da replicare.
Il secondo riguarda l’efficienza energetica. Con la campagna “Italia in Classe A”, insieme a ENEA e RENAEL, è stata avviata la mappatura del patrimonio immobiliare ecclesiastico e dei relativi consumi: un lavoro che aiuta a tagliare gli sprechi, valorizzare gli edifici storici e riutilizzare quelli non più destinati al culto, mettendo in equilibrio tutela architettonica e impatto ambientale.
Infine, il terzo ambito: l’acquisto condiviso di energia. Attraverso gruppi d’acquisto tra parrocchie e istituti religiosi si ottengono forniture più sostenibili e convenienti. Una scelta che ha valore ambientale ed economico, specie in un contesto di risorse scarse e clero che invecchia. In questo modo la Chiesa si propone come modello di comunità energetica solidale, dove transizione ecologica e giustizia sociale procedono di pari passo.
Agrivoltaico: la convergenza tra energia e agricoltura
La dottoressa Mariangela Lancellotta, partner di Greenhouse, ha portato l’esperienza di un consorzio di imprese impegnato a far dialogare produzione agricola e fotovoltaico in un modello di agrivoltaico sostenibile.
L’obiettivo è superare il conflitto tra pannelli e campi, conciliando energia pulita e coltivazione. L’idea – semplice e al tempo stesso dirompente – è alzare i pannelli: così sotto si continua a coltivare, trasformando i terreni in impianti doppi, dove maturano insieme frutti e kilowatt.
In Calabria, nella Riviera dei Cedri, l’esperimento è partito sostituendo le coperture in plastica con pannelli fotovoltaici capaci di offrire protezione meccanica e ombreggiamento naturale. I risultati mostrano un dato netto: il fabbisogno idrico cala del 70%, senza intaccare la qualità del prodotto.
Il gruppo opera anche in Sardegna e Umbria, costruendo filiere territoriali e nuove opportunità per ingegneri, agronomi e tecnici. È emersa perfino una nuova figura professionale, l’agrivoltore, che mette insieme competenze agricole e ingegneristiche: un simbolo concreto di transizione giusta, che crea lavoro qualificato e ancoraggio sociale, soprattutto nel Mezzogiorno.
Oltre agli esiti ambientali, Lancellotta ha sottolineato i benefici sociali: questi progetti aiutano a trattenere i giovani nelle aree rurali, contrastando lo spopolamento e attivando economie locali.
Sostenuto anche dal PNRR, l’agrivoltaico si sta rivelando un laboratorio di innovazione in cui la collaborazione tra pubblico e privato produce risultati ambientali, economici e culturali.
“Le imprese – ha detto – non sono il problema, ma parte della soluzione.”
Scienza e responsabilità nel nuovo umanesimo sostenibile
Nel suo videomessaggio, la rettrice della Sapienza, Antonella Polimeni, ha proposto una riflessione ad ampio raggio sul legame tra ambiente, creato e responsabilità umana.
Il punto di partenza è ripensare la centralità dell’uomo: non più dominatore, ma custode dentro un ecosistema di relazioni. L’antropocentrismo, ha osservato, non scompare: evolve in una visione relazionale e olistica, dove ogni elemento del creato possiede una dignità propria.
Richiamando la Laudato si’, Polimeni ha ribadito che scienza e fede non sono strade opposte, ma vie parallele verso una stessa verità, radicate nel riconoscimento del limite e animate dalla cura.
La scienza non è chiamata a domare la natura, ma a dialogare con essa, orientando un progresso etico e responsabile.
Questo passaggio chiede di trasformare il sapere in dialogo sociale, generando una cultura condivisa della sostenibilità: un nuovo umanesimo fondato su corresponsabilità e misura.
“Il sapere – ha concluso – non è dominio, ma servizio.” E la sostenibilità diventa il linguaggio comune con cui scienza e fede possono ridare senso e futuro al pianeta.
Conflitti e ambiente: la nuova frontiera dell’informazione
La giornalista Antonella Palermo ha spostato lo sguardo sul rapporto tra guerra e ambiente, ancora poco raccontato.
Riprendendo le parole di Papa Francesco, ha ricordato che non esistono due crisi – una ambientale e una sociale – ma un’unica crisi socio-ambientale. Ne discende l’urgenza di uscire dalla logica predatoria e capire come i conflitti aggravino la distruzione degli ecosistemi.
I numeri citati sono duri: 56 conflitti attivi in 92 Paesi che generano contaminazione diffusa e degrado.
Il settore militare è tra i maggiori inquinatori globali: migliaia di siti compromessi, milioni di ettari di suoli danneggiati. La giornalista ha ricordato il caso del Pentagono, responsabile di decine di migliaia di siti inquinati negli Stati Uniti, e il fatto che 9 dei 10 Paesi più emissivi risultano anche tra i primi per spesa militare.
E poi gli esempi più recenti. Gaza, dove il sistema idrico è stato devastato e le macerie – decine di milioni di tonnellate – rilasciano sostanze tossiche. L’Ucraina, con il 23% del territorio contaminato da mine e ordigni inesplosi, una minaccia diretta anche all’agricoltura. In Asia e in Africa, i conflitti per l’acqua si intrecciano con deforestazione ed estrazione di minerali critici, spingendo in basso le comunità più fragili.
Per Palermo, il compito dell’informazione è rendere visibili questi legami: fornire dati, sì, ma anche storie e contesti, evitando di ridurre la sostenibilità a slogan o moda.
Serve un giornalismo responsabile, capace di far capire che pace e tutela ambientale sono facce della stessa giustizia globale.
“Siamo tutti sulla stessa barca,” ha detto. Solo riconoscendoci parte di una fraternità concreta potremo davvero costruire la casa comune.
Esperienze di accoglienza e bene comune
La dottoressa Giulia Bonella, direttrice della Tenuta presidenziale di Castel Porziano, ha riportato l’attenzione su apertura e inclusione come forme di sostenibilità.
La tenuta, bene naturale della Presidenza della Repubblica, è diventata un laboratorio di accoglienza sociale ispirato al principio di One Health: la salute dell’uomo e quella dell’ambiente sono interdipendenti.
Dal 2015, per volontà del Presidente Sergio Mattarella, d’estate la tenuta accoglie bambini delle case famiglia e persone con disabilità, con percorsi naturalistici ed esperienze di equitazione integrata.
Non è solo tutela del patrimonio naturale: è giustizia relazionale, dove la biodiversità diventa strumento di coesione.
“Castel Porziano è il giardino del Paese aperto a tutti,” ha detto Bonella, a ricordare come una fruizione responsabile possa diventare la forma più concreta di conservazione.
Il ruolo dei giovani e della comunicazione
Nel suo breve intervento, il dottor Caffi ha affrontato il tema del coinvolgimento delle nuove generazioni. La sostenibilità, ha spiegato, è una rete generazionale e culturale che tiene insieme Chiesa, scuola, impresa e società civile.
I progetti energetici e formativi promossi dalla CEI hanno favorito la partecipazione di studenti e giovani coppie, creando una nuova alleanza educativa.
Molti ragazzi si avvicinano alla Chiesa proprio attraverso i temi ambientali, riconoscendole un ruolo credibile e coerente nella transizione ecologica.
“Questo lo dobbiamo a Papa Francesco,” ha aggiunto, per aver restituito una visione morale e concreta della responsabilità ambientale.
Sulle contestazioni al fotovoltaico, Lancellotta ha parlato di disinformazione e fake news che alimentano paure infondate.
Ha citato il caso della Sardegna, dove le resistenze ai parchi fotovoltaici sono state forti ma spesso costruite su rappresentazioni fuorvianti del rischio.
Le rinnovabili, ha ribadito, non sono una minaccia: sono un alleato strategico per sicurezza energetica e alimentare in un quadro geopolitico instabile.
Solo un’informazione accurata e non ideologica può evitare ripiegamenti sulle fonti fossili e consolidare una transizione giusta e partecipata.
Riprendendo il tema, Antonella Palermo ha invitato i media a non banalizzare: la sostenibilità non è un trend comunicativo, ma un linguaggio che parla di giustizia, verità e fraternità.
“I dati non bastano se non cambiamo lo sguardo,” ha detto. Serve una conversione del linguaggio, non soltanto delle pratiche.
Etica e pragmatismo: due vie verso la stessa meta
A chiudere, la dottoressa Maria Siclari, direttrice generale di ISPRA, ha intrecciato visione etica e azione scientifica.
Il cammino del SNPA – partito da Assisi e passato per Sardegna e Calabria – dimostra che tecnica e spiritualità possono convergere in una responsabilità condivisa verso il pianeta.
Siclari ha proposto una lettura in parallelo di due testi del 2015: la Laudato si’ e l’Accordo di Parigi.
La prima è un appello morale e spirituale; il secondo è un impegno giuridico e politico. Forme diverse, stessa finalità: proteggere la casa comune e garantire giustizia tra generazioni.
Entrambi pongono al centro giustizia climatica e solidarietà globale, chiamando i Paesi più ricchi a guidare la transizione e a sostenere i più vulnerabili.
Se la Laudato si’ individua le radici della crisi nell’antropocentrismo deviato e nel paradigma tecnocratico, l’Accordo di Parigi punta su pragmatismo politico e innovazione.
Il compito delle istituzioni è colmare il divario, bilanciando valori e strumenti: trasformare la cura del creato da ideale in politica pubblica capace di produrre equità e sviluppo.
Qui entra in gioco ISPRA. Con monitoraggi e validazione scientifica dei dati, fornisce la base per decisioni informate e trasparenti.
I dati non sono fine a sé stessi: sono strumenti di responsabilità collettiva. Servono a misurare, verificare, rendere visibile il cambiamento.
“La scienza può guidare, ma ha bisogno dell’etica del custodire,” ha detto Siclari. È, in fondo, il filo che ha attraversato l’intera giornata: misurazione e speranza che camminano insieme, perché la cura della Terra sia davvero un atto politico e spirituale allo stesso tempo.
